Ripensare Norcia


Nonostante tutto Norcia non è morta.

Ci sono le ferite, anche gravi, del terremoto, ci sono ancora mille problemi, ci sono collegamenti difficili, ma la città che ho visitato non è una città agonizzante.

Sono i turisti che la rendono  vivace e non i cantieri che sembrano ancora fermi: soltanto i ponteggi ad assicurare gli edifici più lesionati, le transenne a proteggere, più che le persone, le pietre che sono venute giù e che un domani potrebbero essere riutilizzate.

Non è facile arrivare a Norcia, si fa un percorso difficile, duro anche da digerire, una delle strade che ti ci porta passa attraverso la zona del Tronto, con tantissimi paesini che adesso sembrano vedette sbriciolate di una valle fortemente alterata. Senza parlare di norcia 7Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto che dalle immagini dei TG si materializzano all’improvviso lungo la statale, anzi sembra che si smaterializzino per quanto sono devastate.

Il viaggio verso Norcia è un percorso di grande riflessione che parte da tutto quello che si è detto e che abbiamo ascoltato, da quella cronaca spesso ridondante, alle grandi manovre politiche, amministrative e finanziarie, alle polemiche ed al coraggio, all’operosità di quanti ancora oggi, con mezzi pesanti, scavatrici e gru, si arrampicano su quei declivi incerti per cercare di mettere in sicurezza tutto quello che si può.

A tutto questo rumore si alterna il silenzio, quello di queste valli maestose e ferite, dei paesi ormai quasi spopolati, dei campi che alacremente vengono di nuovo coltivati.

norcia 3Ed è così che si comincia a riflettere e pensare, fino ad arrivare alle porte di Norcia che ti accolgono con le transenne che proteggono i conci delle mura, le Porte sorrette dai ponteggi e infine la Basilica di San Benedetto, con la facciata incapsulata dall’acciaio ed il fianco sbriciolato come una ferita ancora aperta.

Non tutti quelli che ci arrivano hanno il coraggio e la forza di guardare, d’altra parte quando le ferite sanguinano fanno parecchia impressione.

Eppure qui la riflessione sulla ricostruzione è già partita. Grazie al vescovo di Norcia ed a Stefano Boeri a fine giugno/ inizi luglio un grande incontro laboratoriale ha avuto al centro la discussione relativa alla ricostruzione. Non solo una necessità, ma anche un’occasione per realizzare qualcosa che valga la pena di visitare. Un’azione di cultura degna del passato che si va a ricostruire, proteggere, ripensare.

E’ stato lanciato anche un concorso di idee, per architetti, urbanisti, specialisti e storici per ripensare Norcia e le aree del terremoto (http://www.laboratorioperlaricostruzione.it/ ) . Un’operazione bella, degna, che si spera possa davvero essere portata a termine e non rimanere soltanto nei dibattiti ed arenarsi dinanzi alla burocrazia amministrativa o, peggio ancora, dinanzi agli interessi di qualsiasi forma e fazione.

D’altra parte l’esempio e gli errori commessi a L’Aquila abitano a pochi chilometri da qui, dovrebbero insegnare o per lo meno aiutare a non ricascare nelle trame di chi, senza scrupoli, ci vede solo il proprio interesse.

Per il momento, tuttavia, le riflessioni rimangono pensieri e ciò che appare sono i ponteggi che assicurano la ‘vita artificiale’ delle cose, ma che lasciano una sorta di domanda piena di angoscia rivolta al futuro.

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Rotte Murgiane


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Non è mai facile tradurre un’idea in qualcosa di concreto, tanto più quando i mezzi che hai a disposizione sono esigui, al limite del famigerato ‘costo zero’. Nonostante ciò il coraggio di moltissime persone coinvolte, interessate, pronte a metterci del loro per portare avanti in questi quattro anni l’idea di un sito come http://www.pugliaindifesa.org costituisce una di quelle medaglie delle quali tutti siamo orgogliosi.

Ne sono orgogliosi i fondatori e responsabili, ma anche i collaboratori, coloro che in molte occasioni hanno cercato e trovato una voce, uno spazio nel quale riportare le proprie riflessioni, conoscenze, segnalazioni.

Sin da principio Puglia In-Difesa ha cercato una linea che si ponesse nel mezzo tra la denuncia giornalistica e lo studio specialistico nel campo della tutela del patrimonio e salvaguardia dei beni culturali. Una scelta che ha significato anche cercare un linguaggio ed una comunicazione in grado di distinguersi, ma anche di connotarsi in modo originale oltre che suscitare interesse.

Durante tutti questi anni il sito è diventato un luogo familiare per molti, per tutti coloro che non proponevano soltanto denunce, ma anche informazioni, notizie, approfondimenti. Una banca dati che non disdegnava approfondimenti e rigori scientifici eludendo approcci superficiali così come ridondanti ricerche scientifiche e specialistiche.

Nonostante i buoni risultati riscontrati sul web, l’interesse di molti lettori interessati alle proposte del sito, Puglia In-Difesa ha sempre cercato di migliorarsi e di cercare nuove risorse per proporre ulteriori fonti di informazioni. Vanno intese in questo senso le inchieste giornalistiche http://www.pugliaindifesa.org/repubblica.html oppure i servizi televisivi https://www.youtube.com/watch?v=zrOtk11KkHk  ma anche le iniziative, gli incontri, il coinvolgimento di un numero sempre crescente di autori che hanno arricchito il sito di tanti articoli e contributi.

Ora con l’uscita di ‘Rotte Murgiane’, il primo volume cartaceo di Puglia In-Difesa, l’offerta di questa iniziativa si arricchisce di un altro, importante, progetto: quello di tradursi dal mondo digitale a quello concreto e cartaceo, che si sostanzia su uno scaffale di una libreria e trova anche il proprio spazio in una biblioteca.

Il libro ed i contributi degli autori non perdono il carattere comunicativo adottato nel sito: saggi rigorosi, ma tradotti in un linguaggio semplice ed immediato. Piccole inchieste che non vogliono cavalcare l’onda della notizia giornalistica, ma fornire indicazioni di storia e di cultura per circostanziare e definire i motivi propri della tutela e della salvaguardia di monumenti e paesaggi.

‘Rotte Murgiane’ sono itinerari inusuali, spesso all’ombra di mete turistiche di grande richiamo; sono percorsi accidentati attraverso centri abitati, territori, tradizioni e cattive pratiche di tutela.

Itinerari e percorsi proposti per conoscere, ma anche per riflettere su alcuni aspetti architettonici, storici e artistici, sociali che connotano in modo radicale il territorio della Murgia.

Questo l’indice del volume:

Michele D’Elia, La chiesa rupestre del Peccato Originale. Cronaca di un restauro
Dino Borri, Risorse, futuri e strategie di ambiente paesaggio in alta Murgia

Franco dell’Aquila, Andria rupestre 
Rosalinda Romanelli, Alcune note sulla decorazionepittorica della chiesa rupestre di Santa Croce ad Andria. Il culto della Passione
Luisa Derosa, Immagini ‘antiche’ e ‘culti moderni’: il caso della Madonna dei Miracoli di Andria

Pasquale Cordasco, 38 miglia da Castel del Monte 

Maurizio Triggiani, Nelle pieghe della storia: il sito delle Grottelline di Spinazzola 
Vito Ricci, La chiesa di San Vito di Corato e i rapporti con gli ordini religioso-militari. Ipotesi e certezze storiche 
Giulia Perrino, Gli affreschi medievali della chiesa matrice di Santa Maria Assunta a Binetto
Sergio Chiaffarata, La Murgia sconosciuta. Dalla prima guerra mondiale alla guerra fredda

Grazie all’impegno della Casa Editrice Edipuglia il volume è inserito nella collana ‘Le vie Maestre’ ed ha un costo di 12 euro.

 

Il coraggio dello storico dell’arte


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Tutto nasce dalla mia partecipazione al Concorsone per i Beni Culturali. Alla preselezione a quiz di fine luglio a Roma. I numeri dicevano  che dei duemila e passa iscritti, la maggior parte anche presenti ne sarebbero passati 200 per poi arrivare ai 40 che effettivamente vinceranno il concorso e saranno immessi negli Uffici del Ministero e delle Soprintendenze.

Ancora… i numeri del concorsone dicono che dei 500 funzionari selezionati per il MiBACT tra architetti, archeologi, restauratori, comunicatori, bibliotecari… agli storici dell’arte è stata riservata una percentuale sostanzialmente bassa di posti messi a disposizione, in ogni caso una percentuale, dal momento che negli ultimi decenni di posti messi a concorso per questa categoria non se ne vedevano almeno dalla fine degli anni ’90.

Tutto questo ha portato a Roma un popolo, comune anche alle altre categorie, costituito da età le più diverse, con una comune formazione specialistica, se non di più, che in tutti questi anni ha mescolato generazioni diverse anche queste accomunate da una sorta di rassegnata speranza di un posto fisso da giocarsi tra Ministero dei Beni Culturali, Scuola, Università. Sbocchi in ogni caso sempre più strozzati da esiguità di posti a disposizione e prove sempre più severe al limite di un equilibrismo nozionistico e culturale da più parti anche contestato.

Sin qui le considerazioni possono anche essere comuni con le altre categorie ma ciò che induce a questa riflessione specifica sul ruolo della storia dell’arte parte da altro.

L’esigua presenza degli storici dell’arte nell’ambito delle Soprintendenze e degli organi del Ministero ha raggiunto in questi anni dei minimi storici che sembrano accordarsi con le politiche di formazione perseguite nei corsi di studi scolastici ed universitari. Tagli e riduzione di ore sono, almeno da un decennio, la costante che caratterizza questa area e che si traduce anche con una significativa riduzione di percorsi di dottorato, ma soprattutto, con le difficoltà crescenti ed a volte insormontabili che le Scuole di Specializzazione di Storia dell’Arte hanno incontrato in questi anni.

Il quadro che qui si traccia è complesso e rischia sempre soluzioni, accuse, sin troppo semplici e scontate. C’è da mettere in conto l’idea che in alcuni settori come quelli delle Soprintendenze ci sia la necessità di professionalità ‘più tecniche’, ci sarebbe poi da stabilire il rapporto a volte più che collaborativo, direi conflittuale, con gli architetti e gli archeologi, che si è creato in questi anni. E così via si potrebbe anche continuare a lungo, con ragioni contestabili, ma anche condivisibili.

Tuttavia l’impressione che personalmente ho avuto in quel giorno romano di fine luglio è stata quella della perdita di identità dello storico dell’arte. Duemila candidati (ma sono certo che di quelli con le carte in regola per iscriversi al concorso ce ne sarebbero stati di più) che rappresentavano una categoria ormai non più omogenea, suddivisa tra chi aveva un piede nella organizzazione di eventi, nella musealizzazione, nella ricerca scientifica, nelle attività laboratoriali scolastiche, nelle varie forme di comunicazione.

Una diversificazione che in teoria dovrebbe far bene all’intera categoria, se avesse avuto in questi anni una forma univoca ed anche pensata. Ma da chi?

I percorsi formativi sono a mio parere la versa risorsa mancata per dare identità a questa categoria. Epigoni di generazioni di grandi maestri che, bisogna riconoscerlo, hanno costituito per lungo tempo circoli chiusi e poco disposti al dialogo, ciò che col tempo è rimasto degli storici dell’arte è un atteggiamento spesso elitario, a volte addirittura spocchioso o, al peggio, svenduto. Esauriti i grandi del passato sono succedute generazioni più attente a riservarsi il proprio orticello piuttosto che dare aperture e dignità alla categoria, a rinnovare se possibile, a fornire nuovi strumenti disciplinari. Cosa che invece è puntualmente accaduta per l’archeologia, l’architettura, il restauro. La storia dell’arte ha finito per vivere in isolamento nei processi formativi accademici ed anche con la risorsa dei corsi sui beni culturali non è riuscita a fornire strumenti e ricerche utili alle nuove e perentorie esigenze. Il dazio di queste negligenze o, direi anche, cecità lo pagano tutti coloro che hanno deciso di formarsi su questa materia. La scarsa capacità di guardare lontano da parte dei ‘maestri’ si è presto tradotta in una ghigliottina che ha tagliato ore di insegnamento della materia nelle scuole, impoverimento di corsi accademici, ma anche di insegnamenti universitari, esclusione parziale o pressocchè totale dagli organi ministeriali e dalle soprintendenze. Ciò che rimane sono i 40 posti messi a disposizione dal concorso del MiBACT e poco altro.

E questo fa male. Non tanto per le opportunità negate alle risorse umane e generazionali, che pure pesano e parecchio in questo discorso, ma anche e soprattutto per le potenzialità che la materia e la categoria sono in grado di offrire.

La rigenerazione della storia dell’arte avrebbe motivo di ripartire ovviamente ammettendo le proprie carenze, maturate in questi anni, ma anche portando la ricerca un po’ più avanti, stringendo collaborazioni con altre discipline non soltanto per interesse, ma con la consapevolezza di poter offrire un contributo, uno sguardo differente sulle cose.

Per spiegare meglio tutto ciò più che dare delle risposte porrei delle domande:

  • a cosa serve uno storico dell’arte su un cantiere di Restauro?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nell’ambito di una ricostruzione come quella di zone terremotate?
  • a cosa serve uno storico dell’arte quando ci si pone il problema della salvaguardia e della tutela del paesaggio?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nei percorsi non soltanto di formazione, ma anche di comunicazione?

E di domande come queste se ne potrebbero trovare altre, anzi sarebbe il caso di trovarne molte altre. Ritengo che questa possa essere una base di ricerca, ma anche un’offerta formativa per le generazioni prossime che abbiano ancora il coraggio di intraprendere questa strada per la quale indubbiamente ci vuole coraggio, non soltanto tra i più giovani, ma anche tra coloro che adesso hanno un ruolo: quello di non far morire questa materia, in silenzio, senza avere risposte da dare, ma nemmeno domande da rivolgersi.

Ah per la cronaca non ho superato la selezione a quiz!

 

 

Taranto 2016: l’Università toglie il disturbo?


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Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione dalla Segreteria Studenti del corso di Scienze della Comunicazione con sede a Taranto per far parte dell’ultima commissione di laurea del corso. Devo essere sincero non me la sono sentita, non ho risposto, ho preferito chiudere il mio rapporto, seppur da docente a contratto a Taranto, con l’ultimo mio appello del 18 febbraio.

La chiusura di quel corso si conosceva da due anni fa, ho tenuto negli ultimi anni due insegnamenti che riguardavano gli iscritti del 2012 e che svolgevano il mio esame di ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’ inerente al corso di Scienze della Comunicazione e dell’Animazione Socio Culturale, per il terzo anno di corso.

Quell’insegnamento l’ho progettato io stesso alcuni anni fa, quando a Taranto si unificò Scienze della Formazione e Scienze della Comunicazione in un unico corso di laurea e pensai che sarebbe stato opportuno presentare un esame sui Beni Culturali di quel territorio in base ad alcune riflessioni:

– spesso il territorio di Taranto è stato oggetto di importanti studi ed interessi scientifici prevalentemente dal punto di vista dell’Archeologia Classica e della Magna Grecia oppure dell’Habitat Rupestre;

– altrettanto spesso Taranto è stata considerata una città con una prospettiva culturale fortemente condizionata dalle ingombranti presenze dell’Ilva, dell’Eni, del polo industriale, ma anche dell’Arsenale della Marina e del Porto;

– quasi a contrastare tale situazione e tali pregiudizi l’Università degli Studi di Bari aveva aperto un corso di studi e addirittura aveva trasferito la sede dei corsi di Scienze della Formazione e Comunicazione dal rione Tamburi, nella città vecchi,a nella Caserma Rossarol, ex convento di S. Francesco, interamente ristrutturata.

Considerando questi aspetti mi sembrò allora opportuno pensare ad un programma d’esame che considerasse la città di Taranto, i suoi Beni Culturali, la sua storia come un dialogo continuo che arrivasse sino ai nostri giorni. Un dialogo spesso tragico, contraddittorio, ma comunque espressione di una pulsione economica e sociale che ha caratterizzato da sempre questa città.

Studiando, ho imparato un po’ a conoscerla, Taranto. Ho letto e proposto libri come ‘Il museo negato’ di Cosimo D’Angela, ‘Invisibili’ di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, ho proposto letture di Vera von Falkenhausen sulla Taranto bizantina e normanna, di Pina Belli D’Elia sul Duomo di Taranto, ho stretto collaborazioni con Associazioni Culturali locali, guide, archeologi per andare alla scoperta degli ipogei della città di Taranto, per visitare chiese e monasteri dai destini contraddittori e spesso non accessibili al pubblico. Ho cercato di stimolare gli studenti a produrre materiali (alcuni dei quali ho pubblicato sul sito www.pugliaindifesa.org) per accostarsi ai Beni culturali, ma più in generale alla cultura della loro città e del loro territorio. Ho cercato di coniugare le vicende di Taranto a ciò che autori come Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky dicevano a proposito del valore e del fondamento della cultura.

Ho insomma obbedito a quella mia personale idea di slancio culturale, maturato in anni di studio e di ricerca tesi alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale. Un percorso d’esame che avevo io stesso allestito e del quale ne sono sempre andato fiero. Sapevo che tutto questo avrebbe avuto vita breve, appena ho cominciato i corsi, sapevo che ne avrei tenuti soltanto due e che tutto sarebbe finito.

Al di là della speranza che tutto ciò non fosse sottratto ad una città e ad una popolazione che di cultura, conoscenza, impegno civico, ne ha bisogno, non ho mai pensato di cercare i motivi, i giochi politici, gli affari, le negligenze forse anche le colpe che hanno dapprima offerto una sia pur limitata speranza di fondare una università a Taranto, con sedi addirittura nel suo centro storico, e poi l’hanno con altrettanta sagacia abbandonata al proprio destino.

Oggi dunque sarebbe il giorno delle recriminazioni, le mie, che tuttavia sarebbero personali e quindi relative alla condizione di docente a contratto che si trova a non avere un insegnamento sul quale aveva molto puntato, ma anche e soprattutto degli studenti e dell’intera città.

Ci sarebbe molto da recriminare, ma le recriminazioni e il dito puntato su qualcuno o qualcosa non aiutano. Ciò che è accaduto in questi anni a Taranto, alla sua idea di Università, alle difficoltà, a quelle stesse negligenze, sono invece un materiale abbastanza corposo su cui riflettere e studiare.

Inutile nascondere che l’Università sia nata per interessi, spesso manovre politiche legate al mondo accademico. Interessi forse anche mal gestiti che non hanno saputo far bene i conti con un tessuto economico e politico della città critico da sempre e che hanno finito per assolvere ad un compito limitato nel tempo e destinato ad estinguersi. D’altra parte sarebbe un destino comune a quello dell’Istituto Musicale Giovanni Paisiello e di altre iniziative che avrebbero dovuto animare la vita culturale della città e soprattutto del suo centro storico. Taranto in questi anni ha dovuto fare i conti con la crisi di una delle maggiori industrie siderurgiche italiane e questo, non lo si può nascondere, avrà pure condizionato lo sviluppo della sua crescita universitaria e culturale. Questo è proprio il punto dal quale partiva il mio corso: la fittissima relazione tra industria, città e cultura della/nella città. Un punto che ritenevo essenziale e che ancora oggi, credo, sia uno dei nodi per comprendere la realtà tarantina.

L’analisi di tutto ciò non è roba da poco: è qualcosa che riguarda la storia, i beni culturali, il paesaggio, l’archeologia, la società di questo territorio. E’ qualcosa che non è mai stato condotto in modo corretto, aggiungerei onesto, ma mi autocensuro.

Chi lo può fare?

Certo oggi alcuni corsi universitari non ci sono più, come Scienze della Comunicazione, altri stanno per estinguersi come Beni Culturali, soprattutto rischia di non avere più slancio quel recupero sociale che era partito dal centro storico nel quale gli studenti erano tornati a far sentire le loro voci e ad animare locali e palazzi. Taranto oggi si trova alle prese con una crisi ambientale, alla quale se ne sono aggiunte almeno altre due: quella economica e quella socio-culturale. La chiusura di un corso universitario, di un istituto musicale significa tutto questo e significa anche il ritorno della gioventù a salire su un treno per Bari o per chissà dove, in ogni caso ad abbandonare il proprio territorio.

Sembrerebbe una storia già vista per questa città: un’opportunità di riscatto purtroppo crollata proprio nel momento in cui i suoi giovani, gli studenti avrebbero avuto maggior bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto a quei metal/mezzadri di cui parlava Tobagi.

Dinanzi a tutto ciò c’è tuttavia un’altra realtà che andrebbe considerata: il MaRTA. E’ il secondo luogo della cultura in Puglia per visitatori, dopo Castel del Monte, è un Museo Nazionale e costituisce un centro di studio e di cultura, per la sua natura istituzionale, ma anche per la sua storia e per la storia che vi è contenuta ed esposta.

Con la nomina dei nuovi direttori il MaRTA ha assunto la prospettiva di centro propulsore della cultura nella città e, credo, che negli intenti ci sia non soltanto quello di movimentare le esposizioni e di creare eventi, ma probabilmente anche la volontà per un maggiore impegno sotto il profilo socio-culturale. In questo senso la mia proposta è quella di farne un centro di studio, di formazione, di comunicazione non solo per l’archeologia ed i beni culturali, ma per la città, per i suoi rapporti con il territorio ed il paesaggio.

A Taranto attualmente il MaRTA costituisce una delle realtà sulle quali più si vuole investire ed allora cosa ci sarebbe di male se un Museo potesse diventare scuola, università, centro di cultura? Credo che non sia questa soltanto una prospettiva, ma una sensata proposta con la quale sopperire all’emorragia di cultura, di studenti, di ambiente sociale che sta dissanguando una città che pur se fra le sue contraddizioni, negligenze, interessi particolari conserva un patrimonio vivo, che ancora oggi, come ieri e come sempre reclama un ruolo nella storia regionale e nazionale.

 

 

S. Maria della Giustizia vs Tempa Rossa


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Può un insediamento di monaci opporsi all’ineluttabile destino di un’area a forte impatto industriale?

Per di più a Taranto? All’ombra dell’area dell’Ilva?

Al momento non conosciamo la risposta a questa domanda, ma conosciamo la storia, quella con la S maiuscola che ne sta alle spalle.

Al momento di ‘affrontare’ il percorso di un insegnamento universitario a Taranto che aveva come argomento ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’  un bravo docente a contratto  dovrebbe sempre informarsi su tutto il contesto storico e culturale che questa città, emblematica per certi versi, riesce ad offrire. Benchè le vicende del passato classico, magno greco e romano, meritano un posto in grandissima evidenza nelle riflessioni di tutela e conservazione soprattutto al riguardo delle vicende che hanno portato alla realizzazione (?) del Museo Archeologico di Taranto, non meno significative e affascinanti rimangono le vicende legate al medioevo.

Le chiese medievali di Taranto durante il medioevo erano perlopiù ubicate nell’area della più antica Acropoli e coronavano un percorso religioso e liturgico che accompagnava la Cattedrale dedicata a S. Cataldo. Sette chiese come S. Pietro Imperiale, S. Bartolomeo, S. Marco, S. Benedetto, SS. Filippo e Nicola, SS. Quaranta Martiri, S. Giorgio, oltre alla stessa chiesa cattedrale costituivano un patrimonio del quale oggi non sopravvivono che sporadiche testimonianze, infatti molte di queste chiese sono state sostanzialmente trasformate nei secoli successivi, altre addirittura sono andate perdute, come S. Pietro Imperiale le cui vestigia dovrebbero conservarsi nel luogo dove oggi sorge la chiesa di S. Domenico. Taranto nel Medioevo dialogava fra il suo passato ancora importante e le nuove esigenze di quei secoli, la chiesa di Roma per esempio con la sua tradizione petrina alla quale questa città offre ben tre chiese (S. Pietro Imperiale, S. Pietro all’Isola, S. Pietro sul Mar Piccolo), con l’oriente degli Armeni con la chiesa di S. Giorgio, ma anche con l’oltreadriatico con la chiesa dei SS. Quaranta Martiri. Sono aspetti più volte messi in evidenza da studiosi e storici come Vera von Falkenhausen, Cosimo Damiano Fonseca, Cosimo D’Angela. Taranto era luogo di scambio, meta di cammino e di imbarco, ma Taranto era anche città che ‘dialogava’ con il proprio territorio. E lo facevano soprattutto gli ordini monastici che finivano per stabilirsi oltre il circuito murario cittadino in un’area ricca di pascoli, fonti sorgive, e non distante dal mare. Tre importanti insediamenti furono: S. Maria a Mare, poi S. Maria della Giustizia, sul fiume Taro, S. Maria del Galeso, attualmente nel rione Tamburi sul fiume Galeso, S. Vito del Pizzo la cui edificazione dovrebbe risalire intorno al 1117 e chiudeva a sud-est il Golfo del Mar Grande.

Tutte queste fondazioni sono databili al medioevo: S. Maria della Giustizia fu edificata per volontà di Costanza d’Altavilla nel 1119, un po’ più tardi nella seconda metà di quel secolo la chiesa di S. Maria del Galeso, mentre del 1117 S. Vito del Pizzo.

I monaci, si sa, erano attenti allo sviluppo ed alla produzione del territorio e quell’area che incornicia il Golfo di Taranto era estremamente proficua sotto questo punto di vista, pascoli, pesca e commercio grazie al porto. Ma era anche bella, estremamente suggestiva tanto che Orazio, Properzio, Virgilio cantarono delle acque del Galeso e di quello splendido territorio sul quale scorreva, poco più di 900 mt. ricchi di poesia e di bellezza. Insomma un luogo ricco di letteratura che seguirà ai classici con le citazioni più moderne Niccolò d’Aquino e poi di Giovanni Pascoli.

E così giusto per ricordare quella zona cosa fosse ancora qualche secolo fa e che ora è semplicemente Tamburi, il quartiere avvelenato dall’Ilva, il paesaggio stravolto, violentato dal fumo di quelle ciminiere.

DSCN9659E questo sarebbe già materiale più che sufficiente per tracciare un itinerario alla volta del paesaggio deturpato e sacrificato in ragione (?) dello sviluppo industriale ed economico di una città come Taranto. Ma sarebbe un itinerario ahinoi già tante volte percorso che finirebbe per ripercorrere le vicende della città all’ombra del colosso siderurgico che ne ha cambiato, ineluttabilmente il volto e la storia, e che sembra avere un unico responsabile, l’Ilva. Sarebbe già abbastanza si è detto, ma non è tutto.

Se l’area del Galeso sulla quale insiste un piccolo gioiello dell’architettura monastica e poi trecentesca testimone di più di una intricata vicenda storica della città angioina e durazzesca, sembra essere ormai inghiottita in un mare di rifiuti speciali e lo stesso ‘ombroso Galeso’ è ormai ridotto ad un rigagnolo perlopiù malsano, non se la passa meglio un’altra area poco distante ubicata sul Mar Grande ad ovest della città nei pressi del fiume Tara.

Parliamo dell’area dove insistono le raffinerie Eni a ridosso dell’area industriale dell’ Ilva e  del porto commerciale. Un’area ovviamente ricca di storia e di tracce del passato, ma anche questa sacrificata a quello sviluppo industriale della città che, è bene ricordarlo, non è soltanto l’Ilva.

Un merito particolare per le indagini rivolte a questa ‘altra faccia’ della Taranto industriale lo si deve al giornalista Gianmario Leone che scrive per il quotidiano ‘Tarantooggi’ e per ‘Il Manifesto’. Non è uno storico, ma un giornalista che da un paio di anni sta seguendo una intricata vicenda dal nome di ‘Tempa Rossa’ che coinvolge Taranto e la Basilicata, l’Eni ed il metano, lo sviluppo energetico di parte della Puglia e della Basilicata a danno di un sempre più vituperato patrimonio paesaggistico e ambientale.

Tempa Rossa è il nome di un vasto giacimento di gas e idrocarburi individuato sin dal 1989 nel territorio Lucano, precisamente nell’alta vale del fiume Sauro in località di Corleto Perticara e Gorgoglione in provincia di Potenza. Un’area di grande valore paesaggistico tanto per cambiare e con un consistente repertorio di interessi archeologici e storici. Ma si sa che dinanzi alle fonti di energia non ci sono scuse che possano opporsi. E così se la Basilicata già detiene un consistente record per il  contributo di energia petrolifera  con la piena attuazione del progetto ‘Tempa Rossa’ i ricavi energetici assumeranno cifre ragguardevoli individuate in 50.000 barili di petrolio, 250.000mdi gas naturale, oltre 260 tonnellate di GPL, 60 tonnellate di zolfo. Quanto basta per far inserire questo progetto da Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti del mondo per cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva.

Una volta realizzato il progetto tutto il materiale energetico sarò raccolto nella raffineria Eni di Val d’Agri e porta con un metanodotto lungo oltre 130 Km sino alla raffineria Eni di Taranto, dove poi verrà raccolto e imbarcato. Naturalmente per realizzare tutto questo è stato contestualmente varato nel 2011, più o meno, un progetto tutto tarantino che prevedeva il raddoppiamento dell’area e delle strutture di raffineria dell’Eni. Un progetto che ha avuto ‘via libera’ da tutte le istituzioni, dalla Regione Puglia come dal Ministero dell’Ambiente con  decreti e le indagini di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) consueti per poter procedere. Di tutto questo esistono anche on-line preziose informazioni a livello giornalistico e di inchiesta.

Ma qui ciò che ci interessa è inserire un bene storico e architettonico in questo, disastroso, quadro ambientale e paesaggistico: S. Maria della Giustizia.

S. Maria della Giustizia, già indicata come S. Maria del Mare, costituisce una delle testimonianze più antiche e importanti del monachesimo medievale a Taranto. Venne fondata nel X secolo secondo quanto riportato nei documenti e ripreso nel Monasticon, curato da Houben-Lunardi-Spinelli. La chiesa sopravvissuta costituisce una piccola, preziosa testimonianza dell’edilizia medievale tardo-duecentesca, che ben si allinea con le altre testimonianze presenti sul territorio, dalla vicina S. Maria del Galeso, sino al S. Pietro sul Mar Piccolo, lungo una direzione artistica e culturale spiccatamente Jonica e salentina che trova le sue più alte espressioni nel S. Domenico di Castellaneta e poi nella Madonna della Lizza ad Alezio. In seguito venne fondato un monastero sul finire del ‘400 che venne affidato ai monaci Olivetani che qui si trasferirono provenendo da S. Maria del Porto che ne divenne una grancia di S. Maria della Giustizia.

Una lunga storia di questo complesso che rimase la sede di ordini monastici e religiosi sino al provvedimento di soppressione dei monasteri varato da Giuseppe Bonaparte nel 1808.

Poi seguì un periodo di parziale abbandono e decadimento che non fu così disastroso come quello che avvenne all’indomani dello sviluppo industriale tarantino a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. Nel 1967 la chiesa, il monastero e l’intera area di pertinenza di S. Maria della Giustizia furono inglobati nelle terre dell’Eni che qui realizzò i propri serbatoi per raffinare idrocarburi contribuendo non poco allo sviluppo industriale del polo Tarantino, ma anche all’inquinamento ambientale. Una forma di emissione di gas che non permettevano di sostare in quell’area per oltre 60 minuti senza le dovute precauzioni. Questo però lo hanno detto 60 anni dopo. Quando nel 2009 la stessa Eni presentò un progetto di ampliamento per una nuova centrale Enipower per rendere operativo il famoso progetto ‘Tempa Rossa’.

Come spesso avviene in questi casi il corrispettivo, una sorta di ricatto compensativo che gli organi amministrativi e statali spesso disarmati o peggio ancora complici fanno nei confronti dei grandi colossi industriali, c’era la risistemazione del sito di S. Maria della Giustizia.

Nelle more di quel progetto, e questa è la parte se volete più divertente,  nella corrispondenza fra Enti e Soprintendenza, si leggeva che oltre ai lavori di manutenzione e restauro di alcune parti del complesso monumentale, sarebbe stata realizzata anche un’area a verde adatta ad isolare il monastero dalla vista delle grandi cisterne della raffineria, e quindi restituire l’intera area ad un decoroso aspetto estetico. Ed infatti nei disegni di quel progetto compaiono le aree destinate a verde con alberi in grado di schermare la vista da quegli  ingombranti mostri della Raffineria.

Ma è sul campo dell’impatto e dell’inquinamento ambientale che si è giocata negli ultimi anni la partita su Taranto. Una partita condotta non sempre in modo corretto a prescindere dai protagonisti, che fossero esponenti di grandi industrie, o esponenti politici regionali e nazionali. Del resto tutta la vicenda dell’Ilva insegna al riguardo, così come i dati, spesso contraddittori e quasi sempre non ufficiali che confermano l’alto grado di inquinamento di quel territorio e i disastrosi indici di mortalità in seguito a malattie derivate dall’inquinamento.

Questo fa parte di una politica di sviluppo  territoriale sostanzialmente miope che non riguarda soltanto la città di Taranto, ma un po’ tutta la nazione, e che vede i cosiddetti ‘beni culturali’ come uno specchio adatto ad un selfie per le campagne elettorali, oppure come un dazio da corrispondere alla società dei cittadini per ottemperare poi agli interessi delle industrie. Che poi si tratta di interessi enormi degni di percentuali del P.I.L.

Fatto sta che già nel 2011 a S. Maria della Giustizia si pensò bene di recuperare e valorizzare ‘il bello’ della città con un concerto jazz, naturalmente sponsorizzato dall’Eni.

Doveva essere un primo passo per il recupero del complesso monumentale. Ciò che appare subito piuttosto interlocutorio nella fitta corrispondenza tra Soprintendenza, gruppo Eni e ministero ambientale, è che gli interventi per S. Maria della Giustizia siano davvero una contropartita, quasi un dazio poco originale, per consentire il via libera a ‘Tempa Rossa’ con l’unica notazione di rendere l’aria in quella zona più respirabile e meno maleodorante. Volutamente sorvolo dalle reali citazioni riprese dal giornalista Gianmario Leone perché ciò che preme qui è vedere come si agisca su un bene monumentale portando agli estremi i compromessi che pure ogni giorno le Soprintendenze stringono e cercano di salvaguardare con….tutto quello che minaccia la cultura, l’ambiente ed anche la salute.

Uno scambio insomma che non si sa fino a che punto sia morale tra il bene storico, la sua sopravvivenza tutelata in qualche modo, e tutto quello che gli sta intorno.

DSCN9664Ed in quella zona di Taranto ciò che circonda S. Maria della Giustizia, parla ormai un’altra lingua, fatta non più con le parole di un territorio fertile per i pascoli e direttamente collegato al mare, ma di una striscia di terra sostanzialmente inquinata, un’aria forse pericolosa, un mare che significa scalo industriale. Insomma una de contestualizzazione che in questi casi significa anche un territorio difficile da recuperare anche soltanto per renderlo salubre. Ed in questo non rientra soltanto S. Maria della Giustizia, ma anche S. Chiara alle Petrose (sempre in quella zona), S. Maria del Galeso, a Tamburi per non parlare di Statte. Insomma una grossa fetta del patrimonio rupestre e monumentale tarantino di età medievale.

Questo è quello che sarà o forse sarebbe stato perché si sa che a cavallo fra il 2013 ed il 2014 sono cambiate anche molte cose a cominciare dalla situazione dell’Ilva dalla quale sembra non se ne esca se non con le ossa rotte da parte del Ministero dell’Ambiente, della Regione Puglia, della città di Taranto e soprattutto dei suoi cittadini… e dei monumenti aggiungerei.

Ma come sempre dinanzi ad un disastro sembra esserci una compensazione. Nel marzo del 2014 un decreto ministeriale autorizza interventi per un valore complessivo di  135 milioni di euro destinati alle regioni Campania, Puglia, Calabria e Basilicata definite ‘regioni  dell’Obiettivo convergenza’.

Naturalmente di questi milioni ben 5 vengono destinati a Taranto, anzi a S. Maria della Giustizia, anzi ‘alla valorizzazione del complesso archeologico (e) di Santa Maria della Giustizia’.

Lasciamo ogni considerazione a parte e ora stiamo a guardare ciò che accade quali sono i progetti di restauro e di recupero, quanti alberi intendono piantarci dinanzi al complesso per preservarne la vista dinanzi ai serbatoi della raffineria, di come i tappeti di verde possano salvaguardare l’aria che si respira da quelle parti.

Ma se a questo punto vi fate anche un giro alla ricerca di S. Maria della Giustizia, che non è poi difficile da trovare, potreste notare non soltanto gli sfregi perpetrati ad un territorio che doveva essere incantevole, ma anche quanta archeologia industriale giaccia pressocchè abbandonata. Una sorta di ulteriore abbandono, di ulteriore cancellazione della storia anche di quella sociale di questa città. Ora della fine che faranno quei 5 milioni di euro personalmente da titolare di quel famoso corso (a contratto) sulla ‘Conservazione e tutela dei Beni Culturali del Territorio’ avrei dato una tesi di laurea, l’ho anche proposto a lezione, ma a Taranto, anche gli studenti, anche quelli che vengono a lezione ogni giorno, sembra che abbiano sulle loro facce problemi ben più faticosi da affrontare per darsi un futuro migliore, e quel futuro migliore sembra non passare, per il momento dal recupero e dalla storia di un recupero come quello di S. Maria della Giustizia.

Sitografia:

http://argomenti.ilsole24ore.com/tempa-rossa.html

http://www.manifattureknos.org/knos/media/download/premiofrascaro/gianmarioleone.pdf

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cd53c1-7b8e-4042-ba4c-b456911cf2c3.html#p=0

Storici dell’arte


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Quando un Ministro dei Beni Culturali arriva a vagliare l’idea di estromettere i Soprintendenti dai Grandi Musei italiani e di sostituirli con Direttori esterni (addizionati dalla qualifica anche di manager) ed anche di unificare le Soprintendenze tra Patrimonio Artistico e Architettonico (perché tanto sono tutte pressocchè inutili) significa non che si sta consumando una forma di negazione della storia dell’arte in Italia, ma che si è giunti alla fine di un processo di oblio di questo settore cominciato ormai anni fa.

Non si tratta, come spesso dicono i media, di un ammodernamento o meglio di sostituire  architetti e funzionari o anche archeologi agli storici dell’arte, piuttosto si tratta di rivendicare un ruolo del tutto marginale di questi ultimi per l’organizzazione, la gestione e la tutela del patrimonio artistico italiano.

E la spiegazione avviene proprio dall’uso che si fa delle parole come patrimonio, giacimento culturale, sfruttamento del patrimonio, gestione delle risorse culturali. Parole che in questi anni hanno affollato non solo i discorsi di politici, media, imprenditori, ma soprattutto disegni di legge, provvedimenti, fino a curricula e percorsi formativi allestiti da università e scuole.

Non quindi una rivoluzione, ma un lungo processo che ha portato ad una marginalizzazione giustificata della storia dell’arte. E’ vero che gli storici dell’arte per anni sono stati parecchio antipatici, spesso volutamente distaccati dal mondo dei comuni mortali, a metà strada fra la letteratura ed i salotti preziosi, con un linguaggio ai più incomprensibile, ma comunque ascoltato, anzi, rispettato. Tutto ciò non ha giovato alla categoria, di certo quando i grandi interpreti della materia da Longhi in poi hanno abdicato ai loro eredi ed infine ai loro epigoni tutto questo castello ha finito quasi per implodere, facendo della storia dell’arte una materia un po’ chic, da salotto buono, e quindi una materia che l’Italia non poteva permettersi.

Sono stati anche quegli stessi epigoni della storia dell’arte ad accettare tanti e forse troppi compromessi: dalla discussione dei curricula universitari di formazione, all’assoluto immobilismo delle Amministrazioni locali e nazionali dinanzi allo scempio perpetrato nei confronti dei beni culturali, sino alla paralisi di concorsi pubblici destinati a ‘storici dell’arte’ negli organi della Pubblica Amministrazione, dalle Soprintendenze ai Musei Nazionali e locali.

Tutto questo costituisce indubbiamente una colpa, che ha di volta in volta privilegiato, architetti, archeologici, oggi manager culturali e operatori del turismo culturale.

Ma tutto questo non può essere considerato a carico di una categoria che almeno negli ultimi vent’anni ha dovuto combattere per non scomparire e lo ha fatto con le proposte e le competenze che poteva spendere, sicuramente accettando compromessi indigesti, sicuramente formando in ambito accademico generazioni poco preparate a ‘conoscere’ prima ancora di gestire il patrimonio italiano, ma di certo operando in regime di necessità, emergenza, spesso anche di malcelato disprezzo della categoria.

Ora i Musei non sono specifico luogo di appartenenza degli storici dell’arte, così come non lo sono i corsi di Beni Culturali e gli Uffici delle Soprintendenze, ma la domanda è si può fare a meno degli storici dell’arte nei Musei, negli insegnamenti dei corsi di Beni Culturali, nelle Soprintendenze?

E se la risposta fosse no, perché questa categoria dovrebbe ancora una volta accettare compromessi considerando parole come gestione del patrimonio, ottimizzazione dei giacimenti museali, marketing culturale?

Perché questo è quanto è accaduto in questi anni, la stessa marginalizzazione della categoria ‘storico dell’arte’ deriva dalla centralità di questi temi.

Addirittura qualche anno fa Walter Veltroni fece rientrare tra i Beni Culturali il Cinema e da quel momento molta parte degli assessori ai Beni Culturali delle Amministrazioni Locali provengono dal Cinema e promuovono in varie regioni, proprio come la Puglia, il Cinema. Questo non sarebbe un atto così scandaloso se fosse equilibrato da una altrettanto attenta politica di salvaguardia dei beni culturali, dei monumenti o dei Musei. Invece è proprio in questi settori che la voce degli storici dell’arte si è fatta sempre meno impetuosa sino a diventare un flebile lamento che oggi appare nei trafiletti di giornale o su qualche iniziativa di solidarietà della rete.

Ma la domanda è hanno perso gli storici dell’arte? Non soltanto loro molti dei quali sono stati anche complici di questo processo, ha perso la storia dell’arte dell’Italia.

Un Museo come gli Uffizi di Firenze, la Galleria dell’Accademia, la Galleria Borghese, il Cenacolo Vinciano è esso stesso un bene culturale che va tutelato e quindi conosciuto, non sfruttato.

Eppure tutto questo sembra oggi ridursi alla solita guerra tra poveri: architetti contro storici dell’arte, archeologi contro architetti, storici dell’arte contro archeologici.

Perché si continua a parlare di professionalità nascondendo l’evidenza della nostra stessa storia e così facendo si esaltano professionalità altre spesso legate ad altre tradizioni, purtroppo meno nobili, ma altrettanto utopistiche come quelle dei manager della cultura spesso figli proprio di quei corsi di marketing culturale avviati ormai alcuni anni fa, voluti per rimodernare i processi culturali italiani svecchiando quell’idea della cultura basata sulla conoscenza fine a se stessa e dimenticando che questo paese ha una cultura tale che invece ‘può bastare a se stessa’.

 

Ma tant’è…….