Per una storia liquida


Se esiste una società liquida che traduce quanto teorizzato dal sociologo Zygmunt Bauman dove ‘l’esperienza individuale e le relazioni sociali (sono) segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente in modo vacillante e incerto, fluido e volatile’ e dove si sviluppa una sorta di paura dei cambiamenti sociali e tecnologici,  non vedo perchè non dovrebbe esistere una storia ed un’arte liquida o per meglio dire una ricerca liquida della storia e dell’arte.

Mi spiego meglio: fino a qualche decina di anni fa, la ricerca storica era perlopiù divisa tra la comunicazione mediatica che avveniva in programmi -nicchia (vedi Piero e Alberto Angela e qualche documentario prodotto dalla Rai o da qualche pionieristico canale radio televisivo) mentre dall’altro esisteva il mondo scientifico che veicolava conoscenze e ricerche in un ambito prevalentemente chiuso tra aule di Università, luoghi deputati, convegni scientifici e articoli spesso ad uso quasi esclusivo di specialisti. Questo è durato fin quando non si sono affacciati alla ribalta due fenomeni: internet e la condivisione delle conoscenze, che ha offerto la possibilità di cambiare enormemente le forme della comunicazione.

E’ inutile negare che almeno da una ventina di anni, con l’aumento considerevole dell’offerta di documentari sui canali satellitari e poi digitali, si sia verificato un estremo stravolgimento della comunicazione di materie come la storia ed anche l’arte. A questo fanno da corollario le possibilità di indagine offerte dai nuovi strumenti tecnologici. Ricostruzioni, riprese ad alta definizione, uso di droni accompagnati da una crescita esponenziale di programmi destinati ad un pubblico sempre più diversificato,  hanno profondamente modificato il modo di percepire , oltre che di raccontare, la storia e la stessa arte. Siamo giunti ad elaborare teorie legate allo story telling ed alla sua efficacia nella divulgazione, ma anche nella didattica di molte materie e discipline. La rete ed internet hanno poi fatto il resto.

In questo senso sono importanti le riflessioni di Antonio Brusa, negli studi offerti a Raffaele Licinio, di recentissima pubblicazione, raccolte nel saggio dal titolo ‘Internet e la rete degli stereotipi sul Medioevo‘.

L’aumento esponenziale dell’informazione, della cultura condivisa e non sempre verificata, ha prodotto un approccio ‘liquido’ alla storia ed all’arte. La conoscenza, la ricerca si decompone e si ricompone in un processo che rischia di sfuggire di mano alla maggior parte di coloro che si approcciano alla conoscenza senza avere alle spalle una consolidata esperienza scientifica e si ricompone in un frullato nel quale informazioni, stereotipi, bufale e racconti si mescolano senza un ordine apparente, generando da un lato confusione e dall’altro una sorta di paura, terrore direi, da parte di alcuni se non di molti.

Ora, è inutile negarlo, Castel del Monte è un caso emblematico in questo senso.

Dalle interpretazioni astrologiche, a quelle simboliche, a quelle sulla sua funzione, il castello in tutti questi anni è diventato un riferimento costante in libri, trasmissioni, interpretazioni sempre in bilico tra lo stereotipo, la bufala e la grande scoperta. Per questo cercherò di essere banale, di non annunciare scoperte e spiegazioni illuminanti, ma non mi sottrarrò ai processi di decomposizione e ricomposizione propri di un approccio liquido alla storia, anzi nel mio caso alla storia dell’arte al tempo di Federico II.

Dall’immagine del Castello riprodotta sulla moneta da 1 cent. alla costituzione di iniziative, associazioni, rievocazioni, progetti che riportano il nome di Federico si ha l’impressione che un elemento spesso inteso come legante e identificativo di una regione meridionale estesa, abbia rischiato di diventare un feticcio, oltre che uno stereotipo.

cat 2Tutto questo è abbastanza noto e discusso, molto spesso frutto di scelte, anche mirate, o facilmente associate ad eventi di altra natura. Non sto qui a ricordare come nel 1994 venne celebrato l’ottavo centenario della nascita di Federico II con almeno tre mostre a lui dedicate e quello fu un anno assai particolare che coincideva con una nuova e importante stagione politica italiana caratterizzata dalla figura politica di Berlusconi, ma soprattutto dalla definitiva affermazione di una nuova forma di comunicazione politica e sociale filtrata attraverso la televisione. Ci si è sempre chiesti se il titolo della mostra barese ‘Federico II: immagine e potere’ e di quella romana ‘Federico II e l’Italia’ non fossero stati in qualche modo ispirati da tutto quello che stava accadendo o che stava per accadere di lì a poco.

Se lo stereotipo significa nella linguistica un’espressione fissata in una determinata forma e ripetuta meccanicamente e quasi banalizzata, quindi un luogo comune (da Treccani), applicandolo alle espressioni d’arte e di storia lo stereotipo potrebbe anche essere inteso come un ‘modello convenzionale’. Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi.

Non sarebbe da escludere che lo stesso imperatore abbia utilizzato modelli convenzionali, ossia costanti e riprodotti costantemente, tesi perlopiù a presentare un’immagine simbolica della propria potenza. In questo senso un parametro di riferimento non poteva essere che il mondo classico e l’effige dell’imperatore romano così come appare nella moneta Augustale. Ma Federico II non sembra tuttavia voler dimenticare la dimensione offerta dal proprio contesto storico e culturale. Il sovrano che si diletta nella caccia, il mecenate che favorisce una cultura cortese e che si cimenta lui stesso nella scrittura. E’ evidente che l’ambiente e la corte di Federico II sia stata qualcosa che abbia travalicato l’idea di un circolo chiuso limitato a differenti espressioni culturali, come la sola Scuola Siciliana per esempio, ma abbia amore_1costituito qualcosa di più ‘fluido’ in grado di legare discipline, artisti, luoghi e naturalmente messaggi sempre più complessi.

Di tale complessità che naturalmente non poteva soltanto limitarsi agli aspetti artistici e culturali, ma si allineava alle esigenze politiche ed alle disponibilità finanziarie, spesso riusciamo a coglierne soltanto alcuni aspetti specifici, separati gli uni dagli altri e non siamo ancora in grado di tracciarne una visione di insieme.

Al contrario, molto spesso le visioni d’insieme distraggono dall’analisi di aspetti specifici ed importanti. Come per esempio quello legato alle ‘forme’ dell’architettura e nel nostro caso specifico sulla forma di Castel del Monte. E’ superfluo in questa sede rimandare a tutte le dispute derivate dalla forma di questo castello e della continua e spesso estenuante ricerca di dare significato a questa forma.

La forma, tuttavia, è un risultato empirico di soluzioni architettoniche e costruttive particolari che maturano nel ‘200 non soltanto nella corte di Federico II, ma in un ambito più esteso che coinvolge magistri, tagliatori di pietre, che segnarono il volto di un territorio e che attingevano da un più vasto panorama mediterraneo ed europeo: insomma quello che si chiamava il maturo Romanico e che, al tempo della costruzione di Castel del Monte annunciava già il Gotico.

Questo in generale, nel particolare vanno invece annotati alcuni aspetti, ad esempio la soluzione per le coperture delle sale trapezoidali del castello, a loro volta frutto di una divisione degli spazi cellulari determinati dal progetto finale. Realizzare una volta in pietra adattandola ad un trapezio costituisce una importante sfida risolta con una soluzione abbastanza ardita: cioè quella di impostare una volta a crociera sul quadrato ricavato dalla disposizione dei pilastri addossati alla parete, al centro, e poi realizzare una volta a botte irregolare direi, per gli spazi rimanenti del trapezio. Una soluzione che, lo voglio ricordare, non è soltanto geometrica, ma soprattutto costruttiva, realizzata con le pietre e per questo di natura non assolutamente regolare, così come non è assolutamente regolare tutto l’impianto del castello così come è stato dimostrato dai rilievi effettuati anni fa dai tedeschi dell’Università di Heidelberg e di Kalrsruhe.

1nCredo sia scontato notare come tali aspetti, che pure negli studi scientifici hanno avuto importanti conseguenze, siano stati spesso fagocitati dall’immagine simbolica del castello. Una forma di banalizzazione? In molti casi sicuramente anche se dobbiamo a tale riguardo ricordare U.Eco che nel ‘Nome della Rosa’ immagina la biblioteca del monastero così vicina alla forma del castello (benchè diversa) innescando così un processo i cui sviluppi tutti conosciamo.

Castel del Monte è indubbiamente il risultato di un processo di conoscenze costruttive e architettoniche maturate, come si suol dire, alla corte di Federico II. Più volte sono state proposte relazioni significative con il Palatium di Lucera, ma anche con il Palazzo o castello di Gravina (del quale si è occupato recentemente Massimiliano Ambruoso autore qualche anno fa del volume ‘Castel del Monte manuale storico di sopravvivenza‘ per l’editore Caratteri Mobili al quale rinvio).

planimetria_originaria_maniaceMa non solo, si sono cercate soluzioni e influenze anche con l’architettura orientale, Dorothee Sacks aveva proposto più di un confronto con le residenze Ommayadi e poi con i castelli siciliani come Castel Ursino e Castel Maniace a Siracusa. Sono cose studiate e conosciute da chiunque si sia occupato dell’architettura medievale e dei contesti storici e artistici che coinvolsero il Mezzogiorno d’Italia tra il XII ed il XIII secolo.

Quello che, tuttavia, conosciamo ancora molto poco è il cantiere: inteso come struttura fisica e culturale nel quale venivano scambiate conoscenze ed esperienze, dove si muovevano costruttori, lapicidi, scultori e tante altre figure, ahinoi spesso ignorate dalle fonti storiche. E’ noto che non si conosca il nome dell’architetto che abbia progettato Castel del Monte, alcuni parlerebbero del toscano Fuccio che Vasari aveva citato nelle Vite come un fedele di Federico II, probabilmente autore del castrum di Gravina. Una di quelle figure misteriose e probabilmente inventate come ha recentemente detto Cadei (M. Ambruoso negli studi offerti a R. Licinio).

Altri nomi di architetti dell’epoca sono i maestri d’oltralpe Pietro d’Angicourt e Giovanni di Toul che però operarono durante il periodo angioino e che poco ebbero a che fare con Castel del Monte. In questo elenco non dovrebbe mancare anche Filippo Chinardo di origini cipriote, uno degli architetti più interessanti nel periodo qui preso in considerazione.

testa_laureata2Si sa che gli elenchi creano suggestioni e spesso anche confusioni. Abbiamo poche idee rispetto al cantiere, se non per alcune miniature che servono soprattutto a darci una visione generale dei cantieri medievali. Eppure il cantiere di Castel del Monte è esistito e le sue tracce dovevano essere ancora ben visibili tra la fine dell’800 e gli inizi del secolo successivo. Quando B. Molajoli ebbe modo di recarsi al castello trovando quel frammento ormai famosissimo conservato nella Pinacoteca di Bari. Molajoli scrisse poi una Guida a Castel del Monte pubblicata nel 1940 interessante per quanto riuscì a vedere in un castello ancora non restaurato.

‘Alla fine dell’800 e ancora negli anni ’30 del nostro secolo la terra ammucchiata intorno allo zoccolo dell’edificio, i cumuli di detriti che ingombravano gli ambienti interni, restituivano in abbondanza ceramica, brani di intarsi, frammenti di colonnine e sculture’ (Calò Mariani). Prima di lui Haseloff aveva avuto modo di attraversare la collina che porta al castello e non è escluso che qui ci fossero tanti materiali, da quelli lavorati ma non posti in opera nel cantiere a quelli abbandonati anche nelle sale del castello.

Il rapporto tra il cantiere e i ritrovamenti sarebbe stato strettissimo, ma  temo che questo tipo di indagine sia stata non ancora del tutto affrontata, se non per alcuni aspetti.

barlettaAd esempio rimane importante la battuta di P. Claussen a proposito dell’Immagine dell’imperatore vera o presunta lui affermava ‘La colpa è da imputarsi agli archeologi classici (…) Ogni testa scolpita, che essi non desiderano tenere nei loro depositi viene girata agli storici dell’arte munita dell’etichetta Federico II’.

Effettivamente ci sono innumerevoli busti e testi attribuiti all’imperatore, dalla testa di Mainz, al busto di Barletta sino al cavaliere di Bamberga. Tutto questo ha rinvigorito soprattutto la ricerca della ‘vera’ immagine di Federico II, il ritratto, comportando così dei problemi legati soprattutto al riconoscimento del volto e dell’aspetto o dall’altra parte dell’immagine simbolica del suo ruolo.

Questa traccia di ricerca evidentemente intrigante ha un po’ oscurato l’indagine sulle correnti stilistiche che hanno caratterizzato autori ed opere (certe) legate ai cantieri federiciani.

I nomi sono straconosciuti si va da Alfano da Termoli a Pellegrino da Salerno, da Petrus de Apulia (forse il padre di Nicola) a Nicola di Bartolomeo (attivo a Ravello), ai pugliesi Bartolomeo da Foggia a Nicolaus (Bitonto lastra) e Gualtiero (Bitonto ciborio) sino a Nicola de Apulia da identificare con Nicola Pisano.

Questi nomi che riemergono dai documenti, dalle analisi e dagli studi scientifici traducono un ambiente, legato in questo caso alla scultura, di grandissima vivacità che gravitava intorno alla figura o alla corte, se preferite di Federico II. Un fermento culturale complesso che la studiosa tedesca A. Middeldorf Kosegarten aveva sintetizzato come ‘arte franca’ intesa come un linguaggio che riuniva influenze classiche, orientali e caratteri occidentali a cavallo fra il Romanico ed il Gotico.

18601617_1739235706093333_518247174_nDifficile riuscire a farsi largo in tale complicatissima selva di suggestioni, anche se a guardare alcuni elementi ornamentali presenti proprio a Castel del Monte non si può negare come alcuni capitelli a crochet, alcune chiavi di volta, alcune mensole presenti nelle torri rimandino ad un linguaggio intriso di influenze derivate dalle suggestioni del Gotico presente nei cantieri dei monaci cistercensi, dove il mostruoso, il gargoyle, lo sberleffo faceva capolino tra le righe dell’austera lezione di Bernardo da Chiaravalle.

Quei volti che emergono da Castel del Monte e soprattutto da pisano 2Lagopesole parlano un linguaggio ancora più complesso: quello che dall’ultima stagione del romanico traghetta l’arte e la tradizione verso il Gotico. Ed in questo interprete eccezionale è proprio Nicola Pisano con le sue teste mensole del Duomo di Siena con la sua bottega.

Se tutto questo prendesse origine dal cantiere di Castel del Monte non possiamo dirlo con certezza, ci mancano i documenti, ma altresì possiamo affermare come Castel del Monte sia stato un crocevia fortemente innervato da quella cultura del maturo ‘200 che poi avrebbe segnato il passo all’arte successiva. Non abbiamo certezza nemmeno su quanto fosse maturato e di quanto fosse stata promotrice l’arte della corte di Federico II, certo giocò un ruolo di primo piano così come la Scuola Siciliana lo giocò in letteratura prima dell’affermarsi della tradizione toscana. Sono due percorsi, questi che andrebbero visti parallelamente con l’ambizione di tracciarne anche ulteriori relazioni.

Sono suggerimenti per linee di ricerca soltanto in parte battute e poi spesso nascoste dal più fluido affermarsi di alcuni stereotipi.

Ma ancora una volta attenti a scagliarsi sugli stereotipi come prodotto dell’attuale visione della storia e dell’arte.

Abbiamo detto come lo stesso Federico adottasse modelli convenzionali ai suoi tempi e non possiamo tralasciare come l’idea di un medioevo fantastico e direi eclettico dominasse la scena degli inizi del ‘900, non soltanto negli studi, ma anche negli interventi di restauro e della comunicazione di quel periodo.

cdm 900 1Le immagini suggestive ed abbastanza inquietanti del castello alla fine dell’800 e durante i primi interventi di restauro sembrano contrastare con l’attuale aspetto levigato, cristallino delle sue pietre che oggi dominano la Murgia caratterizzando inequivocabilmente il territorio.

Ma voglio ricordarvi alcune ipotesi restitutive del castello presentate proprio in occasione dell’Esposizione Universale del 1911quando si pensò di collocare Castel del Monte su una collina interamente fortificata (una sorta di Ziqqurat) e lo si immaginò dotato all’interno di elementi architettonici ed ornamentali ormai scomparsi.1911

Credo che questi siano stati i primi passi verso quella tendenza alla traduzione simbolica e spesso immaginifica di Castel del Monte della quale conosciamo sin troppo bene gli sviluppi. E di quanto sia stato importante quel periodo di restauri e di restituzione di un romanico confezionato per l’occasione è testimonianza un convegno che si è svolto proprio in questi giorni a Roma (26-27 maggio 2017) dal titolo significativo ‘Il Medioevo ritrovato’ dove gli interventi di P. Belli D’Elia e di Luisa Derosa sulla Puglia trattano proprio di questi argomenti.

Tutto  sta a significare come di fatto ci si trovi dinanzi ad uno studio della storia e dell’arte perfettamente in linea con la nostra liquida società, ma tutto questo non è un’operazione della nostra epoca (per quanto i nostri strumenti tecnologici ne abbiano fornito un’accelerazione enorme) ma sono germi presenti da tantissimo tempo nell’uso e nell’interpretazione dell’arte. Segni che nulla hanno a che fare con il simbolico e l’immaginifico, ma che consentono di tracciare linee di ricerca ancora poco battute ma estremamente interessanti.

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Rotte Murgiane


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Non è mai facile tradurre un’idea in qualcosa di concreto, tanto più quando i mezzi che hai a disposizione sono esigui, al limite del famigerato ‘costo zero’. Nonostante ciò il coraggio di moltissime persone coinvolte, interessate, pronte a metterci del loro per portare avanti in questi quattro anni l’idea di un sito come http://www.pugliaindifesa.org costituisce una di quelle medaglie delle quali tutti siamo orgogliosi.

Ne sono orgogliosi i fondatori e responsabili, ma anche i collaboratori, coloro che in molte occasioni hanno cercato e trovato una voce, uno spazio nel quale riportare le proprie riflessioni, conoscenze, segnalazioni.

Sin da principio Puglia In-Difesa ha cercato una linea che si ponesse nel mezzo tra la denuncia giornalistica e lo studio specialistico nel campo della tutela del patrimonio e salvaguardia dei beni culturali. Una scelta che ha significato anche cercare un linguaggio ed una comunicazione in grado di distinguersi, ma anche di connotarsi in modo originale oltre che suscitare interesse.

Durante tutti questi anni il sito è diventato un luogo familiare per molti, per tutti coloro che non proponevano soltanto denunce, ma anche informazioni, notizie, approfondimenti. Una banca dati che non disdegnava approfondimenti e rigori scientifici eludendo approcci superficiali così come ridondanti ricerche scientifiche e specialistiche.

Nonostante i buoni risultati riscontrati sul web, l’interesse di molti lettori interessati alle proposte del sito, Puglia In-Difesa ha sempre cercato di migliorarsi e di cercare nuove risorse per proporre ulteriori fonti di informazioni. Vanno intese in questo senso le inchieste giornalistiche http://www.pugliaindifesa.org/repubblica.html oppure i servizi televisivi https://www.youtube.com/watch?v=zrOtk11KkHk  ma anche le iniziative, gli incontri, il coinvolgimento di un numero sempre crescente di autori che hanno arricchito il sito di tanti articoli e contributi.

Ora con l’uscita di ‘Rotte Murgiane’, il primo volume cartaceo di Puglia In-Difesa, l’offerta di questa iniziativa si arricchisce di un altro, importante, progetto: quello di tradursi dal mondo digitale a quello concreto e cartaceo, che si sostanzia su uno scaffale di una libreria e trova anche il proprio spazio in una biblioteca.

Il libro ed i contributi degli autori non perdono il carattere comunicativo adottato nel sito: saggi rigorosi, ma tradotti in un linguaggio semplice ed immediato. Piccole inchieste che non vogliono cavalcare l’onda della notizia giornalistica, ma fornire indicazioni di storia e di cultura per circostanziare e definire i motivi propri della tutela e della salvaguardia di monumenti e paesaggi.

‘Rotte Murgiane’ sono itinerari inusuali, spesso all’ombra di mete turistiche di grande richiamo; sono percorsi accidentati attraverso centri abitati, territori, tradizioni e cattive pratiche di tutela.

Itinerari e percorsi proposti per conoscere, ma anche per riflettere su alcuni aspetti architettonici, storici e artistici, sociali che connotano in modo radicale il territorio della Murgia.

Questo l’indice del volume:

Michele D’Elia, La chiesa rupestre del Peccato Originale. Cronaca di un restauro
Dino Borri, Risorse, futuri e strategie di ambiente paesaggio in alta Murgia

Franco dell’Aquila, Andria rupestre 
Rosalinda Romanelli, Alcune note sulla decorazionepittorica della chiesa rupestre di Santa Croce ad Andria. Il culto della Passione
Luisa Derosa, Immagini ‘antiche’ e ‘culti moderni’: il caso della Madonna dei Miracoli di Andria

Pasquale Cordasco, 38 miglia da Castel del Monte 

Maurizio Triggiani, Nelle pieghe della storia: il sito delle Grottelline di Spinazzola 
Vito Ricci, La chiesa di San Vito di Corato e i rapporti con gli ordini religioso-militari. Ipotesi e certezze storiche 
Giulia Perrino, Gli affreschi medievali della chiesa matrice di Santa Maria Assunta a Binetto
Sergio Chiaffarata, La Murgia sconosciuta. Dalla prima guerra mondiale alla guerra fredda

Grazie all’impegno della Casa Editrice Edipuglia il volume è inserito nella collana ‘Le vie Maestre’ ed ha un costo di 12 euro.

 

S. Maria della Giustizia vs Tempa Rossa


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Può un insediamento di monaci opporsi all’ineluttabile destino di un’area a forte impatto industriale?

Per di più a Taranto? All’ombra dell’area dell’Ilva?

Al momento non conosciamo la risposta a questa domanda, ma conosciamo la storia, quella con la S maiuscola che ne sta alle spalle.

Al momento di ‘affrontare’ il percorso di un insegnamento universitario a Taranto che aveva come argomento ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’  un bravo docente a contratto  dovrebbe sempre informarsi su tutto il contesto storico e culturale che questa città, emblematica per certi versi, riesce ad offrire. Benchè le vicende del passato classico, magno greco e romano, meritano un posto in grandissima evidenza nelle riflessioni di tutela e conservazione soprattutto al riguardo delle vicende che hanno portato alla realizzazione (?) del Museo Archeologico di Taranto, non meno significative e affascinanti rimangono le vicende legate al medioevo.

Le chiese medievali di Taranto durante il medioevo erano perlopiù ubicate nell’area della più antica Acropoli e coronavano un percorso religioso e liturgico che accompagnava la Cattedrale dedicata a S. Cataldo. Sette chiese come S. Pietro Imperiale, S. Bartolomeo, S. Marco, S. Benedetto, SS. Filippo e Nicola, SS. Quaranta Martiri, S. Giorgio, oltre alla stessa chiesa cattedrale costituivano un patrimonio del quale oggi non sopravvivono che sporadiche testimonianze, infatti molte di queste chiese sono state sostanzialmente trasformate nei secoli successivi, altre addirittura sono andate perdute, come S. Pietro Imperiale le cui vestigia dovrebbero conservarsi nel luogo dove oggi sorge la chiesa di S. Domenico. Taranto nel Medioevo dialogava fra il suo passato ancora importante e le nuove esigenze di quei secoli, la chiesa di Roma per esempio con la sua tradizione petrina alla quale questa città offre ben tre chiese (S. Pietro Imperiale, S. Pietro all’Isola, S. Pietro sul Mar Piccolo), con l’oriente degli Armeni con la chiesa di S. Giorgio, ma anche con l’oltreadriatico con la chiesa dei SS. Quaranta Martiri. Sono aspetti più volte messi in evidenza da studiosi e storici come Vera von Falkenhausen, Cosimo Damiano Fonseca, Cosimo D’Angela. Taranto era luogo di scambio, meta di cammino e di imbarco, ma Taranto era anche città che ‘dialogava’ con il proprio territorio. E lo facevano soprattutto gli ordini monastici che finivano per stabilirsi oltre il circuito murario cittadino in un’area ricca di pascoli, fonti sorgive, e non distante dal mare. Tre importanti insediamenti furono: S. Maria a Mare, poi S. Maria della Giustizia, sul fiume Taro, S. Maria del Galeso, attualmente nel rione Tamburi sul fiume Galeso, S. Vito del Pizzo la cui edificazione dovrebbe risalire intorno al 1117 e chiudeva a sud-est il Golfo del Mar Grande.

Tutte queste fondazioni sono databili al medioevo: S. Maria della Giustizia fu edificata per volontà di Costanza d’Altavilla nel 1119, un po’ più tardi nella seconda metà di quel secolo la chiesa di S. Maria del Galeso, mentre del 1117 S. Vito del Pizzo.

I monaci, si sa, erano attenti allo sviluppo ed alla produzione del territorio e quell’area che incornicia il Golfo di Taranto era estremamente proficua sotto questo punto di vista, pascoli, pesca e commercio grazie al porto. Ma era anche bella, estremamente suggestiva tanto che Orazio, Properzio, Virgilio cantarono delle acque del Galeso e di quello splendido territorio sul quale scorreva, poco più di 900 mt. ricchi di poesia e di bellezza. Insomma un luogo ricco di letteratura che seguirà ai classici con le citazioni più moderne Niccolò d’Aquino e poi di Giovanni Pascoli.

E così giusto per ricordare quella zona cosa fosse ancora qualche secolo fa e che ora è semplicemente Tamburi, il quartiere avvelenato dall’Ilva, il paesaggio stravolto, violentato dal fumo di quelle ciminiere.

DSCN9659E questo sarebbe già materiale più che sufficiente per tracciare un itinerario alla volta del paesaggio deturpato e sacrificato in ragione (?) dello sviluppo industriale ed economico di una città come Taranto. Ma sarebbe un itinerario ahinoi già tante volte percorso che finirebbe per ripercorrere le vicende della città all’ombra del colosso siderurgico che ne ha cambiato, ineluttabilmente il volto e la storia, e che sembra avere un unico responsabile, l’Ilva. Sarebbe già abbastanza si è detto, ma non è tutto.

Se l’area del Galeso sulla quale insiste un piccolo gioiello dell’architettura monastica e poi trecentesca testimone di più di una intricata vicenda storica della città angioina e durazzesca, sembra essere ormai inghiottita in un mare di rifiuti speciali e lo stesso ‘ombroso Galeso’ è ormai ridotto ad un rigagnolo perlopiù malsano, non se la passa meglio un’altra area poco distante ubicata sul Mar Grande ad ovest della città nei pressi del fiume Tara.

Parliamo dell’area dove insistono le raffinerie Eni a ridosso dell’area industriale dell’ Ilva e  del porto commerciale. Un’area ovviamente ricca di storia e di tracce del passato, ma anche questa sacrificata a quello sviluppo industriale della città che, è bene ricordarlo, non è soltanto l’Ilva.

Un merito particolare per le indagini rivolte a questa ‘altra faccia’ della Taranto industriale lo si deve al giornalista Gianmario Leone che scrive per il quotidiano ‘Tarantooggi’ e per ‘Il Manifesto’. Non è uno storico, ma un giornalista che da un paio di anni sta seguendo una intricata vicenda dal nome di ‘Tempa Rossa’ che coinvolge Taranto e la Basilicata, l’Eni ed il metano, lo sviluppo energetico di parte della Puglia e della Basilicata a danno di un sempre più vituperato patrimonio paesaggistico e ambientale.

Tempa Rossa è il nome di un vasto giacimento di gas e idrocarburi individuato sin dal 1989 nel territorio Lucano, precisamente nell’alta vale del fiume Sauro in località di Corleto Perticara e Gorgoglione in provincia di Potenza. Un’area di grande valore paesaggistico tanto per cambiare e con un consistente repertorio di interessi archeologici e storici. Ma si sa che dinanzi alle fonti di energia non ci sono scuse che possano opporsi. E così se la Basilicata già detiene un consistente record per il  contributo di energia petrolifera  con la piena attuazione del progetto ‘Tempa Rossa’ i ricavi energetici assumeranno cifre ragguardevoli individuate in 50.000 barili di petrolio, 250.000mdi gas naturale, oltre 260 tonnellate di GPL, 60 tonnellate di zolfo. Quanto basta per far inserire questo progetto da Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti del mondo per cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva.

Una volta realizzato il progetto tutto il materiale energetico sarò raccolto nella raffineria Eni di Val d’Agri e porta con un metanodotto lungo oltre 130 Km sino alla raffineria Eni di Taranto, dove poi verrà raccolto e imbarcato. Naturalmente per realizzare tutto questo è stato contestualmente varato nel 2011, più o meno, un progetto tutto tarantino che prevedeva il raddoppiamento dell’area e delle strutture di raffineria dell’Eni. Un progetto che ha avuto ‘via libera’ da tutte le istituzioni, dalla Regione Puglia come dal Ministero dell’Ambiente con  decreti e le indagini di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) consueti per poter procedere. Di tutto questo esistono anche on-line preziose informazioni a livello giornalistico e di inchiesta.

Ma qui ciò che ci interessa è inserire un bene storico e architettonico in questo, disastroso, quadro ambientale e paesaggistico: S. Maria della Giustizia.

S. Maria della Giustizia, già indicata come S. Maria del Mare, costituisce una delle testimonianze più antiche e importanti del monachesimo medievale a Taranto. Venne fondata nel X secolo secondo quanto riportato nei documenti e ripreso nel Monasticon, curato da Houben-Lunardi-Spinelli. La chiesa sopravvissuta costituisce una piccola, preziosa testimonianza dell’edilizia medievale tardo-duecentesca, che ben si allinea con le altre testimonianze presenti sul territorio, dalla vicina S. Maria del Galeso, sino al S. Pietro sul Mar Piccolo, lungo una direzione artistica e culturale spiccatamente Jonica e salentina che trova le sue più alte espressioni nel S. Domenico di Castellaneta e poi nella Madonna della Lizza ad Alezio. In seguito venne fondato un monastero sul finire del ‘400 che venne affidato ai monaci Olivetani che qui si trasferirono provenendo da S. Maria del Porto che ne divenne una grancia di S. Maria della Giustizia.

Una lunga storia di questo complesso che rimase la sede di ordini monastici e religiosi sino al provvedimento di soppressione dei monasteri varato da Giuseppe Bonaparte nel 1808.

Poi seguì un periodo di parziale abbandono e decadimento che non fu così disastroso come quello che avvenne all’indomani dello sviluppo industriale tarantino a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. Nel 1967 la chiesa, il monastero e l’intera area di pertinenza di S. Maria della Giustizia furono inglobati nelle terre dell’Eni che qui realizzò i propri serbatoi per raffinare idrocarburi contribuendo non poco allo sviluppo industriale del polo Tarantino, ma anche all’inquinamento ambientale. Una forma di emissione di gas che non permettevano di sostare in quell’area per oltre 60 minuti senza le dovute precauzioni. Questo però lo hanno detto 60 anni dopo. Quando nel 2009 la stessa Eni presentò un progetto di ampliamento per una nuova centrale Enipower per rendere operativo il famoso progetto ‘Tempa Rossa’.

Come spesso avviene in questi casi il corrispettivo, una sorta di ricatto compensativo che gli organi amministrativi e statali spesso disarmati o peggio ancora complici fanno nei confronti dei grandi colossi industriali, c’era la risistemazione del sito di S. Maria della Giustizia.

Nelle more di quel progetto, e questa è la parte se volete più divertente,  nella corrispondenza fra Enti e Soprintendenza, si leggeva che oltre ai lavori di manutenzione e restauro di alcune parti del complesso monumentale, sarebbe stata realizzata anche un’area a verde adatta ad isolare il monastero dalla vista delle grandi cisterne della raffineria, e quindi restituire l’intera area ad un decoroso aspetto estetico. Ed infatti nei disegni di quel progetto compaiono le aree destinate a verde con alberi in grado di schermare la vista da quegli  ingombranti mostri della Raffineria.

Ma è sul campo dell’impatto e dell’inquinamento ambientale che si è giocata negli ultimi anni la partita su Taranto. Una partita condotta non sempre in modo corretto a prescindere dai protagonisti, che fossero esponenti di grandi industrie, o esponenti politici regionali e nazionali. Del resto tutta la vicenda dell’Ilva insegna al riguardo, così come i dati, spesso contraddittori e quasi sempre non ufficiali che confermano l’alto grado di inquinamento di quel territorio e i disastrosi indici di mortalità in seguito a malattie derivate dall’inquinamento.

Questo fa parte di una politica di sviluppo  territoriale sostanzialmente miope che non riguarda soltanto la città di Taranto, ma un po’ tutta la nazione, e che vede i cosiddetti ‘beni culturali’ come uno specchio adatto ad un selfie per le campagne elettorali, oppure come un dazio da corrispondere alla società dei cittadini per ottemperare poi agli interessi delle industrie. Che poi si tratta di interessi enormi degni di percentuali del P.I.L.

Fatto sta che già nel 2011 a S. Maria della Giustizia si pensò bene di recuperare e valorizzare ‘il bello’ della città con un concerto jazz, naturalmente sponsorizzato dall’Eni.

Doveva essere un primo passo per il recupero del complesso monumentale. Ciò che appare subito piuttosto interlocutorio nella fitta corrispondenza tra Soprintendenza, gruppo Eni e ministero ambientale, è che gli interventi per S. Maria della Giustizia siano davvero una contropartita, quasi un dazio poco originale, per consentire il via libera a ‘Tempa Rossa’ con l’unica notazione di rendere l’aria in quella zona più respirabile e meno maleodorante. Volutamente sorvolo dalle reali citazioni riprese dal giornalista Gianmario Leone perché ciò che preme qui è vedere come si agisca su un bene monumentale portando agli estremi i compromessi che pure ogni giorno le Soprintendenze stringono e cercano di salvaguardare con….tutto quello che minaccia la cultura, l’ambiente ed anche la salute.

Uno scambio insomma che non si sa fino a che punto sia morale tra il bene storico, la sua sopravvivenza tutelata in qualche modo, e tutto quello che gli sta intorno.

DSCN9664Ed in quella zona di Taranto ciò che circonda S. Maria della Giustizia, parla ormai un’altra lingua, fatta non più con le parole di un territorio fertile per i pascoli e direttamente collegato al mare, ma di una striscia di terra sostanzialmente inquinata, un’aria forse pericolosa, un mare che significa scalo industriale. Insomma una de contestualizzazione che in questi casi significa anche un territorio difficile da recuperare anche soltanto per renderlo salubre. Ed in questo non rientra soltanto S. Maria della Giustizia, ma anche S. Chiara alle Petrose (sempre in quella zona), S. Maria del Galeso, a Tamburi per non parlare di Statte. Insomma una grossa fetta del patrimonio rupestre e monumentale tarantino di età medievale.

Questo è quello che sarà o forse sarebbe stato perché si sa che a cavallo fra il 2013 ed il 2014 sono cambiate anche molte cose a cominciare dalla situazione dell’Ilva dalla quale sembra non se ne esca se non con le ossa rotte da parte del Ministero dell’Ambiente, della Regione Puglia, della città di Taranto e soprattutto dei suoi cittadini… e dei monumenti aggiungerei.

Ma come sempre dinanzi ad un disastro sembra esserci una compensazione. Nel marzo del 2014 un decreto ministeriale autorizza interventi per un valore complessivo di  135 milioni di euro destinati alle regioni Campania, Puglia, Calabria e Basilicata definite ‘regioni  dell’Obiettivo convergenza’.

Naturalmente di questi milioni ben 5 vengono destinati a Taranto, anzi a S. Maria della Giustizia, anzi ‘alla valorizzazione del complesso archeologico (e) di Santa Maria della Giustizia’.

Lasciamo ogni considerazione a parte e ora stiamo a guardare ciò che accade quali sono i progetti di restauro e di recupero, quanti alberi intendono piantarci dinanzi al complesso per preservarne la vista dinanzi ai serbatoi della raffineria, di come i tappeti di verde possano salvaguardare l’aria che si respira da quelle parti.

Ma se a questo punto vi fate anche un giro alla ricerca di S. Maria della Giustizia, che non è poi difficile da trovare, potreste notare non soltanto gli sfregi perpetrati ad un territorio che doveva essere incantevole, ma anche quanta archeologia industriale giaccia pressocchè abbandonata. Una sorta di ulteriore abbandono, di ulteriore cancellazione della storia anche di quella sociale di questa città. Ora della fine che faranno quei 5 milioni di euro personalmente da titolare di quel famoso corso (a contratto) sulla ‘Conservazione e tutela dei Beni Culturali del Territorio’ avrei dato una tesi di laurea, l’ho anche proposto a lezione, ma a Taranto, anche gli studenti, anche quelli che vengono a lezione ogni giorno, sembra che abbiano sulle loro facce problemi ben più faticosi da affrontare per darsi un futuro migliore, e quel futuro migliore sembra non passare, per il momento dal recupero e dalla storia di un recupero come quello di S. Maria della Giustizia.

Sitografia:

http://argomenti.ilsole24ore.com/tempa-rossa.html

http://www.manifattureknos.org/knos/media/download/premiofrascaro/gianmarioleone.pdf

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cd53c1-7b8e-4042-ba4c-b456911cf2c3.html#p=0