Per una storia liquida


Se esiste una società liquida che traduce quanto teorizzato dal sociologo Zygmunt Bauman dove ‘l’esperienza individuale e le relazioni sociali (sono) segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente in modo vacillante e incerto, fluido e volatile’ e dove si sviluppa una sorta di paura dei cambiamenti sociali e tecnologici,  non vedo perchè non dovrebbe esistere una storia ed un’arte liquida o per meglio dire una ricerca liquida della storia e dell’arte.

Mi spiego meglio: fino a qualche decina di anni fa, la ricerca storica era perlopiù divisa tra la comunicazione mediatica che avveniva in programmi -nicchia (vedi Piero e Alberto Angela e qualche documentario prodotto dalla Rai o da qualche pionieristico canale radio televisivo) mentre dall’altro esisteva il mondo scientifico che veicolava conoscenze e ricerche in un ambito prevalentemente chiuso tra aule di Università, luoghi deputati, convegni scientifici e articoli spesso ad uso quasi esclusivo di specialisti. Questo è durato fin quando non si sono affacciati alla ribalta due fenomeni: internet e la condivisione delle conoscenze, che ha offerto la possibilità di cambiare enormemente le forme della comunicazione.

E’ inutile negare che almeno da una ventina di anni, con l’aumento considerevole dell’offerta di documentari sui canali satellitari e poi digitali, si sia verificato un estremo stravolgimento della comunicazione di materie come la storia ed anche l’arte. A questo fanno da corollario le possibilità di indagine offerte dai nuovi strumenti tecnologici. Ricostruzioni, riprese ad alta definizione, uso di droni accompagnati da una crescita esponenziale di programmi destinati ad un pubblico sempre più diversificato,  hanno profondamente modificato il modo di percepire , oltre che di raccontare, la storia e la stessa arte. Siamo giunti ad elaborare teorie legate allo story telling ed alla sua efficacia nella divulgazione, ma anche nella didattica di molte materie e discipline. La rete ed internet hanno poi fatto il resto.

In questo senso sono importanti le riflessioni di Antonio Brusa, negli studi offerti a Raffaele Licinio, di recentissima pubblicazione, raccolte nel saggio dal titolo ‘Internet e la rete degli stereotipi sul Medioevo‘.

L’aumento esponenziale dell’informazione, della cultura condivisa e non sempre verificata, ha prodotto un approccio ‘liquido’ alla storia ed all’arte. La conoscenza, la ricerca si decompone e si ricompone in un processo che rischia di sfuggire di mano alla maggior parte di coloro che si approcciano alla conoscenza senza avere alle spalle una consolidata esperienza scientifica e si ricompone in un frullato nel quale informazioni, stereotipi, bufale e racconti si mescolano senza un ordine apparente, generando da un lato confusione e dall’altro una sorta di paura, terrore direi, da parte di alcuni se non di molti.

Ora, è inutile negarlo, Castel del Monte è un caso emblematico in questo senso.

Dalle interpretazioni astrologiche, a quelle simboliche, a quelle sulla sua funzione, il castello in tutti questi anni è diventato un riferimento costante in libri, trasmissioni, interpretazioni sempre in bilico tra lo stereotipo, la bufala e la grande scoperta. Per questo cercherò di essere banale, di non annunciare scoperte e spiegazioni illuminanti, ma non mi sottrarrò ai processi di decomposizione e ricomposizione propri di un approccio liquido alla storia, anzi nel mio caso alla storia dell’arte al tempo di Federico II.

Dall’immagine del Castello riprodotta sulla moneta da 1 cent. alla costituzione di iniziative, associazioni, rievocazioni, progetti che riportano il nome di Federico si ha l’impressione che un elemento spesso inteso come legante e identificativo di una regione meridionale estesa, abbia rischiato di diventare un feticcio, oltre che uno stereotipo.

cat 2Tutto questo è abbastanza noto e discusso, molto spesso frutto di scelte, anche mirate, o facilmente associate ad eventi di altra natura. Non sto qui a ricordare come nel 1994 venne celebrato l’ottavo centenario della nascita di Federico II con almeno tre mostre a lui dedicate e quello fu un anno assai particolare che coincideva con una nuova e importante stagione politica italiana caratterizzata dalla figura politica di Berlusconi, ma soprattutto dalla definitiva affermazione di una nuova forma di comunicazione politica e sociale filtrata attraverso la televisione. Ci si è sempre chiesti se il titolo della mostra barese ‘Federico II: immagine e potere’ e di quella romana ‘Federico II e l’Italia’ non fossero stati in qualche modo ispirati da tutto quello che stava accadendo o che stava per accadere di lì a poco.

Se lo stereotipo significa nella linguistica un’espressione fissata in una determinata forma e ripetuta meccanicamente e quasi banalizzata, quindi un luogo comune (da Treccani), applicandolo alle espressioni d’arte e di storia lo stereotipo potrebbe anche essere inteso come un ‘modello convenzionale’. Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi.

Non sarebbe da escludere che lo stesso imperatore abbia utilizzato modelli convenzionali, ossia costanti e riprodotti costantemente, tesi perlopiù a presentare un’immagine simbolica della propria potenza. In questo senso un parametro di riferimento non poteva essere che il mondo classico e l’effige dell’imperatore romano così come appare nella moneta Augustale. Ma Federico II non sembra tuttavia voler dimenticare la dimensione offerta dal proprio contesto storico e culturale. Il sovrano che si diletta nella caccia, il mecenate che favorisce una cultura cortese e che si cimenta lui stesso nella scrittura. E’ evidente che l’ambiente e la corte di Federico II sia stata qualcosa che abbia travalicato l’idea di un circolo chiuso limitato a differenti espressioni culturali, come la sola Scuola Siciliana per esempio, ma abbia amore_1costituito qualcosa di più ‘fluido’ in grado di legare discipline, artisti, luoghi e naturalmente messaggi sempre più complessi.

Di tale complessità che naturalmente non poteva soltanto limitarsi agli aspetti artistici e culturali, ma si allineava alle esigenze politiche ed alle disponibilità finanziarie, spesso riusciamo a coglierne soltanto alcuni aspetti specifici, separati gli uni dagli altri e non siamo ancora in grado di tracciarne una visione di insieme.

Al contrario, molto spesso le visioni d’insieme distraggono dall’analisi di aspetti specifici ed importanti. Come per esempio quello legato alle ‘forme’ dell’architettura e nel nostro caso specifico sulla forma di Castel del Monte. E’ superfluo in questa sede rimandare a tutte le dispute derivate dalla forma di questo castello e della continua e spesso estenuante ricerca di dare significato a questa forma.

La forma, tuttavia, è un risultato empirico di soluzioni architettoniche e costruttive particolari che maturano nel ‘200 non soltanto nella corte di Federico II, ma in un ambito più esteso che coinvolge magistri, tagliatori di pietre, che segnarono il volto di un territorio e che attingevano da un più vasto panorama mediterraneo ed europeo: insomma quello che si chiamava il maturo Romanico e che, al tempo della costruzione di Castel del Monte annunciava già il Gotico.

Questo in generale, nel particolare vanno invece annotati alcuni aspetti, ad esempio la soluzione per le coperture delle sale trapezoidali del castello, a loro volta frutto di una divisione degli spazi cellulari determinati dal progetto finale. Realizzare una volta in pietra adattandola ad un trapezio costituisce una importante sfida risolta con una soluzione abbastanza ardita: cioè quella di impostare una volta a crociera sul quadrato ricavato dalla disposizione dei pilastri addossati alla parete, al centro, e poi realizzare una volta a botte irregolare direi, per gli spazi rimanenti del trapezio. Una soluzione che, lo voglio ricordare, non è soltanto geometrica, ma soprattutto costruttiva, realizzata con le pietre e per questo di natura non assolutamente regolare, così come non è assolutamente regolare tutto l’impianto del castello così come è stato dimostrato dai rilievi effettuati anni fa dai tedeschi dell’Università di Heidelberg e di Kalrsruhe.

1nCredo sia scontato notare come tali aspetti, che pure negli studi scientifici hanno avuto importanti conseguenze, siano stati spesso fagocitati dall’immagine simbolica del castello. Una forma di banalizzazione? In molti casi sicuramente anche se dobbiamo a tale riguardo ricordare U.Eco che nel ‘Nome della Rosa’ immagina la biblioteca del monastero così vicina alla forma del castello (benchè diversa) innescando così un processo i cui sviluppi tutti conosciamo.

Castel del Monte è indubbiamente il risultato di un processo di conoscenze costruttive e architettoniche maturate, come si suol dire, alla corte di Federico II. Più volte sono state proposte relazioni significative con il Palatium di Lucera, ma anche con il Palazzo o castello di Gravina (del quale si è occupato recentemente Massimiliano Ambruoso autore qualche anno fa del volume ‘Castel del Monte manuale storico di sopravvivenza‘ per l’editore Caratteri Mobili al quale rinvio).

planimetria_originaria_maniaceMa non solo, si sono cercate soluzioni e influenze anche con l’architettura orientale, Dorothee Sacks aveva proposto più di un confronto con le residenze Ommayadi e poi con i castelli siciliani come Castel Ursino e Castel Maniace a Siracusa. Sono cose studiate e conosciute da chiunque si sia occupato dell’architettura medievale e dei contesti storici e artistici che coinvolsero il Mezzogiorno d’Italia tra il XII ed il XIII secolo.

Quello che, tuttavia, conosciamo ancora molto poco è il cantiere: inteso come struttura fisica e culturale nel quale venivano scambiate conoscenze ed esperienze, dove si muovevano costruttori, lapicidi, scultori e tante altre figure, ahinoi spesso ignorate dalle fonti storiche. E’ noto che non si conosca il nome dell’architetto che abbia progettato Castel del Monte, alcuni parlerebbero del toscano Fuccio che Vasari aveva citato nelle Vite come un fedele di Federico II, probabilmente autore del castrum di Gravina. Una di quelle figure misteriose e probabilmente inventate come ha recentemente detto Cadei (M. Ambruoso negli studi offerti a R. Licinio).

Altri nomi di architetti dell’epoca sono i maestri d’oltralpe Pietro d’Angicourt e Giovanni di Toul che però operarono durante il periodo angioino e che poco ebbero a che fare con Castel del Monte. In questo elenco non dovrebbe mancare anche Filippo Chinardo di origini cipriote, uno degli architetti più interessanti nel periodo qui preso in considerazione.

testa_laureata2Si sa che gli elenchi creano suggestioni e spesso anche confusioni. Abbiamo poche idee rispetto al cantiere, se non per alcune miniature che servono soprattutto a darci una visione generale dei cantieri medievali. Eppure il cantiere di Castel del Monte è esistito e le sue tracce dovevano essere ancora ben visibili tra la fine dell’800 e gli inizi del secolo successivo. Quando B. Molajoli ebbe modo di recarsi al castello trovando quel frammento ormai famosissimo conservato nella Pinacoteca di Bari. Molajoli scrisse poi una Guida a Castel del Monte pubblicata nel 1940 interessante per quanto riuscì a vedere in un castello ancora non restaurato.

‘Alla fine dell’800 e ancora negli anni ’30 del nostro secolo la terra ammucchiata intorno allo zoccolo dell’edificio, i cumuli di detriti che ingombravano gli ambienti interni, restituivano in abbondanza ceramica, brani di intarsi, frammenti di colonnine e sculture’ (Calò Mariani). Prima di lui Haseloff aveva avuto modo di attraversare la collina che porta al castello e non è escluso che qui ci fossero tanti materiali, da quelli lavorati ma non posti in opera nel cantiere a quelli abbandonati anche nelle sale del castello.

Il rapporto tra il cantiere e i ritrovamenti sarebbe stato strettissimo, ma  temo che questo tipo di indagine sia stata non ancora del tutto affrontata, se non per alcuni aspetti.

barlettaAd esempio rimane importante la battuta di P. Claussen a proposito dell’Immagine dell’imperatore vera o presunta lui affermava ‘La colpa è da imputarsi agli archeologi classici (…) Ogni testa scolpita, che essi non desiderano tenere nei loro depositi viene girata agli storici dell’arte munita dell’etichetta Federico II’.

Effettivamente ci sono innumerevoli busti e testi attribuiti all’imperatore, dalla testa di Mainz, al busto di Barletta sino al cavaliere di Bamberga. Tutto questo ha rinvigorito soprattutto la ricerca della ‘vera’ immagine di Federico II, il ritratto, comportando così dei problemi legati soprattutto al riconoscimento del volto e dell’aspetto o dall’altra parte dell’immagine simbolica del suo ruolo.

Questa traccia di ricerca evidentemente intrigante ha un po’ oscurato l’indagine sulle correnti stilistiche che hanno caratterizzato autori ed opere (certe) legate ai cantieri federiciani.

I nomi sono straconosciuti si va da Alfano da Termoli a Pellegrino da Salerno, da Petrus de Apulia (forse il padre di Nicola) a Nicola di Bartolomeo (attivo a Ravello), ai pugliesi Bartolomeo da Foggia a Nicolaus (Bitonto lastra) e Gualtiero (Bitonto ciborio) sino a Nicola de Apulia da identificare con Nicola Pisano.

Questi nomi che riemergono dai documenti, dalle analisi e dagli studi scientifici traducono un ambiente, legato in questo caso alla scultura, di grandissima vivacità che gravitava intorno alla figura o alla corte, se preferite di Federico II. Un fermento culturale complesso che la studiosa tedesca A. Middeldorf Kosegarten aveva sintetizzato come ‘arte franca’ intesa come un linguaggio che riuniva influenze classiche, orientali e caratteri occidentali a cavallo fra il Romanico ed il Gotico.

18601617_1739235706093333_518247174_nDifficile riuscire a farsi largo in tale complicatissima selva di suggestioni, anche se a guardare alcuni elementi ornamentali presenti proprio a Castel del Monte non si può negare come alcuni capitelli a crochet, alcune chiavi di volta, alcune mensole presenti nelle torri rimandino ad un linguaggio intriso di influenze derivate dalle suggestioni del Gotico presente nei cantieri dei monaci cistercensi, dove il mostruoso, il gargoyle, lo sberleffo faceva capolino tra le righe dell’austera lezione di Bernardo da Chiaravalle.

Quei volti che emergono da Castel del Monte e soprattutto da pisano 2Lagopesole parlano un linguaggio ancora più complesso: quello che dall’ultima stagione del romanico traghetta l’arte e la tradizione verso il Gotico. Ed in questo interprete eccezionale è proprio Nicola Pisano con le sue teste mensole del Duomo di Siena con la sua bottega.

Se tutto questo prendesse origine dal cantiere di Castel del Monte non possiamo dirlo con certezza, ci mancano i documenti, ma altresì possiamo affermare come Castel del Monte sia stato un crocevia fortemente innervato da quella cultura del maturo ‘200 che poi avrebbe segnato il passo all’arte successiva. Non abbiamo certezza nemmeno su quanto fosse maturato e di quanto fosse stata promotrice l’arte della corte di Federico II, certo giocò un ruolo di primo piano così come la Scuola Siciliana lo giocò in letteratura prima dell’affermarsi della tradizione toscana. Sono due percorsi, questi che andrebbero visti parallelamente con l’ambizione di tracciarne anche ulteriori relazioni.

Sono suggerimenti per linee di ricerca soltanto in parte battute e poi spesso nascoste dal più fluido affermarsi di alcuni stereotipi.

Ma ancora una volta attenti a scagliarsi sugli stereotipi come prodotto dell’attuale visione della storia e dell’arte.

Abbiamo detto come lo stesso Federico adottasse modelli convenzionali ai suoi tempi e non possiamo tralasciare come l’idea di un medioevo fantastico e direi eclettico dominasse la scena degli inizi del ‘900, non soltanto negli studi, ma anche negli interventi di restauro e della comunicazione di quel periodo.

cdm 900 1Le immagini suggestive ed abbastanza inquietanti del castello alla fine dell’800 e durante i primi interventi di restauro sembrano contrastare con l’attuale aspetto levigato, cristallino delle sue pietre che oggi dominano la Murgia caratterizzando inequivocabilmente il territorio.

Ma voglio ricordarvi alcune ipotesi restitutive del castello presentate proprio in occasione dell’Esposizione Universale del 1911quando si pensò di collocare Castel del Monte su una collina interamente fortificata (una sorta di Ziqqurat) e lo si immaginò dotato all’interno di elementi architettonici ed ornamentali ormai scomparsi.1911

Credo che questi siano stati i primi passi verso quella tendenza alla traduzione simbolica e spesso immaginifica di Castel del Monte della quale conosciamo sin troppo bene gli sviluppi. E di quanto sia stato importante quel periodo di restauri e di restituzione di un romanico confezionato per l’occasione è testimonianza un convegno che si è svolto proprio in questi giorni a Roma (26-27 maggio 2017) dal titolo significativo ‘Il Medioevo ritrovato’ dove gli interventi di P. Belli D’Elia e di Luisa Derosa sulla Puglia trattano proprio di questi argomenti.

Tutto  sta a significare come di fatto ci si trovi dinanzi ad uno studio della storia e dell’arte perfettamente in linea con la nostra liquida società, ma tutto questo non è un’operazione della nostra epoca (per quanto i nostri strumenti tecnologici ne abbiano fornito un’accelerazione enorme) ma sono germi presenti da tantissimo tempo nell’uso e nell’interpretazione dell’arte. Segni che nulla hanno a che fare con il simbolico e l’immaginifico, ma che consentono di tracciare linee di ricerca ancora poco battute ma estremamente interessanti.

Il coraggio dello storico dell’arte


P1090901

Tutto nasce dalla mia partecipazione al Concorsone per i Beni Culturali. Alla preselezione a quiz di fine luglio a Roma. I numeri dicevano  che dei duemila e passa iscritti, la maggior parte anche presenti ne sarebbero passati 200 per poi arrivare ai 40 che effettivamente vinceranno il concorso e saranno immessi negli Uffici del Ministero e delle Soprintendenze.

Ancora… i numeri del concorsone dicono che dei 500 funzionari selezionati per il MiBACT tra architetti, archeologi, restauratori, comunicatori, bibliotecari… agli storici dell’arte è stata riservata una percentuale sostanzialmente bassa di posti messi a disposizione, in ogni caso una percentuale, dal momento che negli ultimi decenni di posti messi a concorso per questa categoria non se ne vedevano almeno dalla fine degli anni ’90.

Tutto questo ha portato a Roma un popolo, comune anche alle altre categorie, costituito da età le più diverse, con una comune formazione specialistica, se non di più, che in tutti questi anni ha mescolato generazioni diverse anche queste accomunate da una sorta di rassegnata speranza di un posto fisso da giocarsi tra Ministero dei Beni Culturali, Scuola, Università. Sbocchi in ogni caso sempre più strozzati da esiguità di posti a disposizione e prove sempre più severe al limite di un equilibrismo nozionistico e culturale da più parti anche contestato.

Sin qui le considerazioni possono anche essere comuni con le altre categorie ma ciò che induce a questa riflessione specifica sul ruolo della storia dell’arte parte da altro.

L’esigua presenza degli storici dell’arte nell’ambito delle Soprintendenze e degli organi del Ministero ha raggiunto in questi anni dei minimi storici che sembrano accordarsi con le politiche di formazione perseguite nei corsi di studi scolastici ed universitari. Tagli e riduzione di ore sono, almeno da un decennio, la costante che caratterizza questa area e che si traduce anche con una significativa riduzione di percorsi di dottorato, ma soprattutto, con le difficoltà crescenti ed a volte insormontabili che le Scuole di Specializzazione di Storia dell’Arte hanno incontrato in questi anni.

Il quadro che qui si traccia è complesso e rischia sempre soluzioni, accuse, sin troppo semplici e scontate. C’è da mettere in conto l’idea che in alcuni settori come quelli delle Soprintendenze ci sia la necessità di professionalità ‘più tecniche’, ci sarebbe poi da stabilire il rapporto a volte più che collaborativo, direi conflittuale, con gli architetti e gli archeologi, che si è creato in questi anni. E così via si potrebbe anche continuare a lungo, con ragioni contestabili, ma anche condivisibili.

Tuttavia l’impressione che personalmente ho avuto in quel giorno romano di fine luglio è stata quella della perdita di identità dello storico dell’arte. Duemila candidati (ma sono certo che di quelli con le carte in regola per iscriversi al concorso ce ne sarebbero stati di più) che rappresentavano una categoria ormai non più omogenea, suddivisa tra chi aveva un piede nella organizzazione di eventi, nella musealizzazione, nella ricerca scientifica, nelle attività laboratoriali scolastiche, nelle varie forme di comunicazione.

Una diversificazione che in teoria dovrebbe far bene all’intera categoria, se avesse avuto in questi anni una forma univoca ed anche pensata. Ma da chi?

I percorsi formativi sono a mio parere la versa risorsa mancata per dare identità a questa categoria. Epigoni di generazioni di grandi maestri che, bisogna riconoscerlo, hanno costituito per lungo tempo circoli chiusi e poco disposti al dialogo, ciò che col tempo è rimasto degli storici dell’arte è un atteggiamento spesso elitario, a volte addirittura spocchioso o, al peggio, svenduto. Esauriti i grandi del passato sono succedute generazioni più attente a riservarsi il proprio orticello piuttosto che dare aperture e dignità alla categoria, a rinnovare se possibile, a fornire nuovi strumenti disciplinari. Cosa che invece è puntualmente accaduta per l’archeologia, l’architettura, il restauro. La storia dell’arte ha finito per vivere in isolamento nei processi formativi accademici ed anche con la risorsa dei corsi sui beni culturali non è riuscita a fornire strumenti e ricerche utili alle nuove e perentorie esigenze. Il dazio di queste negligenze o, direi anche, cecità lo pagano tutti coloro che hanno deciso di formarsi su questa materia. La scarsa capacità di guardare lontano da parte dei ‘maestri’ si è presto tradotta in una ghigliottina che ha tagliato ore di insegnamento della materia nelle scuole, impoverimento di corsi accademici, ma anche di insegnamenti universitari, esclusione parziale o pressocchè totale dagli organi ministeriali e dalle soprintendenze. Ciò che rimane sono i 40 posti messi a disposizione dal concorso del MiBACT e poco altro.

E questo fa male. Non tanto per le opportunità negate alle risorse umane e generazionali, che pure pesano e parecchio in questo discorso, ma anche e soprattutto per le potenzialità che la materia e la categoria sono in grado di offrire.

La rigenerazione della storia dell’arte avrebbe motivo di ripartire ovviamente ammettendo le proprie carenze, maturate in questi anni, ma anche portando la ricerca un po’ più avanti, stringendo collaborazioni con altre discipline non soltanto per interesse, ma con la consapevolezza di poter offrire un contributo, uno sguardo differente sulle cose.

Per spiegare meglio tutto ciò più che dare delle risposte porrei delle domande:

  • a cosa serve uno storico dell’arte su un cantiere di Restauro?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nell’ambito di una ricostruzione come quella di zone terremotate?
  • a cosa serve uno storico dell’arte quando ci si pone il problema della salvaguardia e della tutela del paesaggio?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nei percorsi non soltanto di formazione, ma anche di comunicazione?

E di domande come queste se ne potrebbero trovare altre, anzi sarebbe il caso di trovarne molte altre. Ritengo che questa possa essere una base di ricerca, ma anche un’offerta formativa per le generazioni prossime che abbiano ancora il coraggio di intraprendere questa strada per la quale indubbiamente ci vuole coraggio, non soltanto tra i più giovani, ma anche tra coloro che adesso hanno un ruolo: quello di non far morire questa materia, in silenzio, senza avere risposte da dare, ma nemmeno domande da rivolgersi.

Ah per la cronaca non ho superato la selezione a quiz!

 

 

Taranto 2016: l’Università toglie il disturbo?


univ taranto

 

Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione dalla Segreteria Studenti del corso di Scienze della Comunicazione con sede a Taranto per far parte dell’ultima commissione di laurea del corso. Devo essere sincero non me la sono sentita, non ho risposto, ho preferito chiudere il mio rapporto, seppur da docente a contratto a Taranto, con l’ultimo mio appello del 18 febbraio.

La chiusura di quel corso si conosceva da due anni fa, ho tenuto negli ultimi anni due insegnamenti che riguardavano gli iscritti del 2012 e che svolgevano il mio esame di ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’ inerente al corso di Scienze della Comunicazione e dell’Animazione Socio Culturale, per il terzo anno di corso.

Quell’insegnamento l’ho progettato io stesso alcuni anni fa, quando a Taranto si unificò Scienze della Formazione e Scienze della Comunicazione in un unico corso di laurea e pensai che sarebbe stato opportuno presentare un esame sui Beni Culturali di quel territorio in base ad alcune riflessioni:

– spesso il territorio di Taranto è stato oggetto di importanti studi ed interessi scientifici prevalentemente dal punto di vista dell’Archeologia Classica e della Magna Grecia oppure dell’Habitat Rupestre;

– altrettanto spesso Taranto è stata considerata una città con una prospettiva culturale fortemente condizionata dalle ingombranti presenze dell’Ilva, dell’Eni, del polo industriale, ma anche dell’Arsenale della Marina e del Porto;

– quasi a contrastare tale situazione e tali pregiudizi l’Università degli Studi di Bari aveva aperto un corso di studi e addirittura aveva trasferito la sede dei corsi di Scienze della Formazione e Comunicazione dal rione Tamburi, nella città vecchi,a nella Caserma Rossarol, ex convento di S. Francesco, interamente ristrutturata.

Considerando questi aspetti mi sembrò allora opportuno pensare ad un programma d’esame che considerasse la città di Taranto, i suoi Beni Culturali, la sua storia come un dialogo continuo che arrivasse sino ai nostri giorni. Un dialogo spesso tragico, contraddittorio, ma comunque espressione di una pulsione economica e sociale che ha caratterizzato da sempre questa città.

Studiando, ho imparato un po’ a conoscerla, Taranto. Ho letto e proposto libri come ‘Il museo negato’ di Cosimo D’Angela, ‘Invisibili’ di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, ho proposto letture di Vera von Falkenhausen sulla Taranto bizantina e normanna, di Pina Belli D’Elia sul Duomo di Taranto, ho stretto collaborazioni con Associazioni Culturali locali, guide, archeologi per andare alla scoperta degli ipogei della città di Taranto, per visitare chiese e monasteri dai destini contraddittori e spesso non accessibili al pubblico. Ho cercato di stimolare gli studenti a produrre materiali (alcuni dei quali ho pubblicato sul sito www.pugliaindifesa.org) per accostarsi ai Beni culturali, ma più in generale alla cultura della loro città e del loro territorio. Ho cercato di coniugare le vicende di Taranto a ciò che autori come Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky dicevano a proposito del valore e del fondamento della cultura.

Ho insomma obbedito a quella mia personale idea di slancio culturale, maturato in anni di studio e di ricerca tesi alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale. Un percorso d’esame che avevo io stesso allestito e del quale ne sono sempre andato fiero. Sapevo che tutto questo avrebbe avuto vita breve, appena ho cominciato i corsi, sapevo che ne avrei tenuti soltanto due e che tutto sarebbe finito.

Al di là della speranza che tutto ciò non fosse sottratto ad una città e ad una popolazione che di cultura, conoscenza, impegno civico, ne ha bisogno, non ho mai pensato di cercare i motivi, i giochi politici, gli affari, le negligenze forse anche le colpe che hanno dapprima offerto una sia pur limitata speranza di fondare una università a Taranto, con sedi addirittura nel suo centro storico, e poi l’hanno con altrettanta sagacia abbandonata al proprio destino.

Oggi dunque sarebbe il giorno delle recriminazioni, le mie, che tuttavia sarebbero personali e quindi relative alla condizione di docente a contratto che si trova a non avere un insegnamento sul quale aveva molto puntato, ma anche e soprattutto degli studenti e dell’intera città.

Ci sarebbe molto da recriminare, ma le recriminazioni e il dito puntato su qualcuno o qualcosa non aiutano. Ciò che è accaduto in questi anni a Taranto, alla sua idea di Università, alle difficoltà, a quelle stesse negligenze, sono invece un materiale abbastanza corposo su cui riflettere e studiare.

Inutile nascondere che l’Università sia nata per interessi, spesso manovre politiche legate al mondo accademico. Interessi forse anche mal gestiti che non hanno saputo far bene i conti con un tessuto economico e politico della città critico da sempre e che hanno finito per assolvere ad un compito limitato nel tempo e destinato ad estinguersi. D’altra parte sarebbe un destino comune a quello dell’Istituto Musicale Giovanni Paisiello e di altre iniziative che avrebbero dovuto animare la vita culturale della città e soprattutto del suo centro storico. Taranto in questi anni ha dovuto fare i conti con la crisi di una delle maggiori industrie siderurgiche italiane e questo, non lo si può nascondere, avrà pure condizionato lo sviluppo della sua crescita universitaria e culturale. Questo è proprio il punto dal quale partiva il mio corso: la fittissima relazione tra industria, città e cultura della/nella città. Un punto che ritenevo essenziale e che ancora oggi, credo, sia uno dei nodi per comprendere la realtà tarantina.

L’analisi di tutto ciò non è roba da poco: è qualcosa che riguarda la storia, i beni culturali, il paesaggio, l’archeologia, la società di questo territorio. E’ qualcosa che non è mai stato condotto in modo corretto, aggiungerei onesto, ma mi autocensuro.

Chi lo può fare?

Certo oggi alcuni corsi universitari non ci sono più, come Scienze della Comunicazione, altri stanno per estinguersi come Beni Culturali, soprattutto rischia di non avere più slancio quel recupero sociale che era partito dal centro storico nel quale gli studenti erano tornati a far sentire le loro voci e ad animare locali e palazzi. Taranto oggi si trova alle prese con una crisi ambientale, alla quale se ne sono aggiunte almeno altre due: quella economica e quella socio-culturale. La chiusura di un corso universitario, di un istituto musicale significa tutto questo e significa anche il ritorno della gioventù a salire su un treno per Bari o per chissà dove, in ogni caso ad abbandonare il proprio territorio.

Sembrerebbe una storia già vista per questa città: un’opportunità di riscatto purtroppo crollata proprio nel momento in cui i suoi giovani, gli studenti avrebbero avuto maggior bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto a quei metal/mezzadri di cui parlava Tobagi.

Dinanzi a tutto ciò c’è tuttavia un’altra realtà che andrebbe considerata: il MaRTA. E’ il secondo luogo della cultura in Puglia per visitatori, dopo Castel del Monte, è un Museo Nazionale e costituisce un centro di studio e di cultura, per la sua natura istituzionale, ma anche per la sua storia e per la storia che vi è contenuta ed esposta.

Con la nomina dei nuovi direttori il MaRTA ha assunto la prospettiva di centro propulsore della cultura nella città e, credo, che negli intenti ci sia non soltanto quello di movimentare le esposizioni e di creare eventi, ma probabilmente anche la volontà per un maggiore impegno sotto il profilo socio-culturale. In questo senso la mia proposta è quella di farne un centro di studio, di formazione, di comunicazione non solo per l’archeologia ed i beni culturali, ma per la città, per i suoi rapporti con il territorio ed il paesaggio.

A Taranto attualmente il MaRTA costituisce una delle realtà sulle quali più si vuole investire ed allora cosa ci sarebbe di male se un Museo potesse diventare scuola, università, centro di cultura? Credo che non sia questa soltanto una prospettiva, ma una sensata proposta con la quale sopperire all’emorragia di cultura, di studenti, di ambiente sociale che sta dissanguando una città che pur se fra le sue contraddizioni, negligenze, interessi particolari conserva un patrimonio vivo, che ancora oggi, come ieri e come sempre reclama un ruolo nella storia regionale e nazionale.