La necessaria teoria del falso simile


 

Il falso simile non esiste ancora, ma reclama le sue ragioni. Basti intenderlo come l’antitesi del vero simile per giustificarne l’esistenza, ma ciò non riuscirebbe ad eluderne lo scopo e la sua stessa necessità.

Se non fosse che personalmente vedo molti esempi di falso simile che girano nei vari campi arati della cultura e della religione, della politica e dell’economia.

Ma partiamo dalla sua stessa definizione. Un falso potrebbe essere simile a qualcosa che falso non è, quindi a qualcosa di vero, ma dichiarandosi come un falso commetterebbe il capitale errore di appartenere alla verità. Beninteso, alla propria verità.

Un falso è vero in quanto ammette la propria pregiudiziale falsità e quindi a cosa mai potrebbe essere simile?

Per evitare di rimanere in un pericoloso giro di parole sarebbe opportuno fornire quelli che, a mio parere possano identificarsi come esempi di falso simile.

Forse il più importante di tutti è il cosiddetto ‘inganno’ delle Teste di Modigliani che tutti conosciamo: le false teste realizzate da un gruppo di bravi buontemponi che qualche decennio fa trassero in inganno tutti, ma proprio tutti proponendosi come reperti recuperati casualmente nei fossi medicei di Livorno ed attribuite all’artista Modigliani. Il falso tenne banco, poi svelò la propria identità, ma per comprovarlo gli artisti/burloni dovettero riprodurre sotto gli occhi di tutti le teste per dimostrare la verità del loro stesso falso.

Immaginate se una cosa simile accadesse per la Sindone: un giorno si presenta un tizio dal XIV secolo e dice sono stato io e si mette sotto una telecamera e riproduce la Sindone. Sarebbe il trionfo del falso simile, ma non potrebbe mai avvenire tutto ciò, perché la Sindone è un falso simile, ma è uno ‘storico’ falso simile.

Piuttosto potrebbe succedere un’altra cosa: che tutti quelli che per anni hanno discusso, pontificato, scritto scientificamente e storicamente, ad un certo punto ammettessero di aver compiuto il gesto sacrilego del falso simile. Cioè: sì è vero abbiamo presentato una falsità simile alla sua stessa ‘falsa’ immagine, ma non lo abbiamo fatto per scherzare lo abbiamo fatto per davvero.

Il falso simile si cucirebbe addosso una bella casacca di credibilità, si può fare, il falso giustifica i mezzi, il simile li redime.

Bella storia sarebbe….

Pensate un po’ Michelangelo coperto di brache, un falso simile quasi proiettato nel futuro, lui stesso progetta le brache che all’occorrenza potrebbero coprire le nudità oscene per visitatori particolarmente inclini a fedi un po’ bigotte. Michelangelo comunque ha fatto di peggio: ha dichiarato, per davvero, di aver ‘giocato’ d’astuzia e di interessi per la Tomba di Giulio II. Anni e anni al libro paga del papato per un’opera mai terminata che poi alla fine lui chiama ‘la maledizione della sepoltura’. Un falso simile d’autore.

Un’altra volta è pure successo che il Governo Italiano abbia acquistato per alcuni milioni di euro un falso simile Crocifisso di Michelangelo. Ma questa volta il falso simile non era stato preparato dall’artista, ma da nessuno, era un falso per sbaglio fatto in buona fede (?) per ignoranza di qualcuno e tracontante interesse di qualcun altro.

E’ importante a questo punto soffermarsi su quello prima accennato , la storia ed il falso simile.

Eh già perché la storia delle volte viene messa in minoranza dalle tante versioni verosimili di un fatto, di un luogo o di un personaggio, tanto da esserne schiacciata ridotta a sottilissima trama. Allora la storia si arma degli stessi strumenti del verosimile e va a combattere facendo del falso simile il suo cavallo di battaglia, o il suo salvagente.

Umberto Eco, a mio parere, è il più bravo a diffondere il falso simile: lo ha fatto con il ‘Nome della Rosa’ ed i libri maledetti, con il ‘Pendolo di Foucault’ ed i Templari, alla fine ha deciso di buttare giù la maschera ed ha raccolto tutti i falso simili di storia in un libro che si chiama ‘Storia delle terre e dei luoghi leggendari’.

Ma queste operazioni non le ha fatte soltanto lui. Pensate a quanto è stato scritto sui templari o sul Graal, a quanto falso simile ci sia in giro su Caravaggio, ma anche sugli affreschi di Giotto.

Gli storici dell’arte non sono stati da meno: Federico Zeri un giorno scrisse un libro che si chiamava ‘Confesso che ho sbagliato’. Lui, che era un attribuzionista e profondo conoscitore d’arte, con quella confessione, che possiamo dirlo ha tutti gli ingredienti del falso simile, sbancò al botteghino. Prima di lui, forse in modo meno sfacciato lo aveva fatto Roberto Longhi, altro grande conoscitore d’arte, ma non privo dell’arte della comunicazione.

Perché per fare il falso simile occorre saperlo comunicare. E questo ne fa una palestra per pochi, capaci, intenditori.

Per carità qui non voglio giudicare quanto sia giusto o non giusto usare il falso simile, né tanto meno dire chi lo usa meglio di chi, oppure ‘svelare’ tutti i falso simili sparsi nella cultura e ahinoi nelle religioni.

Voglio soltanto perorare la causa della necessaria esistenza del falso simile e riconoscerne la legittimità. Giusta, doverosa, un po’ bislacca.

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Sappiamo davvero tutto sulla Xylella?


L’unico albero che cresce a Itaca è l’olivo. Ma due anni fa esso è stato colpito da una malattia, e tutti i tentativi fatti per rimediarvi sono rimasti inefficaci. La corteccia e le foglie dell’olivo malato diventano nerastre e diffondono un odore ripugnante; l’albero continua a fiorire, ma i pochi frutti che produce restano striminziti e cadono prima di maturare. Finora il male è limitato a un certo numero di alberi e si crede che non sia contagioso; però il numero degli alberi malati aumenta.

(Heinrich Schliemann, La scoperta di Troia)

 

Queste sono le parole che Schliemann annotò nel suo diario subito dopo il suo ritorno dal viaggio compiuto nell’autunno del 1868 e poi ripreso nel suo stesso libro intitolato Itaca, il Peloponneso e Troia.

Potrebbe essere una citazione fine a se stessa se non fosse che tale notazione rimanda inesorabilmente a quanto sta accadendo in Puglia a proposito della Xylella Fastidiosa.

Da un breve ricerca si apprende che tale malattia abbia un’area di origine probabilmente in America Meridionale e che soltanto in tempi recenti si sia diffusa in Europa.

Secondo una letteratura scientifica questa epidemia pare che sia diffusa su parecchi alberi da frutto e alberi come l’oleandro mentre viene annotata una scarsissima conoscenza di questi tratti epidemiologici relativi all’albero di ulivo.

Senza avere molte competenze in questo settore, ma ricorrendo ad una letteratura ‘classica’ sembra davvero interessante mettere in relazione le notizie riportate da Schliemann con quanto sta accadendo in questi anni in Puglia, anche perché tutto ciò potrebbe tornare utile alle ricerche condotte, al di là delle polemiche, per cercare di conoscere meglio questo flagello che purtroppo sta seminando la morte e la distruzione degli ulivi pugliesi: un patrimonio culturale oltre che una cospicua fetta della produzione economica della nostra regione, così come lo era per l’isola di Itaca, l’isola di Omero.

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L’oltre adriatico tra gli ulivi di Puglia


Spesso per descrivere viaggi ed itinerari si finisce a parlare di luoghi, di cose viste o vedere , di fotografie di una specie di vacanza.

Altre volte invece un itinerario può portare alla scoperta di persone e personaggi della storia, che fanno di un luogo una memoria, lontana nel tempo.

E’ questo il caso di Balsignano un luogo che andrebbe consigliato come tappa di un itinerario nella Terra di Bari per tante ragioni, ma è anche un luogo che propone un viaggio attraverso i personaggi che ne hanno determinato la storia soprattutto nel medioevo.

A Balsignano un personaggio spesso citato ma fino a poco tempo fa poco conosciuto anche dagli storici, nella seconda metà del ‘200 divenne protagonista di una storia che legò il casale nel territorio di  Modugno ad un’area diffusa che sovrastava i confini della Puglia e si estendeva sino alle coste dell’Albania, quella terra luogo di conquiste prima da parte degli Svevi e poi degli Angioini: il nome di questo personaggio era Giacomo da Balsignano.

Costui fu al centro di una intricata vicenda, come ha ultimamente accertato lo storico Francesco Violante, che legò la Puglia all’Oriente Balcanico e dalmatino da un lato e la dinastia sveva a quella di Carlo I d’Angiò.

Personaggio principale di tutta questa vicenda fu Filippo Chinardo, uno dei favoriti di Federico II, cipriota, che ricevette dal sovrano i feudi di Auricarro e Palo.  In seguito Filippo ebbe i feudi di Conversano , Turi, Rutigliano, fu feudatario di Terlizzi, castellano di Bari e signore di Acquaviva, amministrò per conto di Manfredi alcuni domini in Epiro come Corfù, Valona, Durazzo, Butrinto , Canina e Berat in un periodo compreso tra il 1247 ed il 1254 e fino alla sua morte avvenuta nel 1266. Devoto e fedelissimo di Manfredi, Filippo Chinardo aveva di fatto ostacolato la politica di Carlo I d’Angiò di estendere i domini angioini in Epiro e sulla costa orientale. Alla sua morte dunque il sovrano francese tirò un sospiro di sollievo che, tuttavia durò molto poco dal momento che si ritrovò sulla sua strada un devoto vassallo di Filippo Chinardo, appunto Giacomo da Balsignano, già castellano di Valona e Kanina e strenuo difensore dell’asse filo svevo.

Ora perché si chiami Giacomo da Balsignano non è chiarito dai documenti, quasi tutti contenuti nei Registri della Cancelleria Angioina; forse Balsignano era il suo luogo di nascita, forse ne era feudatario e da lì la derivazione del nome, fatto sta che Giacomo diventò una figura centrale nelle politiche angioine della seconda metà del ‘200 relative all’area adriatica.

Sarebbe impossibile raccontare episodi della sua vita in forma di romanzo perché inevitabilmente si cadrebbe nell’errore o nella forzatura della storia, che invece è fatta di documenti e di rapporti diplomatici. Infatti Carlo I nel 1269 assediò Gallipoli facendo prigionieri i baroni filo svevi ribelli, tra questi vi era il fratello di Giacomo, Filippo. Quest’ultimo diviene mezzo di scambio nei rapporti tra Carlo I e Giacomo: la libertà di Filippo in cambio di Valona, castello e avamposto della costa albanese dell’Epiro. La trattativa, condotta spesso da Carlo I in persona con Giacomo, durerà almeno quattro anni dal 1269 al 1274. Giacomo oltre alla libertà del fratello avrebbe garanzie di mantenere i propri possedimenti in Puglia ed in Italia meridionale, nonché alcuni possedimenti in Epiro ed anche la concessione per i figli del Chinardo di costruire una fortezza proprio nel territorio di Valona.

Ma le promesse del sovrano dovranno attendere soprattutto che la controffensiva dell’esercito bizantino convinca Giacomo ad abbandonare finalmente Valona e ritirarsi da ricco e potente feudatario a Balsignano, dove tuttavia morirà poco dopo.

Insomma sembra ci sarebbero tutti gli elementi per una fiction medievale che ha al centro dei propri interessi un casale nelle campagne di Modugno e l’Albania, una storia che sembrava già essere annunciata in un documento di circa trecento anni prima quando si diceva che proprio a Balsignano esisteva un piccolo castello (castellutzo) appartenuto a gente dalmata (de ipsi dalmatini), dalmati da identificarsi come più generiche etnie di oltre adriatico, quindi anche albanesi o epiroti. Una storia che dopo molti secoli si è ripetuta tragicamente con gli sbarchi degli anni ’90 che ci hanno fatto comprendere quanto sia stretto il legame fra le nostre terre e quell’oltremare così vicino…

Se Giacomo da Balsignano fosse stato un fedele vassallo della corrente filosveva che si contrapponeva all’avanzata dell’angioino Carlo I, dopo quasi mezzo secolo l’intero casale si ritrovò al centro di un’altra e ben più sanguinosa  vicenda: quella che vide contrapposti i rami unghere-durazzeschi e quelli francesi-napoletani della stessa dinastia angioina. Ancora una volta Balsignano è schierato dalla parte ‘orientale’ ossia da quella del ramo durazzesco della dinastia.

Domenico da Gravina, notaio e cronista d’eccezione di questa complicatissima e cruenta lotta dinastica che interessa la Puglia, ma anche la Campania, per un arco cronologico di oltre cinque anni, dal 1349 al 1354, meriterebbe di per sé un itinerario in base a quanto descritto nel suo lavoro. Tuttavia in questa occasione occorrerebbe rivolgere l’attenzione sul casale affidato a due nuntii o caporales, Simoncello e Iaconus Angelus, posti a controllo e difesa delle strutture di un insediamento che veniva ritenuto difficile da espugnare.

Eppure in un momento di distrazione degli ungheresi e dei due nuntii,  le truppe filo francesi, guidate dal terribile arcivescovo di Bari Bartolomeo Carafa, conquistano il pur ben difeso casale di Balsignano con l’inganno e riescono a far prigionieri i due nuntii ai quali spetterà un punizione esemplare e terribile al tempo stesso: verranno loro amputate le mani.

A quel punto l’arcivescovo Carafa affiderà la gestione del casale a tale Macciotto di Carbonara il quale pensa a far insediare nel castello il fratello già abate di S. Vito di Polignano, tale Guglielmo e con lui una decina di uomini poco raccomandabili, insomma una cricca di delinquenti benedetti dalla diocesi barese.

E questo sarà un momento tra i più cupi della vita del casale e dei suoi abitanti quasi peggiore di quello vissuto alla fine del ‘200 quando Balsignano venne affidato a Ruggero della Marra, signore barlettano che fece di tutto per farsi odiare dagli abitanti di Balsignano sino al 1311 anno della sua morte.

Ma è meglio non divagare  e tornare alle vicende di metà ‘300 che vedono ancora il casale al centro di una contesa che, come spesso accade, rimane nascosta all’ombra del più importante ed esteso conflitto della dinastia angioina. In questo caso i ruoli dei contendenti vengono recitati da Bartolomeo Carafa e suoi seguaci contro il protontino Franco de Carofilio che cerca disperatamente di opporsi alla volontà filo angioina dell’arcivescovo e nel frattempo fortifica il casale e con l’aiuto degli abitanti di Balsignano chiede un bonus sul contratto d’affitto di Balsignano ai monaci di Aversa che sin dal XII secolo erano stati i proprietari di Balsignano.

La storia poi continuerà a lungo con altri censuari, fittavoli, feudatari di Balsignano, che continueranno a tenere le sorti del casale attraverso altri episodi belli come la guerra franco-spagnola dei primi del ‘500.

Ma questa è ormai la storia, mentre il nostro vuole essere un itinerario che lega indissolubilmente un insediamento ubicato nelle campagne baresi a fatti e personaggi che ricuciono le distanze con un oltre adriatico perlopiù durazzesco e albanese, spesso sotteso nelle notizie delle fonti ma che sembra voler riemergere prepotentemente ogni volta che ci si addentra nelle vicende di questi uomini.

Giacomo da Balsignano, Simoncello e Jaconus Angelus, sembrano essere i protagonisti spesso dimenticati di una vicenda che non si può ricostruire oltre le parole citate dalle fonti per non incorrere nella tentazione di farne un racconto poco vero, ma che sembra seguire quel filo conduttore che partiva dalla notizia del X secolo quando a Balsignano era citato un ‘castellutzo de ipsi dalmatini’, gente che veniva da oltre adriatico, gente che apparteneva a quella cultura mediterranea che teneva le proprie radici saldamente radicate nella terra di Bari.

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Itinerari contromano


Accade spesso a chi nella scuola organizza gite e viaggi di istruzione di seguire itinerari che vadano a coniugare la bellezza con il patrimonio culturale della nostra penisola.

Si delineano in questo modo itinerari spesso definiti ‘classici’ sulla base anche della vicinanza/lontananza dei posti, ma anche dell’interesse di luoghi e monumenti integrandoli ai programmi curriculari ed extracurriculari trattati nell’anno scolastico o in quelli precedenti.

Vengono così scelti, tra gli altri, luoghi come la Toscana, l’Umbria, Venezia, l’area vesuviana con la visita agli scavi di Pompei ed Ercolano. Vi è un programma dettagliato che quasi sempre presuppone anche una minima preparazione degli studenti, fatta in classe, sui luoghi da visitare ed in più una puntuale organizzazione di visite guidate per meglio comprendere caratteri storici di monumenti ed affreschi, dinamiche di musei o case di artisti e letterati, percorsi naturalistici illustrati per poter conoscere meglio le caratteristiche del territorio oggetto della visita.

Tutto questo dovrebbe essere finalizzato a produrre un interesse da parte degli studenti che poi venga esaudito durante la visita che per questo motivo si chiama ‘di istruzione’.

In questi anni ho visto nell’ordine:

  • Ragazzi ‘stravolti’ da itinerari che si trasformano in ‘via crucis’ considerando la loro lunghezza e complessità;
  • Ragazzi completamente disinteressati a ciò che sta loro davanti, nonostante gli sforzi di guide con tanto di auricolari e microfoni;
  • Un calderone di spiegazioni spesso difficoltose su elementi che ricadono su competenze di storia dell’arte, nella maggior parte dei casi, di archeologia, anche qui in buona parte, di scienze applicate, in qualche caso, di storia, in qualche caso, di letteratura italiana, in pochissimi casi, di scienze, anche qui in pochissimi casi;
  • Una volta mi è anche capitato di vedere un monaco francescano ad Assisi che spiegava la delicatezza degli affreschi lì presenti puntando loro contro un piccolo laser per indicare meglio lacune e distacchi…il bello è che non lo faceva soltanto lui, ma nella Basilica tutte le guide ne erano dotate;
  • Un’altra volta sono finito nella Casa di Leopardi e si era tutti in fila, attenti a non toccare, neanche per sbaglio i tomi della biblioteca, da ammirare con disperatissimo sguardo;
  • Infine alla Reggia di Caserta guardando, audio muniti, sale su sale con la difficoltà di distinguerle l’una dall’altra, condite da un’aneddotica altrettanto ricca ma francamente difficile da ricordare.

In tutti questi casi il mio sentimento è sempre stato quello di una sconfitta, ragazzi stanchissimi, spesso poco attenti, fattori di distrazione esterne preponderanti, sguardi spesso rassegnati di volenterose guide ed altrettanto volenterosi docenti.

Da qualche parte c’è un errore ed effettivamente, a pensarci bene, se ne potrebbe stilare una lista di grandi errori a cominciare dagli itinerari per poi finire alle nozioni forzatamente infuse ai ragazzi ed a quelle fornite in un ipotetico periodo preparatorio al viaggio di istruzione.

Io l’ho fatto, ho modificato spesso gli itinerari, gli obiettivi, la preparazione e, qualche volta, ho anche cercato di scegliere le guide più adatte. Se pensate che tutto ciò abbia prodotto risultati positivi vi sbagliate di grosso così come io stesso mi sbagliavo. Addirittura ad un certo punto ho anche pensato che quei ragazzi non si meritavano un percorso che magari attraversava i paesaggi più belli dell’Italia, li portava nelle chiese più preziose e nei musei più ricchi del nostro paese per avere in cambio soltanto quell’aria annoiata e stanca di chi non vede l’ora di tornare sull’autobus o in albergo per ‘far casino’ coi propri compagni.

Finchè un giorno ho notato una cosa: ero al Louvre e quindi non in Italia ed ho visto un numero esorbitante di turisti tutti davanti alla ‘Monna Lisa – la Gioconda’ di Leonardo, gente che si accalcava dinanzi alle cortine contenitive alla disperata ricerca di una foto da scattare (lì all’epoca era ancora vietato fotografare quindi sarebbe meglio dire di una foto da rubare) a qualunque costo, rovesciando bottiglie di acqua minerale, schiacciando piedi e sandali, protendendo braccia e camicie sudate. Uno spettacolo, soprattutto osservare poi la dispersione di quella folla stanca che dopo aver ‘rapito’ la propria di Gioconda a seconda dei casi attraversava il grande Museo più o meno interessatamente alla ricerca infine di un punto ristoro, di un bar o di una toilette. Sembravano i nostri ragazzi, soltanto cresciuti.

Naturalmente ad osservare da tale punto di vista, queste scene si ripetevano sempre, nelle visite degli scavi di Pompei, così come agli Uffizi e in ogni luogo. Quei ragazzi eravamo tutti noi spesso incuranti della nostra stessa cultura.

Mi venivano spesso in mente le parole attribuite a Federico Zeri quando voleva impedire che tutte quelle masse maleodoranti di turisti affollassero un luogo sacro come la Cappella Sistina. Mi sono ricordato anche delle parole di Salvatore Settis quando parla di Venezia come un feticcio riprodotto in ogni parte del mondo e dello stress che subisce quasi ogni giorno quella città sotto il ‘peso’ di milioni di visitatori che ne ‘calpestano’ le calli, riempiono di rifiuti e cartacce le piazze più belle, tutti alla ricerca di quell’immagine di una città/ideale della pubblicità e del marketing che sarebbe meglio vederla dal ponte di una grande nave da Crociera che l’attraversa dalla laguna alla Giudecca passando davanti a S. Marco (‘Se Venezia Muore’). Mi sono anche venute alla mente alcune recenti pagine scritte da Francesco Erbani su Pompei, quando ricorda dei passi di enormi quantità di turisti che percorrono via dell’Abbondanza e di guide e accompagnatori che si affannano a descrivere una realtà così complessa che non è visitabile per circa due terzi e che propone casi emblematici di gestione e valorizzazione dei beni culturali del nostro territorio.

Mi sono venute in mente tante cose e soprattutto ha cominciato a frullare nella mia testa la possibilità di condurre i ragazzi in uno di questi luoghi, fermarsi in un punto che fosse panoramico tanto da poter osservare cosa ‘fanno gli altri’, quelli che protendono macchine fotografiche o telefonini su ogni muro, quelli che semplicemente con i telefonini ci giocano o chattano disinteressandosi completamente a qualsiasi cosa, quelli che, come è pure accaduto di recente, per colpa di un telefonino e di molta distrazione rischiano di distruggere quadri e opere d’arte, quelli che semplicemente lamentano stanchezza,  fame sete e ogni legittima scusa per fuggire da tali torture. Sarebbe divertente. Farebbe pensare e molto. I ragazzi probabilmente comincerebbero a criticare i turisti, ma alla fine vedrebbero lo specchio di se stessi, così come io ho spesso rivisto me stesso, quando sono andato a rubare il mio feticcio dell’arte, quando ho guardato con sufficienza le Madonne di Giotto, Cimabue e Duccio nella prima sala degli Uffizi e non mi sono mai girato a guardare lo splendido Crocifisso alle mie spalle (identificato con un numero 434 ma probabilmente attribuibile a Coppo di Marcovaldo o a qualcuno a lui molto vicino). Quando anch’io sono andato a Pompei e francamente non ci ho capito molto, ho soltanto annotato sul mio personale taccuino di viaggio il disagio di visitare un sito così importante immerso in una realtà quasi completamente stravolta, dove sembravano dominare più che i muri dell’antica città le campane del Santuario.

Ho riso anch’io di quei turisti ‘culturali’ che leggevano le guide del Touring cercando affannosamente quadri e dipinti in un museo e poi altrettanto affannosamente i caratteri e l’importanza degli stessi. Ma poi, dopo un po’ ho smesso di ridere e di criticare ed ho guardato i miei ragazzi in gita mentre sedevano sulla Fontana maggiore di Perugia, in barba alla bottega di Giovanni e Nicola Pisano ed alla grandezza della scultura italiana del XIII secolo. Avrei dovuto dire qualcosa, avrei dovuto parlar loro di tutto questo e non sono riuscito a farlo e questo è un fallimento.

Ma il successo non sta nell’indottrinare, ma nel risvegliare le curiosità e le emozioni e per far questo occorre fermarsi su un poggio, riprendere fiato e rifare gli itinerari, ma questa volta all’incontrario. Per riuscire a scoprire che il brutto dell’Italia abita nello stesso luogo dove sta il bello e che se uno semplicemente si fermasse un momento senza la necessità di rubare una foto feticcio, un ricordo da bancarella se ne accorgerebbe e quel luogo diventerebbe un po’ più suo che è poi la condizione fondamentale di ogni visita di istruzione: andiamo a vedere ciò che ci appartiene, le stanze ed i giardini di una casa memorabile che abbiamo comunque ereditato e sarebbe bene cominciare anche a rispettare.

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Il necessario? castello immaginario


Se voi chiedete ad un bambino come si immagina un castello, lui vi risponderà che in un castello ci sono alte torri, un ponte levatoio attraverso il quale si supera un fossato pieno d’acqua e animali feroci, le insegne di un conte o di un barone. All’interno del castello ci sono grandi sale arredate con dipinti, opere d’arte, quadri, tendaggi, camini enormi.

Se andate su un qualsiasi manuale di storia delle scuole medie e vi soffermate a guardare le pagine dedicate alla vita nel medioevo troverete un castello che domina un piccolo borgo. Il castello è circondato da un fossato pieno d’acqua, è dotato di un ponte levatoio, alte torri dalle quali controllare il territorio circostante.

Quando un turista porta la sua famiglia in visita ad un castello non si aspetta di trovare altro che un ponte levatoio, un fossato, alte torri ecc. ecc.

Per non parlare del cinema da quello a fumetti a quello di fanta-storia come nella saga dello ‘Hobbit’, ma anche quelli che derivano dalla saga di ‘Artù’, dove i castelli sono su erti monti, con torri altissime che attirano fulmini dal cielo.

L’immaginario trova forse nei castelli medievali il terreno più fertile perchè le immagini prendano il sopravvento sulla realtà favolistica e/o romanzata. Sin qui sarebbe tutto bene, il problema è che spesso l’immaginario prende il sopravvento spesso e volentieri anche sulla storia.

L’immagine del castello medievale feticcio immaginifico campeggia molto spesso sui libri di storia insieme alla famigerata piramide feudale. Così anche nelle visite guidate molto spesso le guide raschiano il fondo delle storie ‘misteriose’ e ‘storicamente’ verosimili per cercare di coinvolgere turisti e visitatori. Insomma il binomio castello medievale / mistero e avventura della storia è un classico della divulgazione che, per carità, troverebbe nobili origini se dovessimo pensare al capolavoro di H. Walpole ‘Il Castello di Otranto’.

Così l’immaginario letterario fa da base all’immaginario collettivo e spesso l’immaginario collettivo si trasforma in immaginario culturale, mandando un po’ in campana la storia dei documenti e la vicenda dei castelli.

In Puglia esiste un castello che costituisce un caso emblematico in tal senso Castel del Monte. L’immaginario collettivo lo vuole costruito da Federico II e pensato non come un castello ma come un edificio misterioso la cui destinazione non sarebbe ancora chiara. Molti dicono che non si tratti di un castello, perchè pur avendo otto torri, neanche tanto alte per la verità, non ci sarebbe il ponte levatoio ed il fossato. Castel del Monte è protagonista di libri, studi, trasmissioni televisive, anche produzioni cinematografiche, un immaginario nobilitato anche dalla citazione di U. Eco nel ‘Nome della Rosa’ che appunto immagina la Biblioteca dell’abbazia, dove si svolge l’intera vicenda, con le forme ispirate proprio dal Castello pugliese. E poi riferimenti all’immancabile Sacro Graal, ai templari…insomma ci sta materiale per tutti i gusti.

Il problema dell’immaginario è appunto quello di superare la realtà. Per questo il visitatore ed il turista spesso al termine della visita al Castello rimangono un po’ delusi per non aver trovato tutte quelle tracce, visibili, ma anche invisibili, che possano giustificare il proprio immaginario, nonostante lo sforzo di guide sempre meglio addestrate ad additare sculture, iscrizioni, spesso anche scoli delle acque reflue per poter suggellare i più intriganti passaggi romanzeschi e misteriosi dell’immaginario popolare.

Naturalmente ci sono casi dove sull’immaginario collettivo si sono costruiti parchi storici e tematici che della storia hanno tenuto un conto piuttosto esiguo a volte inesistente. E questo accade in Italia, ma anche e soprattutto all’estero, dove  Francia e Inghilterra diventano importanti punti di riferimento in questo senso.

Quello che colpisce è come l’immaginario popolare e collettivo abbia ad un certo punto preso il posto della divulgazione e formazione culturale. L’idea del castello medievale che domina il borgo perlopiù rurale diventa una storia/feticcio che pian piano ha preso il sopravvento sulle notizie storiche, ma anche sui resti dei castelli medievali.

L’idea è stata quella di ‘realizzare’ pian piano castelli in grado di rispondere alle esigenze dell’immaginario collettivo un po’ come avvenne a Torino nel 1911, in occasione dell’Esposizione Universale, quando fu costruito un intero borgo medievale ‘ Il Valentino’ con tanto di castello.  Il ‘Valentino’ sarebbe la giusta traduzione di quell’immaginario, ma sembra quasi che quell’immaginario diventi una necessaria realtà quando si parla di castelli e di borghi medievali ai turisti e, ahimè, anche agli studenti. Sembra che l’ideale romantico e neogotico di oltre un secolo fa faccia fatica a tramontare. Il turista, lo studente di scuola media ha bisogno dell’immaginario per sovrapporre la propria esperienza cinematografica e fiabesca alla storia, e fa niente se per questo motivo la storia viene stravolta.

La necessità e a volte la pretesa dell’immaginario può diventare quasi patologica, una scelta che diventa irrinunciabile non soltanto a scapito della storia, ma addirittura al posto di questa. Perchè un altro immaginario collettivo è che la storia sia ‘pesantemente’ scritta solo sui libri, che le sue notizie siano spesso intraducibili se cucite addosso ai monumenti, mentre la letteratura, la fiaba, l’immaginario appunto, ci sta molto meglio.

E questo determina anche delle scelte e degli itinerari: per esempio a Castel del Monte ci vanno quasi mezzo milione di visitatori all’anno, mentre sui castelli arroccati dell’Alta Murgia (Garagnone) o della Basilicata (Monte Serico e tanti altri) il numero diminuisce drammaticamente. Eppure su quei castelli si compie un miracolo e cioè quello del fascino della storia e della natura. Ma ormai se non trovo un fossato ed un mistero del paesaggio dello sperone di roccia sul quale affiorano i resti di un diroccato castello normanno non me ne faccio nulla. E poi è vero che nei film i castelli sono sui monti, ma nella realtà si fa fatica a salirci. Meglio rimanere al livello del mare meglio arrivarci in macchina.

Qual è il confine entro il quale l’immaginario possa essere tollerato? E quando la storia, non per riscatto, ma per semplice correttezza, potrà riprendersi il proprio ruolo?

A queste domande non ci si dovrebbe arrivare mai…l’immaginario dovrebbe rimanere nell’immaginario così come accade al Valentino di Torino, un po’ tutti sanno che è finto, così anche la storia dovrebbe rimanere tale e dai libri dovrebbero scomparire certe immagini e certe piccole allusioni.

Il rischio è che l’immaginario sia diventato una necessità non per sfuggire alla storia, della quale molto spesso al turista importa non tantissimo, quanto di fuggire dalla realtà: il castello turrito misterioso e medievale non combatte contro la storia scritta nei libri, ma contro l’attuale immagine delle città, di quelle che hanno volutamente cancellato il fascino del loro passato per far posto ad aree urbanizzate sempre un po’ più squallide.

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Arte e comunicazione


Esiste un modo per ‘comunicare’ le cose ed i fatti dell’arte?

Esiste un linguaggio meno scontato di quello riportato nelle dichiarazioni ufficiali, nei progetti, nei sistemi della didattica attuali che si rivolga ai cittadini con l’intento di formarli in modo appropriato ed onesto e metterli nelle condizioni di condividere il patrimonio culturale italiano?

E’ di sicuro una sfida questa cominciata ormai da molto tempo e, secondo me, non ancora vinta. Sono molteplici le cause di questo prolungarsi della partita: ci metterei una forte tentazione specialistica che a volte affiora anche nelle migliori delle intenzioni, altre volte al contrario la tentazione di raccontare ed inventare che prende la mano, di sicuro i motivi meno nobili che hanno protratto questa sfida sono quelli legati agli interessi particolari, politici o professionali che siano.

Facciamo un esempio: la pittura di Bisanzio o bizantina. Ne siamo pieni, così pieni che sembra quasi che, quando non sappiamo più cosa dire, affermiamo con aria seria, beh queste pitture sono di certo di matrice bizantina. Queste icone, poi, non possono che essere bizantine. Sin qui tutto bene, ma provate un po’ a spiegare in giro cosa significhi pittura bizantina, a quale periodo appartenga ed anche a quali luoghi vada riferita.

Sino a qualche tempo fa un testo di riferimento in tal senso consisteva in un solido mattone di oltre 600 pagine scritto da Lazarev, tante pagine per spiegare un titolo facile facile: ‘La pittura Bizantina’. Non solo, a quest’esimio studioso se ne aggiungevano altri esimi o meglio esimi di lui dai nomi come Grabar, Weitzmann, Kitzinger e molti altri. Questo lungo e doveroso elenco alcune volte vien fatto anche da alcune guide turistiche (tra le più preparate) e sortisce strani effetti sulle espressioni di chi magari sta guardando un’icona o un affresco. L’affannarsi di chi spiega in realtà non contribuisce al diradarsi delle facce a punto interrogativo, ma tutti quei nomi finiscono per rientrare nel giudizio sulla guida, o sul professore, ‘bravo quello lì conosceva autori difficili e sconosciuti’, ma certo poco funzionali….ed invece quei nomi sarebbero funzionali perché quando uno casca a spiegare la Pittura Bizantina dovrebbe premettere ‘signori ci stiamo addentrando in un vero casino…’e questi nomi che sembrano venir fuori soltanto per fare scena sono soltanto alcuni che dalla Russia agli States (in una sorta di par condicio planetaria) hanno tentato di dare una spiegazione.

Parliamo di due aspetti che riguardano la pittura Bizantina: se può definirsi pittura dai caratteri orientali, e poi delle icone.

  1. Bisanzio, poi Costantinopoli, è l’attuale Istanbul, Turchia, quindi Oriente. La pittura bizantina prende il nome da quella città, quindi sarebbe una pittura orientale, tra l’altro si diffonde in Grecia, poi nella Penisola Balcanica, arrivando sino alle chiese ortodosse della Russia. Beh a questo punto è di certo una pittura orientale anche se poi di pittura bizantina si parla anche in Italia, lungo la fascia adriatica, da Venezia alla Puglia e poi anche giù in Sicilia. Ecco questo è un punto di vista errato secondo me: se la pittura bizantina è orientale o occidentale non dipende da ‘dove’ si diffonde ma da ‘perché’ si diffonde in modo così ampio. E la risposta sta nel fatto che Bisanzio è una capitale dell’Impero Romano, capitale di quello orientale sino alla deposizione di Romolo Augustolo in Occidente, poi unica capitale dell’Impero. Insomma nel fatidico 476, ma vi posso assicurare anche prima, la corte di Costantinopoli è un vero luogo privilegiato, per la politica e per la cultura e quindi per la pittura. E quella che viene realizzata a Costantinopoli è la pittura dell’impero, la pittura bizantina si diffonde perché proviene dalla capitale del ‘vecchio’ impero romano, che non è che ‘crolla’, ma sopravvive sino al XV secolo nella parte orientale, mentre invece si contamina in occidente. Ora se le cose cambiano in modo repentino in occidente e se questa ‘caduta’ così terrificante ci sia stata davvero è una bella storia che un altro dal nome strano e composto ha raccontato (Ward Perkins) e che qui non sto tanto a riprendere. Però è una bella storia che finisce con questa affermazione che vale la pena di citare ‘Prima della caduta di Roma i Romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre e senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera’. Bel termine sicumera sta per sicurezza, ed in questo caso anche stoltezza forse.

Insomma adesso fate voi se Bisanzio e pittura bizantina indica un modo per definire una pittura orientale oppure un modo di espressione che rivendica la nobiltà di un impero attraverso i secoli, le culture…. Per me vale la seconda e con la seconda si spiegano anche tante altre cose.

  1. Per esempio una cultura così importante non poteva, come da canovaccio o romanzo d’autore o cronaca se preferite, non essere ad un certo punto messa in crisi. Oggi oltre la Turchia lo Stato Islamico minaccia popoli e opere d’arte, ma nell’VIII secolo la distruzione di ogni raffigurazione sacra venne decretata non da uomini di differenti religioni ma da cristiani ortodossi che con Leone III l’Isaurico, introdussero l’iconoclastia termine difficile che significa distruzione delle immagini sacre. Il perché ha una spiegazione elementare: non si potevano adorare e pregare immagini che raffigurassero Dio, Gesù, Madonna perché questo era considerato sacrilegio, in quanto le immagini venivano paragonate un po’ ai simboli, ai feticci e non alla realtà. Interessante fu la conseguenza di tutto ciò. Innumerevoli quadri, mosaici affreschi vennero distrutti, e non per niente si chiama furia iconoclasta. Una delle chiese più belle di Costantinopoli, la S . Sofia venne quasi del tutto privata di affreschi e mosaici. Ma gli iconoclasti cercavano soprattutto quei quadretti sacri, detti icone, dove spesso era raffigurata la Vergine con il Bambino per distruggerli. E qui viene fuori una bella storia: mezza e più che mezza inventata ma assai diffusa. Chi salvò questi quadri dalla furia degli iconoclasti? Parecchi scritti perlopiù di scrittori del ‘700 e dell’800 riportano quasi come una cantilena l’intervento per così dire eroico dei ‘monaci basiliani’ che a rischio della propria vita imbarcarono un certo numero di icone dai lidi orientali e le portarono fino in occidente, dove della furia iconoclasta pare importasse ben poco a parecchi. Fu così che tantissime icone approdarono in Italia, in Puglia e fino a Roma. Tantissimi furono i santuari provvisti di icone della vergine, salvate dai Basiliani, e assai spesso custodite nelle grotte, e poi casualmente ritrovate. Basta farsi un giro per santuari ed una guida ve ne parlerà, un libretto ricorderà queste vicende che ormai si ripetono come una cantilena popolare. Che poi i monaci basiliani….chi sono? Chi ha studiato una certa cultura che ha a che fare con le grotte e che per questo si chiama rupestre ammette che i monaci di San Basilio fossero perlopiù monaci eremiti che preferivano vivere in solitudine e che per questo motivo si rifugiassero in grotte ed anfratti e lì custodivano tali icone. Ma i conti non tornano e, se tornano, tornano poco. Le icone scampate dalla distruzione in Oriente, in Occidente divennero dei modelli sui quali vennero realizzate altre icone quasi tutte raffiguravano le Vergine con il Bambino e divennero arredo per le chiese e le Cattedrali. E si sa che i modelli sono una cosa importante, veicolo di cultura ed in questo caso di devozione. Ed allora bisognava salvare queste icone e soprattutto salvare tutta l’arte e la pittura bizantina chè non poteva mica diventare aniconica, termine difficile che significa senza immagine. E tutto venne salvato proprio da una riflessione sulle parole. Ci pensarono molto, ci pensarono quelli che oggi chiameremmo anche filosofi, come Paolo Damasceno e tutto si risolse in un concilio a Nicea, il secondo dei grandi concili della cristianità che si svolsero a Nicea. Vi dicevo si giocò sulle parole: icona deriva dal greco είκον che significherebbe immagine, ma anche specchio ed eccola lì la soluzione, le icone erano specchi nei quali si rifletteva l’immagine del divino. Allora via libera, alla devozione, all’arte ed alla cultura bizantina.

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