Per una storia liquida


Se esiste una società liquida che traduce quanto teorizzato dal sociologo Zygmunt Bauman dove ‘l’esperienza individuale e le relazioni sociali (sono) segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente in modo vacillante e incerto, fluido e volatile’ e dove si sviluppa una sorta di paura dei cambiamenti sociali e tecnologici,  non vedo perchè non dovrebbe esistere una storia ed un’arte liquida o per meglio dire una ricerca liquida della storia e dell’arte.

Mi spiego meglio: fino a qualche decina di anni fa, la ricerca storica era perlopiù divisa tra la comunicazione mediatica che avveniva in programmi -nicchia (vedi Piero e Alberto Angela e qualche documentario prodotto dalla Rai o da qualche pionieristico canale radio televisivo) mentre dall’altro esisteva il mondo scientifico che veicolava conoscenze e ricerche in un ambito prevalentemente chiuso tra aule di Università, luoghi deputati, convegni scientifici e articoli spesso ad uso quasi esclusivo di specialisti. Questo è durato fin quando non si sono affacciati alla ribalta due fenomeni: internet e la condivisione delle conoscenze, che ha offerto la possibilità di cambiare enormemente le forme della comunicazione.

E’ inutile negare che almeno da una ventina di anni, con l’aumento considerevole dell’offerta di documentari sui canali satellitari e poi digitali, si sia verificato un estremo stravolgimento della comunicazione di materie come la storia ed anche l’arte. A questo fanno da corollario le possibilità di indagine offerte dai nuovi strumenti tecnologici. Ricostruzioni, riprese ad alta definizione, uso di droni accompagnati da una crescita esponenziale di programmi destinati ad un pubblico sempre più diversificato,  hanno profondamente modificato il modo di percepire , oltre che di raccontare, la storia e la stessa arte. Siamo giunti ad elaborare teorie legate allo story telling ed alla sua efficacia nella divulgazione, ma anche nella didattica di molte materie e discipline. La rete ed internet hanno poi fatto il resto.

In questo senso sono importanti le riflessioni di Antonio Brusa, negli studi offerti a Raffaele Licinio, di recentissima pubblicazione, raccolte nel saggio dal titolo ‘Internet e la rete degli stereotipi sul Medioevo‘.

L’aumento esponenziale dell’informazione, della cultura condivisa e non sempre verificata, ha prodotto un approccio ‘liquido’ alla storia ed all’arte. La conoscenza, la ricerca si decompone e si ricompone in un processo che rischia di sfuggire di mano alla maggior parte di coloro che si approcciano alla conoscenza senza avere alle spalle una consolidata esperienza scientifica e si ricompone in un frullato nel quale informazioni, stereotipi, bufale e racconti si mescolano senza un ordine apparente, generando da un lato confusione e dall’altro una sorta di paura, terrore direi, da parte di alcuni se non di molti.

Ora, è inutile negarlo, Castel del Monte è un caso emblematico in questo senso.

Dalle interpretazioni astrologiche, a quelle simboliche, a quelle sulla sua funzione, il castello in tutti questi anni è diventato un riferimento costante in libri, trasmissioni, interpretazioni sempre in bilico tra lo stereotipo, la bufala e la grande scoperta. Per questo cercherò di essere banale, di non annunciare scoperte e spiegazioni illuminanti, ma non mi sottrarrò ai processi di decomposizione e ricomposizione propri di un approccio liquido alla storia, anzi nel mio caso alla storia dell’arte al tempo di Federico II.

Dall’immagine del Castello riprodotta sulla moneta da 1 cent. alla costituzione di iniziative, associazioni, rievocazioni, progetti che riportano il nome di Federico si ha l’impressione che un elemento spesso inteso come legante e identificativo di una regione meridionale estesa, abbia rischiato di diventare un feticcio, oltre che uno stereotipo.

cat 2Tutto questo è abbastanza noto e discusso, molto spesso frutto di scelte, anche mirate, o facilmente associate ad eventi di altra natura. Non sto qui a ricordare come nel 1994 venne celebrato l’ottavo centenario della nascita di Federico II con almeno tre mostre a lui dedicate e quello fu un anno assai particolare che coincideva con una nuova e importante stagione politica italiana caratterizzata dalla figura politica di Berlusconi, ma soprattutto dalla definitiva affermazione di una nuova forma di comunicazione politica e sociale filtrata attraverso la televisione. Ci si è sempre chiesti se il titolo della mostra barese ‘Federico II: immagine e potere’ e di quella romana ‘Federico II e l’Italia’ non fossero stati in qualche modo ispirati da tutto quello che stava accadendo o che stava per accadere di lì a poco.

Se lo stereotipo significa nella linguistica un’espressione fissata in una determinata forma e ripetuta meccanicamente e quasi banalizzata, quindi un luogo comune (da Treccani), applicandolo alle espressioni d’arte e di storia lo stereotipo potrebbe anche essere inteso come un ‘modello convenzionale’. Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi.

Non sarebbe da escludere che lo stesso imperatore abbia utilizzato modelli convenzionali, ossia costanti e riprodotti costantemente, tesi perlopiù a presentare un’immagine simbolica della propria potenza. In questo senso un parametro di riferimento non poteva essere che il mondo classico e l’effige dell’imperatore romano così come appare nella moneta Augustale. Ma Federico II non sembra tuttavia voler dimenticare la dimensione offerta dal proprio contesto storico e culturale. Il sovrano che si diletta nella caccia, il mecenate che favorisce una cultura cortese e che si cimenta lui stesso nella scrittura. E’ evidente che l’ambiente e la corte di Federico II sia stata qualcosa che abbia travalicato l’idea di un circolo chiuso limitato a differenti espressioni culturali, come la sola Scuola Siciliana per esempio, ma abbia amore_1costituito qualcosa di più ‘fluido’ in grado di legare discipline, artisti, luoghi e naturalmente messaggi sempre più complessi.

Di tale complessità che naturalmente non poteva soltanto limitarsi agli aspetti artistici e culturali, ma si allineava alle esigenze politiche ed alle disponibilità finanziarie, spesso riusciamo a coglierne soltanto alcuni aspetti specifici, separati gli uni dagli altri e non siamo ancora in grado di tracciarne una visione di insieme.

Al contrario, molto spesso le visioni d’insieme distraggono dall’analisi di aspetti specifici ed importanti. Come per esempio quello legato alle ‘forme’ dell’architettura e nel nostro caso specifico sulla forma di Castel del Monte. E’ superfluo in questa sede rimandare a tutte le dispute derivate dalla forma di questo castello e della continua e spesso estenuante ricerca di dare significato a questa forma.

La forma, tuttavia, è un risultato empirico di soluzioni architettoniche e costruttive particolari che maturano nel ‘200 non soltanto nella corte di Federico II, ma in un ambito più esteso che coinvolge magistri, tagliatori di pietre, che segnarono il volto di un territorio e che attingevano da un più vasto panorama mediterraneo ed europeo: insomma quello che si chiamava il maturo Romanico e che, al tempo della costruzione di Castel del Monte annunciava già il Gotico.

Questo in generale, nel particolare vanno invece annotati alcuni aspetti, ad esempio la soluzione per le coperture delle sale trapezoidali del castello, a loro volta frutto di una divisione degli spazi cellulari determinati dal progetto finale. Realizzare una volta in pietra adattandola ad un trapezio costituisce una importante sfida risolta con una soluzione abbastanza ardita: cioè quella di impostare una volta a crociera sul quadrato ricavato dalla disposizione dei pilastri addossati alla parete, al centro, e poi realizzare una volta a botte irregolare direi, per gli spazi rimanenti del trapezio. Una soluzione che, lo voglio ricordare, non è soltanto geometrica, ma soprattutto costruttiva, realizzata con le pietre e per questo di natura non assolutamente regolare, così come non è assolutamente regolare tutto l’impianto del castello così come è stato dimostrato dai rilievi effettuati anni fa dai tedeschi dell’Università di Heidelberg e di Kalrsruhe.

1nCredo sia scontato notare come tali aspetti, che pure negli studi scientifici hanno avuto importanti conseguenze, siano stati spesso fagocitati dall’immagine simbolica del castello. Una forma di banalizzazione? In molti casi sicuramente anche se dobbiamo a tale riguardo ricordare U.Eco che nel ‘Nome della Rosa’ immagina la biblioteca del monastero così vicina alla forma del castello (benchè diversa) innescando così un processo i cui sviluppi tutti conosciamo.

Castel del Monte è indubbiamente il risultato di un processo di conoscenze costruttive e architettoniche maturate, come si suol dire, alla corte di Federico II. Più volte sono state proposte relazioni significative con il Palatium di Lucera, ma anche con il Palazzo o castello di Gravina (del quale si è occupato recentemente Massimiliano Ambruoso autore qualche anno fa del volume ‘Castel del Monte manuale storico di sopravvivenza‘ per l’editore Caratteri Mobili al quale rinvio).

planimetria_originaria_maniaceMa non solo, si sono cercate soluzioni e influenze anche con l’architettura orientale, Dorothee Sacks aveva proposto più di un confronto con le residenze Ommayadi e poi con i castelli siciliani come Castel Ursino e Castel Maniace a Siracusa. Sono cose studiate e conosciute da chiunque si sia occupato dell’architettura medievale e dei contesti storici e artistici che coinvolsero il Mezzogiorno d’Italia tra il XII ed il XIII secolo.

Quello che, tuttavia, conosciamo ancora molto poco è il cantiere: inteso come struttura fisica e culturale nel quale venivano scambiate conoscenze ed esperienze, dove si muovevano costruttori, lapicidi, scultori e tante altre figure, ahinoi spesso ignorate dalle fonti storiche. E’ noto che non si conosca il nome dell’architetto che abbia progettato Castel del Monte, alcuni parlerebbero del toscano Fuccio che Vasari aveva citato nelle Vite come un fedele di Federico II, probabilmente autore del castrum di Gravina. Una di quelle figure misteriose e probabilmente inventate come ha recentemente detto Cadei (M. Ambruoso negli studi offerti a R. Licinio).

Altri nomi di architetti dell’epoca sono i maestri d’oltralpe Pietro d’Angicourt e Giovanni di Toul che però operarono durante il periodo angioino e che poco ebbero a che fare con Castel del Monte. In questo elenco non dovrebbe mancare anche Filippo Chinardo di origini cipriote, uno degli architetti più interessanti nel periodo qui preso in considerazione.

testa_laureata2Si sa che gli elenchi creano suggestioni e spesso anche confusioni. Abbiamo poche idee rispetto al cantiere, se non per alcune miniature che servono soprattutto a darci una visione generale dei cantieri medievali. Eppure il cantiere di Castel del Monte è esistito e le sue tracce dovevano essere ancora ben visibili tra la fine dell’800 e gli inizi del secolo successivo. Quando B. Molajoli ebbe modo di recarsi al castello trovando quel frammento ormai famosissimo conservato nella Pinacoteca di Bari. Molajoli scrisse poi una Guida a Castel del Monte pubblicata nel 1940 interessante per quanto riuscì a vedere in un castello ancora non restaurato.

‘Alla fine dell’800 e ancora negli anni ’30 del nostro secolo la terra ammucchiata intorno allo zoccolo dell’edificio, i cumuli di detriti che ingombravano gli ambienti interni, restituivano in abbondanza ceramica, brani di intarsi, frammenti di colonnine e sculture’ (Calò Mariani). Prima di lui Haseloff aveva avuto modo di attraversare la collina che porta al castello e non è escluso che qui ci fossero tanti materiali, da quelli lavorati ma non posti in opera nel cantiere a quelli abbandonati anche nelle sale del castello.

Il rapporto tra il cantiere e i ritrovamenti sarebbe stato strettissimo, ma  temo che questo tipo di indagine sia stata non ancora del tutto affrontata, se non per alcuni aspetti.

barlettaAd esempio rimane importante la battuta di P. Claussen a proposito dell’Immagine dell’imperatore vera o presunta lui affermava ‘La colpa è da imputarsi agli archeologi classici (…) Ogni testa scolpita, che essi non desiderano tenere nei loro depositi viene girata agli storici dell’arte munita dell’etichetta Federico II’.

Effettivamente ci sono innumerevoli busti e testi attribuiti all’imperatore, dalla testa di Mainz, al busto di Barletta sino al cavaliere di Bamberga. Tutto questo ha rinvigorito soprattutto la ricerca della ‘vera’ immagine di Federico II, il ritratto, comportando così dei problemi legati soprattutto al riconoscimento del volto e dell’aspetto o dall’altra parte dell’immagine simbolica del suo ruolo.

Questa traccia di ricerca evidentemente intrigante ha un po’ oscurato l’indagine sulle correnti stilistiche che hanno caratterizzato autori ed opere (certe) legate ai cantieri federiciani.

I nomi sono straconosciuti si va da Alfano da Termoli a Pellegrino da Salerno, da Petrus de Apulia (forse il padre di Nicola) a Nicola di Bartolomeo (attivo a Ravello), ai pugliesi Bartolomeo da Foggia a Nicolaus (Bitonto lastra) e Gualtiero (Bitonto ciborio) sino a Nicola de Apulia da identificare con Nicola Pisano.

Questi nomi che riemergono dai documenti, dalle analisi e dagli studi scientifici traducono un ambiente, legato in questo caso alla scultura, di grandissima vivacità che gravitava intorno alla figura o alla corte, se preferite di Federico II. Un fermento culturale complesso che la studiosa tedesca A. Middeldorf Kosegarten aveva sintetizzato come ‘arte franca’ intesa come un linguaggio che riuniva influenze classiche, orientali e caratteri occidentali a cavallo fra il Romanico ed il Gotico.

18601617_1739235706093333_518247174_nDifficile riuscire a farsi largo in tale complicatissima selva di suggestioni, anche se a guardare alcuni elementi ornamentali presenti proprio a Castel del Monte non si può negare come alcuni capitelli a crochet, alcune chiavi di volta, alcune mensole presenti nelle torri rimandino ad un linguaggio intriso di influenze derivate dalle suggestioni del Gotico presente nei cantieri dei monaci cistercensi, dove il mostruoso, il gargoyle, lo sberleffo faceva capolino tra le righe dell’austera lezione di Bernardo da Chiaravalle.

Quei volti che emergono da Castel del Monte e soprattutto da pisano 2Lagopesole parlano un linguaggio ancora più complesso: quello che dall’ultima stagione del romanico traghetta l’arte e la tradizione verso il Gotico. Ed in questo interprete eccezionale è proprio Nicola Pisano con le sue teste mensole del Duomo di Siena con la sua bottega.

Se tutto questo prendesse origine dal cantiere di Castel del Monte non possiamo dirlo con certezza, ci mancano i documenti, ma altresì possiamo affermare come Castel del Monte sia stato un crocevia fortemente innervato da quella cultura del maturo ‘200 che poi avrebbe segnato il passo all’arte successiva. Non abbiamo certezza nemmeno su quanto fosse maturato e di quanto fosse stata promotrice l’arte della corte di Federico II, certo giocò un ruolo di primo piano così come la Scuola Siciliana lo giocò in letteratura prima dell’affermarsi della tradizione toscana. Sono due percorsi, questi che andrebbero visti parallelamente con l’ambizione di tracciarne anche ulteriori relazioni.

Sono suggerimenti per linee di ricerca soltanto in parte battute e poi spesso nascoste dal più fluido affermarsi di alcuni stereotipi.

Ma ancora una volta attenti a scagliarsi sugli stereotipi come prodotto dell’attuale visione della storia e dell’arte.

Abbiamo detto come lo stesso Federico adottasse modelli convenzionali ai suoi tempi e non possiamo tralasciare come l’idea di un medioevo fantastico e direi eclettico dominasse la scena degli inizi del ‘900, non soltanto negli studi, ma anche negli interventi di restauro e della comunicazione di quel periodo.

cdm 900 1Le immagini suggestive ed abbastanza inquietanti del castello alla fine dell’800 e durante i primi interventi di restauro sembrano contrastare con l’attuale aspetto levigato, cristallino delle sue pietre che oggi dominano la Murgia caratterizzando inequivocabilmente il territorio.

Ma voglio ricordarvi alcune ipotesi restitutive del castello presentate proprio in occasione dell’Esposizione Universale del 1911quando si pensò di collocare Castel del Monte su una collina interamente fortificata (una sorta di Ziqqurat) e lo si immaginò dotato all’interno di elementi architettonici ed ornamentali ormai scomparsi.1911

Credo che questi siano stati i primi passi verso quella tendenza alla traduzione simbolica e spesso immaginifica di Castel del Monte della quale conosciamo sin troppo bene gli sviluppi. E di quanto sia stato importante quel periodo di restauri e di restituzione di un romanico confezionato per l’occasione è testimonianza un convegno che si è svolto proprio in questi giorni a Roma (26-27 maggio 2017) dal titolo significativo ‘Il Medioevo ritrovato’ dove gli interventi di P. Belli D’Elia e di Luisa Derosa sulla Puglia trattano proprio di questi argomenti.

Tutto  sta a significare come di fatto ci si trovi dinanzi ad uno studio della storia e dell’arte perfettamente in linea con la nostra liquida società, ma tutto questo non è un’operazione della nostra epoca (per quanto i nostri strumenti tecnologici ne abbiano fornito un’accelerazione enorme) ma sono germi presenti da tantissimo tempo nell’uso e nell’interpretazione dell’arte. Segni che nulla hanno a che fare con il simbolico e l’immaginifico, ma che consentono di tracciare linee di ricerca ancora poco battute ma estremamente interessanti.

Rotte Murgiane


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Non è mai facile tradurre un’idea in qualcosa di concreto, tanto più quando i mezzi che hai a disposizione sono esigui, al limite del famigerato ‘costo zero’. Nonostante ciò il coraggio di moltissime persone coinvolte, interessate, pronte a metterci del loro per portare avanti in questi quattro anni l’idea di un sito come http://www.pugliaindifesa.org costituisce una di quelle medaglie delle quali tutti siamo orgogliosi.

Ne sono orgogliosi i fondatori e responsabili, ma anche i collaboratori, coloro che in molte occasioni hanno cercato e trovato una voce, uno spazio nel quale riportare le proprie riflessioni, conoscenze, segnalazioni.

Sin da principio Puglia In-Difesa ha cercato una linea che si ponesse nel mezzo tra la denuncia giornalistica e lo studio specialistico nel campo della tutela del patrimonio e salvaguardia dei beni culturali. Una scelta che ha significato anche cercare un linguaggio ed una comunicazione in grado di distinguersi, ma anche di connotarsi in modo originale oltre che suscitare interesse.

Durante tutti questi anni il sito è diventato un luogo familiare per molti, per tutti coloro che non proponevano soltanto denunce, ma anche informazioni, notizie, approfondimenti. Una banca dati che non disdegnava approfondimenti e rigori scientifici eludendo approcci superficiali così come ridondanti ricerche scientifiche e specialistiche.

Nonostante i buoni risultati riscontrati sul web, l’interesse di molti lettori interessati alle proposte del sito, Puglia In-Difesa ha sempre cercato di migliorarsi e di cercare nuove risorse per proporre ulteriori fonti di informazioni. Vanno intese in questo senso le inchieste giornalistiche http://www.pugliaindifesa.org/repubblica.html oppure i servizi televisivi https://www.youtube.com/watch?v=zrOtk11KkHk  ma anche le iniziative, gli incontri, il coinvolgimento di un numero sempre crescente di autori che hanno arricchito il sito di tanti articoli e contributi.

Ora con l’uscita di ‘Rotte Murgiane’, il primo volume cartaceo di Puglia In-Difesa, l’offerta di questa iniziativa si arricchisce di un altro, importante, progetto: quello di tradursi dal mondo digitale a quello concreto e cartaceo, che si sostanzia su uno scaffale di una libreria e trova anche il proprio spazio in una biblioteca.

Il libro ed i contributi degli autori non perdono il carattere comunicativo adottato nel sito: saggi rigorosi, ma tradotti in un linguaggio semplice ed immediato. Piccole inchieste che non vogliono cavalcare l’onda della notizia giornalistica, ma fornire indicazioni di storia e di cultura per circostanziare e definire i motivi propri della tutela e della salvaguardia di monumenti e paesaggi.

‘Rotte Murgiane’ sono itinerari inusuali, spesso all’ombra di mete turistiche di grande richiamo; sono percorsi accidentati attraverso centri abitati, territori, tradizioni e cattive pratiche di tutela.

Itinerari e percorsi proposti per conoscere, ma anche per riflettere su alcuni aspetti architettonici, storici e artistici, sociali che connotano in modo radicale il territorio della Murgia.

Questo l’indice del volume:

Michele D’Elia, La chiesa rupestre del Peccato Originale. Cronaca di un restauro
Dino Borri, Risorse, futuri e strategie di ambiente paesaggio in alta Murgia

Franco dell’Aquila, Andria rupestre 
Rosalinda Romanelli, Alcune note sulla decorazionepittorica della chiesa rupestre di Santa Croce ad Andria. Il culto della Passione
Luisa Derosa, Immagini ‘antiche’ e ‘culti moderni’: il caso della Madonna dei Miracoli di Andria

Pasquale Cordasco, 38 miglia da Castel del Monte 

Maurizio Triggiani, Nelle pieghe della storia: il sito delle Grottelline di Spinazzola 
Vito Ricci, La chiesa di San Vito di Corato e i rapporti con gli ordini religioso-militari. Ipotesi e certezze storiche 
Giulia Perrino, Gli affreschi medievali della chiesa matrice di Santa Maria Assunta a Binetto
Sergio Chiaffarata, La Murgia sconosciuta. Dalla prima guerra mondiale alla guerra fredda

Grazie all’impegno della Casa Editrice Edipuglia il volume è inserito nella collana ‘Le vie Maestre’ ed ha un costo di 12 euro.

 

Note didattiche su un Castello: Castel del Monte


 

 

 

Non capita spesso di poter parlare di Castel del Monte a Castel del Monte.

07Succede agli operatori turistici, le guide, che accompagnano i turisti e che rimangono gli unici ad essere costantemente costretti a coniugare le informazioni, le notizie storiche alle evidenze di questo monumentale testimone del passato.

Stessa esigenza è quella espressa nei pannelli degli allestimenti museali che introducono alla visita del castello.

 

La musealizzazione e la fruizione, didattica e turistica di questo luogo costituiscono altresì il culmine di un lungo percorso, non senza ostacoli, a cui si è giunti nell’arco di più di un secolo, da quando il ‘maniero’ venne acquistato dallo stato italiano versando ai vecchi proprietari, i Carafa, £. 25.000 a riscontro non del reale valore dell’edificio (quasi un rudere all’epoca), ma in virtù del suo passato e della sua storia.

 

La didattica di Castel del Monte potrebbe apparire un titolo assai scontato per un intervento; in effetti di didattica, o meglio di didattiche, relative a questo edificio ne esistono molteplici e spesso si distinguono per privilegiare differenti punti di vista. Ci sono i numerosi contributi degli storici medievali (da quelli di Musca sino ai più recenti di Raffaele Licinio, di Francesco Violante), degli storici dell’arte (da Haseloff, a Bertaux, a Willemsen sino a M.S. Calò Mariani), esistono i contributi di coloro che sono intervenuti per il restauro del Castello (da Ceschi sino ai più recenti interventi di G.B. De Tommasi), finanche a chi ne ha studiato i materiali litoidi come F. Zezza e alcune iscrizioni presenti (il compianto F. Magistrale e Pasquale Cordasco). Poi ci sono pubblicazioni a carattere maggiormente divulgativo, le guide redatte da S. Mola e pubblicate da Adda, o ancora la guida didattica di Carmela Liuzzi sempre pubblicata da Adda, sino alla pletora di studi locali e di pubblicazioni on-line che fanno di questo castello un simbolo quasi un ‘feticcio del medioevo’. E non mancano le stra-ordinarie interpretazioni, da quelle astronomiche di Tavolaro, alle più recenti interpretazioni storiche-architettoniche che fanno di questo castello un Hamman federiciano.10

 

Bene avrò di certo dimenticato molte altre citazioni, indagini, discussioni, che animano l’attuale vita del castello ed alle quali si possono associare altrettante linee didattiche, più o meno fantasiose, più o meno immaginarie, più o meno suggestive.

 

La maggior parte di queste hanno come obiettivo quello di poter coniugare le (poche) notizie documentarie ad alcuni quesiti :

  • il ruolo di Federico II nella costruzione e nella committenza del castello;
  • la funzione di questo edificio;
  • la funzionalità e la destinazione dei suoi ambienti;
  • il ‘messaggio’ storico e politico che esso conserva e che dovrebbe trasmettere.

 

Sono obiettivi che molto spesso si frantumano dinanzi alla quasi consueta affermazione dei visitatori, piccoli o grandi che siano, che recita “sì, ma nel Castello non c’è nulla”.

Infatti non ci sono ponti levatoi, non ci sono saloni di ricevimento, non ci sono stanze ‘nobili’, non ci sono ritratti di Federico II, non ci sono testimonianze apparenti di quell’impero, non ci sono stalle, cucine, dormitori, sale d’armi…insomma nulla che possa appartenere all’idea di un castello medievale, all’immaginario dei cavalieri impegnati a difendere un territorio da attacchi di masnade di saraceni, pirati della terra. I pochi camini,sono presenti neanche in tutte le stanze, le stesse stanze senza nome, così come le torri identificate soltanto da numeri 1,2,3 ecc come accade per le curve dei circuiti di Formula 1 più recenti, quelli che non hanno storia.

 

Se mettessimo in relazione le aspettative che un castello come questo suscita con quello che lo spettatore va a visitare credo che lo spread in questo caso sarebbe più che preoccupante.

 

Allora c’è qualcosa che non funziona nel castello? C’è qualcosa che ancora non si conosce? Oppure qualcosa non ha funzionato nelle operazioni di restyling, marketing a cui Castel del Monte è stato sottoposto? Si tratta forse di un ‘campione’ che ha tradito e tradisce continuamente le attese di chi lo visita, a dispetto delle tante pubblicazioni, delle tante metafore che suggerisce? E come lo si può presentare allora? Occorre cercare ( o inventarsi) connubi misterici, astronomici, astrologici, eventi legati al Gral o all’Hamman? Insomma cos’è che ha funzionato poco o non ha funzionato per niente?

 

Se pensate che io darò una risposta a tutto questo sbagliate, cercherò invece di attirare l’attenzione su una possibile didattica del castello che parta dal castello stesso, dalle sue pietre e non dalla sua forma. Ecco perchè per me è importante parlare di Castel del Monte a Castel del Monte, senza essere costretto a far la guida del Castello.

 

11Ho parlato di pietre e non di forma, perchè le forme inducono alle interpretazioni, mentre le pietre quelle no sono ciò che vediamo. Allora dobbiamo anche essere consapevoli che la maggior parte delle pietre oggi presenti e che passando ognuno di noi può toccare non sono originali, non sono medievali. Lunghi lavori di integrazione e di restauro dai primi decenni del ‘900 sino ad una trentina di anni fa hanno sostituito, integrato, coperto le antiche facies litoidi del castello che apparivano scorciate, rosicate dalle inclementi condizioni metereologiche che ‘assediano’ questo maniero da sempre, sbalzi di temperatura e soprattutto vento, pioggia. E tali segni erano presenti su tutta la superficie di Castel del Monte, all’esterno, nel cortile interno, addirittura nelle sale interne quando le finestre non erano in grado di reggere alle sollecitazioni delle correnti e del vento, e quanto c’è voluto per adeguare gli stipiti e chiudere tali prese d’aria fatali! Dunque integrazioni di pietre sui prospetti esterni, sulle torri, ricostruzioni quasi integrali dei basamenti delle torri stesse, integrazione delle murature dei prospetti del cortile interno, finestre e feritoie, nonché piani di calpestio e riempimenti delle volte. Insomma tante pietre. Prese da dove? Da quel che ne sappiamo inizialmente da alcune cave, ritenute antiche o medievali poste ai piedi del castello, in seguito da cave in grado di fornire materiale litologico omogeneo a quello più antico ubicate a qualche decina di chilometri dal sito. E poi dagli anni ’70 in poi ‘cure’ mediche a base di ‘resine epossidiche, malte (cementizie?) con lo sforzo e la paura di non far scurire la pietra per non contraddire le idee di eleganza e sobrietà cantate dagli storici dell’arte.

E poi i numeri che non tornavano. Non sempre gli spessori delle murature risultavano omogenei, le stesse angolazioni di conci ed aperture ponevano parecchi problemi (le aperture soprattutto per i soliti stipiti), insomma tra chi ne parlava e chi più o meno misurava si insinuavano piccole, ma sempre maggiori contraddizioni.

Ed era prevedibile che fosse così. Anche uno storico come G. Musca lo aveva intuito che ‘l’arte del costruire’ medievale fosse perlopiù una scienza empirica e se mai ci fossero stati progetti o addirittura modelli non dovevano essere dissimili da quelli annotati nei taccuini di Villard de Honnecourt.

 

E poi l’acqua, qui mi voglio soffermare. Ci sono due punti di vista: c’è chi sostiene che il Castello fosse concepito proprio per raccogliere ed utilizzare l’acqua, grazie alle cisterne sui terrazzi delle torri ed a quella ubicata oltre il portale dall’accesso, all’esterno. Questa raccolta avrebbe favorito le innovative soluzioni dei servizi igienici (le latrine) ubicate in alcune delle torri, addirittura l’acqua sarebbe stata utilissima per trasformare questo edificio in un enorme centro termale.

C’è chi poi è salito sulle torri cercando di capire come mai tutte le murature delle coperture interne delle torri e delle sale dell’ordine superiore fossero così mal ridotte dai fenomeni di percolamento di acque meteoriche. E così si è scoperto come le canalette di scolo e di raccolta ampie meno di 10 cm, fossero del tutto inadeguate a sopportare le precipitazioni medie di quell’area e che quindi per Castel del Monte la presenza e la raccolta dell’acqua non fosse un’esigenza legata alle sue funzioni ed alle soluzioni igieniche, quanto forse un problema di difficile soluzione.

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Non vorrei rubare troppo tempo per parlare delle soluzioni architettoniche legate alle coperture delle sale trapezoidali, agli eventuali percorsi e comunicazioni delle stanze, alle soluzioni delle aperture strombate….tutte cose affrontate in modo tecnico nei tanti contributi su Castel del Monte.

 

Ma su una cosa vorrei ancora esprimere il mio chiamatelo forse eccentrico contributo di didattica: il rapporto che il Castello ha avuto con il proprio territorio.

Non era un’area di guerra, non era al centro di boschi. Ancora una volta Musca aveva visto giusto quando parlava di una vegetazione bassa e mediterranea, fatta di ulivi a basso fusto, vitigni e arbusti, adatti proprio all’allevamento ed all’osservazione delle specie di uccelli (e noi sappiamo questa essere una passione di Federico II). Aveva ragione anche il più moderno documento “Compasso de Navigare” quando indicava Castel del Monte come riferimento anche per le rotte marine nel tratto tra Trani, Barletta e Manfredonia. Insomma un paesaggio caratterizzato da una vegetazione bassa, fatta di ulivi e non di pini.

 

Ma a inizi ‘900 veniva annotata da Ceschi una osservazione importante. Se anche la vegetazione era bassa, anche il castello ‘si era abbassato’. Terreno di risulta aveva coperto lo stesso castello sin quasi al livello dei basamenti esterni delle torri.16

Un terreno di risulta che ha restituito nei, pochi e mal condotti, scavi archeologici, alcune importanti testimonianze, come quelle raccolte da Molajoli, o come altre osservate e, credo, annotate e fotografate da Haseloff (bisognerebbe indagare meglio il fondo Haseloff custodito a Kiehl), che potrebbero addirittura dare una convincente risposta a quanti chiedono di toccare e vedere le testimonianze imperiali e federiciane presenti al Castello.

Ma soprattutto, e questo è un po’ un mio chiodo fisso, potrebbero far luce su quella fondazione di Sancta Maria de Monte che già dal Medioevo diede il toponimo al Castrum e della quale documenti storici raccolti da Houben forniscono pochi dati e altrettanto minime sono le testimonianze critiche se non quelle realizzate da Petrarolo uno storico locale.

 

Ma il paesaggio dai bassi profili vegetali, forse caro all’imperatore ed ai suoi volatili, oggi ha modificato un po’ il proprio aspetto. Un po’ troppe costruzioni divise equamente tra sale ricevimento, strutture alberghiere di alto o contenuto tariffario, popolano questa area tra il Castello e lungo le strade che conducono ad Andria e Corato. Sono queste testimonianze attuali di quanto il Castello sia diventato testimonianza di politiche turistiche ed economiche, spesso non del tutto condivisibili ed azzeccate, che lo hanno portato ad avere un’ulteriore coperta, questa volta fatta non più solo di pietre recenti, ma di speranze culminate con i riconoscimenti tra i quali quelli dell’1 centesimo dell’Euro.

 

Per fare una corretta didattica, a mio parere, occorrerebbe parlare anche di questo aspetto, ossia di quanto le politiche turistico-culturali, a volte inducano ad ingrossare le speranze di chi specula, a ragione o a torto, ma anche inducano a caricare di messaggi, significati, ‘misteri’ quello che sarebbe ‘un castello medievale’, come dice Licinio, ma che oggi, alla luce di quanto è stato restaurato, di quanto sia stato interpretato, letto, e insegnato costituisce una testimonianza quanto mai attuale, fortemente connessa a quell’idea di patrimonio culturale, dove la parola patrimonio, come giustamente sostiene Salvatore Settis, finisce, suo malgrado, di sottendere a concetti come risorsa economica, guadagno, mercato.