Rotte Murgiane


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Non è mai facile tradurre un’idea in qualcosa di concreto, tanto più quando i mezzi che hai a disposizione sono esigui, al limite del famigerato ‘costo zero’. Nonostante ciò il coraggio di moltissime persone coinvolte, interessate, pronte a metterci del loro per portare avanti in questi quattro anni l’idea di un sito come http://www.pugliaindifesa.org costituisce una di quelle medaglie delle quali tutti siamo orgogliosi.

Ne sono orgogliosi i fondatori e responsabili, ma anche i collaboratori, coloro che in molte occasioni hanno cercato e trovato una voce, uno spazio nel quale riportare le proprie riflessioni, conoscenze, segnalazioni.

Sin da principio Puglia In-Difesa ha cercato una linea che si ponesse nel mezzo tra la denuncia giornalistica e lo studio specialistico nel campo della tutela del patrimonio e salvaguardia dei beni culturali. Una scelta che ha significato anche cercare un linguaggio ed una comunicazione in grado di distinguersi, ma anche di connotarsi in modo originale oltre che suscitare interesse.

Durante tutti questi anni il sito è diventato un luogo familiare per molti, per tutti coloro che non proponevano soltanto denunce, ma anche informazioni, notizie, approfondimenti. Una banca dati che non disdegnava approfondimenti e rigori scientifici eludendo approcci superficiali così come ridondanti ricerche scientifiche e specialistiche.

Nonostante i buoni risultati riscontrati sul web, l’interesse di molti lettori interessati alle proposte del sito, Puglia In-Difesa ha sempre cercato di migliorarsi e di cercare nuove risorse per proporre ulteriori fonti di informazioni. Vanno intese in questo senso le inchieste giornalistiche http://www.pugliaindifesa.org/repubblica.html oppure i servizi televisivi https://www.youtube.com/watch?v=zrOtk11KkHk  ma anche le iniziative, gli incontri, il coinvolgimento di un numero sempre crescente di autori che hanno arricchito il sito di tanti articoli e contributi.

Ora con l’uscita di ‘Rotte Murgiane’, il primo volume cartaceo di Puglia In-Difesa, l’offerta di questa iniziativa si arricchisce di un altro, importante, progetto: quello di tradursi dal mondo digitale a quello concreto e cartaceo, che si sostanzia su uno scaffale di una libreria e trova anche il proprio spazio in una biblioteca.

Il libro ed i contributi degli autori non perdono il carattere comunicativo adottato nel sito: saggi rigorosi, ma tradotti in un linguaggio semplice ed immediato. Piccole inchieste che non vogliono cavalcare l’onda della notizia giornalistica, ma fornire indicazioni di storia e di cultura per circostanziare e definire i motivi propri della tutela e della salvaguardia di monumenti e paesaggi.

‘Rotte Murgiane’ sono itinerari inusuali, spesso all’ombra di mete turistiche di grande richiamo; sono percorsi accidentati attraverso centri abitati, territori, tradizioni e cattive pratiche di tutela.

Itinerari e percorsi proposti per conoscere, ma anche per riflettere su alcuni aspetti architettonici, storici e artistici, sociali che connotano in modo radicale il territorio della Murgia.

Questo l’indice del volume:

Michele D’Elia, La chiesa rupestre del Peccato Originale. Cronaca di un restauro
Dino Borri, Risorse, futuri e strategie di ambiente paesaggio in alta Murgia

Franco dell’Aquila, Andria rupestre 
Rosalinda Romanelli, Alcune note sulla decorazionepittorica della chiesa rupestre di Santa Croce ad Andria. Il culto della Passione
Luisa Derosa, Immagini ‘antiche’ e ‘culti moderni’: il caso della Madonna dei Miracoli di Andria

Pasquale Cordasco, 38 miglia da Castel del Monte 

Maurizio Triggiani, Nelle pieghe della storia: il sito delle Grottelline di Spinazzola 
Vito Ricci, La chiesa di San Vito di Corato e i rapporti con gli ordini religioso-militari. Ipotesi e certezze storiche 
Giulia Perrino, Gli affreschi medievali della chiesa matrice di Santa Maria Assunta a Binetto
Sergio Chiaffarata, La Murgia sconosciuta. Dalla prima guerra mondiale alla guerra fredda

Grazie all’impegno della Casa Editrice Edipuglia il volume è inserito nella collana ‘Le vie Maestre’ ed ha un costo di 12 euro.

 

S. Maria della Giustizia vs Tempa Rossa


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Può un insediamento di monaci opporsi all’ineluttabile destino di un’area a forte impatto industriale?

Per di più a Taranto? All’ombra dell’area dell’Ilva?

Al momento non conosciamo la risposta a questa domanda, ma conosciamo la storia, quella con la S maiuscola che ne sta alle spalle.

Al momento di ‘affrontare’ il percorso di un insegnamento universitario a Taranto che aveva come argomento ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’  un bravo docente a contratto  dovrebbe sempre informarsi su tutto il contesto storico e culturale che questa città, emblematica per certi versi, riesce ad offrire. Benchè le vicende del passato classico, magno greco e romano, meritano un posto in grandissima evidenza nelle riflessioni di tutela e conservazione soprattutto al riguardo delle vicende che hanno portato alla realizzazione (?) del Museo Archeologico di Taranto, non meno significative e affascinanti rimangono le vicende legate al medioevo.

Le chiese medievali di Taranto durante il medioevo erano perlopiù ubicate nell’area della più antica Acropoli e coronavano un percorso religioso e liturgico che accompagnava la Cattedrale dedicata a S. Cataldo. Sette chiese come S. Pietro Imperiale, S. Bartolomeo, S. Marco, S. Benedetto, SS. Filippo e Nicola, SS. Quaranta Martiri, S. Giorgio, oltre alla stessa chiesa cattedrale costituivano un patrimonio del quale oggi non sopravvivono che sporadiche testimonianze, infatti molte di queste chiese sono state sostanzialmente trasformate nei secoli successivi, altre addirittura sono andate perdute, come S. Pietro Imperiale le cui vestigia dovrebbero conservarsi nel luogo dove oggi sorge la chiesa di S. Domenico. Taranto nel Medioevo dialogava fra il suo passato ancora importante e le nuove esigenze di quei secoli, la chiesa di Roma per esempio con la sua tradizione petrina alla quale questa città offre ben tre chiese (S. Pietro Imperiale, S. Pietro all’Isola, S. Pietro sul Mar Piccolo), con l’oriente degli Armeni con la chiesa di S. Giorgio, ma anche con l’oltreadriatico con la chiesa dei SS. Quaranta Martiri. Sono aspetti più volte messi in evidenza da studiosi e storici come Vera von Falkenhausen, Cosimo Damiano Fonseca, Cosimo D’Angela. Taranto era luogo di scambio, meta di cammino e di imbarco, ma Taranto era anche città che ‘dialogava’ con il proprio territorio. E lo facevano soprattutto gli ordini monastici che finivano per stabilirsi oltre il circuito murario cittadino in un’area ricca di pascoli, fonti sorgive, e non distante dal mare. Tre importanti insediamenti furono: S. Maria a Mare, poi S. Maria della Giustizia, sul fiume Taro, S. Maria del Galeso, attualmente nel rione Tamburi sul fiume Galeso, S. Vito del Pizzo la cui edificazione dovrebbe risalire intorno al 1117 e chiudeva a sud-est il Golfo del Mar Grande.

Tutte queste fondazioni sono databili al medioevo: S. Maria della Giustizia fu edificata per volontà di Costanza d’Altavilla nel 1119, un po’ più tardi nella seconda metà di quel secolo la chiesa di S. Maria del Galeso, mentre del 1117 S. Vito del Pizzo.

I monaci, si sa, erano attenti allo sviluppo ed alla produzione del territorio e quell’area che incornicia il Golfo di Taranto era estremamente proficua sotto questo punto di vista, pascoli, pesca e commercio grazie al porto. Ma era anche bella, estremamente suggestiva tanto che Orazio, Properzio, Virgilio cantarono delle acque del Galeso e di quello splendido territorio sul quale scorreva, poco più di 900 mt. ricchi di poesia e di bellezza. Insomma un luogo ricco di letteratura che seguirà ai classici con le citazioni più moderne Niccolò d’Aquino e poi di Giovanni Pascoli.

E così giusto per ricordare quella zona cosa fosse ancora qualche secolo fa e che ora è semplicemente Tamburi, il quartiere avvelenato dall’Ilva, il paesaggio stravolto, violentato dal fumo di quelle ciminiere.

DSCN9659E questo sarebbe già materiale più che sufficiente per tracciare un itinerario alla volta del paesaggio deturpato e sacrificato in ragione (?) dello sviluppo industriale ed economico di una città come Taranto. Ma sarebbe un itinerario ahinoi già tante volte percorso che finirebbe per ripercorrere le vicende della città all’ombra del colosso siderurgico che ne ha cambiato, ineluttabilmente il volto e la storia, e che sembra avere un unico responsabile, l’Ilva. Sarebbe già abbastanza si è detto, ma non è tutto.

Se l’area del Galeso sulla quale insiste un piccolo gioiello dell’architettura monastica e poi trecentesca testimone di più di una intricata vicenda storica della città angioina e durazzesca, sembra essere ormai inghiottita in un mare di rifiuti speciali e lo stesso ‘ombroso Galeso’ è ormai ridotto ad un rigagnolo perlopiù malsano, non se la passa meglio un’altra area poco distante ubicata sul Mar Grande ad ovest della città nei pressi del fiume Tara.

Parliamo dell’area dove insistono le raffinerie Eni a ridosso dell’area industriale dell’ Ilva e  del porto commerciale. Un’area ovviamente ricca di storia e di tracce del passato, ma anche questa sacrificata a quello sviluppo industriale della città che, è bene ricordarlo, non è soltanto l’Ilva.

Un merito particolare per le indagini rivolte a questa ‘altra faccia’ della Taranto industriale lo si deve al giornalista Gianmario Leone che scrive per il quotidiano ‘Tarantooggi’ e per ‘Il Manifesto’. Non è uno storico, ma un giornalista che da un paio di anni sta seguendo una intricata vicenda dal nome di ‘Tempa Rossa’ che coinvolge Taranto e la Basilicata, l’Eni ed il metano, lo sviluppo energetico di parte della Puglia e della Basilicata a danno di un sempre più vituperato patrimonio paesaggistico e ambientale.

Tempa Rossa è il nome di un vasto giacimento di gas e idrocarburi individuato sin dal 1989 nel territorio Lucano, precisamente nell’alta vale del fiume Sauro in località di Corleto Perticara e Gorgoglione in provincia di Potenza. Un’area di grande valore paesaggistico tanto per cambiare e con un consistente repertorio di interessi archeologici e storici. Ma si sa che dinanzi alle fonti di energia non ci sono scuse che possano opporsi. E così se la Basilicata già detiene un consistente record per il  contributo di energia petrolifera  con la piena attuazione del progetto ‘Tempa Rossa’ i ricavi energetici assumeranno cifre ragguardevoli individuate in 50.000 barili di petrolio, 250.000mdi gas naturale, oltre 260 tonnellate di GPL, 60 tonnellate di zolfo. Quanto basta per far inserire questo progetto da Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti del mondo per cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva.

Una volta realizzato il progetto tutto il materiale energetico sarò raccolto nella raffineria Eni di Val d’Agri e porta con un metanodotto lungo oltre 130 Km sino alla raffineria Eni di Taranto, dove poi verrà raccolto e imbarcato. Naturalmente per realizzare tutto questo è stato contestualmente varato nel 2011, più o meno, un progetto tutto tarantino che prevedeva il raddoppiamento dell’area e delle strutture di raffineria dell’Eni. Un progetto che ha avuto ‘via libera’ da tutte le istituzioni, dalla Regione Puglia come dal Ministero dell’Ambiente con  decreti e le indagini di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) consueti per poter procedere. Di tutto questo esistono anche on-line preziose informazioni a livello giornalistico e di inchiesta.

Ma qui ciò che ci interessa è inserire un bene storico e architettonico in questo, disastroso, quadro ambientale e paesaggistico: S. Maria della Giustizia.

S. Maria della Giustizia, già indicata come S. Maria del Mare, costituisce una delle testimonianze più antiche e importanti del monachesimo medievale a Taranto. Venne fondata nel X secolo secondo quanto riportato nei documenti e ripreso nel Monasticon, curato da Houben-Lunardi-Spinelli. La chiesa sopravvissuta costituisce una piccola, preziosa testimonianza dell’edilizia medievale tardo-duecentesca, che ben si allinea con le altre testimonianze presenti sul territorio, dalla vicina S. Maria del Galeso, sino al S. Pietro sul Mar Piccolo, lungo una direzione artistica e culturale spiccatamente Jonica e salentina che trova le sue più alte espressioni nel S. Domenico di Castellaneta e poi nella Madonna della Lizza ad Alezio. In seguito venne fondato un monastero sul finire del ‘400 che venne affidato ai monaci Olivetani che qui si trasferirono provenendo da S. Maria del Porto che ne divenne una grancia di S. Maria della Giustizia.

Una lunga storia di questo complesso che rimase la sede di ordini monastici e religiosi sino al provvedimento di soppressione dei monasteri varato da Giuseppe Bonaparte nel 1808.

Poi seguì un periodo di parziale abbandono e decadimento che non fu così disastroso come quello che avvenne all’indomani dello sviluppo industriale tarantino a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. Nel 1967 la chiesa, il monastero e l’intera area di pertinenza di S. Maria della Giustizia furono inglobati nelle terre dell’Eni che qui realizzò i propri serbatoi per raffinare idrocarburi contribuendo non poco allo sviluppo industriale del polo Tarantino, ma anche all’inquinamento ambientale. Una forma di emissione di gas che non permettevano di sostare in quell’area per oltre 60 minuti senza le dovute precauzioni. Questo però lo hanno detto 60 anni dopo. Quando nel 2009 la stessa Eni presentò un progetto di ampliamento per una nuova centrale Enipower per rendere operativo il famoso progetto ‘Tempa Rossa’.

Come spesso avviene in questi casi il corrispettivo, una sorta di ricatto compensativo che gli organi amministrativi e statali spesso disarmati o peggio ancora complici fanno nei confronti dei grandi colossi industriali, c’era la risistemazione del sito di S. Maria della Giustizia.

Nelle more di quel progetto, e questa è la parte se volete più divertente,  nella corrispondenza fra Enti e Soprintendenza, si leggeva che oltre ai lavori di manutenzione e restauro di alcune parti del complesso monumentale, sarebbe stata realizzata anche un’area a verde adatta ad isolare il monastero dalla vista delle grandi cisterne della raffineria, e quindi restituire l’intera area ad un decoroso aspetto estetico. Ed infatti nei disegni di quel progetto compaiono le aree destinate a verde con alberi in grado di schermare la vista da quegli  ingombranti mostri della Raffineria.

Ma è sul campo dell’impatto e dell’inquinamento ambientale che si è giocata negli ultimi anni la partita su Taranto. Una partita condotta non sempre in modo corretto a prescindere dai protagonisti, che fossero esponenti di grandi industrie, o esponenti politici regionali e nazionali. Del resto tutta la vicenda dell’Ilva insegna al riguardo, così come i dati, spesso contraddittori e quasi sempre non ufficiali che confermano l’alto grado di inquinamento di quel territorio e i disastrosi indici di mortalità in seguito a malattie derivate dall’inquinamento.

Questo fa parte di una politica di sviluppo  territoriale sostanzialmente miope che non riguarda soltanto la città di Taranto, ma un po’ tutta la nazione, e che vede i cosiddetti ‘beni culturali’ come uno specchio adatto ad un selfie per le campagne elettorali, oppure come un dazio da corrispondere alla società dei cittadini per ottemperare poi agli interessi delle industrie. Che poi si tratta di interessi enormi degni di percentuali del P.I.L.

Fatto sta che già nel 2011 a S. Maria della Giustizia si pensò bene di recuperare e valorizzare ‘il bello’ della città con un concerto jazz, naturalmente sponsorizzato dall’Eni.

Doveva essere un primo passo per il recupero del complesso monumentale. Ciò che appare subito piuttosto interlocutorio nella fitta corrispondenza tra Soprintendenza, gruppo Eni e ministero ambientale, è che gli interventi per S. Maria della Giustizia siano davvero una contropartita, quasi un dazio poco originale, per consentire il via libera a ‘Tempa Rossa’ con l’unica notazione di rendere l’aria in quella zona più respirabile e meno maleodorante. Volutamente sorvolo dalle reali citazioni riprese dal giornalista Gianmario Leone perché ciò che preme qui è vedere come si agisca su un bene monumentale portando agli estremi i compromessi che pure ogni giorno le Soprintendenze stringono e cercano di salvaguardare con….tutto quello che minaccia la cultura, l’ambiente ed anche la salute.

Uno scambio insomma che non si sa fino a che punto sia morale tra il bene storico, la sua sopravvivenza tutelata in qualche modo, e tutto quello che gli sta intorno.

DSCN9664Ed in quella zona di Taranto ciò che circonda S. Maria della Giustizia, parla ormai un’altra lingua, fatta non più con le parole di un territorio fertile per i pascoli e direttamente collegato al mare, ma di una striscia di terra sostanzialmente inquinata, un’aria forse pericolosa, un mare che significa scalo industriale. Insomma una de contestualizzazione che in questi casi significa anche un territorio difficile da recuperare anche soltanto per renderlo salubre. Ed in questo non rientra soltanto S. Maria della Giustizia, ma anche S. Chiara alle Petrose (sempre in quella zona), S. Maria del Galeso, a Tamburi per non parlare di Statte. Insomma una grossa fetta del patrimonio rupestre e monumentale tarantino di età medievale.

Questo è quello che sarà o forse sarebbe stato perché si sa che a cavallo fra il 2013 ed il 2014 sono cambiate anche molte cose a cominciare dalla situazione dell’Ilva dalla quale sembra non se ne esca se non con le ossa rotte da parte del Ministero dell’Ambiente, della Regione Puglia, della città di Taranto e soprattutto dei suoi cittadini… e dei monumenti aggiungerei.

Ma come sempre dinanzi ad un disastro sembra esserci una compensazione. Nel marzo del 2014 un decreto ministeriale autorizza interventi per un valore complessivo di  135 milioni di euro destinati alle regioni Campania, Puglia, Calabria e Basilicata definite ‘regioni  dell’Obiettivo convergenza’.

Naturalmente di questi milioni ben 5 vengono destinati a Taranto, anzi a S. Maria della Giustizia, anzi ‘alla valorizzazione del complesso archeologico (e) di Santa Maria della Giustizia’.

Lasciamo ogni considerazione a parte e ora stiamo a guardare ciò che accade quali sono i progetti di restauro e di recupero, quanti alberi intendono piantarci dinanzi al complesso per preservarne la vista dinanzi ai serbatoi della raffineria, di come i tappeti di verde possano salvaguardare l’aria che si respira da quelle parti.

Ma se a questo punto vi fate anche un giro alla ricerca di S. Maria della Giustizia, che non è poi difficile da trovare, potreste notare non soltanto gli sfregi perpetrati ad un territorio che doveva essere incantevole, ma anche quanta archeologia industriale giaccia pressocchè abbandonata. Una sorta di ulteriore abbandono, di ulteriore cancellazione della storia anche di quella sociale di questa città. Ora della fine che faranno quei 5 milioni di euro personalmente da titolare di quel famoso corso (a contratto) sulla ‘Conservazione e tutela dei Beni Culturali del Territorio’ avrei dato una tesi di laurea, l’ho anche proposto a lezione, ma a Taranto, anche gli studenti, anche quelli che vengono a lezione ogni giorno, sembra che abbiano sulle loro facce problemi ben più faticosi da affrontare per darsi un futuro migliore, e quel futuro migliore sembra non passare, per il momento dal recupero e dalla storia di un recupero come quello di S. Maria della Giustizia.

Sitografia:

http://argomenti.ilsole24ore.com/tempa-rossa.html

http://www.manifattureknos.org/knos/media/download/premiofrascaro/gianmarioleone.pdf

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cd53c1-7b8e-4042-ba4c-b456911cf2c3.html#p=0