L’oltre adriatico tra gli ulivi di Puglia


Spesso per descrivere viaggi ed itinerari si finisce a parlare di luoghi, di cose viste o vedere , di fotografie di una specie di vacanza.

Altre volte invece un itinerario può portare alla scoperta di persone e personaggi della storia, che fanno di un luogo una memoria, lontana nel tempo.

E’ questo il caso di Balsignano un luogo che andrebbe consigliato come tappa di un itinerario nella Terra di Bari per tante ragioni, ma è anche un luogo che propone un viaggio attraverso i personaggi che ne hanno determinato la storia soprattutto nel medioevo.

A Balsignano un personaggio spesso citato ma fino a poco tempo fa poco conosciuto anche dagli storici, nella seconda metà del ‘200 divenne protagonista di una storia che legò il casale nel territorio di  Modugno ad un’area diffusa che sovrastava i confini della Puglia e si estendeva sino alle coste dell’Albania, quella terra luogo di conquiste prima da parte degli Svevi e poi degli Angioini: il nome di questo personaggio era Giacomo da Balsignano.

Costui fu al centro di una intricata vicenda, come ha ultimamente accertato lo storico Francesco Violante, che legò la Puglia all’Oriente Balcanico e dalmatino da un lato e la dinastia sveva a quella di Carlo I d’Angiò.

Personaggio principale di tutta questa vicenda fu Filippo Chinardo, uno dei favoriti di Federico II, cipriota, che ricevette dal sovrano i feudi di Auricarro e Palo.  In seguito Filippo ebbe i feudi di Conversano , Turi, Rutigliano, fu feudatario di Terlizzi, castellano di Bari e signore di Acquaviva, amministrò per conto di Manfredi alcuni domini in Epiro come Corfù, Valona, Durazzo, Butrinto , Canina e Berat in un periodo compreso tra il 1247 ed il 1254 e fino alla sua morte avvenuta nel 1266. Devoto e fedelissimo di Manfredi, Filippo Chinardo aveva di fatto ostacolato la politica di Carlo I d’Angiò di estendere i domini angioini in Epiro e sulla costa orientale. Alla sua morte dunque il sovrano francese tirò un sospiro di sollievo che, tuttavia durò molto poco dal momento che si ritrovò sulla sua strada un devoto vassallo di Filippo Chinardo, appunto Giacomo da Balsignano, già castellano di Valona e Kanina e strenuo difensore dell’asse filo svevo.

Ora perché si chiami Giacomo da Balsignano non è chiarito dai documenti, quasi tutti contenuti nei Registri della Cancelleria Angioina; forse Balsignano era il suo luogo di nascita, forse ne era feudatario e da lì la derivazione del nome, fatto sta che Giacomo diventò una figura centrale nelle politiche angioine della seconda metà del ‘200 relative all’area adriatica.

Sarebbe impossibile raccontare episodi della sua vita in forma di romanzo perché inevitabilmente si cadrebbe nell’errore o nella forzatura della storia, che invece è fatta di documenti e di rapporti diplomatici. Infatti Carlo I nel 1269 assediò Gallipoli facendo prigionieri i baroni filo svevi ribelli, tra questi vi era il fratello di Giacomo, Filippo. Quest’ultimo diviene mezzo di scambio nei rapporti tra Carlo I e Giacomo: la libertà di Filippo in cambio di Valona, castello e avamposto della costa albanese dell’Epiro. La trattativa, condotta spesso da Carlo I in persona con Giacomo, durerà almeno quattro anni dal 1269 al 1274. Giacomo oltre alla libertà del fratello avrebbe garanzie di mantenere i propri possedimenti in Puglia ed in Italia meridionale, nonché alcuni possedimenti in Epiro ed anche la concessione per i figli del Chinardo di costruire una fortezza proprio nel territorio di Valona.

Ma le promesse del sovrano dovranno attendere soprattutto che la controffensiva dell’esercito bizantino convinca Giacomo ad abbandonare finalmente Valona e ritirarsi da ricco e potente feudatario a Balsignano, dove tuttavia morirà poco dopo.

Insomma sembra ci sarebbero tutti gli elementi per una fiction medievale che ha al centro dei propri interessi un casale nelle campagne di Modugno e l’Albania, una storia che sembrava già essere annunciata in un documento di circa trecento anni prima quando si diceva che proprio a Balsignano esisteva un piccolo castello (castellutzo) appartenuto a gente dalmata (de ipsi dalmatini), dalmati da identificarsi come più generiche etnie di oltre adriatico, quindi anche albanesi o epiroti. Una storia che dopo molti secoli si è ripetuta tragicamente con gli sbarchi degli anni ’90 che ci hanno fatto comprendere quanto sia stretto il legame fra le nostre terre e quell’oltremare così vicino…

Se Giacomo da Balsignano fosse stato un fedele vassallo della corrente filosveva che si contrapponeva all’avanzata dell’angioino Carlo I, dopo quasi mezzo secolo l’intero casale si ritrovò al centro di un’altra e ben più sanguinosa  vicenda: quella che vide contrapposti i rami unghere-durazzeschi e quelli francesi-napoletani della stessa dinastia angioina. Ancora una volta Balsignano è schierato dalla parte ‘orientale’ ossia da quella del ramo durazzesco della dinastia.

Domenico da Gravina, notaio e cronista d’eccezione di questa complicatissima e cruenta lotta dinastica che interessa la Puglia, ma anche la Campania, per un arco cronologico di oltre cinque anni, dal 1349 al 1354, meriterebbe di per sé un itinerario in base a quanto descritto nel suo lavoro. Tuttavia in questa occasione occorrerebbe rivolgere l’attenzione sul casale affidato a due nuntii o caporales, Simoncello e Iaconus Angelus, posti a controllo e difesa delle strutture di un insediamento che veniva ritenuto difficile da espugnare.

Eppure in un momento di distrazione degli ungheresi e dei due nuntii,  le truppe filo francesi, guidate dal terribile arcivescovo di Bari Bartolomeo Carafa, conquistano il pur ben difeso casale di Balsignano con l’inganno e riescono a far prigionieri i due nuntii ai quali spetterà un punizione esemplare e terribile al tempo stesso: verranno loro amputate le mani.

A quel punto l’arcivescovo Carafa affiderà la gestione del casale a tale Macciotto di Carbonara il quale pensa a far insediare nel castello il fratello già abate di S. Vito di Polignano, tale Guglielmo e con lui una decina di uomini poco raccomandabili, insomma una cricca di delinquenti benedetti dalla diocesi barese.

E questo sarà un momento tra i più cupi della vita del casale e dei suoi abitanti quasi peggiore di quello vissuto alla fine del ‘200 quando Balsignano venne affidato a Ruggero della Marra, signore barlettano che fece di tutto per farsi odiare dagli abitanti di Balsignano sino al 1311 anno della sua morte.

Ma è meglio non divagare  e tornare alle vicende di metà ‘300 che vedono ancora il casale al centro di una contesa che, come spesso accade, rimane nascosta all’ombra del più importante ed esteso conflitto della dinastia angioina. In questo caso i ruoli dei contendenti vengono recitati da Bartolomeo Carafa e suoi seguaci contro il protontino Franco de Carofilio che cerca disperatamente di opporsi alla volontà filo angioina dell’arcivescovo e nel frattempo fortifica il casale e con l’aiuto degli abitanti di Balsignano chiede un bonus sul contratto d’affitto di Balsignano ai monaci di Aversa che sin dal XII secolo erano stati i proprietari di Balsignano.

La storia poi continuerà a lungo con altri censuari, fittavoli, feudatari di Balsignano, che continueranno a tenere le sorti del casale attraverso altri episodi belli come la guerra franco-spagnola dei primi del ‘500.

Ma questa è ormai la storia, mentre il nostro vuole essere un itinerario che lega indissolubilmente un insediamento ubicato nelle campagne baresi a fatti e personaggi che ricuciono le distanze con un oltre adriatico perlopiù durazzesco e albanese, spesso sotteso nelle notizie delle fonti ma che sembra voler riemergere prepotentemente ogni volta che ci si addentra nelle vicende di questi uomini.

Giacomo da Balsignano, Simoncello e Jaconus Angelus, sembrano essere i protagonisti spesso dimenticati di una vicenda che non si può ricostruire oltre le parole citate dalle fonti per non incorrere nella tentazione di farne un racconto poco vero, ma che sembra seguire quel filo conduttore che partiva dalla notizia del X secolo quando a Balsignano era citato un ‘castellutzo de ipsi dalmatini’, gente che veniva da oltre adriatico, gente che apparteneva a quella cultura mediterranea che teneva le proprie radici saldamente radicate nella terra di Bari.

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Itinerari contromano


Accade spesso a chi nella scuola organizza gite e viaggi di istruzione di seguire itinerari che vadano a coniugare la bellezza con il patrimonio culturale della nostra penisola.

Si delineano in questo modo itinerari spesso definiti ‘classici’ sulla base anche della vicinanza/lontananza dei posti, ma anche dell’interesse di luoghi e monumenti integrandoli ai programmi curriculari ed extracurriculari trattati nell’anno scolastico o in quelli precedenti.

Vengono così scelti, tra gli altri, luoghi come la Toscana, l’Umbria, Venezia, l’area vesuviana con la visita agli scavi di Pompei ed Ercolano. Vi è un programma dettagliato che quasi sempre presuppone anche una minima preparazione degli studenti, fatta in classe, sui luoghi da visitare ed in più una puntuale organizzazione di visite guidate per meglio comprendere caratteri storici di monumenti ed affreschi, dinamiche di musei o case di artisti e letterati, percorsi naturalistici illustrati per poter conoscere meglio le caratteristiche del territorio oggetto della visita.

Tutto questo dovrebbe essere finalizzato a produrre un interesse da parte degli studenti che poi venga esaudito durante la visita che per questo motivo si chiama ‘di istruzione’.

In questi anni ho visto nell’ordine:

  • Ragazzi ‘stravolti’ da itinerari che si trasformano in ‘via crucis’ considerando la loro lunghezza e complessità;
  • Ragazzi completamente disinteressati a ciò che sta loro davanti, nonostante gli sforzi di guide con tanto di auricolari e microfoni;
  • Un calderone di spiegazioni spesso difficoltose su elementi che ricadono su competenze di storia dell’arte, nella maggior parte dei casi, di archeologia, anche qui in buona parte, di scienze applicate, in qualche caso, di storia, in qualche caso, di letteratura italiana, in pochissimi casi, di scienze, anche qui in pochissimi casi;
  • Una volta mi è anche capitato di vedere un monaco francescano ad Assisi che spiegava la delicatezza degli affreschi lì presenti puntando loro contro un piccolo laser per indicare meglio lacune e distacchi…il bello è che non lo faceva soltanto lui, ma nella Basilica tutte le guide ne erano dotate;
  • Un’altra volta sono finito nella Casa di Leopardi e si era tutti in fila, attenti a non toccare, neanche per sbaglio i tomi della biblioteca, da ammirare con disperatissimo sguardo;
  • Infine alla Reggia di Caserta guardando, audio muniti, sale su sale con la difficoltà di distinguerle l’una dall’altra, condite da un’aneddotica altrettanto ricca ma francamente difficile da ricordare.

In tutti questi casi il mio sentimento è sempre stato quello di una sconfitta, ragazzi stanchissimi, spesso poco attenti, fattori di distrazione esterne preponderanti, sguardi spesso rassegnati di volenterose guide ed altrettanto volenterosi docenti.

Da qualche parte c’è un errore ed effettivamente, a pensarci bene, se ne potrebbe stilare una lista di grandi errori a cominciare dagli itinerari per poi finire alle nozioni forzatamente infuse ai ragazzi ed a quelle fornite in un ipotetico periodo preparatorio al viaggio di istruzione.

Io l’ho fatto, ho modificato spesso gli itinerari, gli obiettivi, la preparazione e, qualche volta, ho anche cercato di scegliere le guide più adatte. Se pensate che tutto ciò abbia prodotto risultati positivi vi sbagliate di grosso così come io stesso mi sbagliavo. Addirittura ad un certo punto ho anche pensato che quei ragazzi non si meritavano un percorso che magari attraversava i paesaggi più belli dell’Italia, li portava nelle chiese più preziose e nei musei più ricchi del nostro paese per avere in cambio soltanto quell’aria annoiata e stanca di chi non vede l’ora di tornare sull’autobus o in albergo per ‘far casino’ coi propri compagni.

Finchè un giorno ho notato una cosa: ero al Louvre e quindi non in Italia ed ho visto un numero esorbitante di turisti tutti davanti alla ‘Monna Lisa – la Gioconda’ di Leonardo, gente che si accalcava dinanzi alle cortine contenitive alla disperata ricerca di una foto da scattare (lì all’epoca era ancora vietato fotografare quindi sarebbe meglio dire di una foto da rubare) a qualunque costo, rovesciando bottiglie di acqua minerale, schiacciando piedi e sandali, protendendo braccia e camicie sudate. Uno spettacolo, soprattutto osservare poi la dispersione di quella folla stanca che dopo aver ‘rapito’ la propria di Gioconda a seconda dei casi attraversava il grande Museo più o meno interessatamente alla ricerca infine di un punto ristoro, di un bar o di una toilette. Sembravano i nostri ragazzi, soltanto cresciuti.

Naturalmente ad osservare da tale punto di vista, queste scene si ripetevano sempre, nelle visite degli scavi di Pompei, così come agli Uffizi e in ogni luogo. Quei ragazzi eravamo tutti noi spesso incuranti della nostra stessa cultura.

Mi venivano spesso in mente le parole attribuite a Federico Zeri quando voleva impedire che tutte quelle masse maleodoranti di turisti affollassero un luogo sacro come la Cappella Sistina. Mi sono ricordato anche delle parole di Salvatore Settis quando parla di Venezia come un feticcio riprodotto in ogni parte del mondo e dello stress che subisce quasi ogni giorno quella città sotto il ‘peso’ di milioni di visitatori che ne ‘calpestano’ le calli, riempiono di rifiuti e cartacce le piazze più belle, tutti alla ricerca di quell’immagine di una città/ideale della pubblicità e del marketing che sarebbe meglio vederla dal ponte di una grande nave da Crociera che l’attraversa dalla laguna alla Giudecca passando davanti a S. Marco (‘Se Venezia Muore’). Mi sono anche venute alla mente alcune recenti pagine scritte da Francesco Erbani su Pompei, quando ricorda dei passi di enormi quantità di turisti che percorrono via dell’Abbondanza e di guide e accompagnatori che si affannano a descrivere una realtà così complessa che non è visitabile per circa due terzi e che propone casi emblematici di gestione e valorizzazione dei beni culturali del nostro territorio.

Mi sono venute in mente tante cose e soprattutto ha cominciato a frullare nella mia testa la possibilità di condurre i ragazzi in uno di questi luoghi, fermarsi in un punto che fosse panoramico tanto da poter osservare cosa ‘fanno gli altri’, quelli che protendono macchine fotografiche o telefonini su ogni muro, quelli che semplicemente con i telefonini ci giocano o chattano disinteressandosi completamente a qualsiasi cosa, quelli che, come è pure accaduto di recente, per colpa di un telefonino e di molta distrazione rischiano di distruggere quadri e opere d’arte, quelli che semplicemente lamentano stanchezza,  fame sete e ogni legittima scusa per fuggire da tali torture. Sarebbe divertente. Farebbe pensare e molto. I ragazzi probabilmente comincerebbero a criticare i turisti, ma alla fine vedrebbero lo specchio di se stessi, così come io ho spesso rivisto me stesso, quando sono andato a rubare il mio feticcio dell’arte, quando ho guardato con sufficienza le Madonne di Giotto, Cimabue e Duccio nella prima sala degli Uffizi e non mi sono mai girato a guardare lo splendido Crocifisso alle mie spalle (identificato con un numero 434 ma probabilmente attribuibile a Coppo di Marcovaldo o a qualcuno a lui molto vicino). Quando anch’io sono andato a Pompei e francamente non ci ho capito molto, ho soltanto annotato sul mio personale taccuino di viaggio il disagio di visitare un sito così importante immerso in una realtà quasi completamente stravolta, dove sembravano dominare più che i muri dell’antica città le campane del Santuario.

Ho riso anch’io di quei turisti ‘culturali’ che leggevano le guide del Touring cercando affannosamente quadri e dipinti in un museo e poi altrettanto affannosamente i caratteri e l’importanza degli stessi. Ma poi, dopo un po’ ho smesso di ridere e di criticare ed ho guardato i miei ragazzi in gita mentre sedevano sulla Fontana maggiore di Perugia, in barba alla bottega di Giovanni e Nicola Pisano ed alla grandezza della scultura italiana del XIII secolo. Avrei dovuto dire qualcosa, avrei dovuto parlar loro di tutto questo e non sono riuscito a farlo e questo è un fallimento.

Ma il successo non sta nell’indottrinare, ma nel risvegliare le curiosità e le emozioni e per far questo occorre fermarsi su un poggio, riprendere fiato e rifare gli itinerari, ma questa volta all’incontrario. Per riuscire a scoprire che il brutto dell’Italia abita nello stesso luogo dove sta il bello e che se uno semplicemente si fermasse un momento senza la necessità di rubare una foto feticcio, un ricordo da bancarella se ne accorgerebbe e quel luogo diventerebbe un po’ più suo che è poi la condizione fondamentale di ogni visita di istruzione: andiamo a vedere ciò che ci appartiene, le stanze ed i giardini di una casa memorabile che abbiamo comunque ereditato e sarebbe bene cominciare anche a rispettare.

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Il necessario? castello immaginario


Se voi chiedete ad un bambino come si immagina un castello, lui vi risponderà che in un castello ci sono alte torri, un ponte levatoio attraverso il quale si supera un fossato pieno d’acqua e animali feroci, le insegne di un conte o di un barone. All’interno del castello ci sono grandi sale arredate con dipinti, opere d’arte, quadri, tendaggi, camini enormi.

Se andate su un qualsiasi manuale di storia delle scuole medie e vi soffermate a guardare le pagine dedicate alla vita nel medioevo troverete un castello che domina un piccolo borgo. Il castello è circondato da un fossato pieno d’acqua, è dotato di un ponte levatoio, alte torri dalle quali controllare il territorio circostante.

Quando un turista porta la sua famiglia in visita ad un castello non si aspetta di trovare altro che un ponte levatoio, un fossato, alte torri ecc. ecc.

Per non parlare del cinema da quello a fumetti a quello di fanta-storia come nella saga dello ‘Hobbit’, ma anche quelli che derivano dalla saga di ‘Artù’, dove i castelli sono su erti monti, con torri altissime che attirano fulmini dal cielo.

L’immaginario trova forse nei castelli medievali il terreno più fertile perchè le immagini prendano il sopravvento sulla realtà favolistica e/o romanzata. Sin qui sarebbe tutto bene, il problema è che spesso l’immaginario prende il sopravvento spesso e volentieri anche sulla storia.

L’immagine del castello medievale feticcio immaginifico campeggia molto spesso sui libri di storia insieme alla famigerata piramide feudale. Così anche nelle visite guidate molto spesso le guide raschiano il fondo delle storie ‘misteriose’ e ‘storicamente’ verosimili per cercare di coinvolgere turisti e visitatori. Insomma il binomio castello medievale / mistero e avventura della storia è un classico della divulgazione che, per carità, troverebbe nobili origini se dovessimo pensare al capolavoro di H. Walpole ‘Il Castello di Otranto’.

Così l’immaginario letterario fa da base all’immaginario collettivo e spesso l’immaginario collettivo si trasforma in immaginario culturale, mandando un po’ in campana la storia dei documenti e la vicenda dei castelli.

In Puglia esiste un castello che costituisce un caso emblematico in tal senso Castel del Monte. L’immaginario collettivo lo vuole costruito da Federico II e pensato non come un castello ma come un edificio misterioso la cui destinazione non sarebbe ancora chiara. Molti dicono che non si tratti di un castello, perchè pur avendo otto torri, neanche tanto alte per la verità, non ci sarebbe il ponte levatoio ed il fossato. Castel del Monte è protagonista di libri, studi, trasmissioni televisive, anche produzioni cinematografiche, un immaginario nobilitato anche dalla citazione di U. Eco nel ‘Nome della Rosa’ che appunto immagina la Biblioteca dell’abbazia, dove si svolge l’intera vicenda, con le forme ispirate proprio dal Castello pugliese. E poi riferimenti all’immancabile Sacro Graal, ai templari…insomma ci sta materiale per tutti i gusti.

Il problema dell’immaginario è appunto quello di superare la realtà. Per questo il visitatore ed il turista spesso al termine della visita al Castello rimangono un po’ delusi per non aver trovato tutte quelle tracce, visibili, ma anche invisibili, che possano giustificare il proprio immaginario, nonostante lo sforzo di guide sempre meglio addestrate ad additare sculture, iscrizioni, spesso anche scoli delle acque reflue per poter suggellare i più intriganti passaggi romanzeschi e misteriosi dell’immaginario popolare.

Naturalmente ci sono casi dove sull’immaginario collettivo si sono costruiti parchi storici e tematici che della storia hanno tenuto un conto piuttosto esiguo a volte inesistente. E questo accade in Italia, ma anche e soprattutto all’estero, dove  Francia e Inghilterra diventano importanti punti di riferimento in questo senso.

Quello che colpisce è come l’immaginario popolare e collettivo abbia ad un certo punto preso il posto della divulgazione e formazione culturale. L’idea del castello medievale che domina il borgo perlopiù rurale diventa una storia/feticcio che pian piano ha preso il sopravvento sulle notizie storiche, ma anche sui resti dei castelli medievali.

L’idea è stata quella di ‘realizzare’ pian piano castelli in grado di rispondere alle esigenze dell’immaginario collettivo un po’ come avvenne a Torino nel 1911, in occasione dell’Esposizione Universale, quando fu costruito un intero borgo medievale ‘ Il Valentino’ con tanto di castello.  Il ‘Valentino’ sarebbe la giusta traduzione di quell’immaginario, ma sembra quasi che quell’immaginario diventi una necessaria realtà quando si parla di castelli e di borghi medievali ai turisti e, ahimè, anche agli studenti. Sembra che l’ideale romantico e neogotico di oltre un secolo fa faccia fatica a tramontare. Il turista, lo studente di scuola media ha bisogno dell’immaginario per sovrapporre la propria esperienza cinematografica e fiabesca alla storia, e fa niente se per questo motivo la storia viene stravolta.

La necessità e a volte la pretesa dell’immaginario può diventare quasi patologica, una scelta che diventa irrinunciabile non soltanto a scapito della storia, ma addirittura al posto di questa. Perchè un altro immaginario collettivo è che la storia sia ‘pesantemente’ scritta solo sui libri, che le sue notizie siano spesso intraducibili se cucite addosso ai monumenti, mentre la letteratura, la fiaba, l’immaginario appunto, ci sta molto meglio.

E questo determina anche delle scelte e degli itinerari: per esempio a Castel del Monte ci vanno quasi mezzo milione di visitatori all’anno, mentre sui castelli arroccati dell’Alta Murgia (Garagnone) o della Basilicata (Monte Serico e tanti altri) il numero diminuisce drammaticamente. Eppure su quei castelli si compie un miracolo e cioè quello del fascino della storia e della natura. Ma ormai se non trovo un fossato ed un mistero del paesaggio dello sperone di roccia sul quale affiorano i resti di un diroccato castello normanno non me ne faccio nulla. E poi è vero che nei film i castelli sono sui monti, ma nella realtà si fa fatica a salirci. Meglio rimanere al livello del mare meglio arrivarci in macchina.

Qual è il confine entro il quale l’immaginario possa essere tollerato? E quando la storia, non per riscatto, ma per semplice correttezza, potrà riprendersi il proprio ruolo?

A queste domande non ci si dovrebbe arrivare mai…l’immaginario dovrebbe rimanere nell’immaginario così come accade al Valentino di Torino, un po’ tutti sanno che è finto, così anche la storia dovrebbe rimanere tale e dai libri dovrebbero scomparire certe immagini e certe piccole allusioni.

Il rischio è che l’immaginario sia diventato una necessità non per sfuggire alla storia, della quale molto spesso al turista importa non tantissimo, quanto di fuggire dalla realtà: il castello turrito misterioso e medievale non combatte contro la storia scritta nei libri, ma contro l’attuale immagine delle città, di quelle che hanno volutamente cancellato il fascino del loro passato per far posto ad aree urbanizzate sempre un po’ più squallide.

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Arte e comunicazione


Esiste un modo per ‘comunicare’ le cose ed i fatti dell’arte?

Esiste un linguaggio meno scontato di quello riportato nelle dichiarazioni ufficiali, nei progetti, nei sistemi della didattica attuali che si rivolga ai cittadini con l’intento di formarli in modo appropriato ed onesto e metterli nelle condizioni di condividere il patrimonio culturale italiano?

E’ di sicuro una sfida questa cominciata ormai da molto tempo e, secondo me, non ancora vinta. Sono molteplici le cause di questo prolungarsi della partita: ci metterei una forte tentazione specialistica che a volte affiora anche nelle migliori delle intenzioni, altre volte al contrario la tentazione di raccontare ed inventare che prende la mano, di sicuro i motivi meno nobili che hanno protratto questa sfida sono quelli legati agli interessi particolari, politici o professionali che siano.

Facciamo un esempio: la pittura di Bisanzio o bizantina. Ne siamo pieni, così pieni che sembra quasi che, quando non sappiamo più cosa dire, affermiamo con aria seria, beh queste pitture sono di certo di matrice bizantina. Queste icone, poi, non possono che essere bizantine. Sin qui tutto bene, ma provate un po’ a spiegare in giro cosa significhi pittura bizantina, a quale periodo appartenga ed anche a quali luoghi vada riferita.

Sino a qualche tempo fa un testo di riferimento in tal senso consisteva in un solido mattone di oltre 600 pagine scritto da Lazarev, tante pagine per spiegare un titolo facile facile: ‘La pittura Bizantina’. Non solo, a quest’esimio studioso se ne aggiungevano altri esimi o meglio esimi di lui dai nomi come Grabar, Weitzmann, Kitzinger e molti altri. Questo lungo e doveroso elenco alcune volte vien fatto anche da alcune guide turistiche (tra le più preparate) e sortisce strani effetti sulle espressioni di chi magari sta guardando un’icona o un affresco. L’affannarsi di chi spiega in realtà non contribuisce al diradarsi delle facce a punto interrogativo, ma tutti quei nomi finiscono per rientrare nel giudizio sulla guida, o sul professore, ‘bravo quello lì conosceva autori difficili e sconosciuti’, ma certo poco funzionali….ed invece quei nomi sarebbero funzionali perché quando uno casca a spiegare la Pittura Bizantina dovrebbe premettere ‘signori ci stiamo addentrando in un vero casino…’e questi nomi che sembrano venir fuori soltanto per fare scena sono soltanto alcuni che dalla Russia agli States (in una sorta di par condicio planetaria) hanno tentato di dare una spiegazione.

Parliamo di due aspetti che riguardano la pittura Bizantina: se può definirsi pittura dai caratteri orientali, e poi delle icone.

  1. Bisanzio, poi Costantinopoli, è l’attuale Istanbul, Turchia, quindi Oriente. La pittura bizantina prende il nome da quella città, quindi sarebbe una pittura orientale, tra l’altro si diffonde in Grecia, poi nella Penisola Balcanica, arrivando sino alle chiese ortodosse della Russia. Beh a questo punto è di certo una pittura orientale anche se poi di pittura bizantina si parla anche in Italia, lungo la fascia adriatica, da Venezia alla Puglia e poi anche giù in Sicilia. Ecco questo è un punto di vista errato secondo me: se la pittura bizantina è orientale o occidentale non dipende da ‘dove’ si diffonde ma da ‘perché’ si diffonde in modo così ampio. E la risposta sta nel fatto che Bisanzio è una capitale dell’Impero Romano, capitale di quello orientale sino alla deposizione di Romolo Augustolo in Occidente, poi unica capitale dell’Impero. Insomma nel fatidico 476, ma vi posso assicurare anche prima, la corte di Costantinopoli è un vero luogo privilegiato, per la politica e per la cultura e quindi per la pittura. E quella che viene realizzata a Costantinopoli è la pittura dell’impero, la pittura bizantina si diffonde perché proviene dalla capitale del ‘vecchio’ impero romano, che non è che ‘crolla’, ma sopravvive sino al XV secolo nella parte orientale, mentre invece si contamina in occidente. Ora se le cose cambiano in modo repentino in occidente e se questa ‘caduta’ così terrificante ci sia stata davvero è una bella storia che un altro dal nome strano e composto ha raccontato (Ward Perkins) e che qui non sto tanto a riprendere. Però è una bella storia che finisce con questa affermazione che vale la pena di citare ‘Prima della caduta di Roma i Romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre e senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera’. Bel termine sicumera sta per sicurezza, ed in questo caso anche stoltezza forse.

Insomma adesso fate voi se Bisanzio e pittura bizantina indica un modo per definire una pittura orientale oppure un modo di espressione che rivendica la nobiltà di un impero attraverso i secoli, le culture…. Per me vale la seconda e con la seconda si spiegano anche tante altre cose.

  1. Per esempio una cultura così importante non poteva, come da canovaccio o romanzo d’autore o cronaca se preferite, non essere ad un certo punto messa in crisi. Oggi oltre la Turchia lo Stato Islamico minaccia popoli e opere d’arte, ma nell’VIII secolo la distruzione di ogni raffigurazione sacra venne decretata non da uomini di differenti religioni ma da cristiani ortodossi che con Leone III l’Isaurico, introdussero l’iconoclastia termine difficile che significa distruzione delle immagini sacre. Il perché ha una spiegazione elementare: non si potevano adorare e pregare immagini che raffigurassero Dio, Gesù, Madonna perché questo era considerato sacrilegio, in quanto le immagini venivano paragonate un po’ ai simboli, ai feticci e non alla realtà. Interessante fu la conseguenza di tutto ciò. Innumerevoli quadri, mosaici affreschi vennero distrutti, e non per niente si chiama furia iconoclasta. Una delle chiese più belle di Costantinopoli, la S . Sofia venne quasi del tutto privata di affreschi e mosaici. Ma gli iconoclasti cercavano soprattutto quei quadretti sacri, detti icone, dove spesso era raffigurata la Vergine con il Bambino per distruggerli. E qui viene fuori una bella storia: mezza e più che mezza inventata ma assai diffusa. Chi salvò questi quadri dalla furia degli iconoclasti? Parecchi scritti perlopiù di scrittori del ‘700 e dell’800 riportano quasi come una cantilena l’intervento per così dire eroico dei ‘monaci basiliani’ che a rischio della propria vita imbarcarono un certo numero di icone dai lidi orientali e le portarono fino in occidente, dove della furia iconoclasta pare importasse ben poco a parecchi. Fu così che tantissime icone approdarono in Italia, in Puglia e fino a Roma. Tantissimi furono i santuari provvisti di icone della vergine, salvate dai Basiliani, e assai spesso custodite nelle grotte, e poi casualmente ritrovate. Basta farsi un giro per santuari ed una guida ve ne parlerà, un libretto ricorderà queste vicende che ormai si ripetono come una cantilena popolare. Che poi i monaci basiliani….chi sono? Chi ha studiato una certa cultura che ha a che fare con le grotte e che per questo si chiama rupestre ammette che i monaci di San Basilio fossero perlopiù monaci eremiti che preferivano vivere in solitudine e che per questo motivo si rifugiassero in grotte ed anfratti e lì custodivano tali icone. Ma i conti non tornano e, se tornano, tornano poco. Le icone scampate dalla distruzione in Oriente, in Occidente divennero dei modelli sui quali vennero realizzate altre icone quasi tutte raffiguravano le Vergine con il Bambino e divennero arredo per le chiese e le Cattedrali. E si sa che i modelli sono una cosa importante, veicolo di cultura ed in questo caso di devozione. Ed allora bisognava salvare queste icone e soprattutto salvare tutta l’arte e la pittura bizantina chè non poteva mica diventare aniconica, termine difficile che significa senza immagine. E tutto venne salvato proprio da una riflessione sulle parole. Ci pensarono molto, ci pensarono quelli che oggi chiameremmo anche filosofi, come Paolo Damasceno e tutto si risolse in un concilio a Nicea, il secondo dei grandi concili della cristianità che si svolsero a Nicea. Vi dicevo si giocò sulle parole: icona deriva dal greco είκον che significherebbe immagine, ma anche specchio ed eccola lì la soluzione, le icone erano specchi nei quali si rifletteva l’immagine del divino. Allora via libera, alla devozione, all’arte ed alla cultura bizantina.

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S. Maria della Giustizia vs Tempa Rossa


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Può un insediamento di monaci opporsi all’ineluttabile destino di un’area a forte impatto industriale?

Per di più a Taranto? All’ombra dell’area dell’Ilva?

Al momento non conosciamo la risposta a questa domanda, ma conosciamo la storia, quella con la S maiuscola che ne sta alle spalle.

Al momento di ‘affrontare’ il percorso di un insegnamento universitario a Taranto che aveva come argomento ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’  un bravo docente a contratto  dovrebbe sempre informarsi su tutto il contesto storico e culturale che questa città, emblematica per certi versi, riesce ad offrire. Benchè le vicende del passato classico, magno greco e romano, meritano un posto in grandissima evidenza nelle riflessioni di tutela e conservazione soprattutto al riguardo delle vicende che hanno portato alla realizzazione (?) del Museo Archeologico di Taranto, non meno significative e affascinanti rimangono le vicende legate al medioevo.

Le chiese medievali di Taranto durante il medioevo erano perlopiù ubicate nell’area della più antica Acropoli e coronavano un percorso religioso e liturgico che accompagnava la Cattedrale dedicata a S. Cataldo. Sette chiese come S. Pietro Imperiale, S. Bartolomeo, S. Marco, S. Benedetto, SS. Filippo e Nicola, SS. Quaranta Martiri, S. Giorgio, oltre alla stessa chiesa cattedrale costituivano un patrimonio del quale oggi non sopravvivono che sporadiche testimonianze, infatti molte di queste chiese sono state sostanzialmente trasformate nei secoli successivi, altre addirittura sono andate perdute, come S. Pietro Imperiale le cui vestigia dovrebbero conservarsi nel luogo dove oggi sorge la chiesa di S. Domenico. Taranto nel Medioevo dialogava fra il suo passato ancora importante e le nuove esigenze di quei secoli, la chiesa di Roma per esempio con la sua tradizione petrina alla quale questa città offre ben tre chiese (S. Pietro Imperiale, S. Pietro all’Isola, S. Pietro sul Mar Piccolo), con l’oriente degli Armeni con la chiesa di S. Giorgio, ma anche con l’oltreadriatico con la chiesa dei SS. Quaranta Martiri. Sono aspetti più volte messi in evidenza da studiosi e storici come Vera von Falkenhausen, Cosimo Damiano Fonseca, Cosimo D’Angela. Taranto era luogo di scambio, meta di cammino e di imbarco, ma Taranto era anche città che ‘dialogava’ con il proprio territorio. E lo facevano soprattutto gli ordini monastici che finivano per stabilirsi oltre il circuito murario cittadino in un’area ricca di pascoli, fonti sorgive, e non distante dal mare. Tre importanti insediamenti furono: S. Maria a Mare, poi S. Maria della Giustizia, sul fiume Taro, S. Maria del Galeso, attualmente nel rione Tamburi sul fiume Galeso, S. Vito del Pizzo la cui edificazione dovrebbe risalire intorno al 1117 e chiudeva a sud-est il Golfo del Mar Grande.

Tutte queste fondazioni sono databili al medioevo: S. Maria della Giustizia fu edificata per volontà di Costanza d’Altavilla nel 1119, un po’ più tardi nella seconda metà di quel secolo la chiesa di S. Maria del Galeso, mentre del 1117 S. Vito del Pizzo.

I monaci, si sa, erano attenti allo sviluppo ed alla produzione del territorio e quell’area che incornicia il Golfo di Taranto era estremamente proficua sotto questo punto di vista, pascoli, pesca e commercio grazie al porto. Ma era anche bella, estremamente suggestiva tanto che Orazio, Properzio, Virgilio cantarono delle acque del Galeso e di quello splendido territorio sul quale scorreva, poco più di 900 mt. ricchi di poesia e di bellezza. Insomma un luogo ricco di letteratura che seguirà ai classici con le citazioni più moderne Niccolò d’Aquino e poi di Giovanni Pascoli.

E così giusto per ricordare quella zona cosa fosse ancora qualche secolo fa e che ora è semplicemente Tamburi, il quartiere avvelenato dall’Ilva, il paesaggio stravolto, violentato dal fumo di quelle ciminiere.

DSCN9659E questo sarebbe già materiale più che sufficiente per tracciare un itinerario alla volta del paesaggio deturpato e sacrificato in ragione (?) dello sviluppo industriale ed economico di una città come Taranto. Ma sarebbe un itinerario ahinoi già tante volte percorso che finirebbe per ripercorrere le vicende della città all’ombra del colosso siderurgico che ne ha cambiato, ineluttabilmente il volto e la storia, e che sembra avere un unico responsabile, l’Ilva. Sarebbe già abbastanza si è detto, ma non è tutto.

Se l’area del Galeso sulla quale insiste un piccolo gioiello dell’architettura monastica e poi trecentesca testimone di più di una intricata vicenda storica della città angioina e durazzesca, sembra essere ormai inghiottita in un mare di rifiuti speciali e lo stesso ‘ombroso Galeso’ è ormai ridotto ad un rigagnolo perlopiù malsano, non se la passa meglio un’altra area poco distante ubicata sul Mar Grande ad ovest della città nei pressi del fiume Tara.

Parliamo dell’area dove insistono le raffinerie Eni a ridosso dell’area industriale dell’ Ilva e  del porto commerciale. Un’area ovviamente ricca di storia e di tracce del passato, ma anche questa sacrificata a quello sviluppo industriale della città che, è bene ricordarlo, non è soltanto l’Ilva.

Un merito particolare per le indagini rivolte a questa ‘altra faccia’ della Taranto industriale lo si deve al giornalista Gianmario Leone che scrive per il quotidiano ‘Tarantooggi’ e per ‘Il Manifesto’. Non è uno storico, ma un giornalista che da un paio di anni sta seguendo una intricata vicenda dal nome di ‘Tempa Rossa’ che coinvolge Taranto e la Basilicata, l’Eni ed il metano, lo sviluppo energetico di parte della Puglia e della Basilicata a danno di un sempre più vituperato patrimonio paesaggistico e ambientale.

Tempa Rossa è il nome di un vasto giacimento di gas e idrocarburi individuato sin dal 1989 nel territorio Lucano, precisamente nell’alta vale del fiume Sauro in località di Corleto Perticara e Gorgoglione in provincia di Potenza. Un’area di grande valore paesaggistico tanto per cambiare e con un consistente repertorio di interessi archeologici e storici. Ma si sa che dinanzi alle fonti di energia non ci sono scuse che possano opporsi. E così se la Basilicata già detiene un consistente record per il  contributo di energia petrolifera  con la piena attuazione del progetto ‘Tempa Rossa’ i ricavi energetici assumeranno cifre ragguardevoli individuate in 50.000 barili di petrolio, 250.000mdi gas naturale, oltre 260 tonnellate di GPL, 60 tonnellate di zolfo. Quanto basta per far inserire questo progetto da Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti del mondo per cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva.

Una volta realizzato il progetto tutto il materiale energetico sarò raccolto nella raffineria Eni di Val d’Agri e porta con un metanodotto lungo oltre 130 Km sino alla raffineria Eni di Taranto, dove poi verrà raccolto e imbarcato. Naturalmente per realizzare tutto questo è stato contestualmente varato nel 2011, più o meno, un progetto tutto tarantino che prevedeva il raddoppiamento dell’area e delle strutture di raffineria dell’Eni. Un progetto che ha avuto ‘via libera’ da tutte le istituzioni, dalla Regione Puglia come dal Ministero dell’Ambiente con  decreti e le indagini di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) consueti per poter procedere. Di tutto questo esistono anche on-line preziose informazioni a livello giornalistico e di inchiesta.

Ma qui ciò che ci interessa è inserire un bene storico e architettonico in questo, disastroso, quadro ambientale e paesaggistico: S. Maria della Giustizia.

S. Maria della Giustizia, già indicata come S. Maria del Mare, costituisce una delle testimonianze più antiche e importanti del monachesimo medievale a Taranto. Venne fondata nel X secolo secondo quanto riportato nei documenti e ripreso nel Monasticon, curato da Houben-Lunardi-Spinelli. La chiesa sopravvissuta costituisce una piccola, preziosa testimonianza dell’edilizia medievale tardo-duecentesca, che ben si allinea con le altre testimonianze presenti sul territorio, dalla vicina S. Maria del Galeso, sino al S. Pietro sul Mar Piccolo, lungo una direzione artistica e culturale spiccatamente Jonica e salentina che trova le sue più alte espressioni nel S. Domenico di Castellaneta e poi nella Madonna della Lizza ad Alezio. In seguito venne fondato un monastero sul finire del ‘400 che venne affidato ai monaci Olivetani che qui si trasferirono provenendo da S. Maria del Porto che ne divenne una grancia di S. Maria della Giustizia.

Una lunga storia di questo complesso che rimase la sede di ordini monastici e religiosi sino al provvedimento di soppressione dei monasteri varato da Giuseppe Bonaparte nel 1808.

Poi seguì un periodo di parziale abbandono e decadimento che non fu così disastroso come quello che avvenne all’indomani dello sviluppo industriale tarantino a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. Nel 1967 la chiesa, il monastero e l’intera area di pertinenza di S. Maria della Giustizia furono inglobati nelle terre dell’Eni che qui realizzò i propri serbatoi per raffinare idrocarburi contribuendo non poco allo sviluppo industriale del polo Tarantino, ma anche all’inquinamento ambientale. Una forma di emissione di gas che non permettevano di sostare in quell’area per oltre 60 minuti senza le dovute precauzioni. Questo però lo hanno detto 60 anni dopo. Quando nel 2009 la stessa Eni presentò un progetto di ampliamento per una nuova centrale Enipower per rendere operativo il famoso progetto ‘Tempa Rossa’.

Come spesso avviene in questi casi il corrispettivo, una sorta di ricatto compensativo che gli organi amministrativi e statali spesso disarmati o peggio ancora complici fanno nei confronti dei grandi colossi industriali, c’era la risistemazione del sito di S. Maria della Giustizia.

Nelle more di quel progetto, e questa è la parte se volete più divertente,  nella corrispondenza fra Enti e Soprintendenza, si leggeva che oltre ai lavori di manutenzione e restauro di alcune parti del complesso monumentale, sarebbe stata realizzata anche un’area a verde adatta ad isolare il monastero dalla vista delle grandi cisterne della raffineria, e quindi restituire l’intera area ad un decoroso aspetto estetico. Ed infatti nei disegni di quel progetto compaiono le aree destinate a verde con alberi in grado di schermare la vista da quegli  ingombranti mostri della Raffineria.

Ma è sul campo dell’impatto e dell’inquinamento ambientale che si è giocata negli ultimi anni la partita su Taranto. Una partita condotta non sempre in modo corretto a prescindere dai protagonisti, che fossero esponenti di grandi industrie, o esponenti politici regionali e nazionali. Del resto tutta la vicenda dell’Ilva insegna al riguardo, così come i dati, spesso contraddittori e quasi sempre non ufficiali che confermano l’alto grado di inquinamento di quel territorio e i disastrosi indici di mortalità in seguito a malattie derivate dall’inquinamento.

Questo fa parte di una politica di sviluppo  territoriale sostanzialmente miope che non riguarda soltanto la città di Taranto, ma un po’ tutta la nazione, e che vede i cosiddetti ‘beni culturali’ come uno specchio adatto ad un selfie per le campagne elettorali, oppure come un dazio da corrispondere alla società dei cittadini per ottemperare poi agli interessi delle industrie. Che poi si tratta di interessi enormi degni di percentuali del P.I.L.

Fatto sta che già nel 2011 a S. Maria della Giustizia si pensò bene di recuperare e valorizzare ‘il bello’ della città con un concerto jazz, naturalmente sponsorizzato dall’Eni.

Doveva essere un primo passo per il recupero del complesso monumentale. Ciò che appare subito piuttosto interlocutorio nella fitta corrispondenza tra Soprintendenza, gruppo Eni e ministero ambientale, è che gli interventi per S. Maria della Giustizia siano davvero una contropartita, quasi un dazio poco originale, per consentire il via libera a ‘Tempa Rossa’ con l’unica notazione di rendere l’aria in quella zona più respirabile e meno maleodorante. Volutamente sorvolo dalle reali citazioni riprese dal giornalista Gianmario Leone perché ciò che preme qui è vedere come si agisca su un bene monumentale portando agli estremi i compromessi che pure ogni giorno le Soprintendenze stringono e cercano di salvaguardare con….tutto quello che minaccia la cultura, l’ambiente ed anche la salute.

Uno scambio insomma che non si sa fino a che punto sia morale tra il bene storico, la sua sopravvivenza tutelata in qualche modo, e tutto quello che gli sta intorno.

DSCN9664Ed in quella zona di Taranto ciò che circonda S. Maria della Giustizia, parla ormai un’altra lingua, fatta non più con le parole di un territorio fertile per i pascoli e direttamente collegato al mare, ma di una striscia di terra sostanzialmente inquinata, un’aria forse pericolosa, un mare che significa scalo industriale. Insomma una de contestualizzazione che in questi casi significa anche un territorio difficile da recuperare anche soltanto per renderlo salubre. Ed in questo non rientra soltanto S. Maria della Giustizia, ma anche S. Chiara alle Petrose (sempre in quella zona), S. Maria del Galeso, a Tamburi per non parlare di Statte. Insomma una grossa fetta del patrimonio rupestre e monumentale tarantino di età medievale.

Questo è quello che sarà o forse sarebbe stato perché si sa che a cavallo fra il 2013 ed il 2014 sono cambiate anche molte cose a cominciare dalla situazione dell’Ilva dalla quale sembra non se ne esca se non con le ossa rotte da parte del Ministero dell’Ambiente, della Regione Puglia, della città di Taranto e soprattutto dei suoi cittadini… e dei monumenti aggiungerei.

Ma come sempre dinanzi ad un disastro sembra esserci una compensazione. Nel marzo del 2014 un decreto ministeriale autorizza interventi per un valore complessivo di  135 milioni di euro destinati alle regioni Campania, Puglia, Calabria e Basilicata definite ‘regioni  dell’Obiettivo convergenza’.

Naturalmente di questi milioni ben 5 vengono destinati a Taranto, anzi a S. Maria della Giustizia, anzi ‘alla valorizzazione del complesso archeologico (e) di Santa Maria della Giustizia’.

Lasciamo ogni considerazione a parte e ora stiamo a guardare ciò che accade quali sono i progetti di restauro e di recupero, quanti alberi intendono piantarci dinanzi al complesso per preservarne la vista dinanzi ai serbatoi della raffineria, di come i tappeti di verde possano salvaguardare l’aria che si respira da quelle parti.

Ma se a questo punto vi fate anche un giro alla ricerca di S. Maria della Giustizia, che non è poi difficile da trovare, potreste notare non soltanto gli sfregi perpetrati ad un territorio che doveva essere incantevole, ma anche quanta archeologia industriale giaccia pressocchè abbandonata. Una sorta di ulteriore abbandono, di ulteriore cancellazione della storia anche di quella sociale di questa città. Ora della fine che faranno quei 5 milioni di euro personalmente da titolare di quel famoso corso (a contratto) sulla ‘Conservazione e tutela dei Beni Culturali del Territorio’ avrei dato una tesi di laurea, l’ho anche proposto a lezione, ma a Taranto, anche gli studenti, anche quelli che vengono a lezione ogni giorno, sembra che abbiano sulle loro facce problemi ben più faticosi da affrontare per darsi un futuro migliore, e quel futuro migliore sembra non passare, per il momento dal recupero e dalla storia di un recupero come quello di S. Maria della Giustizia.

Sitografia:

http://argomenti.ilsole24ore.com/tempa-rossa.html

http://www.manifattureknos.org/knos/media/download/premiofrascaro/gianmarioleone.pdf

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cd53c1-7b8e-4042-ba4c-b456911cf2c3.html#p=0

L’emblematica vicenda del Museo Archeologico di Taranto


mappa taranto

Spesso per capire come stanno davvero le cose occorre spostare lo sguardo da ciò che prepotentemente appare.

A Taranto la prepotenza con la quale l’ILVA ha prima modificato l’aspetto della città e poi tenuto banco su tutte le questioni relative allo sviluppo ed alla salvaguardia dei beni culturali, rischia di non far comprendere del tutto lo spirito della città.

Taranto si rinnova autodistruggendo il proprio passato più recente, ha affermato Cosimo D’Angela, archeologo, studioso di storia e archeologia paleocristiana e medievale, presidente della Società di Storia Patria della Puglia, ma soprattutto tarantino.

Un’affermazione illuminante che viene fuori da quella che è la Storia di questa città; una storia che trova un itinerario emblematico nella vicenda del Museo Archeologico dalle sue origini al definitivo, se così si può dire, assetto attuale.

La storia del Museo Archeologico di Taranto ruota intorno alla figura di un affascinante personaggio e ad un particolare periodo nella storia d’Italia e della città.

Luigi Viola, archeologo diremmo per caso, di origine salentina, professore di lettere dirottato all’Ufficio Scavi della città di Taranto intorno tra la gli anni ‘80 dell’800 e la fine di quel secolo.

Erano anni assai difficili quelli per quel che concerne la Salvaguardia e la Tutela dei beni culturali in tutta Italia. Il processo di Unificazione avvenuto poco prima non aveva ancora omogeneizzato gli interventi in materia di Legislazione dei Beni Culturali presenti nelle varie regioni della Penisola. Per esempio  si applicava ancora il Decreto Regio 2359 del 1865, figlio di una serie di altri decreti da quello di  Giuseppe Bonaparte del 1807, alle disposizioni di Ferdinando I del 1822 e confermate nel 1839, con i quali soprattutto si metteva l’accento sulla tutela delle opere mobili  che non potevano essere vendute o smerciate all’estero impoverendo così il patrimonio del Paese.

Un’attenzione a questo problema che aveva a  Taranto ancora una volta un’emblematica aneddotica.

La città da anni ormai era oggetto di un indiscusso e poco contrastato saccheggio delle opere antiche e classiche che puntualmente emergevano dagli scavi della città.

Opere che testimoniavano la grandezza del periodo magno greco e poi romano che prendevano la via dei mercati clandestini o dei più o meno legali interessi dei grandi musei europei, tra tutti il Louvre di Parigi.

Viaggiatori, conoscitori, poeti, giungevano a Taranto che perlopiù finiva per risultare un posto geograficamente bellissimo, ma poco curato, abbandonato a se stesso, come annotava Lenormant in preda a gente che continua a costruire e scavare tanto da trovare ingenti patrimoni di opere d’arte, delle quali le meno preziose vengono abbandonate nei luoghi di rinvenimento, le altre prendono la via dei mercanti-antiquari e vendute. In pratica risuonavano  le parole di Gregorovius quando diceva ‘la vita spirituale di Taranto è morta’.

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Lo stesso Lenormant si ferma e torna a Taranto, interessato a quell’immenso patrimonio che lui stesso vede via via oggetto di un indiscriminato saccheggio, incentivato alla fine dell’800 dall’edificazione del cosiddetto Borgo Nuovo.

La nuova pianificazione urbanistica, infatti,  prevedeva la costruzione di una città nuova oltre l’istmo orientale, che sarebbe diventato, nella logica dei progetti, un canale navigabile, e si sarebbe esteso lungo un’area che andava dalle sponde del Mar Piccolo, dove sarebbe stata allestita la zona dell’Arsenale della Marina, sino al Mar Grande seguendo così per grandi linee il più antico tracciato delle mura bizantine.

Mura Bizantine che sarebbero state realizzate come sistema di fortificazione della più antica città romana che proprio nell’area orientale si era sviluppata e lì aveva ubicato ampie aree di necropoli sovrapponendole alle aree di sepoltura ancora più antiche.

Ricapitolando, alla fine dell’800 a Taranto la nuova pianificazione urbanistica prevedeva: l’edificazione di un Borgo Nuovo nella zona ad est, separato dall’Acropoli Magno Greca da un istmo che ben presto sarebbe diventato un canale navigabile, infine tutta l’area in questione che si affacciava sul Mar Piccolo sarebbe stata utilizzata come Arsenale della Marina.

Un progetto che, come è facile intuire, avrebbe considerevolmente sconvolto l’assetto urbanistico della città, anzi, delle città più antiche, dalle testimonianze magno greche a quelle romane.

Un assetto antico del quale tuttavia non si aveva una vera e propria consapevolezza, dal momento che mancava una attendibile pianta topografica della città antica.

Mancava, ma non se ne sentiva effettivamente la mancanza. Infatti in tale contesto erano proliferati importanti interessi, come quelli dei grandi costruttori che in questa espansione avevano visto l’opportunità di grossi guadagni, al punto da acquistare ampi lotti di terreni sui quali poter costruire nuovi edifici. E naturalmente il diritto di proprietà si estendeva non soltanto ai suoli, ma anche a tutto quello che il suolo restituiva, oggetti, terrecotte, argenti, epigrafi, tombe che venivano puntualmente depredate e finivano per arricchire le casse dei costruttori che in quanto proprietari dei terreni si ritenevano automaticamente proprietari anche di tutto ciò.

Un nome su tutti era quello del costruttore Cacace, sagace imprenditore del settore, proprietario della maggior parte dei suoli di Taranto e di conseguenza mercante di oggetti d’arte.

Al suo fianco antiquari, azzeccagarbugli di ogni genere, personaggi degni delle commedie dell’arte e dei romanzi di appendice come Vito Panzera, mercante o trafficante di oggetti d’arte, ignorante o meglio ignorantissimo un ‘Lenone antiquario’ come poi si fece definire.

Un contesto degno di quelli costruiti ad arte dai giornalisti d’inchiesta per portare alla luce la forte preponderanza dell’illegalità dinanzi ad una sorta di impotenza dello Stato.

Uno stato appena nato, ma occorre precisare, non del tutto assente. Fiorelli che alla fine del secolo era Direttore Generale delle Antichità, preoccupato dalla forte emorragia di opere d’arte provenienti da Taranto e smerciate sulle più importanti piazza antiquarie, da Napoli a Roma, decide di inviare nella cittadina jonica un ispettore agli scavi ed alle opere d’arte. E lo individua nella figura di Luigi Viola.

Si trattava di un professore di Lettere che aveva vinto una borsa di Studio alle Antichità bandita dal Ministero e da quel momento era cominciata la sua collaborazione con lo Stato Italiano e con l’archeologia. Lasciando da parte ogni riferimento o amara riflessione su come fossero tempi davvero diversi quelli quando un semplice professore potesse diventare un funzionario del Ministero, occorre precisare che Viola aveva dimostrato grande interesse per l’archeologia in generale, ma soprattutto per la grande archeologia classica. Per questo motivo Taranto costituiva per lui un trampolino di lancio per poter approdare a piazze ben più nobili, Napoli, Roma, ma anche la Calabria Magno Greca, nella quale aveva condotto un viaggio esplorativo proprio con Lenormant.

A Luigi Viola, Fiorelli, d’accordo con Lenormant chiedevano tre cose soprattutto: un’attenta visione degli scavi in corso da riportare in una rivista ministeriale dal titolo ‘Notizie degli Scavi di Antichità’, la redazione di una pianta topografica della Taranto Antica, mettere un freno a quell’emorragia di opere d’arte e contestualmente acquisirle per lo Stato Italiano e predisporre un luogo adatto alla loro conservazione, insomma realizzare un Museo Archeologico della città di Taranto.

Non era un compito facile e perdipiù Viola inizialmente sembra non averlo accolto con molto entusiasmo. Difficoltà di ogni genere gli si ponevano dinanzi, i rapporti con i costruttori ed i mercanti del posto inizialmente non erano dei migliori, gli scavi erano tantissimi e tante anche le emergenze archeologiche, difficile riuscire a star dietro a tale complessità con tempi così ristretti, interessi così grandi e mezzi così limitati. Viola chiedeva spesso aiuto al ministero, almeno per cercare di avere supporti logistici, ma anche economici per fronteggiare tale situazione, ma Fiorelli, che pure si adoperava per riuscire ad acquisire notizie e materiali, non sempre riusciva a coprire tutte le esigenze, e così si continuava a combattere una battaglia ed a perderne mille, con la speranza di non compromettere l’intera guerra. Un po’ come avviene anche oggi quando si parla di Beni Culturali.

Ciò che maggiormente scoraggiava era l’impossibilità di comprendere un percorso che potesse identificare i tracciati della città più antica, riuscire a mettere in ordine i rinvenimenti e le preziose testimonianze che pure gli scavi restituivano e delle quali pian piano il Viola veniva anche informato.

L’impotenza non aveva scoraggiato lo studioso che grazie alla rivista riusciva a pubblicare un po’ di quel materiale che riusciva a salvare, a reperire ed anche parzialmente  a studiare. Poco rispetto a tutto quello che scompariva, ma comunque qualcosa, e non mancavano le incoraggianti parole di Fiorelli.

Certo si era ancora molto lontani dalla realizzazione di una Carta Topografica della città alla quale Viola voleva allegare una vera e propria Storia della Città: insomma uno di quei cavalieri che volevano compiere l’impresa.

I rapporti con Fiorelli, il viaggio in Calabria con Lenormant, sembravano premiare il duro lavoro compiuto ed anche le energie profuse nel mantenere contatti con i costruttori e nel cercare di studiare e soprattutto trovare un luogo idoneo per poter allestire un degno Museo Archeologico a Taranto.

D’altra parte le operazioni di scavo del Borgo Nuovo avevano portato alla luce nuovi importantissimi reperti nelle zone di S. Lucia, sul Mar Piccolo, e Montedoro. Si parlava di ruderi antichi dei quali nessuno era in grado di stenderne un rilievo o una planimetria, ma Viola li descriveva nei suoi consueti rapporti e ciò bastava, al contrario i reperti rinvenuti andavano nelle mani e nelle tasche dei proprietari terrieri come Molco ed il solito Cacace. Lo stato cercava di intromettersi per evitare che tali oggetti prendessero le strade del mercato antiquario e con Molco qualche volta ci si riuscì senza evitare, tuttavia, interventi ben decisi sino a mettere mano ‘alle rivoltelle’.

Sul fronte Museo anche lì la partita era cominciata e gli interessi erano altissimi, da un lato l’onorevole Pietro d’Ayala Valva favorevole all’intervento dello Stato ed all’istituzione del Museo, dall’altro come sempre Cacace e l’avvocato Lo Re che aveva grossi interessi nel campo antiquario. Non che d’Ayala Valva non ne avesse, tuttavia, la sua villa a Taranto era già un piccolo, importante museo dell’Antica città. Nel frattempo tutto quello che si riusciva a recuperare finiva in una sorta di stanza adibita a deposito dell’Ufficio Scavi senza alcun ordine, né criterio di catalogazione. E Viola? Lui intanto continuava ad inseguire proprietari terrieri e mercanti che svendevano tesori tarantini come ad esempio Colucci e Liuzzi possessori di  pezzi unici che lo Stato e Viola non erano in grado di comprare.

Così andavano le cose a Taranto nel 1879 e non migliorarono negli anni seguenti sinchè negli anni ’80 sino al 1883 l’archeologo aveva destinato a deposito una stanza dell’Ufficio Scavi, ma tutto ciò non poteva essere di alcun aiuto alla conservazione del patrimonio tarantino. Occorreva istituire un Museo e trovare una sede adeguata. Ne nacque un’esigenza che non poteva essere più sottaciuta. Viola individuò nel convento di S. Pasquale, un immobile della chiesa dismesso ed acquisito dal Municipio, e in una delibera del 2 febbraio del 1884 lo stesso Municipio deliberò che quel convento diventasse la sede dell’Ufficio degli Scavi, di un deposito e di un Museo. Delibera fatta, ma chi si sarebbe accollato le spese di risistemazione degli edifici e di ristrutturazione per la realizzazione effettiva del Museo. Il progetto ricadde nelle sabbie mobili, ma fu qui che accadde una sorta di colpo di scena….

Nel 1885 Luigi Viola sposò la figlia del costruttore Cacace.

E’ chiaro che questo evento segnò una linea spartiacque non soltanto nella vita di Viola, ma anche nelle vicende che interessarono la costituzione di un Museo a Taranto e la stessa Archeologia della città.

Quell’archeologo inviato nella città dei traffici antiquari non solo era riuscito ad avere un dialogo con uno dei più sagaci proprietari terrieri, ma dal dialogo era passato a qualcosa in più, era diventato suo genero. Ora Viola poteva sostenere anche che da questo matrimonio ne avrebbe guadagnato la salvaguardia del patrimonio storico e archeologico della città, ma non poteva non esserci il sospetto che fosse proprio Viola, l’uomo dello Stato, ad aver saltato il fosso ed essersi imparentato con quel mondo di trafficanti.

E questo cambiamento nella vita e nell’etica di Viola sembro essere confermato qualche anno più tardi nel 1889 quando si presentò candidato sindaco della città.

Naturalmente Viola a questo punto più che un uomo di stato era divenuto un uomo potente e l’elezione a sindaco suggellò questa sua escalation. Naturalmente un salto del genere nascondeva forti interessi privati che coincidevano con i traffici dello stesso Cacace.

Una situazione ai limiti dell’illegalità ed infatti neanche un paio di anni dopo la Giunta Comunale fu sciolta per incapacità e illeciti amministrativi.

Da qui per Luigi Viola comincia una inesorabile parabola che lo porterà ad essere ‘forzatamente’ allontanato dalla città di Taranto e destinato prima a Napoli nel 1891 e fino al 1894, quando tornò brevemente a Taranto in un momento assai propizio, ossia in occasione del rinvenimento della Lex Municipii Tarentini un’iscrizione che, tradotta, avrebbe costituito un tassello imprescindibile per codificare la storia romana della città.

Viola si offrì di tradurla e per questo chiese un anno di congedo, anche se a dirla tutta, tale richiesta rispondeva più ad un ultimo, disperato tentativo di farsi riassegnare a Taranto come Ispettore Archeologo che altro. Impresa disperata anche perché al Ministero non c’era più Fiorelli ormai cieco ed in pensione a tutelarlo e il nuovo ispettore Paolo Orsi, inviato a Taranto potè constatare quanto Cacace ed il suo entourage avessero nuociuto a Taranto ed all’archeologia della città, puntando il dito su un episodio emblematico, la villa di Cacace a Crispiano, costruita con marmi e arredata con oggetti rinvenienti dai siti archeologici della città.

Ormai lo stato doveva confrontarsi con Cacace e quel modo di operare che avevano fatto di Taranto una città depredata della sua storia data in pasto al miglior offerente. E quel confronto non poteva che partire dall’allontanamento del Viola da Taranto. Dopo l’anno sabbatico venne gli vennero proposte improbabili destinazioni a Bologna e poi a Cividale, con un chiaro disegno ministeriale, a quel punto Viola andò in pensione e smise di fare l’archeologo tra il 1895 e l’anno successivo, proprio mentre a Taranto venivano scoperte le Thermae Pentascinenses, uno dei più importanti luoghi della Taranto antica con tanto di mosaici e rinvenimenti.

Orsi riportava tutto nelle Notizie dagli Scavi e sembrava che già qualche costruttore locale cominciasse a collaborare sul serio come lo stesso Cacace. Ma si era ancora tanto lontani dal raggiungere risultati significativi e le collaborazioni si arrestavano dinanzi al rinvenimento di oggetti preziosi, come gli argenti. Cacace aveva rinvenuto nei pressi della chiesa di S. Francesco alcuni vasi in argento dorato, una pisside, un kantharos ed un thymiaterion d’argento. Pezzi di grande importanza e pregiati. Come sempre lo Stato cercò, attraverso i suoi uomini di impedire che gli argenti prendessero altre strade, ma come sempre il maggior punto di disaccordo tra Cacace e lo Stato erano i soldi, e fu così che gli oggetti vennero venduti ai banchieri Rotschild per l’esorbitante cifra di 104.000 Lire. Pare che Cacace abbia poi devoluto la somma in beneficenza così come i Rotschild alcuni anni dopo donarono gli argenti al Louvre.

Poco prima lo stesso Paolo Orsi aveva potuto constatare lo strapotere di Cacace e di Vito Panzera, il ‘Lenone antiquario’, quando altri oggetti preziosi erano finiti nei Musei di Trieste per le vie dell’antiquariato semi clandestino con l’impotenza degli enti istituzionali a far confluire tali ricchezza nel Museo di Taranto. Ma tant’è che anche un altro piatto/coppa d’argento venne ceduto per 200 Lire, prezzo molto più modesto all’archeologo Mayer che se lo portò così al Museo di Bari dal quale venne poi ‘misteriosamente’ trafugato.

Sembrano storie da feuilleton, ma sono queste le vicende che ruotano attorno al Museo Archeologico di Taranto, alla sua costituzione, alla stessa conoscenza dell’antica storia della città.

Se qualcuno stenta a crederci il consiglio è: andate al Louvre, o andate al British Museum di Londra, guardate le stanze dedicate alla ceramica Apula e guardate le provenienze, molte sono ‘ignote’ altre ‘area tarantina’, altre ‘Taranto’ e poi date uno sguardo anche al periodo di rinvenimento. Così tanto per mettere in fila i pezzi di questo mosaico.

E Luigi Viola? Pare che dopo il suo ‘forzato’ prepensionamento ante litteram si fosse ritirato, guarda un po’, proprio a Taranto in una Masseria che aveva comprato in periferia della città in Contrada Solito. Ed in questa tenuta nel 1899 in modo del tutto casuale aveva rinvenuto una chiesa ipogeica che inizialmente aveva scambiato per l’insediamento di S. Maria in Muriavetere, ma che poi verrà identificata come la cripta del Redentore, ancora oggi visitabile in via Terni a Taranto.

Un crepuscolo graduale e forse anche dignitoso, Mommsen gli riconoscerà apprezzamenti per la decifrazione della lex Municipii Tarentini, anche se la sua figura sarà per sempre segnata e legata al cosiddetto  ‘lato oscuro’ della cultura tarantina, quella dello sfruttamento delle ricchezze svendute e smerciate al mercato antiquario. Luigi Viola aveva disatteso il grande progetto di cui aveva avuto modo di far parte: ricostruire la Storia Antica di Taranto e garantirne un Museo Archeologico importantissimo. Ma è anche vero che venne catapultato con troppa inesperienza in un contesto assai complesso dove c’erano forti interessi, molti illegali è vero, ma anche una sorta di atteggiamento non limpidissimo del giovane stato Italiano. In fondo la mancanza di soldi per far fronte agli acquisti più significativi, la mancanza di autorità per fermare gli scavi più disastrosi non erano imputabili a Viola soltanto così come le grandi committenze come quelle dell’Arsenale e del Canale Navigabile non erano forse realizzate su progetti non solo dell’Autorità Municipale, ma anche della Marina Militare.

Insomma interessi privati, ambivalenze dello stato, con in mezzo Luigi Viola figura di certo ambigua e contraddittoria come ebbe a scrivere anche il figlio Cesare Giulio nel suo romanzo intitolato non a caso ‘Pater’. La verità è che la figura di quest’uomo così come annota nelle conclusioni all’ottimo libro ‘Il Museo negato’ anche Cosimo D’Angela non può essere giudicata senza contestualizzarla nel clima politico, economico e culturale della Taranto di fine ‘800. Un clima che ha inciso profondamente nella città novecentesca e ne ha sempre condizionato le vicende, basti pensare che il Museo Archeologico venne inaugurato nel 1906 alla presenza del re Vittorio Emanuele III, ma l’epopea non finì mica così. Il Museo ha seguito le peripezie della città tra chiusure, parziali aperture e tutt’oggi non è visitabile interamente, anche se nelle sue stanze esistono lezioni importantissime per chi voglia capire qualcosa in più non solo di Taranto, o di archeologia, ma soprattutto di salvaguardia e tutela dei Beni Culturali in Italia in oltre due secoli di storia.