Il coraggio dello storico dell’arte


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Tutto nasce dalla mia partecipazione al Concorsone per i Beni Culturali. Alla preselezione a quiz di fine luglio a Roma. I numeri dicevano  che dei duemila e passa iscritti, la maggior parte anche presenti ne sarebbero passati 200 per poi arrivare ai 40 che effettivamente vinceranno il concorso e saranno immessi negli Uffici del Ministero e delle Soprintendenze.

Ancora… i numeri del concorsone dicono che dei 500 funzionari selezionati per il MiBACT tra architetti, archeologi, restauratori, comunicatori, bibliotecari… agli storici dell’arte è stata riservata una percentuale sostanzialmente bassa di posti messi a disposizione, in ogni caso una percentuale, dal momento che negli ultimi decenni di posti messi a concorso per questa categoria non se ne vedevano almeno dalla fine degli anni ’90.

Tutto questo ha portato a Roma un popolo, comune anche alle altre categorie, costituito da età le più diverse, con una comune formazione specialistica, se non di più, che in tutti questi anni ha mescolato generazioni diverse anche queste accomunate da una sorta di rassegnata speranza di un posto fisso da giocarsi tra Ministero dei Beni Culturali, Scuola, Università. Sbocchi in ogni caso sempre più strozzati da esiguità di posti a disposizione e prove sempre più severe al limite di un equilibrismo nozionistico e culturale da più parti anche contestato.

Sin qui le considerazioni possono anche essere comuni con le altre categorie ma ciò che induce a questa riflessione specifica sul ruolo della storia dell’arte parte da altro.

L’esigua presenza degli storici dell’arte nell’ambito delle Soprintendenze e degli organi del Ministero ha raggiunto in questi anni dei minimi storici che sembrano accordarsi con le politiche di formazione perseguite nei corsi di studi scolastici ed universitari. Tagli e riduzione di ore sono, almeno da un decennio, la costante che caratterizza questa area e che si traduce anche con una significativa riduzione di percorsi di dottorato, ma soprattutto, con le difficoltà crescenti ed a volte insormontabili che le Scuole di Specializzazione di Storia dell’Arte hanno incontrato in questi anni.

Il quadro che qui si traccia è complesso e rischia sempre soluzioni, accuse, sin troppo semplici e scontate. C’è da mettere in conto l’idea che in alcuni settori come quelli delle Soprintendenze ci sia la necessità di professionalità ‘più tecniche’, ci sarebbe poi da stabilire il rapporto a volte più che collaborativo, direi conflittuale, con gli architetti e gli archeologi, che si è creato in questi anni. E così via si potrebbe anche continuare a lungo, con ragioni contestabili, ma anche condivisibili.

Tuttavia l’impressione che personalmente ho avuto in quel giorno romano di fine luglio è stata quella della perdita di identità dello storico dell’arte. Duemila candidati (ma sono certo che di quelli con le carte in regola per iscriversi al concorso ce ne sarebbero stati di più) che rappresentavano una categoria ormai non più omogenea, suddivisa tra chi aveva un piede nella organizzazione di eventi, nella musealizzazione, nella ricerca scientifica, nelle attività laboratoriali scolastiche, nelle varie forme di comunicazione.

Una diversificazione che in teoria dovrebbe far bene all’intera categoria, se avesse avuto in questi anni una forma univoca ed anche pensata. Ma da chi?

I percorsi formativi sono a mio parere la versa risorsa mancata per dare identità a questa categoria. Epigoni di generazioni di grandi maestri che, bisogna riconoscerlo, hanno costituito per lungo tempo circoli chiusi e poco disposti al dialogo, ciò che col tempo è rimasto degli storici dell’arte è un atteggiamento spesso elitario, a volte addirittura spocchioso o, al peggio, svenduto. Esauriti i grandi del passato sono succedute generazioni più attente a riservarsi il proprio orticello piuttosto che dare aperture e dignità alla categoria, a rinnovare se possibile, a fornire nuovi strumenti disciplinari. Cosa che invece è puntualmente accaduta per l’archeologia, l’architettura, il restauro. La storia dell’arte ha finito per vivere in isolamento nei processi formativi accademici ed anche con la risorsa dei corsi sui beni culturali non è riuscita a fornire strumenti e ricerche utili alle nuove e perentorie esigenze. Il dazio di queste negligenze o, direi anche, cecità lo pagano tutti coloro che hanno deciso di formarsi su questa materia. La scarsa capacità di guardare lontano da parte dei ‘maestri’ si è presto tradotta in una ghigliottina che ha tagliato ore di insegnamento della materia nelle scuole, impoverimento di corsi accademici, ma anche di insegnamenti universitari, esclusione parziale o pressocchè totale dagli organi ministeriali e dalle soprintendenze. Ciò che rimane sono i 40 posti messi a disposizione dal concorso del MiBACT e poco altro.

E questo fa male. Non tanto per le opportunità negate alle risorse umane e generazionali, che pure pesano e parecchio in questo discorso, ma anche e soprattutto per le potenzialità che la materia e la categoria sono in grado di offrire.

La rigenerazione della storia dell’arte avrebbe motivo di ripartire ovviamente ammettendo le proprie carenze, maturate in questi anni, ma anche portando la ricerca un po’ più avanti, stringendo collaborazioni con altre discipline non soltanto per interesse, ma con la consapevolezza di poter offrire un contributo, uno sguardo differente sulle cose.

Per spiegare meglio tutto ciò più che dare delle risposte porrei delle domande:

  • a cosa serve uno storico dell’arte su un cantiere di Restauro?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nell’ambito di una ricostruzione come quella di zone terremotate?
  • a cosa serve uno storico dell’arte quando ci si pone il problema della salvaguardia e della tutela del paesaggio?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nei percorsi non soltanto di formazione, ma anche di comunicazione?

E di domande come queste se ne potrebbero trovare altre, anzi sarebbe il caso di trovarne molte altre. Ritengo che questa possa essere una base di ricerca, ma anche un’offerta formativa per le generazioni prossime che abbiano ancora il coraggio di intraprendere questa strada per la quale indubbiamente ci vuole coraggio, non soltanto tra i più giovani, ma anche tra coloro che adesso hanno un ruolo: quello di non far morire questa materia, in silenzio, senza avere risposte da dare, ma nemmeno domande da rivolgersi.

Ah per la cronaca non ho superato la selezione a quiz!

 

 

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L’oltre adriatico tra gli ulivi di Puglia


Spesso per descrivere viaggi ed itinerari si finisce a parlare di luoghi, di cose viste o vedere , di fotografie di una specie di vacanza.

Altre volte invece un itinerario può portare alla scoperta di persone e personaggi della storia, che fanno di un luogo una memoria, lontana nel tempo.

E’ questo il caso di Balsignano un luogo che andrebbe consigliato come tappa di un itinerario nella Terra di Bari per tante ragioni, ma è anche un luogo che propone un viaggio attraverso i personaggi che ne hanno determinato la storia soprattutto nel medioevo.

A Balsignano un personaggio spesso citato ma fino a poco tempo fa poco conosciuto anche dagli storici, nella seconda metà del ‘200 divenne protagonista di una storia che legò il casale nel territorio di  Modugno ad un’area diffusa che sovrastava i confini della Puglia e si estendeva sino alle coste dell’Albania, quella terra luogo di conquiste prima da parte degli Svevi e poi degli Angioini: il nome di questo personaggio era Giacomo da Balsignano.

Costui fu al centro di una intricata vicenda, come ha ultimamente accertato lo storico Francesco Violante, che legò la Puglia all’Oriente Balcanico e dalmatino da un lato e la dinastia sveva a quella di Carlo I d’Angiò.

Personaggio principale di tutta questa vicenda fu Filippo Chinardo, uno dei favoriti di Federico II, cipriota, che ricevette dal sovrano i feudi di Auricarro e Palo.  In seguito Filippo ebbe i feudi di Conversano , Turi, Rutigliano, fu feudatario di Terlizzi, castellano di Bari e signore di Acquaviva, amministrò per conto di Manfredi alcuni domini in Epiro come Corfù, Valona, Durazzo, Butrinto , Canina e Berat in un periodo compreso tra il 1247 ed il 1254 e fino alla sua morte avvenuta nel 1266. Devoto e fedelissimo di Manfredi, Filippo Chinardo aveva di fatto ostacolato la politica di Carlo I d’Angiò di estendere i domini angioini in Epiro e sulla costa orientale. Alla sua morte dunque il sovrano francese tirò un sospiro di sollievo che, tuttavia durò molto poco dal momento che si ritrovò sulla sua strada un devoto vassallo di Filippo Chinardo, appunto Giacomo da Balsignano, già castellano di Valona e Kanina e strenuo difensore dell’asse filo svevo.

Ora perché si chiami Giacomo da Balsignano non è chiarito dai documenti, quasi tutti contenuti nei Registri della Cancelleria Angioina; forse Balsignano era il suo luogo di nascita, forse ne era feudatario e da lì la derivazione del nome, fatto sta che Giacomo diventò una figura centrale nelle politiche angioine della seconda metà del ‘200 relative all’area adriatica.

Sarebbe impossibile raccontare episodi della sua vita in forma di romanzo perché inevitabilmente si cadrebbe nell’errore o nella forzatura della storia, che invece è fatta di documenti e di rapporti diplomatici. Infatti Carlo I nel 1269 assediò Gallipoli facendo prigionieri i baroni filo svevi ribelli, tra questi vi era il fratello di Giacomo, Filippo. Quest’ultimo diviene mezzo di scambio nei rapporti tra Carlo I e Giacomo: la libertà di Filippo in cambio di Valona, castello e avamposto della costa albanese dell’Epiro. La trattativa, condotta spesso da Carlo I in persona con Giacomo, durerà almeno quattro anni dal 1269 al 1274. Giacomo oltre alla libertà del fratello avrebbe garanzie di mantenere i propri possedimenti in Puglia ed in Italia meridionale, nonché alcuni possedimenti in Epiro ed anche la concessione per i figli del Chinardo di costruire una fortezza proprio nel territorio di Valona.

Ma le promesse del sovrano dovranno attendere soprattutto che la controffensiva dell’esercito bizantino convinca Giacomo ad abbandonare finalmente Valona e ritirarsi da ricco e potente feudatario a Balsignano, dove tuttavia morirà poco dopo.

Insomma sembra ci sarebbero tutti gli elementi per una fiction medievale che ha al centro dei propri interessi un casale nelle campagne di Modugno e l’Albania, una storia che sembrava già essere annunciata in un documento di circa trecento anni prima quando si diceva che proprio a Balsignano esisteva un piccolo castello (castellutzo) appartenuto a gente dalmata (de ipsi dalmatini), dalmati da identificarsi come più generiche etnie di oltre adriatico, quindi anche albanesi o epiroti. Una storia che dopo molti secoli si è ripetuta tragicamente con gli sbarchi degli anni ’90 che ci hanno fatto comprendere quanto sia stretto il legame fra le nostre terre e quell’oltremare così vicino…

Se Giacomo da Balsignano fosse stato un fedele vassallo della corrente filosveva che si contrapponeva all’avanzata dell’angioino Carlo I, dopo quasi mezzo secolo l’intero casale si ritrovò al centro di un’altra e ben più sanguinosa  vicenda: quella che vide contrapposti i rami unghere-durazzeschi e quelli francesi-napoletani della stessa dinastia angioina. Ancora una volta Balsignano è schierato dalla parte ‘orientale’ ossia da quella del ramo durazzesco della dinastia.

Domenico da Gravina, notaio e cronista d’eccezione di questa complicatissima e cruenta lotta dinastica che interessa la Puglia, ma anche la Campania, per un arco cronologico di oltre cinque anni, dal 1349 al 1354, meriterebbe di per sé un itinerario in base a quanto descritto nel suo lavoro. Tuttavia in questa occasione occorrerebbe rivolgere l’attenzione sul casale affidato a due nuntii o caporales, Simoncello e Iaconus Angelus, posti a controllo e difesa delle strutture di un insediamento che veniva ritenuto difficile da espugnare.

Eppure in un momento di distrazione degli ungheresi e dei due nuntii,  le truppe filo francesi, guidate dal terribile arcivescovo di Bari Bartolomeo Carafa, conquistano il pur ben difeso casale di Balsignano con l’inganno e riescono a far prigionieri i due nuntii ai quali spetterà un punizione esemplare e terribile al tempo stesso: verranno loro amputate le mani.

A quel punto l’arcivescovo Carafa affiderà la gestione del casale a tale Macciotto di Carbonara il quale pensa a far insediare nel castello il fratello già abate di S. Vito di Polignano, tale Guglielmo e con lui una decina di uomini poco raccomandabili, insomma una cricca di delinquenti benedetti dalla diocesi barese.

E questo sarà un momento tra i più cupi della vita del casale e dei suoi abitanti quasi peggiore di quello vissuto alla fine del ‘200 quando Balsignano venne affidato a Ruggero della Marra, signore barlettano che fece di tutto per farsi odiare dagli abitanti di Balsignano sino al 1311 anno della sua morte.

Ma è meglio non divagare  e tornare alle vicende di metà ‘300 che vedono ancora il casale al centro di una contesa che, come spesso accade, rimane nascosta all’ombra del più importante ed esteso conflitto della dinastia angioina. In questo caso i ruoli dei contendenti vengono recitati da Bartolomeo Carafa e suoi seguaci contro il protontino Franco de Carofilio che cerca disperatamente di opporsi alla volontà filo angioina dell’arcivescovo e nel frattempo fortifica il casale e con l’aiuto degli abitanti di Balsignano chiede un bonus sul contratto d’affitto di Balsignano ai monaci di Aversa che sin dal XII secolo erano stati i proprietari di Balsignano.

La storia poi continuerà a lungo con altri censuari, fittavoli, feudatari di Balsignano, che continueranno a tenere le sorti del casale attraverso altri episodi belli come la guerra franco-spagnola dei primi del ‘500.

Ma questa è ormai la storia, mentre il nostro vuole essere un itinerario che lega indissolubilmente un insediamento ubicato nelle campagne baresi a fatti e personaggi che ricuciono le distanze con un oltre adriatico perlopiù durazzesco e albanese, spesso sotteso nelle notizie delle fonti ma che sembra voler riemergere prepotentemente ogni volta che ci si addentra nelle vicende di questi uomini.

Giacomo da Balsignano, Simoncello e Jaconus Angelus, sembrano essere i protagonisti spesso dimenticati di una vicenda che non si può ricostruire oltre le parole citate dalle fonti per non incorrere nella tentazione di farne un racconto poco vero, ma che sembra seguire quel filo conduttore che partiva dalla notizia del X secolo quando a Balsignano era citato un ‘castellutzo de ipsi dalmatini’, gente che veniva da oltre adriatico, gente che apparteneva a quella cultura mediterranea che teneva le proprie radici saldamente radicate nella terra di Bari.

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Osservazioni a margine del Maestro di Isacco


La reticenza di chiunque si occupi di storia dell’arte di scrivere qualsiasi appunto relativo alla figura del Maestro di Isacco ad Assisi non può che essere giustificata.

Si tratta, infatti, non soltanto di affrontare la vicenda di un gradissimo pittore che nella Basilica francescana lascia soltanto due capolavori (Le storie di Isacco), ma anche di considerare tutti i commenti, le aperture critiche, le ipotesi ed anche le discussioni che in tanti anni sono state al centro dell’attenzione di importanti studiosi e critici d’arte: da Angiola Maria Romanini, a Federico Zeri, da Luciano Bellosi ad Alessandro Tomei.

Occorre, dunque entrarci in punta di piedi, senza pretendere di offrire soluzioni, che sarebbero ancora ipotesi e ricostruzioni forzate, banalmente inutili se non supportate da ulteriori elementi certi, soprattutto in un blog che, tuttavia offre la possibilità di esprimere almeno un punto di vista.

In sintesi la vicenda è così riassunta: esistono nella seconda campata della parete destra di Assisi due affreschi che raffigurano le Storie di Isacco, sono ubicate appena sopra le tre scene giottesche relative all’Approvazione della Regola, alla Visione del Carro ed alla Visione dei Troni. Sconosciuto il nome del pittore che abbia eseguito tali affreschi, ci sono almeno tre grandi correnti di pensiero:

–        che si possa trattare di un pittore di Scuola Romana, Federico Zeri aveva fatto il nome di Cavallini

–        che possa essere il frutto di una collaborazione di bottega nella quale riconoscere anche il giovane Giotto; c’è anche chi ha avanzato l’idea che gli affreschi fossero in realtà realizzati interamente dal giovane Giotto

–        infine la tesi fascinosa e spiazzante di A. M. Romanini che si tratti di una testimonianza (sarebbe unica) vicina ad Arnolfo di Cambio, architetto e scultore cresciuto nella Bottega di Nicola Pisano.

Il periodo durante il quale la decorazione pittorica della Basilica Assisiate la sintetizza A. Tomei ponendola durante i pontificati di Niccolò III (1277-1280) e Niccolò IV (1280-1292), datazione quest’ultima indicata da Bellosi come anno finale per gli affreschi pregiotteschi assisiati, ma dalla quale lo stesso Tomei prende le distanze affermando che  dal 1291 parecchi pittori romani con in testa Torriti dovettero abbandonare il cantiere perché richiamati a Roma dal papa per completare i mosaici di S. Giovanni in Laterano e S. Maria Maggiore. Ed è proprio qui che avviene una cesura, mentre i lavori assisiati erano giunti alla terza campata della parete destra “è evidente che un altro maestro, con un’altra bottega, ha sostituito i romani guidati dal Torriti ed è proprio sull’identificazione di quel maestro che la critica ha maggiormente concentrato l’indagine, senza peraltro raggiungere risultati univoci e lasciando il dibattito ancora apertissimo” dice Tomei. Da qui le due posizioni che vedono in Giotto l’esecutore delle due scene oppure un pittore, probabilmente cresciuto all’ombra di Torriti, ma non identificato da ciò il nome del ‘Maestro di Isacco’. In mezzo la posizione che fu avanzata da Toesca che ipotizzò la mano di Giotto giovane.

In realtà tutte le posizioni vennero scosse quando alcuni anni fa A. M. Romanini vide in alcuni caratteri stilistici delle figure affrescate (in particolare nel volto di Isacco, nelle palpebre, nonché nelle sagome che completano le scene) attinenze con l’arte di Arnolfo di  Cambio che in realtà mai prima di allora era stato tirato in ballo se non come scultore e architetto. Chiaro che il cosiddetto ‘classicismo’ di Arnolfo campeggia anche nelle soluzioni giottesche relative alle scene della Vita del Santo affrescate, più tardi, nella zona inferiore della Basilica, ovvio quindi considerare le scene di Isacco, ma anche il loro autore, colui che precedette ed influenzò il lavoro di Giotto.

Diciamo che la questione si dibatte su questi termini, qui brevemente sintetizzati, ma è ancora lontana da trovare una soluzione.

 

Ciò che propongo qui, adesso, è un percorso che non può che partire da Torriti. Sono evidenti le attinenze stilistiche che soggiacciono alle soluzioni relative ai volti di Isacco ponendolo in relazione con gli affreschi dal pittore romano che illustrano, sempre nella Basilica superiore, le Storie dell’Antico Testamento.

Ma tali caratteri che origini possono avere?

L’opinione diffusa è che siano espressione di quel ‘classicismo’ di matrice romana che nella seconda metà del ‘200 a partire proprio dal pontificato di Niccolò III ebbe la sua massima espressione nei lavori ad affresco e a mosaico della Cappella del S. Sanctorum al Laterano (vedi l’articolo in questo blog). Anche in questo caso si evidenzia accanto alle presenze di Torriti, la mano di un maestro non identificato e chiamato Maestro del Sancta Sanctorum.

Dinanzi a tali incertezze sembra affermarsi un unico punto fermo: Jacopo Torriti.

Di questo pittore si sa che ebbe formazione ‘romana’, ma poche sono le notizie biografiche ed anche il luogo dove nacque è tuttora probabile. Infatti pare che sia nato a Torrita di Siena probabilmente a cavallo della metà del secolo (il ‘200).

Sarebbe questa una coincidenza importante perché, anche al di là, della connotazione schiettamente biografica potrebbe far pensare ad una formazione romana sì, ma non dimentica di alcune suggestione maturate proprio in Toscana, dove già nella seconda metà del secolo, proprio a Siena, Nicola Pisano era intento a realizzare le sue prime opere scultoree identificate nelle mensole superiori del Duomo senese.

E qui nascono le suggestioni, proprio osservando la Testa di Zeus presente tra le mensole del Duomo e il volto di Isacco di Assisi. Tornano molti caratteri, indicatori di stile pur con alcune differenze come il volume della chioma, che, tuttavia, in scultura ha una maggiore possibilità per dimostrare la spazialità tridimensionale. Del resto di Nicola Pisano e delle sue suggestioni si parla nei vari contributi relativi agli affreschi di Isacco ad Assisi. E Nicola fu pur sempre il maestro di Arnolfo di Cambio.

E’ chiaro che in questa sede non si va ad ipotizzare la mano di Nicola ad Assisi (sarebbe oltretutto sbugiardata dalle date), così come non si vuole far riferimento ad Arnolfo. Ma si parla di Torriti e, pur dando per valide le ipotesi che lo vedono ormai lontano da Assisi nel momento in cui vengono affrescate quelle storie di Isacco, non si può escludere che il pittore romano abbia influenzato l’autore di quelle scene.

Ciò che tuttavia preme evidenziare è ancora un’altra cosa. Se Torriti, e quindi il suo successore nella campata destra di Assisi, abbiano dato un contributo essenziale alle influenze culturali maturate ad Assisi tracciando un percorso indubbiamente connotato da un ‘classicismo’ di matrice romana che segna il passo rispetto all’espressionismo cimabuesco e fiorentino si può proprio parlare di ‘classicismo’ soltanto di matrice romana?

Nicola Pisano, e di conseguenza Arnolfo di Cambio, da dove avevano appreso quel modo di dare spazialità a volti e figure a Roma o lo avevano maturato anche altrove.

Per Nicola i confronti rimandano ad una certa tradizione ‘classicista’ rinvenuta non a Roma o in Toscana, ma in Italia meridionale, nelle mensole di castelli quali Lagopesole e Castel del Monte, espressione di una linea culturale che segna la maturità o forse l’ultimo atto di quell’arte cosiddetta ‘franca’ il cui grande committente fu Federico II (Middeldorf-Kosegarten).

Il classicismo dunque non matura soltanto a Roma, forse addirittura diventa un’eredità, che i Papi favorevolmente accolgono, promossa nell’arte di un impero, come quello federiciano. Gli interpreti sono perlopiù sconosciuti, ma quel Nicola Pisano che forse ebbe origini pugliesi, e che più di un’ipotesi danno attivo in Puglia negli anni della sua formazione, non può essere diventato alla metà del ‘200 un modello a cui guardare? Torriti non può averne carpito alcune importanti connotazioni stilistiche?

Se poi il Maestro di Isacco fosse, come in fondo credo, un pittore vicino a Torriti o ai Romani non potrebbe essere un ultimo grande esecutore di quella lezione. Un epigone certo anche perché dopo ci fu Giotto e mi sembra che qui ogni dubbio possa svanire….