Torcello, in fondo alla laguna


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Torcello è un posto magico che sta in fondo alla laguna.

Ci sono arrivato in un giorno di dicembre navigando tra le nuvole basse e la foschia che avvolge Venezia quando è inverno e così, se fosse possibile, la isola dal mondo.

Appena sbarchi dall’ultima ‘barca gialla’ che da Burano ti porta a Torcello hai l’impressione di aver messo piede in un altro tempo. Poche case si affacciano tra i canali, si sentono appena la voci di quei pochi che restano nei pressi dell’unico bar aperto e di quegli altri che montano le bancarelle che sanno ancora d’estate. Ma qui ormai fa buio presto alle quattro e mezza si comincia già a mettere tutto via per tornare, per abbandonare l’isoletta di Torcello.

Mi raccontano che i residenti sono meno di una decina e dalle battute della barista devono anche essere piuttosto anziani, gli altri che, per sbaglio o per mestiere, capitano qui vengono dalle isole vicine o da Venezia. Ma basta superare la curva del canale, il ponticello, per vedere profilarsi il grande campanile della Basilica dell’Assunta, un gioiello dell’arte romanica e medievale, una figurina da manuale che sembra spuntare maestosa in mezzo ai campi, ai gatti, alla foschia dei canali. Ed in quel momento cominci ad avere l’impressione che Torcello abbia un suo tempo, una sua storia che, come mi spiega il custode del Museo si ferma intorno al 1500 quando l’isoletta viene un po’  alla volta abbandonata, forse anche dimenticata, rimangono poche case, pochi abitanti, attratti dalla vitalità delle isole di Burano, Murano e soprattutto di Venezia.

 

Storia antica quella di Venezia e di Torcello, anzi di Altino e Rivoalto le due località che si avvicendarono nell’antichità contendendosi, si fa per dire, il primato sulla Laguna. Altino era la fondazione più antica di Torcello, qui fu realizzata una vera e propria città romana, le antiche vie consolari, la via Annia e la via Claudia Augusta da qui passavano favorite da attraversamenti pedonali e canali navigabili della Laguna. Qui vi era un Teatro, un foro, una Basilica, le Terme così come è ben documentato dalle indagini in termografia e dalle ricostruzioni riprodotte all’interno del piccolo, ma ben organizzato Museo Archeologico. Un insediamento che dura sino all’età paleocristiana, poi già a partire dal Medioevo la centralità del isola si sviluppa nell’area dove ancora oggi sorge la Basilica dell’Assunta e la chiesa di S. Fosca e pian piano Altino di ‘inabissa’ sotto le acque della laguna, ma soprattutto sotto i campi coltivati. Torcello rimane un posto che comunque riveste una grandissima importanza ancora nel XII e XIII secolo, a testimoniarlo sono i mosaici della Basilica, stupendi, di grande raffinatezza, nonostante i pesanti interventi di restauro avvenuti nell’800. Si respira un’aria culturale immensa che va dalle esperienze dalmate a quelle bizantine, adriatiche, occidentali ed orientali. Il ‘Giudizio Universale’ che campeggia sulla controfacciata della Basilica vale da solo la visita a Torcello, anche se qui non si potrebbe fotografare, un ordine perentorio che ‘ce lo dicono dai piani alti del Ministero’ mi dicono i custodi,  più preoccupati dall’orario che dalla mia macchina fotografica per la verità. Perchè a Torcello la vita sembra avere una scadenza, quando è inverno, che coincide con il calar del sole, si fa per dire. Nessuno di quelli che incontro vive qui, vanno tutti via come ad un certo punto è accaduto che da Altino/Torcello molti si siano spostati a Rivoalto/Venezia, lasciando un’isola incantata, dimora di pochi, pochissimi, con i gatti a sorvegliare le statue antiche sistemate davanti alla Basilica ed al Museo. Andando via prima di imbarcarmi si legge un cartello corroso dalla salsedine che dice di lavori di manutenzione e salvaguardia dell’ecosistema naturale della Laguna. Lavori che, tuttavia, non impediscono al visitatore di accedere all’area monumentale della Basilica e degli allestimenti museali. E così mi viene in mente di come in realtà a Torcello esista una vita che risuona nei versi dei gabbiani, nei rumori della vegetazione, nel calmo movimento dell’acqua nei canali. Una vita delicata, delicatissima, così come lo sono le tessere di quei mosaici, un ‘monumento’ dell’arte medievale che sono andato a cercare perchè spesso mi capita di voler entrare nelle figurine dei manuali ed andare a trovare quelle fotografie e altrettanto spesso mi capita di percepire delle storie che difficilmente un manuale di storia dell’arte riuscirebbe a tradurre.

Così è accaduto a Torcello nel cuore di una Laguna che a maggior ragione va protetta, tutelata, amata.

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Il coraggio dello storico dell’arte


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Tutto nasce dalla mia partecipazione al Concorsone per i Beni Culturali. Alla preselezione a quiz di fine luglio a Roma. I numeri dicevano  che dei duemila e passa iscritti, la maggior parte anche presenti ne sarebbero passati 200 per poi arrivare ai 40 che effettivamente vinceranno il concorso e saranno immessi negli Uffici del Ministero e delle Soprintendenze.

Ancora… i numeri del concorsone dicono che dei 500 funzionari selezionati per il MiBACT tra architetti, archeologi, restauratori, comunicatori, bibliotecari… agli storici dell’arte è stata riservata una percentuale sostanzialmente bassa di posti messi a disposizione, in ogni caso una percentuale, dal momento che negli ultimi decenni di posti messi a concorso per questa categoria non se ne vedevano almeno dalla fine degli anni ’90.

Tutto questo ha portato a Roma un popolo, comune anche alle altre categorie, costituito da età le più diverse, con una comune formazione specialistica, se non di più, che in tutti questi anni ha mescolato generazioni diverse anche queste accomunate da una sorta di rassegnata speranza di un posto fisso da giocarsi tra Ministero dei Beni Culturali, Scuola, Università. Sbocchi in ogni caso sempre più strozzati da esiguità di posti a disposizione e prove sempre più severe al limite di un equilibrismo nozionistico e culturale da più parti anche contestato.

Sin qui le considerazioni possono anche essere comuni con le altre categorie ma ciò che induce a questa riflessione specifica sul ruolo della storia dell’arte parte da altro.

L’esigua presenza degli storici dell’arte nell’ambito delle Soprintendenze e degli organi del Ministero ha raggiunto in questi anni dei minimi storici che sembrano accordarsi con le politiche di formazione perseguite nei corsi di studi scolastici ed universitari. Tagli e riduzione di ore sono, almeno da un decennio, la costante che caratterizza questa area e che si traduce anche con una significativa riduzione di percorsi di dottorato, ma soprattutto, con le difficoltà crescenti ed a volte insormontabili che le Scuole di Specializzazione di Storia dell’Arte hanno incontrato in questi anni.

Il quadro che qui si traccia è complesso e rischia sempre soluzioni, accuse, sin troppo semplici e scontate. C’è da mettere in conto l’idea che in alcuni settori come quelli delle Soprintendenze ci sia la necessità di professionalità ‘più tecniche’, ci sarebbe poi da stabilire il rapporto a volte più che collaborativo, direi conflittuale, con gli architetti e gli archeologi, che si è creato in questi anni. E così via si potrebbe anche continuare a lungo, con ragioni contestabili, ma anche condivisibili.

Tuttavia l’impressione che personalmente ho avuto in quel giorno romano di fine luglio è stata quella della perdita di identità dello storico dell’arte. Duemila candidati (ma sono certo che di quelli con le carte in regola per iscriversi al concorso ce ne sarebbero stati di più) che rappresentavano una categoria ormai non più omogenea, suddivisa tra chi aveva un piede nella organizzazione di eventi, nella musealizzazione, nella ricerca scientifica, nelle attività laboratoriali scolastiche, nelle varie forme di comunicazione.

Una diversificazione che in teoria dovrebbe far bene all’intera categoria, se avesse avuto in questi anni una forma univoca ed anche pensata. Ma da chi?

I percorsi formativi sono a mio parere la versa risorsa mancata per dare identità a questa categoria. Epigoni di generazioni di grandi maestri che, bisogna riconoscerlo, hanno costituito per lungo tempo circoli chiusi e poco disposti al dialogo, ciò che col tempo è rimasto degli storici dell’arte è un atteggiamento spesso elitario, a volte addirittura spocchioso o, al peggio, svenduto. Esauriti i grandi del passato sono succedute generazioni più attente a riservarsi il proprio orticello piuttosto che dare aperture e dignità alla categoria, a rinnovare se possibile, a fornire nuovi strumenti disciplinari. Cosa che invece è puntualmente accaduta per l’archeologia, l’architettura, il restauro. La storia dell’arte ha finito per vivere in isolamento nei processi formativi accademici ed anche con la risorsa dei corsi sui beni culturali non è riuscita a fornire strumenti e ricerche utili alle nuove e perentorie esigenze. Il dazio di queste negligenze o, direi anche, cecità lo pagano tutti coloro che hanno deciso di formarsi su questa materia. La scarsa capacità di guardare lontano da parte dei ‘maestri’ si è presto tradotta in una ghigliottina che ha tagliato ore di insegnamento della materia nelle scuole, impoverimento di corsi accademici, ma anche di insegnamenti universitari, esclusione parziale o pressocchè totale dagli organi ministeriali e dalle soprintendenze. Ciò che rimane sono i 40 posti messi a disposizione dal concorso del MiBACT e poco altro.

E questo fa male. Non tanto per le opportunità negate alle risorse umane e generazionali, che pure pesano e parecchio in questo discorso, ma anche e soprattutto per le potenzialità che la materia e la categoria sono in grado di offrire.

La rigenerazione della storia dell’arte avrebbe motivo di ripartire ovviamente ammettendo le proprie carenze, maturate in questi anni, ma anche portando la ricerca un po’ più avanti, stringendo collaborazioni con altre discipline non soltanto per interesse, ma con la consapevolezza di poter offrire un contributo, uno sguardo differente sulle cose.

Per spiegare meglio tutto ciò più che dare delle risposte porrei delle domande:

  • a cosa serve uno storico dell’arte su un cantiere di Restauro?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nell’ambito di una ricostruzione come quella di zone terremotate?
  • a cosa serve uno storico dell’arte quando ci si pone il problema della salvaguardia e della tutela del paesaggio?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nei percorsi non soltanto di formazione, ma anche di comunicazione?

E di domande come queste se ne potrebbero trovare altre, anzi sarebbe il caso di trovarne molte altre. Ritengo che questa possa essere una base di ricerca, ma anche un’offerta formativa per le generazioni prossime che abbiano ancora il coraggio di intraprendere questa strada per la quale indubbiamente ci vuole coraggio, non soltanto tra i più giovani, ma anche tra coloro che adesso hanno un ruolo: quello di non far morire questa materia, in silenzio, senza avere risposte da dare, ma nemmeno domande da rivolgersi.

Ah per la cronaca non ho superato la selezione a quiz!

 

 

Che Templum che fa


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Se si potesse alzare l’indice e puntarlo verso qualcuno sarebbe probabilmente Umberto Eco il facinoroso colpevole di cotanta fama di templari e templarismo nell’Italia della fine degli anni ’80.

E’ facile accostare a Eco ed al suo ‘Pendolo di Foucault’ una buona parte di quelle correnti di pensiero, ma anche di ottimi affari commerciali, che i cavalieri dell’ordine del tempio suscitarono di là da venire.

Come capita sempre quando si parla di geniali intellettuali prendersela con Umberto Eco e con quella grande capacità di essere un Girmi culturale che lui tra pochi possedeva significa in qualche modo non solo ripercorrere vicende, aspetti della storia, del comune intendere, ma anche ripercorrere itinerari culturali e bibliografici illuminanti prima ancora che illuminati.

Le occasioni in questo senso non mancano, l’ultima mi è stata offerta da un incontro sulla vera o presunta presenza dei Templari in alcuni siti pugliesi che si intitolava provocatoriamente ‘Che Templum che fa’.

Ripartire dal Pendolo di Foucault significa cercare un itinerario nell’universo di Eco fatto di Templari, Rosa Croce, Illuminati, Abulafia, Diotallevi, Setta degli Assassini. Significa anche comprendere l’idea della storia e delle distorsioni della storia che lo studioso conosceva benissimo e lo aveva scritto molto chiaramente nella prefazione al libro di Paul Arnold ‘Storia dei Rosa Croce’.

I Rosa Croce erano una confraternita che fece la sua apparizione agli inizi del ‘600 con due manifesti uno chiamato Fama del 1614 e l’altro chiamato Confessio del 1615. Gli autori rimasero ovviamente ignoti. Da quel momento in poi furono in tanti, anzi tantissimi a proclamarsi rosa crociani. Ma proprio qui avviene il magico mistero dei Rosa Croce. Dal momento stesso dell’apparizione dei manifesti, sono in tanti a confermare l’esistenza della confraternita e sostengono anche di esserne parte o di volerne far parte. Ma qui nasce il paradosso: un gruppo segreto che afferma di non esistere con i suoi ispiratori che sono anch’essi ignoti, contraddice chiunque vi si identifichi, affermi di esserne parte, lo sveli in qualche modo. Chiunque si proclami membro di una qualche confraternita rosacrociana  evidentemente ne determina la sua non appartenenza ed anche la fallacità di quella stessa confraternita.

I Rosa Croce non si sa chi siano: storicamente sono citati soltanto in quei due manifesti, quelli sì reali, dei quali si afferma la non conoscenza né degli autori né di quelli che ne fanno parte. A questo punto Umberto Eco commenta ‘dal punto di vista dello storico la questione apparirebbe assai semplice. E’ un fatto documentato l’esistenza dei manifesti Rosa-Croce, mentre è materia di illazione sia la loro attribuzione sia la persuasione che essi parlassero di una confraternita realmente esistente. Sfortunatamente nel modo comune di rileggere la storia avvengono delle strane illusioni ottiche’.

Rileggere Eco è assai interessante quando si guarda a molti degli esiti che il fascino di tali confraternite e soprattutto il fascino dei loro padri ispiratori, ossia gli ordini che nel lontano e spesso buio medioevo avessero esercitato su questi personaggi Illuminati, in una sorta di gioco delle parti che Eco riusciva a ben dirigere verso i propri obiettivi mentre invece chi ne ha raccolto le suggestioni spesso ha mescolato senza averne mai compreso a fondo il senso: quello della speculazione di pensiero.

Templari e templaristi hanno invaso una buona fetta di architetture, sculture, pitture del patrimonio storico artistico con molte illusioni ottiche, spesso simboli, richiami, riflessioni ammiccanti e spesso frutto di illazioni che tocca altrettanto spesso andare a smentire, con le conseguenti polemiche e spesso ironiche considerazioni sul senso della storia. E della storia dell’arte.

Ed è proprio di questo che ho voluto parlare nell’incontro ‘Che Templum che fa’ di come il linguaggio dei segni sia molto più esposto alle possibili interpretazioni e forzature della storia documentaria. Un tentativo che si avvale di segni a volte convenzionali tra i lapicidi, altre volte di oggetti scolpiti che riproducono iconografie a loro volta riprese da schemata utilizzati nelle miniature e realizzati in contesti monastici. Per non parlare della pittura dei templari a cui ho dedicato specifici post in questo stesso blog.

Parlare di tutti coloro che intendono svelare il mistero diventa un esercizio remunerativo sotto l’aspetto dell’attenzione nelle pubbliche conferenze, ma spesso piuttosto sterile nel campo della ricerca.

Interessante è invece ripercorrere alcune tappe bibliografiche nelle quali l’attenzione degli studi sull’arte Crociata maturata nel Mediterraneo ed in Puglia tra XI e XIII secolo sia stata artefice di scoperte, ma anche forzature, non illazioni.

Occorrerebbe partire da un saggio importantissimo di G. Bresc Bautier, Les possessions des eglise de Terre Sainte en Italie du Sud (Pouille, Calabre, Sicile) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle I giornate di studi Normanno-Svevi, 1973, forse un caposaldo per chi avesse voluto indagare sulla diffusione degli insediamenti degli Ordini di Terrasanta in Puglia. Un testo che non poteva non richiamare a studi di più ampia portata che ponevano in relazione gran parte dei territori che si affacciavano sul Mediterraneo. A questo riguardo vorrei citare J. Prawer, Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme, 1982, Buchtal, Art of the Mediterranean World, 1983, Deschamps, Terrasanta Romanica, 1991, Pringle, The churches of the Crusader Kingdom. A corpus, 1993   e Folda, The art of Crusaders in the Holy Land 1089-1187. Questi  costituiscono dei capisaldi di un’indagine scientifica che per  anni ha fortemente inciso e puntato l’attenzione sull’Arte del Mediterraneo e sulla circolazione di correnti artistiche, pittoriche e modelli architettonici veicolati attraverso l’ampio fenomeno delle Crociate da un lato e delle congiunture politiche sociali e soprattutto economiche dall’altro.

Kurt Weitzmann in questo senso è uno dei primi ispiratori di tali indagini, il suo testo Icon painting in the Crusader Kingdom, pubblicato nei Dumbarton Oaks Papers nel  1967, quando lo studioso sollevava la questione dello ‘stile levantino crociato’ proponendo un filone di indagine, soprattutto nella pittura, che dalle Icone sinaitiche ai manoscritti, procedesse attraverso il Mediterraneo , Cipro e l’Italia Meridionale. Questo indubbiamente costituiva un impulso non indifferente considerando la statura dello studioso ed il prestigio della rivista sulla quale questo studio venne pubblicato. Come spesso accade tali indagini hanno aperto il campo a notevolissimi studi scientifici ed altrettanto notevoli cantonate come è anche giusto che accada quando si fa ricerca. Il rischio più grande era trovare ad ogni costo quello che si stava cercando. Ed una delle cose che si sono sempre cercate con una certa ostinazione è stato il contributo artistico e architettonico che gli ordini monastici di Terrasanta diedero all’arte dei Paesi del Mediterraneo.

Pitture templari, simboli degli Ospitalieri, modelli architettonici dei castelli di Terrasanta, sculture che riproducono battaglie con gli infedeli, hanno costituito il terreno di scontri e di ricerche spesso affannose, a volte i risultati sono stati esaltanti, altre volte non si è accettato l’errore, l’incongruenza. E questo ancora oggi è il retaggio che molti studi si portano dietro, peggio ancora quando questi studi vengono ripresi in modo arbitrario da ‘studiosi’ poco inclini alla ricerca e più propensi allo scoop. Si è già detto i Templari vendono, ma anche questa cosa qui Eco l’aveva capita più di venti anni fa e poi Eco era Eco gli altri sono stati epigoni e così anche i prezzi finiscono per abbassarsi e l’affare sfuma.

Taranto 2016: l’Università toglie il disturbo?


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Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione dalla Segreteria Studenti del corso di Scienze della Comunicazione con sede a Taranto per far parte dell’ultima commissione di laurea del corso. Devo essere sincero non me la sono sentita, non ho risposto, ho preferito chiudere il mio rapporto, seppur da docente a contratto a Taranto, con l’ultimo mio appello del 18 febbraio.

La chiusura di quel corso si conosceva da due anni fa, ho tenuto negli ultimi anni due insegnamenti che riguardavano gli iscritti del 2012 e che svolgevano il mio esame di ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’ inerente al corso di Scienze della Comunicazione e dell’Animazione Socio Culturale, per il terzo anno di corso.

Quell’insegnamento l’ho progettato io stesso alcuni anni fa, quando a Taranto si unificò Scienze della Formazione e Scienze della Comunicazione in un unico corso di laurea e pensai che sarebbe stato opportuno presentare un esame sui Beni Culturali di quel territorio in base ad alcune riflessioni:

– spesso il territorio di Taranto è stato oggetto di importanti studi ed interessi scientifici prevalentemente dal punto di vista dell’Archeologia Classica e della Magna Grecia oppure dell’Habitat Rupestre;

– altrettanto spesso Taranto è stata considerata una città con una prospettiva culturale fortemente condizionata dalle ingombranti presenze dell’Ilva, dell’Eni, del polo industriale, ma anche dell’Arsenale della Marina e del Porto;

– quasi a contrastare tale situazione e tali pregiudizi l’Università degli Studi di Bari aveva aperto un corso di studi e addirittura aveva trasferito la sede dei corsi di Scienze della Formazione e Comunicazione dal rione Tamburi, nella città vecchi,a nella Caserma Rossarol, ex convento di S. Francesco, interamente ristrutturata.

Considerando questi aspetti mi sembrò allora opportuno pensare ad un programma d’esame che considerasse la città di Taranto, i suoi Beni Culturali, la sua storia come un dialogo continuo che arrivasse sino ai nostri giorni. Un dialogo spesso tragico, contraddittorio, ma comunque espressione di una pulsione economica e sociale che ha caratterizzato da sempre questa città.

Studiando, ho imparato un po’ a conoscerla, Taranto. Ho letto e proposto libri come ‘Il museo negato’ di Cosimo D’Angela, ‘Invisibili’ di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, ho proposto letture di Vera von Falkenhausen sulla Taranto bizantina e normanna, di Pina Belli D’Elia sul Duomo di Taranto, ho stretto collaborazioni con Associazioni Culturali locali, guide, archeologi per andare alla scoperta degli ipogei della città di Taranto, per visitare chiese e monasteri dai destini contraddittori e spesso non accessibili al pubblico. Ho cercato di stimolare gli studenti a produrre materiali (alcuni dei quali ho pubblicato sul sito www.pugliaindifesa.org) per accostarsi ai Beni culturali, ma più in generale alla cultura della loro città e del loro territorio. Ho cercato di coniugare le vicende di Taranto a ciò che autori come Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky dicevano a proposito del valore e del fondamento della cultura.

Ho insomma obbedito a quella mia personale idea di slancio culturale, maturato in anni di studio e di ricerca tesi alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale. Un percorso d’esame che avevo io stesso allestito e del quale ne sono sempre andato fiero. Sapevo che tutto questo avrebbe avuto vita breve, appena ho cominciato i corsi, sapevo che ne avrei tenuti soltanto due e che tutto sarebbe finito.

Al di là della speranza che tutto ciò non fosse sottratto ad una città e ad una popolazione che di cultura, conoscenza, impegno civico, ne ha bisogno, non ho mai pensato di cercare i motivi, i giochi politici, gli affari, le negligenze forse anche le colpe che hanno dapprima offerto una sia pur limitata speranza di fondare una università a Taranto, con sedi addirittura nel suo centro storico, e poi l’hanno con altrettanta sagacia abbandonata al proprio destino.

Oggi dunque sarebbe il giorno delle recriminazioni, le mie, che tuttavia sarebbero personali e quindi relative alla condizione di docente a contratto che si trova a non avere un insegnamento sul quale aveva molto puntato, ma anche e soprattutto degli studenti e dell’intera città.

Ci sarebbe molto da recriminare, ma le recriminazioni e il dito puntato su qualcuno o qualcosa non aiutano. Ciò che è accaduto in questi anni a Taranto, alla sua idea di Università, alle difficoltà, a quelle stesse negligenze, sono invece un materiale abbastanza corposo su cui riflettere e studiare.

Inutile nascondere che l’Università sia nata per interessi, spesso manovre politiche legate al mondo accademico. Interessi forse anche mal gestiti che non hanno saputo far bene i conti con un tessuto economico e politico della città critico da sempre e che hanno finito per assolvere ad un compito limitato nel tempo e destinato ad estinguersi. D’altra parte sarebbe un destino comune a quello dell’Istituto Musicale Giovanni Paisiello e di altre iniziative che avrebbero dovuto animare la vita culturale della città e soprattutto del suo centro storico. Taranto in questi anni ha dovuto fare i conti con la crisi di una delle maggiori industrie siderurgiche italiane e questo, non lo si può nascondere, avrà pure condizionato lo sviluppo della sua crescita universitaria e culturale. Questo è proprio il punto dal quale partiva il mio corso: la fittissima relazione tra industria, città e cultura della/nella città. Un punto che ritenevo essenziale e che ancora oggi, credo, sia uno dei nodi per comprendere la realtà tarantina.

L’analisi di tutto ciò non è roba da poco: è qualcosa che riguarda la storia, i beni culturali, il paesaggio, l’archeologia, la società di questo territorio. E’ qualcosa che non è mai stato condotto in modo corretto, aggiungerei onesto, ma mi autocensuro.

Chi lo può fare?

Certo oggi alcuni corsi universitari non ci sono più, come Scienze della Comunicazione, altri stanno per estinguersi come Beni Culturali, soprattutto rischia di non avere più slancio quel recupero sociale che era partito dal centro storico nel quale gli studenti erano tornati a far sentire le loro voci e ad animare locali e palazzi. Taranto oggi si trova alle prese con una crisi ambientale, alla quale se ne sono aggiunte almeno altre due: quella economica e quella socio-culturale. La chiusura di un corso universitario, di un istituto musicale significa tutto questo e significa anche il ritorno della gioventù a salire su un treno per Bari o per chissà dove, in ogni caso ad abbandonare il proprio territorio.

Sembrerebbe una storia già vista per questa città: un’opportunità di riscatto purtroppo crollata proprio nel momento in cui i suoi giovani, gli studenti avrebbero avuto maggior bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto a quei metal/mezzadri di cui parlava Tobagi.

Dinanzi a tutto ciò c’è tuttavia un’altra realtà che andrebbe considerata: il MaRTA. E’ il secondo luogo della cultura in Puglia per visitatori, dopo Castel del Monte, è un Museo Nazionale e costituisce un centro di studio e di cultura, per la sua natura istituzionale, ma anche per la sua storia e per la storia che vi è contenuta ed esposta.

Con la nomina dei nuovi direttori il MaRTA ha assunto la prospettiva di centro propulsore della cultura nella città e, credo, che negli intenti ci sia non soltanto quello di movimentare le esposizioni e di creare eventi, ma probabilmente anche la volontà per un maggiore impegno sotto il profilo socio-culturale. In questo senso la mia proposta è quella di farne un centro di studio, di formazione, di comunicazione non solo per l’archeologia ed i beni culturali, ma per la città, per i suoi rapporti con il territorio ed il paesaggio.

A Taranto attualmente il MaRTA costituisce una delle realtà sulle quali più si vuole investire ed allora cosa ci sarebbe di male se un Museo potesse diventare scuola, università, centro di cultura? Credo che non sia questa soltanto una prospettiva, ma una sensata proposta con la quale sopperire all’emorragia di cultura, di studenti, di ambiente sociale che sta dissanguando una città che pur se fra le sue contraddizioni, negligenze, interessi particolari conserva un patrimonio vivo, che ancora oggi, come ieri e come sempre reclama un ruolo nella storia regionale e nazionale.

 

 

La necessaria teoria del falso simile


 

Il falso simile non esiste ancora, ma reclama le sue ragioni. Basti intenderlo come l’antitesi del vero simile per giustificarne l’esistenza, ma ciò non riuscirebbe ad eluderne lo scopo e la sua stessa necessità.

Se non fosse che personalmente vedo molti esempi di falso simile che girano nei vari campi arati della cultura e della religione, della politica e dell’economia.

Ma partiamo dalla sua stessa definizione. Un falso potrebbe essere simile a qualcosa che falso non è, quindi a qualcosa di vero, ma dichiarandosi come un falso commetterebbe il capitale errore di appartenere alla verità. Beninteso, alla propria verità.

Un falso è vero in quanto ammette la propria pregiudiziale falsità e quindi a cosa mai potrebbe essere simile?

Per evitare di rimanere in un pericoloso giro di parole sarebbe opportuno fornire quelli che, a mio parere possano identificarsi come esempi di falso simile.

Forse il più importante di tutti è il cosiddetto ‘inganno’ delle Teste di Modigliani che tutti conosciamo: le false teste realizzate da un gruppo di bravi buontemponi che qualche decennio fa trassero in inganno tutti, ma proprio tutti proponendosi come reperti recuperati casualmente nei fossi medicei di Livorno ed attribuite all’artista Modigliani. Il falso tenne banco, poi svelò la propria identità, ma per comprovarlo gli artisti/burloni dovettero riprodurre sotto gli occhi di tutti le teste per dimostrare la verità del loro stesso falso.

Immaginate se una cosa simile accadesse per la Sindone: un giorno si presenta un tizio dal XIV secolo e dice sono stato io e si mette sotto una telecamera e riproduce la Sindone. Sarebbe il trionfo del falso simile, ma non potrebbe mai avvenire tutto ciò, perché la Sindone è un falso simile, ma è uno ‘storico’ falso simile.

Piuttosto potrebbe succedere un’altra cosa: che tutti quelli che per anni hanno discusso, pontificato, scritto scientificamente e storicamente, ad un certo punto ammettessero di aver compiuto il gesto sacrilego del falso simile. Cioè: sì è vero abbiamo presentato una falsità simile alla sua stessa ‘falsa’ immagine, ma non lo abbiamo fatto per scherzare lo abbiamo fatto per davvero.

Il falso simile si cucirebbe addosso una bella casacca di credibilità, si può fare, il falso giustifica i mezzi, il simile li redime.

Bella storia sarebbe….

Pensate un po’ Michelangelo coperto di brache, un falso simile quasi proiettato nel futuro, lui stesso progetta le brache che all’occorrenza potrebbero coprire le nudità oscene per visitatori particolarmente inclini a fedi un po’ bigotte. Michelangelo comunque ha fatto di peggio: ha dichiarato, per davvero, di aver ‘giocato’ d’astuzia e di interessi per la Tomba di Giulio II. Anni e anni al libro paga del papato per un’opera mai terminata che poi alla fine lui chiama ‘la maledizione della sepoltura’. Un falso simile d’autore.

Un’altra volta è pure successo che il Governo Italiano abbia acquistato per alcuni milioni di euro un falso simile Crocifisso di Michelangelo. Ma questa volta il falso simile non era stato preparato dall’artista, ma da nessuno, era un falso per sbaglio fatto in buona fede (?) per ignoranza di qualcuno e tracontante interesse di qualcun altro.

E’ importante a questo punto soffermarsi su quello prima accennato , la storia ed il falso simile.

Eh già perché la storia delle volte viene messa in minoranza dalle tante versioni verosimili di un fatto, di un luogo o di un personaggio, tanto da esserne schiacciata ridotta a sottilissima trama. Allora la storia si arma degli stessi strumenti del verosimile e va a combattere facendo del falso simile il suo cavallo di battaglia, o il suo salvagente.

Umberto Eco, a mio parere, è il più bravo a diffondere il falso simile: lo ha fatto con il ‘Nome della Rosa’ ed i libri maledetti, con il ‘Pendolo di Foucault’ ed i Templari, alla fine ha deciso di buttare giù la maschera ed ha raccolto tutti i falso simili di storia in un libro che si chiama ‘Storia delle terre e dei luoghi leggendari’.

Ma queste operazioni non le ha fatte soltanto lui. Pensate a quanto è stato scritto sui templari o sul Graal, a quanto falso simile ci sia in giro su Caravaggio, ma anche sugli affreschi di Giotto.

Gli storici dell’arte non sono stati da meno: Federico Zeri un giorno scrisse un libro che si chiamava ‘Confesso che ho sbagliato’. Lui, che era un attribuzionista e profondo conoscitore d’arte, con quella confessione, che possiamo dirlo ha tutti gli ingredienti del falso simile, sbancò al botteghino. Prima di lui, forse in modo meno sfacciato lo aveva fatto Roberto Longhi, altro grande conoscitore d’arte, ma non privo dell’arte della comunicazione.

Perché per fare il falso simile occorre saperlo comunicare. E questo ne fa una palestra per pochi, capaci, intenditori.

Per carità qui non voglio giudicare quanto sia giusto o non giusto usare il falso simile, né tanto meno dire chi lo usa meglio di chi, oppure ‘svelare’ tutti i falso simili sparsi nella cultura e ahinoi nelle religioni.

Voglio soltanto perorare la causa della necessaria esistenza del falso simile e riconoscerne la legittimità. Giusta, doverosa, un po’ bislacca.

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Sappiamo davvero tutto sulla Xylella?


L’unico albero che cresce a Itaca è l’olivo. Ma due anni fa esso è stato colpito da una malattia, e tutti i tentativi fatti per rimediarvi sono rimasti inefficaci. La corteccia e le foglie dell’olivo malato diventano nerastre e diffondono un odore ripugnante; l’albero continua a fiorire, ma i pochi frutti che produce restano striminziti e cadono prima di maturare. Finora il male è limitato a un certo numero di alberi e si crede che non sia contagioso; però il numero degli alberi malati aumenta.

(Heinrich Schliemann, La scoperta di Troia)

 

Queste sono le parole che Schliemann annotò nel suo diario subito dopo il suo ritorno dal viaggio compiuto nell’autunno del 1868 e poi ripreso nel suo stesso libro intitolato Itaca, il Peloponneso e Troia.

Potrebbe essere una citazione fine a se stessa se non fosse che tale notazione rimanda inesorabilmente a quanto sta accadendo in Puglia a proposito della Xylella Fastidiosa.

Da un breve ricerca si apprende che tale malattia abbia un’area di origine probabilmente in America Meridionale e che soltanto in tempi recenti si sia diffusa in Europa.

Secondo una letteratura scientifica questa epidemia pare che sia diffusa su parecchi alberi da frutto e alberi come l’oleandro mentre viene annotata una scarsissima conoscenza di questi tratti epidemiologici relativi all’albero di ulivo.

Senza avere molte competenze in questo settore, ma ricorrendo ad una letteratura ‘classica’ sembra davvero interessante mettere in relazione le notizie riportate da Schliemann con quanto sta accadendo in questi anni in Puglia, anche perché tutto ciò potrebbe tornare utile alle ricerche condotte, al di là delle polemiche, per cercare di conoscere meglio questo flagello che purtroppo sta seminando la morte e la distruzione degli ulivi pugliesi: un patrimonio culturale oltre che una cospicua fetta della produzione economica della nostra regione, così come lo era per l’isola di Itaca, l’isola di Omero.

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