Taranto 2016: l’Università toglie il disturbo?


univ taranto

 

Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione dalla Segreteria Studenti del corso di Scienze della Comunicazione con sede a Taranto per far parte dell’ultima commissione di laurea del corso. Devo essere sincero non me la sono sentita, non ho risposto, ho preferito chiudere il mio rapporto, seppur da docente a contratto a Taranto, con l’ultimo mio appello del 18 febbraio.

La chiusura di quel corso si conosceva da due anni fa, ho tenuto negli ultimi anni due insegnamenti che riguardavano gli iscritti del 2012 e che svolgevano il mio esame di ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’ inerente al corso di Scienze della Comunicazione e dell’Animazione Socio Culturale, per il terzo anno di corso.

Quell’insegnamento l’ho progettato io stesso alcuni anni fa, quando a Taranto si unificò Scienze della Formazione e Scienze della Comunicazione in un unico corso di laurea e pensai che sarebbe stato opportuno presentare un esame sui Beni Culturali di quel territorio in base ad alcune riflessioni:

– spesso il territorio di Taranto è stato oggetto di importanti studi ed interessi scientifici prevalentemente dal punto di vista dell’Archeologia Classica e della Magna Grecia oppure dell’Habitat Rupestre;

– altrettanto spesso Taranto è stata considerata una città con una prospettiva culturale fortemente condizionata dalle ingombranti presenze dell’Ilva, dell’Eni, del polo industriale, ma anche dell’Arsenale della Marina e del Porto;

– quasi a contrastare tale situazione e tali pregiudizi l’Università degli Studi di Bari aveva aperto un corso di studi e addirittura aveva trasferito la sede dei corsi di Scienze della Formazione e Comunicazione dal rione Tamburi, nella città vecchi,a nella Caserma Rossarol, ex convento di S. Francesco, interamente ristrutturata.

Considerando questi aspetti mi sembrò allora opportuno pensare ad un programma d’esame che considerasse la città di Taranto, i suoi Beni Culturali, la sua storia come un dialogo continuo che arrivasse sino ai nostri giorni. Un dialogo spesso tragico, contraddittorio, ma comunque espressione di una pulsione economica e sociale che ha caratterizzato da sempre questa città.

Studiando, ho imparato un po’ a conoscerla, Taranto. Ho letto e proposto libri come ‘Il museo negato’ di Cosimo D’Angela, ‘Invisibili’ di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, ho proposto letture di Vera von Falkenhausen sulla Taranto bizantina e normanna, di Pina Belli D’Elia sul Duomo di Taranto, ho stretto collaborazioni con Associazioni Culturali locali, guide, archeologi per andare alla scoperta degli ipogei della città di Taranto, per visitare chiese e monasteri dai destini contraddittori e spesso non accessibili al pubblico. Ho cercato di stimolare gli studenti a produrre materiali (alcuni dei quali ho pubblicato sul sito www.pugliaindifesa.org) per accostarsi ai Beni culturali, ma più in generale alla cultura della loro città e del loro territorio. Ho cercato di coniugare le vicende di Taranto a ciò che autori come Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky dicevano a proposito del valore e del fondamento della cultura.

Ho insomma obbedito a quella mia personale idea di slancio culturale, maturato in anni di studio e di ricerca tesi alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale. Un percorso d’esame che avevo io stesso allestito e del quale ne sono sempre andato fiero. Sapevo che tutto questo avrebbe avuto vita breve, appena ho cominciato i corsi, sapevo che ne avrei tenuti soltanto due e che tutto sarebbe finito.

Al di là della speranza che tutto ciò non fosse sottratto ad una città e ad una popolazione che di cultura, conoscenza, impegno civico, ne ha bisogno, non ho mai pensato di cercare i motivi, i giochi politici, gli affari, le negligenze forse anche le colpe che hanno dapprima offerto una sia pur limitata speranza di fondare una università a Taranto, con sedi addirittura nel suo centro storico, e poi l’hanno con altrettanta sagacia abbandonata al proprio destino.

Oggi dunque sarebbe il giorno delle recriminazioni, le mie, che tuttavia sarebbero personali e quindi relative alla condizione di docente a contratto che si trova a non avere un insegnamento sul quale aveva molto puntato, ma anche e soprattutto degli studenti e dell’intera città.

Ci sarebbe molto da recriminare, ma le recriminazioni e il dito puntato su qualcuno o qualcosa non aiutano. Ciò che è accaduto in questi anni a Taranto, alla sua idea di Università, alle difficoltà, a quelle stesse negligenze, sono invece un materiale abbastanza corposo su cui riflettere e studiare.

Inutile nascondere che l’Università sia nata per interessi, spesso manovre politiche legate al mondo accademico. Interessi forse anche mal gestiti che non hanno saputo far bene i conti con un tessuto economico e politico della città critico da sempre e che hanno finito per assolvere ad un compito limitato nel tempo e destinato ad estinguersi. D’altra parte sarebbe un destino comune a quello dell’Istituto Musicale Giovanni Paisiello e di altre iniziative che avrebbero dovuto animare la vita culturale della città e soprattutto del suo centro storico. Taranto in questi anni ha dovuto fare i conti con la crisi di una delle maggiori industrie siderurgiche italiane e questo, non lo si può nascondere, avrà pure condizionato lo sviluppo della sua crescita universitaria e culturale. Questo è proprio il punto dal quale partiva il mio corso: la fittissima relazione tra industria, città e cultura della/nella città. Un punto che ritenevo essenziale e che ancora oggi, credo, sia uno dei nodi per comprendere la realtà tarantina.

L’analisi di tutto ciò non è roba da poco: è qualcosa che riguarda la storia, i beni culturali, il paesaggio, l’archeologia, la società di questo territorio. E’ qualcosa che non è mai stato condotto in modo corretto, aggiungerei onesto, ma mi autocensuro.

Chi lo può fare?

Certo oggi alcuni corsi universitari non ci sono più, come Scienze della Comunicazione, altri stanno per estinguersi come Beni Culturali, soprattutto rischia di non avere più slancio quel recupero sociale che era partito dal centro storico nel quale gli studenti erano tornati a far sentire le loro voci e ad animare locali e palazzi. Taranto oggi si trova alle prese con una crisi ambientale, alla quale se ne sono aggiunte almeno altre due: quella economica e quella socio-culturale. La chiusura di un corso universitario, di un istituto musicale significa tutto questo e significa anche il ritorno della gioventù a salire su un treno per Bari o per chissà dove, in ogni caso ad abbandonare il proprio territorio.

Sembrerebbe una storia già vista per questa città: un’opportunità di riscatto purtroppo crollata proprio nel momento in cui i suoi giovani, gli studenti avrebbero avuto maggior bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto a quei metal/mezzadri di cui parlava Tobagi.

Dinanzi a tutto ciò c’è tuttavia un’altra realtà che andrebbe considerata: il MaRTA. E’ il secondo luogo della cultura in Puglia per visitatori, dopo Castel del Monte, è un Museo Nazionale e costituisce un centro di studio e di cultura, per la sua natura istituzionale, ma anche per la sua storia e per la storia che vi è contenuta ed esposta.

Con la nomina dei nuovi direttori il MaRTA ha assunto la prospettiva di centro propulsore della cultura nella città e, credo, che negli intenti ci sia non soltanto quello di movimentare le esposizioni e di creare eventi, ma probabilmente anche la volontà per un maggiore impegno sotto il profilo socio-culturale. In questo senso la mia proposta è quella di farne un centro di studio, di formazione, di comunicazione non solo per l’archeologia ed i beni culturali, ma per la città, per i suoi rapporti con il territorio ed il paesaggio.

A Taranto attualmente il MaRTA costituisce una delle realtà sulle quali più si vuole investire ed allora cosa ci sarebbe di male se un Museo potesse diventare scuola, università, centro di cultura? Credo che non sia questa soltanto una prospettiva, ma una sensata proposta con la quale sopperire all’emorragia di cultura, di studenti, di ambiente sociale che sta dissanguando una città che pur se fra le sue contraddizioni, negligenze, interessi particolari conserva un patrimonio vivo, che ancora oggi, come ieri e come sempre reclama un ruolo nella storia regionale e nazionale.

 

 

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L’emblematica vicenda del Museo Archeologico di Taranto


mappa taranto

Spesso per capire come stanno davvero le cose occorre spostare lo sguardo da ciò che prepotentemente appare.

A Taranto la prepotenza con la quale l’ILVA ha prima modificato l’aspetto della città e poi tenuto banco su tutte le questioni relative allo sviluppo ed alla salvaguardia dei beni culturali, rischia di non far comprendere del tutto lo spirito della città.

Taranto si rinnova autodistruggendo il proprio passato più recente, ha affermato Cosimo D’Angela, archeologo, studioso di storia e archeologia paleocristiana e medievale, presidente della Società di Storia Patria della Puglia, ma soprattutto tarantino.

Un’affermazione illuminante che viene fuori da quella che è la Storia di questa città; una storia che trova un itinerario emblematico nella vicenda del Museo Archeologico dalle sue origini al definitivo, se così si può dire, assetto attuale.

La storia del Museo Archeologico di Taranto ruota intorno alla figura di un affascinante personaggio e ad un particolare periodo nella storia d’Italia e della città.

Luigi Viola, archeologo diremmo per caso, di origine salentina, professore di lettere dirottato all’Ufficio Scavi della città di Taranto intorno tra la gli anni ‘80 dell’800 e la fine di quel secolo.

Erano anni assai difficili quelli per quel che concerne la Salvaguardia e la Tutela dei beni culturali in tutta Italia. Il processo di Unificazione avvenuto poco prima non aveva ancora omogeneizzato gli interventi in materia di Legislazione dei Beni Culturali presenti nelle varie regioni della Penisola. Per esempio  si applicava ancora il Decreto Regio 2359 del 1865, figlio di una serie di altri decreti da quello di  Giuseppe Bonaparte del 1807, alle disposizioni di Ferdinando I del 1822 e confermate nel 1839, con i quali soprattutto si metteva l’accento sulla tutela delle opere mobili  che non potevano essere vendute o smerciate all’estero impoverendo così il patrimonio del Paese.

Un’attenzione a questo problema che aveva a  Taranto ancora una volta un’emblematica aneddotica.

La città da anni ormai era oggetto di un indiscusso e poco contrastato saccheggio delle opere antiche e classiche che puntualmente emergevano dagli scavi della città.

Opere che testimoniavano la grandezza del periodo magno greco e poi romano che prendevano la via dei mercati clandestini o dei più o meno legali interessi dei grandi musei europei, tra tutti il Louvre di Parigi.

Viaggiatori, conoscitori, poeti, giungevano a Taranto che perlopiù finiva per risultare un posto geograficamente bellissimo, ma poco curato, abbandonato a se stesso, come annotava Lenormant in preda a gente che continua a costruire e scavare tanto da trovare ingenti patrimoni di opere d’arte, delle quali le meno preziose vengono abbandonate nei luoghi di rinvenimento, le altre prendono la via dei mercanti-antiquari e vendute. In pratica risuonavano  le parole di Gregorovius quando diceva ‘la vita spirituale di Taranto è morta’.

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Lo stesso Lenormant si ferma e torna a Taranto, interessato a quell’immenso patrimonio che lui stesso vede via via oggetto di un indiscriminato saccheggio, incentivato alla fine dell’800 dall’edificazione del cosiddetto Borgo Nuovo.

La nuova pianificazione urbanistica, infatti,  prevedeva la costruzione di una città nuova oltre l’istmo orientale, che sarebbe diventato, nella logica dei progetti, un canale navigabile, e si sarebbe esteso lungo un’area che andava dalle sponde del Mar Piccolo, dove sarebbe stata allestita la zona dell’Arsenale della Marina, sino al Mar Grande seguendo così per grandi linee il più antico tracciato delle mura bizantine.

Mura Bizantine che sarebbero state realizzate come sistema di fortificazione della più antica città romana che proprio nell’area orientale si era sviluppata e lì aveva ubicato ampie aree di necropoli sovrapponendole alle aree di sepoltura ancora più antiche.

Ricapitolando, alla fine dell’800 a Taranto la nuova pianificazione urbanistica prevedeva: l’edificazione di un Borgo Nuovo nella zona ad est, separato dall’Acropoli Magno Greca da un istmo che ben presto sarebbe diventato un canale navigabile, infine tutta l’area in questione che si affacciava sul Mar Piccolo sarebbe stata utilizzata come Arsenale della Marina.

Un progetto che, come è facile intuire, avrebbe considerevolmente sconvolto l’assetto urbanistico della città, anzi, delle città più antiche, dalle testimonianze magno greche a quelle romane.

Un assetto antico del quale tuttavia non si aveva una vera e propria consapevolezza, dal momento che mancava una attendibile pianta topografica della città antica.

Mancava, ma non se ne sentiva effettivamente la mancanza. Infatti in tale contesto erano proliferati importanti interessi, come quelli dei grandi costruttori che in questa espansione avevano visto l’opportunità di grossi guadagni, al punto da acquistare ampi lotti di terreni sui quali poter costruire nuovi edifici. E naturalmente il diritto di proprietà si estendeva non soltanto ai suoli, ma anche a tutto quello che il suolo restituiva, oggetti, terrecotte, argenti, epigrafi, tombe che venivano puntualmente depredate e finivano per arricchire le casse dei costruttori che in quanto proprietari dei terreni si ritenevano automaticamente proprietari anche di tutto ciò.

Un nome su tutti era quello del costruttore Cacace, sagace imprenditore del settore, proprietario della maggior parte dei suoli di Taranto e di conseguenza mercante di oggetti d’arte.

Al suo fianco antiquari, azzeccagarbugli di ogni genere, personaggi degni delle commedie dell’arte e dei romanzi di appendice come Vito Panzera, mercante o trafficante di oggetti d’arte, ignorante o meglio ignorantissimo un ‘Lenone antiquario’ come poi si fece definire.

Un contesto degno di quelli costruiti ad arte dai giornalisti d’inchiesta per portare alla luce la forte preponderanza dell’illegalità dinanzi ad una sorta di impotenza dello Stato.

Uno stato appena nato, ma occorre precisare, non del tutto assente. Fiorelli che alla fine del secolo era Direttore Generale delle Antichità, preoccupato dalla forte emorragia di opere d’arte provenienti da Taranto e smerciate sulle più importanti piazza antiquarie, da Napoli a Roma, decide di inviare nella cittadina jonica un ispettore agli scavi ed alle opere d’arte. E lo individua nella figura di Luigi Viola.

Si trattava di un professore di Lettere che aveva vinto una borsa di Studio alle Antichità bandita dal Ministero e da quel momento era cominciata la sua collaborazione con lo Stato Italiano e con l’archeologia. Lasciando da parte ogni riferimento o amara riflessione su come fossero tempi davvero diversi quelli quando un semplice professore potesse diventare un funzionario del Ministero, occorre precisare che Viola aveva dimostrato grande interesse per l’archeologia in generale, ma soprattutto per la grande archeologia classica. Per questo motivo Taranto costituiva per lui un trampolino di lancio per poter approdare a piazze ben più nobili, Napoli, Roma, ma anche la Calabria Magno Greca, nella quale aveva condotto un viaggio esplorativo proprio con Lenormant.

A Luigi Viola, Fiorelli, d’accordo con Lenormant chiedevano tre cose soprattutto: un’attenta visione degli scavi in corso da riportare in una rivista ministeriale dal titolo ‘Notizie degli Scavi di Antichità’, la redazione di una pianta topografica della Taranto Antica, mettere un freno a quell’emorragia di opere d’arte e contestualmente acquisirle per lo Stato Italiano e predisporre un luogo adatto alla loro conservazione, insomma realizzare un Museo Archeologico della città di Taranto.

Non era un compito facile e perdipiù Viola inizialmente sembra non averlo accolto con molto entusiasmo. Difficoltà di ogni genere gli si ponevano dinanzi, i rapporti con i costruttori ed i mercanti del posto inizialmente non erano dei migliori, gli scavi erano tantissimi e tante anche le emergenze archeologiche, difficile riuscire a star dietro a tale complessità con tempi così ristretti, interessi così grandi e mezzi così limitati. Viola chiedeva spesso aiuto al ministero, almeno per cercare di avere supporti logistici, ma anche economici per fronteggiare tale situazione, ma Fiorelli, che pure si adoperava per riuscire ad acquisire notizie e materiali, non sempre riusciva a coprire tutte le esigenze, e così si continuava a combattere una battaglia ed a perderne mille, con la speranza di non compromettere l’intera guerra. Un po’ come avviene anche oggi quando si parla di Beni Culturali.

Ciò che maggiormente scoraggiava era l’impossibilità di comprendere un percorso che potesse identificare i tracciati della città più antica, riuscire a mettere in ordine i rinvenimenti e le preziose testimonianze che pure gli scavi restituivano e delle quali pian piano il Viola veniva anche informato.

L’impotenza non aveva scoraggiato lo studioso che grazie alla rivista riusciva a pubblicare un po’ di quel materiale che riusciva a salvare, a reperire ed anche parzialmente  a studiare. Poco rispetto a tutto quello che scompariva, ma comunque qualcosa, e non mancavano le incoraggianti parole di Fiorelli.

Certo si era ancora molto lontani dalla realizzazione di una Carta Topografica della città alla quale Viola voleva allegare una vera e propria Storia della Città: insomma uno di quei cavalieri che volevano compiere l’impresa.

I rapporti con Fiorelli, il viaggio in Calabria con Lenormant, sembravano premiare il duro lavoro compiuto ed anche le energie profuse nel mantenere contatti con i costruttori e nel cercare di studiare e soprattutto trovare un luogo idoneo per poter allestire un degno Museo Archeologico a Taranto.

D’altra parte le operazioni di scavo del Borgo Nuovo avevano portato alla luce nuovi importantissimi reperti nelle zone di S. Lucia, sul Mar Piccolo, e Montedoro. Si parlava di ruderi antichi dei quali nessuno era in grado di stenderne un rilievo o una planimetria, ma Viola li descriveva nei suoi consueti rapporti e ciò bastava, al contrario i reperti rinvenuti andavano nelle mani e nelle tasche dei proprietari terrieri come Molco ed il solito Cacace. Lo stato cercava di intromettersi per evitare che tali oggetti prendessero le strade del mercato antiquario e con Molco qualche volta ci si riuscì senza evitare, tuttavia, interventi ben decisi sino a mettere mano ‘alle rivoltelle’.

Sul fronte Museo anche lì la partita era cominciata e gli interessi erano altissimi, da un lato l’onorevole Pietro d’Ayala Valva favorevole all’intervento dello Stato ed all’istituzione del Museo, dall’altro come sempre Cacace e l’avvocato Lo Re che aveva grossi interessi nel campo antiquario. Non che d’Ayala Valva non ne avesse, tuttavia, la sua villa a Taranto era già un piccolo, importante museo dell’Antica città. Nel frattempo tutto quello che si riusciva a recuperare finiva in una sorta di stanza adibita a deposito dell’Ufficio Scavi senza alcun ordine, né criterio di catalogazione. E Viola? Lui intanto continuava ad inseguire proprietari terrieri e mercanti che svendevano tesori tarantini come ad esempio Colucci e Liuzzi possessori di  pezzi unici che lo Stato e Viola non erano in grado di comprare.

Così andavano le cose a Taranto nel 1879 e non migliorarono negli anni seguenti sinchè negli anni ’80 sino al 1883 l’archeologo aveva destinato a deposito una stanza dell’Ufficio Scavi, ma tutto ciò non poteva essere di alcun aiuto alla conservazione del patrimonio tarantino. Occorreva istituire un Museo e trovare una sede adeguata. Ne nacque un’esigenza che non poteva essere più sottaciuta. Viola individuò nel convento di S. Pasquale, un immobile della chiesa dismesso ed acquisito dal Municipio, e in una delibera del 2 febbraio del 1884 lo stesso Municipio deliberò che quel convento diventasse la sede dell’Ufficio degli Scavi, di un deposito e di un Museo. Delibera fatta, ma chi si sarebbe accollato le spese di risistemazione degli edifici e di ristrutturazione per la realizzazione effettiva del Museo. Il progetto ricadde nelle sabbie mobili, ma fu qui che accadde una sorta di colpo di scena….

Nel 1885 Luigi Viola sposò la figlia del costruttore Cacace.

E’ chiaro che questo evento segnò una linea spartiacque non soltanto nella vita di Viola, ma anche nelle vicende che interessarono la costituzione di un Museo a Taranto e la stessa Archeologia della città.

Quell’archeologo inviato nella città dei traffici antiquari non solo era riuscito ad avere un dialogo con uno dei più sagaci proprietari terrieri, ma dal dialogo era passato a qualcosa in più, era diventato suo genero. Ora Viola poteva sostenere anche che da questo matrimonio ne avrebbe guadagnato la salvaguardia del patrimonio storico e archeologico della città, ma non poteva non esserci il sospetto che fosse proprio Viola, l’uomo dello Stato, ad aver saltato il fosso ed essersi imparentato con quel mondo di trafficanti.

E questo cambiamento nella vita e nell’etica di Viola sembro essere confermato qualche anno più tardi nel 1889 quando si presentò candidato sindaco della città.

Naturalmente Viola a questo punto più che un uomo di stato era divenuto un uomo potente e l’elezione a sindaco suggellò questa sua escalation. Naturalmente un salto del genere nascondeva forti interessi privati che coincidevano con i traffici dello stesso Cacace.

Una situazione ai limiti dell’illegalità ed infatti neanche un paio di anni dopo la Giunta Comunale fu sciolta per incapacità e illeciti amministrativi.

Da qui per Luigi Viola comincia una inesorabile parabola che lo porterà ad essere ‘forzatamente’ allontanato dalla città di Taranto e destinato prima a Napoli nel 1891 e fino al 1894, quando tornò brevemente a Taranto in un momento assai propizio, ossia in occasione del rinvenimento della Lex Municipii Tarentini un’iscrizione che, tradotta, avrebbe costituito un tassello imprescindibile per codificare la storia romana della città.

Viola si offrì di tradurla e per questo chiese un anno di congedo, anche se a dirla tutta, tale richiesta rispondeva più ad un ultimo, disperato tentativo di farsi riassegnare a Taranto come Ispettore Archeologo che altro. Impresa disperata anche perché al Ministero non c’era più Fiorelli ormai cieco ed in pensione a tutelarlo e il nuovo ispettore Paolo Orsi, inviato a Taranto potè constatare quanto Cacace ed il suo entourage avessero nuociuto a Taranto ed all’archeologia della città, puntando il dito su un episodio emblematico, la villa di Cacace a Crispiano, costruita con marmi e arredata con oggetti rinvenienti dai siti archeologici della città.

Ormai lo stato doveva confrontarsi con Cacace e quel modo di operare che avevano fatto di Taranto una città depredata della sua storia data in pasto al miglior offerente. E quel confronto non poteva che partire dall’allontanamento del Viola da Taranto. Dopo l’anno sabbatico venne gli vennero proposte improbabili destinazioni a Bologna e poi a Cividale, con un chiaro disegno ministeriale, a quel punto Viola andò in pensione e smise di fare l’archeologo tra il 1895 e l’anno successivo, proprio mentre a Taranto venivano scoperte le Thermae Pentascinenses, uno dei più importanti luoghi della Taranto antica con tanto di mosaici e rinvenimenti.

Orsi riportava tutto nelle Notizie dagli Scavi e sembrava che già qualche costruttore locale cominciasse a collaborare sul serio come lo stesso Cacace. Ma si era ancora tanto lontani dal raggiungere risultati significativi e le collaborazioni si arrestavano dinanzi al rinvenimento di oggetti preziosi, come gli argenti. Cacace aveva rinvenuto nei pressi della chiesa di S. Francesco alcuni vasi in argento dorato, una pisside, un kantharos ed un thymiaterion d’argento. Pezzi di grande importanza e pregiati. Come sempre lo Stato cercò, attraverso i suoi uomini di impedire che gli argenti prendessero altre strade, ma come sempre il maggior punto di disaccordo tra Cacace e lo Stato erano i soldi, e fu così che gli oggetti vennero venduti ai banchieri Rotschild per l’esorbitante cifra di 104.000 Lire. Pare che Cacace abbia poi devoluto la somma in beneficenza così come i Rotschild alcuni anni dopo donarono gli argenti al Louvre.

Poco prima lo stesso Paolo Orsi aveva potuto constatare lo strapotere di Cacace e di Vito Panzera, il ‘Lenone antiquario’, quando altri oggetti preziosi erano finiti nei Musei di Trieste per le vie dell’antiquariato semi clandestino con l’impotenza degli enti istituzionali a far confluire tali ricchezza nel Museo di Taranto. Ma tant’è che anche un altro piatto/coppa d’argento venne ceduto per 200 Lire, prezzo molto più modesto all’archeologo Mayer che se lo portò così al Museo di Bari dal quale venne poi ‘misteriosamente’ trafugato.

Sembrano storie da feuilleton, ma sono queste le vicende che ruotano attorno al Museo Archeologico di Taranto, alla sua costituzione, alla stessa conoscenza dell’antica storia della città.

Se qualcuno stenta a crederci il consiglio è: andate al Louvre, o andate al British Museum di Londra, guardate le stanze dedicate alla ceramica Apula e guardate le provenienze, molte sono ‘ignote’ altre ‘area tarantina’, altre ‘Taranto’ e poi date uno sguardo anche al periodo di rinvenimento. Così tanto per mettere in fila i pezzi di questo mosaico.

E Luigi Viola? Pare che dopo il suo ‘forzato’ prepensionamento ante litteram si fosse ritirato, guarda un po’, proprio a Taranto in una Masseria che aveva comprato in periferia della città in Contrada Solito. Ed in questa tenuta nel 1899 in modo del tutto casuale aveva rinvenuto una chiesa ipogeica che inizialmente aveva scambiato per l’insediamento di S. Maria in Muriavetere, ma che poi verrà identificata come la cripta del Redentore, ancora oggi visitabile in via Terni a Taranto.

Un crepuscolo graduale e forse anche dignitoso, Mommsen gli riconoscerà apprezzamenti per la decifrazione della lex Municipii Tarentini, anche se la sua figura sarà per sempre segnata e legata al cosiddetto  ‘lato oscuro’ della cultura tarantina, quella dello sfruttamento delle ricchezze svendute e smerciate al mercato antiquario. Luigi Viola aveva disatteso il grande progetto di cui aveva avuto modo di far parte: ricostruire la Storia Antica di Taranto e garantirne un Museo Archeologico importantissimo. Ma è anche vero che venne catapultato con troppa inesperienza in un contesto assai complesso dove c’erano forti interessi, molti illegali è vero, ma anche una sorta di atteggiamento non limpidissimo del giovane stato Italiano. In fondo la mancanza di soldi per far fronte agli acquisti più significativi, la mancanza di autorità per fermare gli scavi più disastrosi non erano imputabili a Viola soltanto così come le grandi committenze come quelle dell’Arsenale e del Canale Navigabile non erano forse realizzate su progetti non solo dell’Autorità Municipale, ma anche della Marina Militare.

Insomma interessi privati, ambivalenze dello stato, con in mezzo Luigi Viola figura di certo ambigua e contraddittoria come ebbe a scrivere anche il figlio Cesare Giulio nel suo romanzo intitolato non a caso ‘Pater’. La verità è che la figura di quest’uomo così come annota nelle conclusioni all’ottimo libro ‘Il Museo negato’ anche Cosimo D’Angela non può essere giudicata senza contestualizzarla nel clima politico, economico e culturale della Taranto di fine ‘800. Un clima che ha inciso profondamente nella città novecentesca e ne ha sempre condizionato le vicende, basti pensare che il Museo Archeologico venne inaugurato nel 1906 alla presenza del re Vittorio Emanuele III, ma l’epopea non finì mica così. Il Museo ha seguito le peripezie della città tra chiusure, parziali aperture e tutt’oggi non è visitabile interamente, anche se nelle sue stanze esistono lezioni importantissime per chi voglia capire qualcosa in più non solo di Taranto, o di archeologia, ma soprattutto di salvaguardia e tutela dei Beni Culturali in Italia in oltre due secoli di storia.