Ripensare Norcia


Nonostante tutto Norcia non è morta.

Ci sono le ferite, anche gravi, del terremoto, ci sono ancora mille problemi, ci sono collegamenti difficili, ma la città che ho visitato non è una città agonizzante.

Sono i turisti che la rendono  vivace e non i cantieri che sembrano ancora fermi: soltanto i ponteggi ad assicurare gli edifici più lesionati, le transenne a proteggere, più che le persone, le pietre che sono venute giù e che un domani potrebbero essere riutilizzate.

Non è facile arrivare a Norcia, si fa un percorso difficile, duro anche da digerire, una delle strade che ti ci porta passa attraverso la zona del Tronto, con tantissimi paesini che adesso sembrano vedette sbriciolate di una valle fortemente alterata. Senza parlare di norcia 7Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto che dalle immagini dei TG si materializzano all’improvviso lungo la statale, anzi sembra che si smaterializzino per quanto sono devastate.

Il viaggio verso Norcia è un percorso di grande riflessione che parte da tutto quello che si è detto e che abbiamo ascoltato, da quella cronaca spesso ridondante, alle grandi manovre politiche, amministrative e finanziarie, alle polemiche ed al coraggio, all’operosità di quanti ancora oggi, con mezzi pesanti, scavatrici e gru, si arrampicano su quei declivi incerti per cercare di mettere in sicurezza tutto quello che si può.

A tutto questo rumore si alterna il silenzio, quello di queste valli maestose e ferite, dei paesi ormai quasi spopolati, dei campi che alacremente vengono di nuovo coltivati.

norcia 3Ed è così che si comincia a riflettere e pensare, fino ad arrivare alle porte di Norcia che ti accolgono con le transenne che proteggono i conci delle mura, le Porte sorrette dai ponteggi e infine la Basilica di San Benedetto, con la facciata incapsulata dall’acciaio ed il fianco sbriciolato come una ferita ancora aperta.

Non tutti quelli che ci arrivano hanno il coraggio e la forza di guardare, d’altra parte quando le ferite sanguinano fanno parecchia impressione.

Eppure qui la riflessione sulla ricostruzione è già partita. Grazie al vescovo di Norcia ed a Stefano Boeri a fine giugno/ inizi luglio un grande incontro laboratoriale ha avuto al centro la discussione relativa alla ricostruzione. Non solo una necessità, ma anche un’occasione per realizzare qualcosa che valga la pena di visitare. Un’azione di cultura degna del passato che si va a ricostruire, proteggere, ripensare.

E’ stato lanciato anche un concorso di idee, per architetti, urbanisti, specialisti e storici per ripensare Norcia e le aree del terremoto (http://www.laboratorioperlaricostruzione.it/ ) . Un’operazione bella, degna, che si spera possa davvero essere portata a termine e non rimanere soltanto nei dibattiti ed arenarsi dinanzi alla burocrazia amministrativa o, peggio ancora, dinanzi agli interessi di qualsiasi forma e fazione.

D’altra parte l’esempio e gli errori commessi a L’Aquila abitano a pochi chilometri da qui, dovrebbero insegnare o per lo meno aiutare a non ricascare nelle trame di chi, senza scrupoli, ci vede solo il proprio interesse.

Per il momento, tuttavia, le riflessioni rimangono pensieri e ciò che appare sono i ponteggi che assicurano la ‘vita artificiale’ delle cose, ma che lasciano una sorta di domanda piena di angoscia rivolta al futuro.

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Torcello, in fondo alla laguna


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Torcello è un posto magico che sta in fondo alla laguna.

Ci sono arrivato in un giorno di dicembre navigando tra le nuvole basse e la foschia che avvolge Venezia quando è inverno e così, se fosse possibile, la isola dal mondo.

Appena sbarchi dall’ultima ‘barca gialla’ che da Burano ti porta a Torcello hai l’impressione di aver messo piede in un altro tempo. Poche case si affacciano tra i canali, si sentono appena la voci di quei pochi che restano nei pressi dell’unico bar aperto e di quegli altri che montano le bancarelle che sanno ancora d’estate. Ma qui ormai fa buio presto alle quattro e mezza si comincia già a mettere tutto via per tornare, per abbandonare l’isoletta di Torcello.

Mi raccontano che i residenti sono meno di una decina e dalle battute della barista devono anche essere piuttosto anziani, gli altri che, per sbaglio o per mestiere, capitano qui vengono dalle isole vicine o da Venezia. Ma basta superare la curva del canale, il ponticello, per vedere profilarsi il grande campanile della Basilica dell’Assunta, un gioiello dell’arte romanica e medievale, una figurina da manuale che sembra spuntare maestosa in mezzo ai campi, ai gatti, alla foschia dei canali. Ed in quel momento cominci ad avere l’impressione che Torcello abbia un suo tempo, una sua storia che, come mi spiega il custode del Museo si ferma intorno al 1500 quando l’isoletta viene un po’  alla volta abbandonata, forse anche dimenticata, rimangono poche case, pochi abitanti, attratti dalla vitalità delle isole di Burano, Murano e soprattutto di Venezia.

 

Storia antica quella di Venezia e di Torcello, anzi di Altino e Rivoalto le due località che si avvicendarono nell’antichità contendendosi, si fa per dire, il primato sulla Laguna. Altino era la fondazione più antica di Torcello, qui fu realizzata una vera e propria città romana, le antiche vie consolari, la via Annia e la via Claudia Augusta da qui passavano favorite da attraversamenti pedonali e canali navigabili della Laguna. Qui vi era un Teatro, un foro, una Basilica, le Terme così come è ben documentato dalle indagini in termografia e dalle ricostruzioni riprodotte all’interno del piccolo, ma ben organizzato Museo Archeologico. Un insediamento che dura sino all’età paleocristiana, poi già a partire dal Medioevo la centralità del isola si sviluppa nell’area dove ancora oggi sorge la Basilica dell’Assunta e la chiesa di S. Fosca e pian piano Altino di ‘inabissa’ sotto le acque della laguna, ma soprattutto sotto i campi coltivati. Torcello rimane un posto che comunque riveste una grandissima importanza ancora nel XII e XIII secolo, a testimoniarlo sono i mosaici della Basilica, stupendi, di grande raffinatezza, nonostante i pesanti interventi di restauro avvenuti nell’800. Si respira un’aria culturale immensa che va dalle esperienze dalmate a quelle bizantine, adriatiche, occidentali ed orientali. Il ‘Giudizio Universale’ che campeggia sulla controfacciata della Basilica vale da solo la visita a Torcello, anche se qui non si potrebbe fotografare, un ordine perentorio che ‘ce lo dicono dai piani alti del Ministero’ mi dicono i custodi,  più preoccupati dall’orario che dalla mia macchina fotografica per la verità. Perchè a Torcello la vita sembra avere una scadenza, quando è inverno, che coincide con il calar del sole, si fa per dire. Nessuno di quelli che incontro vive qui, vanno tutti via come ad un certo punto è accaduto che da Altino/Torcello molti si siano spostati a Rivoalto/Venezia, lasciando un’isola incantata, dimora di pochi, pochissimi, con i gatti a sorvegliare le statue antiche sistemate davanti alla Basilica ed al Museo. Andando via prima di imbarcarmi si legge un cartello corroso dalla salsedine che dice di lavori di manutenzione e salvaguardia dell’ecosistema naturale della Laguna. Lavori che, tuttavia, non impediscono al visitatore di accedere all’area monumentale della Basilica e degli allestimenti museali. E così mi viene in mente di come in realtà a Torcello esista una vita che risuona nei versi dei gabbiani, nei rumori della vegetazione, nel calmo movimento dell’acqua nei canali. Una vita delicata, delicatissima, così come lo sono le tessere di quei mosaici, un ‘monumento’ dell’arte medievale che sono andato a cercare perchè spesso mi capita di voler entrare nelle figurine dei manuali ed andare a trovare quelle fotografie e altrettanto spesso mi capita di percepire delle storie che difficilmente un manuale di storia dell’arte riuscirebbe a tradurre.

Così è accaduto a Torcello nel cuore di una Laguna che a maggior ragione va protetta, tutelata, amata.

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Il coraggio dello storico dell’arte


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Tutto nasce dalla mia partecipazione al Concorsone per i Beni Culturali. Alla preselezione a quiz di fine luglio a Roma. I numeri dicevano  che dei duemila e passa iscritti, la maggior parte anche presenti ne sarebbero passati 200 per poi arrivare ai 40 che effettivamente vinceranno il concorso e saranno immessi negli Uffici del Ministero e delle Soprintendenze.

Ancora… i numeri del concorsone dicono che dei 500 funzionari selezionati per il MiBACT tra architetti, archeologi, restauratori, comunicatori, bibliotecari… agli storici dell’arte è stata riservata una percentuale sostanzialmente bassa di posti messi a disposizione, in ogni caso una percentuale, dal momento che negli ultimi decenni di posti messi a concorso per questa categoria non se ne vedevano almeno dalla fine degli anni ’90.

Tutto questo ha portato a Roma un popolo, comune anche alle altre categorie, costituito da età le più diverse, con una comune formazione specialistica, se non di più, che in tutti questi anni ha mescolato generazioni diverse anche queste accomunate da una sorta di rassegnata speranza di un posto fisso da giocarsi tra Ministero dei Beni Culturali, Scuola, Università. Sbocchi in ogni caso sempre più strozzati da esiguità di posti a disposizione e prove sempre più severe al limite di un equilibrismo nozionistico e culturale da più parti anche contestato.

Sin qui le considerazioni possono anche essere comuni con le altre categorie ma ciò che induce a questa riflessione specifica sul ruolo della storia dell’arte parte da altro.

L’esigua presenza degli storici dell’arte nell’ambito delle Soprintendenze e degli organi del Ministero ha raggiunto in questi anni dei minimi storici che sembrano accordarsi con le politiche di formazione perseguite nei corsi di studi scolastici ed universitari. Tagli e riduzione di ore sono, almeno da un decennio, la costante che caratterizza questa area e che si traduce anche con una significativa riduzione di percorsi di dottorato, ma soprattutto, con le difficoltà crescenti ed a volte insormontabili che le Scuole di Specializzazione di Storia dell’Arte hanno incontrato in questi anni.

Il quadro che qui si traccia è complesso e rischia sempre soluzioni, accuse, sin troppo semplici e scontate. C’è da mettere in conto l’idea che in alcuni settori come quelli delle Soprintendenze ci sia la necessità di professionalità ‘più tecniche’, ci sarebbe poi da stabilire il rapporto a volte più che collaborativo, direi conflittuale, con gli architetti e gli archeologi, che si è creato in questi anni. E così via si potrebbe anche continuare a lungo, con ragioni contestabili, ma anche condivisibili.

Tuttavia l’impressione che personalmente ho avuto in quel giorno romano di fine luglio è stata quella della perdita di identità dello storico dell’arte. Duemila candidati (ma sono certo che di quelli con le carte in regola per iscriversi al concorso ce ne sarebbero stati di più) che rappresentavano una categoria ormai non più omogenea, suddivisa tra chi aveva un piede nella organizzazione di eventi, nella musealizzazione, nella ricerca scientifica, nelle attività laboratoriali scolastiche, nelle varie forme di comunicazione.

Una diversificazione che in teoria dovrebbe far bene all’intera categoria, se avesse avuto in questi anni una forma univoca ed anche pensata. Ma da chi?

I percorsi formativi sono a mio parere la versa risorsa mancata per dare identità a questa categoria. Epigoni di generazioni di grandi maestri che, bisogna riconoscerlo, hanno costituito per lungo tempo circoli chiusi e poco disposti al dialogo, ciò che col tempo è rimasto degli storici dell’arte è un atteggiamento spesso elitario, a volte addirittura spocchioso o, al peggio, svenduto. Esauriti i grandi del passato sono succedute generazioni più attente a riservarsi il proprio orticello piuttosto che dare aperture e dignità alla categoria, a rinnovare se possibile, a fornire nuovi strumenti disciplinari. Cosa che invece è puntualmente accaduta per l’archeologia, l’architettura, il restauro. La storia dell’arte ha finito per vivere in isolamento nei processi formativi accademici ed anche con la risorsa dei corsi sui beni culturali non è riuscita a fornire strumenti e ricerche utili alle nuove e perentorie esigenze. Il dazio di queste negligenze o, direi anche, cecità lo pagano tutti coloro che hanno deciso di formarsi su questa materia. La scarsa capacità di guardare lontano da parte dei ‘maestri’ si è presto tradotta in una ghigliottina che ha tagliato ore di insegnamento della materia nelle scuole, impoverimento di corsi accademici, ma anche di insegnamenti universitari, esclusione parziale o pressocchè totale dagli organi ministeriali e dalle soprintendenze. Ciò che rimane sono i 40 posti messi a disposizione dal concorso del MiBACT e poco altro.

E questo fa male. Non tanto per le opportunità negate alle risorse umane e generazionali, che pure pesano e parecchio in questo discorso, ma anche e soprattutto per le potenzialità che la materia e la categoria sono in grado di offrire.

La rigenerazione della storia dell’arte avrebbe motivo di ripartire ovviamente ammettendo le proprie carenze, maturate in questi anni, ma anche portando la ricerca un po’ più avanti, stringendo collaborazioni con altre discipline non soltanto per interesse, ma con la consapevolezza di poter offrire un contributo, uno sguardo differente sulle cose.

Per spiegare meglio tutto ciò più che dare delle risposte porrei delle domande:

  • a cosa serve uno storico dell’arte su un cantiere di Restauro?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nell’ambito di una ricostruzione come quella di zone terremotate?
  • a cosa serve uno storico dell’arte quando ci si pone il problema della salvaguardia e della tutela del paesaggio?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nei percorsi non soltanto di formazione, ma anche di comunicazione?

E di domande come queste se ne potrebbero trovare altre, anzi sarebbe il caso di trovarne molte altre. Ritengo che questa possa essere una base di ricerca, ma anche un’offerta formativa per le generazioni prossime che abbiano ancora il coraggio di intraprendere questa strada per la quale indubbiamente ci vuole coraggio, non soltanto tra i più giovani, ma anche tra coloro che adesso hanno un ruolo: quello di non far morire questa materia, in silenzio, senza avere risposte da dare, ma nemmeno domande da rivolgersi.

Ah per la cronaca non ho superato la selezione a quiz!

 

 

S. Maria della Giustizia vs Tempa Rossa


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Può un insediamento di monaci opporsi all’ineluttabile destino di un’area a forte impatto industriale?

Per di più a Taranto? All’ombra dell’area dell’Ilva?

Al momento non conosciamo la risposta a questa domanda, ma conosciamo la storia, quella con la S maiuscola che ne sta alle spalle.

Al momento di ‘affrontare’ il percorso di un insegnamento universitario a Taranto che aveva come argomento ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’  un bravo docente a contratto  dovrebbe sempre informarsi su tutto il contesto storico e culturale che questa città, emblematica per certi versi, riesce ad offrire. Benchè le vicende del passato classico, magno greco e romano, meritano un posto in grandissima evidenza nelle riflessioni di tutela e conservazione soprattutto al riguardo delle vicende che hanno portato alla realizzazione (?) del Museo Archeologico di Taranto, non meno significative e affascinanti rimangono le vicende legate al medioevo.

Le chiese medievali di Taranto durante il medioevo erano perlopiù ubicate nell’area della più antica Acropoli e coronavano un percorso religioso e liturgico che accompagnava la Cattedrale dedicata a S. Cataldo. Sette chiese come S. Pietro Imperiale, S. Bartolomeo, S. Marco, S. Benedetto, SS. Filippo e Nicola, SS. Quaranta Martiri, S. Giorgio, oltre alla stessa chiesa cattedrale costituivano un patrimonio del quale oggi non sopravvivono che sporadiche testimonianze, infatti molte di queste chiese sono state sostanzialmente trasformate nei secoli successivi, altre addirittura sono andate perdute, come S. Pietro Imperiale le cui vestigia dovrebbero conservarsi nel luogo dove oggi sorge la chiesa di S. Domenico. Taranto nel Medioevo dialogava fra il suo passato ancora importante e le nuove esigenze di quei secoli, la chiesa di Roma per esempio con la sua tradizione petrina alla quale questa città offre ben tre chiese (S. Pietro Imperiale, S. Pietro all’Isola, S. Pietro sul Mar Piccolo), con l’oriente degli Armeni con la chiesa di S. Giorgio, ma anche con l’oltreadriatico con la chiesa dei SS. Quaranta Martiri. Sono aspetti più volte messi in evidenza da studiosi e storici come Vera von Falkenhausen, Cosimo Damiano Fonseca, Cosimo D’Angela. Taranto era luogo di scambio, meta di cammino e di imbarco, ma Taranto era anche città che ‘dialogava’ con il proprio territorio. E lo facevano soprattutto gli ordini monastici che finivano per stabilirsi oltre il circuito murario cittadino in un’area ricca di pascoli, fonti sorgive, e non distante dal mare. Tre importanti insediamenti furono: S. Maria a Mare, poi S. Maria della Giustizia, sul fiume Taro, S. Maria del Galeso, attualmente nel rione Tamburi sul fiume Galeso, S. Vito del Pizzo la cui edificazione dovrebbe risalire intorno al 1117 e chiudeva a sud-est il Golfo del Mar Grande.

Tutte queste fondazioni sono databili al medioevo: S. Maria della Giustizia fu edificata per volontà di Costanza d’Altavilla nel 1119, un po’ più tardi nella seconda metà di quel secolo la chiesa di S. Maria del Galeso, mentre del 1117 S. Vito del Pizzo.

I monaci, si sa, erano attenti allo sviluppo ed alla produzione del territorio e quell’area che incornicia il Golfo di Taranto era estremamente proficua sotto questo punto di vista, pascoli, pesca e commercio grazie al porto. Ma era anche bella, estremamente suggestiva tanto che Orazio, Properzio, Virgilio cantarono delle acque del Galeso e di quello splendido territorio sul quale scorreva, poco più di 900 mt. ricchi di poesia e di bellezza. Insomma un luogo ricco di letteratura che seguirà ai classici con le citazioni più moderne Niccolò d’Aquino e poi di Giovanni Pascoli.

E così giusto per ricordare quella zona cosa fosse ancora qualche secolo fa e che ora è semplicemente Tamburi, il quartiere avvelenato dall’Ilva, il paesaggio stravolto, violentato dal fumo di quelle ciminiere.

DSCN9659E questo sarebbe già materiale più che sufficiente per tracciare un itinerario alla volta del paesaggio deturpato e sacrificato in ragione (?) dello sviluppo industriale ed economico di una città come Taranto. Ma sarebbe un itinerario ahinoi già tante volte percorso che finirebbe per ripercorrere le vicende della città all’ombra del colosso siderurgico che ne ha cambiato, ineluttabilmente il volto e la storia, e che sembra avere un unico responsabile, l’Ilva. Sarebbe già abbastanza si è detto, ma non è tutto.

Se l’area del Galeso sulla quale insiste un piccolo gioiello dell’architettura monastica e poi trecentesca testimone di più di una intricata vicenda storica della città angioina e durazzesca, sembra essere ormai inghiottita in un mare di rifiuti speciali e lo stesso ‘ombroso Galeso’ è ormai ridotto ad un rigagnolo perlopiù malsano, non se la passa meglio un’altra area poco distante ubicata sul Mar Grande ad ovest della città nei pressi del fiume Tara.

Parliamo dell’area dove insistono le raffinerie Eni a ridosso dell’area industriale dell’ Ilva e  del porto commerciale. Un’area ovviamente ricca di storia e di tracce del passato, ma anche questa sacrificata a quello sviluppo industriale della città che, è bene ricordarlo, non è soltanto l’Ilva.

Un merito particolare per le indagini rivolte a questa ‘altra faccia’ della Taranto industriale lo si deve al giornalista Gianmario Leone che scrive per il quotidiano ‘Tarantooggi’ e per ‘Il Manifesto’. Non è uno storico, ma un giornalista che da un paio di anni sta seguendo una intricata vicenda dal nome di ‘Tempa Rossa’ che coinvolge Taranto e la Basilicata, l’Eni ed il metano, lo sviluppo energetico di parte della Puglia e della Basilicata a danno di un sempre più vituperato patrimonio paesaggistico e ambientale.

Tempa Rossa è il nome di un vasto giacimento di gas e idrocarburi individuato sin dal 1989 nel territorio Lucano, precisamente nell’alta vale del fiume Sauro in località di Corleto Perticara e Gorgoglione in provincia di Potenza. Un’area di grande valore paesaggistico tanto per cambiare e con un consistente repertorio di interessi archeologici e storici. Ma si sa che dinanzi alle fonti di energia non ci sono scuse che possano opporsi. E così se la Basilicata già detiene un consistente record per il  contributo di energia petrolifera  con la piena attuazione del progetto ‘Tempa Rossa’ i ricavi energetici assumeranno cifre ragguardevoli individuate in 50.000 barili di petrolio, 250.000mdi gas naturale, oltre 260 tonnellate di GPL, 60 tonnellate di zolfo. Quanto basta per far inserire questo progetto da Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti del mondo per cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva.

Una volta realizzato il progetto tutto il materiale energetico sarò raccolto nella raffineria Eni di Val d’Agri e porta con un metanodotto lungo oltre 130 Km sino alla raffineria Eni di Taranto, dove poi verrà raccolto e imbarcato. Naturalmente per realizzare tutto questo è stato contestualmente varato nel 2011, più o meno, un progetto tutto tarantino che prevedeva il raddoppiamento dell’area e delle strutture di raffineria dell’Eni. Un progetto che ha avuto ‘via libera’ da tutte le istituzioni, dalla Regione Puglia come dal Ministero dell’Ambiente con  decreti e le indagini di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) consueti per poter procedere. Di tutto questo esistono anche on-line preziose informazioni a livello giornalistico e di inchiesta.

Ma qui ciò che ci interessa è inserire un bene storico e architettonico in questo, disastroso, quadro ambientale e paesaggistico: S. Maria della Giustizia.

S. Maria della Giustizia, già indicata come S. Maria del Mare, costituisce una delle testimonianze più antiche e importanti del monachesimo medievale a Taranto. Venne fondata nel X secolo secondo quanto riportato nei documenti e ripreso nel Monasticon, curato da Houben-Lunardi-Spinelli. La chiesa sopravvissuta costituisce una piccola, preziosa testimonianza dell’edilizia medievale tardo-duecentesca, che ben si allinea con le altre testimonianze presenti sul territorio, dalla vicina S. Maria del Galeso, sino al S. Pietro sul Mar Piccolo, lungo una direzione artistica e culturale spiccatamente Jonica e salentina che trova le sue più alte espressioni nel S. Domenico di Castellaneta e poi nella Madonna della Lizza ad Alezio. In seguito venne fondato un monastero sul finire del ‘400 che venne affidato ai monaci Olivetani che qui si trasferirono provenendo da S. Maria del Porto che ne divenne una grancia di S. Maria della Giustizia.

Una lunga storia di questo complesso che rimase la sede di ordini monastici e religiosi sino al provvedimento di soppressione dei monasteri varato da Giuseppe Bonaparte nel 1808.

Poi seguì un periodo di parziale abbandono e decadimento che non fu così disastroso come quello che avvenne all’indomani dello sviluppo industriale tarantino a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. Nel 1967 la chiesa, il monastero e l’intera area di pertinenza di S. Maria della Giustizia furono inglobati nelle terre dell’Eni che qui realizzò i propri serbatoi per raffinare idrocarburi contribuendo non poco allo sviluppo industriale del polo Tarantino, ma anche all’inquinamento ambientale. Una forma di emissione di gas che non permettevano di sostare in quell’area per oltre 60 minuti senza le dovute precauzioni. Questo però lo hanno detto 60 anni dopo. Quando nel 2009 la stessa Eni presentò un progetto di ampliamento per una nuova centrale Enipower per rendere operativo il famoso progetto ‘Tempa Rossa’.

Come spesso avviene in questi casi il corrispettivo, una sorta di ricatto compensativo che gli organi amministrativi e statali spesso disarmati o peggio ancora complici fanno nei confronti dei grandi colossi industriali, c’era la risistemazione del sito di S. Maria della Giustizia.

Nelle more di quel progetto, e questa è la parte se volete più divertente,  nella corrispondenza fra Enti e Soprintendenza, si leggeva che oltre ai lavori di manutenzione e restauro di alcune parti del complesso monumentale, sarebbe stata realizzata anche un’area a verde adatta ad isolare il monastero dalla vista delle grandi cisterne della raffineria, e quindi restituire l’intera area ad un decoroso aspetto estetico. Ed infatti nei disegni di quel progetto compaiono le aree destinate a verde con alberi in grado di schermare la vista da quegli  ingombranti mostri della Raffineria.

Ma è sul campo dell’impatto e dell’inquinamento ambientale che si è giocata negli ultimi anni la partita su Taranto. Una partita condotta non sempre in modo corretto a prescindere dai protagonisti, che fossero esponenti di grandi industrie, o esponenti politici regionali e nazionali. Del resto tutta la vicenda dell’Ilva insegna al riguardo, così come i dati, spesso contraddittori e quasi sempre non ufficiali che confermano l’alto grado di inquinamento di quel territorio e i disastrosi indici di mortalità in seguito a malattie derivate dall’inquinamento.

Questo fa parte di una politica di sviluppo  territoriale sostanzialmente miope che non riguarda soltanto la città di Taranto, ma un po’ tutta la nazione, e che vede i cosiddetti ‘beni culturali’ come uno specchio adatto ad un selfie per le campagne elettorali, oppure come un dazio da corrispondere alla società dei cittadini per ottemperare poi agli interessi delle industrie. Che poi si tratta di interessi enormi degni di percentuali del P.I.L.

Fatto sta che già nel 2011 a S. Maria della Giustizia si pensò bene di recuperare e valorizzare ‘il bello’ della città con un concerto jazz, naturalmente sponsorizzato dall’Eni.

Doveva essere un primo passo per il recupero del complesso monumentale. Ciò che appare subito piuttosto interlocutorio nella fitta corrispondenza tra Soprintendenza, gruppo Eni e ministero ambientale, è che gli interventi per S. Maria della Giustizia siano davvero una contropartita, quasi un dazio poco originale, per consentire il via libera a ‘Tempa Rossa’ con l’unica notazione di rendere l’aria in quella zona più respirabile e meno maleodorante. Volutamente sorvolo dalle reali citazioni riprese dal giornalista Gianmario Leone perché ciò che preme qui è vedere come si agisca su un bene monumentale portando agli estremi i compromessi che pure ogni giorno le Soprintendenze stringono e cercano di salvaguardare con….tutto quello che minaccia la cultura, l’ambiente ed anche la salute.

Uno scambio insomma che non si sa fino a che punto sia morale tra il bene storico, la sua sopravvivenza tutelata in qualche modo, e tutto quello che gli sta intorno.

DSCN9664Ed in quella zona di Taranto ciò che circonda S. Maria della Giustizia, parla ormai un’altra lingua, fatta non più con le parole di un territorio fertile per i pascoli e direttamente collegato al mare, ma di una striscia di terra sostanzialmente inquinata, un’aria forse pericolosa, un mare che significa scalo industriale. Insomma una de contestualizzazione che in questi casi significa anche un territorio difficile da recuperare anche soltanto per renderlo salubre. Ed in questo non rientra soltanto S. Maria della Giustizia, ma anche S. Chiara alle Petrose (sempre in quella zona), S. Maria del Galeso, a Tamburi per non parlare di Statte. Insomma una grossa fetta del patrimonio rupestre e monumentale tarantino di età medievale.

Questo è quello che sarà o forse sarebbe stato perché si sa che a cavallo fra il 2013 ed il 2014 sono cambiate anche molte cose a cominciare dalla situazione dell’Ilva dalla quale sembra non se ne esca se non con le ossa rotte da parte del Ministero dell’Ambiente, della Regione Puglia, della città di Taranto e soprattutto dei suoi cittadini… e dei monumenti aggiungerei.

Ma come sempre dinanzi ad un disastro sembra esserci una compensazione. Nel marzo del 2014 un decreto ministeriale autorizza interventi per un valore complessivo di  135 milioni di euro destinati alle regioni Campania, Puglia, Calabria e Basilicata definite ‘regioni  dell’Obiettivo convergenza’.

Naturalmente di questi milioni ben 5 vengono destinati a Taranto, anzi a S. Maria della Giustizia, anzi ‘alla valorizzazione del complesso archeologico (e) di Santa Maria della Giustizia’.

Lasciamo ogni considerazione a parte e ora stiamo a guardare ciò che accade quali sono i progetti di restauro e di recupero, quanti alberi intendono piantarci dinanzi al complesso per preservarne la vista dinanzi ai serbatoi della raffineria, di come i tappeti di verde possano salvaguardare l’aria che si respira da quelle parti.

Ma se a questo punto vi fate anche un giro alla ricerca di S. Maria della Giustizia, che non è poi difficile da trovare, potreste notare non soltanto gli sfregi perpetrati ad un territorio che doveva essere incantevole, ma anche quanta archeologia industriale giaccia pressocchè abbandonata. Una sorta di ulteriore abbandono, di ulteriore cancellazione della storia anche di quella sociale di questa città. Ora della fine che faranno quei 5 milioni di euro personalmente da titolare di quel famoso corso (a contratto) sulla ‘Conservazione e tutela dei Beni Culturali del Territorio’ avrei dato una tesi di laurea, l’ho anche proposto a lezione, ma a Taranto, anche gli studenti, anche quelli che vengono a lezione ogni giorno, sembra che abbiano sulle loro facce problemi ben più faticosi da affrontare per darsi un futuro migliore, e quel futuro migliore sembra non passare, per il momento dal recupero e dalla storia di un recupero come quello di S. Maria della Giustizia.

Sitografia:

http://argomenti.ilsole24ore.com/tempa-rossa.html

http://www.manifattureknos.org/knos/media/download/premiofrascaro/gianmarioleone.pdf

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cd53c1-7b8e-4042-ba4c-b456911cf2c3.html#p=0

L’emblematica vicenda del Museo Archeologico di Taranto


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Spesso per capire come stanno davvero le cose occorre spostare lo sguardo da ciò che prepotentemente appare.

A Taranto la prepotenza con la quale l’ILVA ha prima modificato l’aspetto della città e poi tenuto banco su tutte le questioni relative allo sviluppo ed alla salvaguardia dei beni culturali, rischia di non far comprendere del tutto lo spirito della città.

Taranto si rinnova autodistruggendo il proprio passato più recente, ha affermato Cosimo D’Angela, archeologo, studioso di storia e archeologia paleocristiana e medievale, presidente della Società di Storia Patria della Puglia, ma soprattutto tarantino.

Un’affermazione illuminante che viene fuori da quella che è la Storia di questa città; una storia che trova un itinerario emblematico nella vicenda del Museo Archeologico dalle sue origini al definitivo, se così si può dire, assetto attuale.

La storia del Museo Archeologico di Taranto ruota intorno alla figura di un affascinante personaggio e ad un particolare periodo nella storia d’Italia e della città.

Luigi Viola, archeologo diremmo per caso, di origine salentina, professore di lettere dirottato all’Ufficio Scavi della città di Taranto intorno tra la gli anni ‘80 dell’800 e la fine di quel secolo.

Erano anni assai difficili quelli per quel che concerne la Salvaguardia e la Tutela dei beni culturali in tutta Italia. Il processo di Unificazione avvenuto poco prima non aveva ancora omogeneizzato gli interventi in materia di Legislazione dei Beni Culturali presenti nelle varie regioni della Penisola. Per esempio  si applicava ancora il Decreto Regio 2359 del 1865, figlio di una serie di altri decreti da quello di  Giuseppe Bonaparte del 1807, alle disposizioni di Ferdinando I del 1822 e confermate nel 1839, con i quali soprattutto si metteva l’accento sulla tutela delle opere mobili  che non potevano essere vendute o smerciate all’estero impoverendo così il patrimonio del Paese.

Un’attenzione a questo problema che aveva a  Taranto ancora una volta un’emblematica aneddotica.

La città da anni ormai era oggetto di un indiscusso e poco contrastato saccheggio delle opere antiche e classiche che puntualmente emergevano dagli scavi della città.

Opere che testimoniavano la grandezza del periodo magno greco e poi romano che prendevano la via dei mercati clandestini o dei più o meno legali interessi dei grandi musei europei, tra tutti il Louvre di Parigi.

Viaggiatori, conoscitori, poeti, giungevano a Taranto che perlopiù finiva per risultare un posto geograficamente bellissimo, ma poco curato, abbandonato a se stesso, come annotava Lenormant in preda a gente che continua a costruire e scavare tanto da trovare ingenti patrimoni di opere d’arte, delle quali le meno preziose vengono abbandonate nei luoghi di rinvenimento, le altre prendono la via dei mercanti-antiquari e vendute. In pratica risuonavano  le parole di Gregorovius quando diceva ‘la vita spirituale di Taranto è morta’.

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Lo stesso Lenormant si ferma e torna a Taranto, interessato a quell’immenso patrimonio che lui stesso vede via via oggetto di un indiscriminato saccheggio, incentivato alla fine dell’800 dall’edificazione del cosiddetto Borgo Nuovo.

La nuova pianificazione urbanistica, infatti,  prevedeva la costruzione di una città nuova oltre l’istmo orientale, che sarebbe diventato, nella logica dei progetti, un canale navigabile, e si sarebbe esteso lungo un’area che andava dalle sponde del Mar Piccolo, dove sarebbe stata allestita la zona dell’Arsenale della Marina, sino al Mar Grande seguendo così per grandi linee il più antico tracciato delle mura bizantine.

Mura Bizantine che sarebbero state realizzate come sistema di fortificazione della più antica città romana che proprio nell’area orientale si era sviluppata e lì aveva ubicato ampie aree di necropoli sovrapponendole alle aree di sepoltura ancora più antiche.

Ricapitolando, alla fine dell’800 a Taranto la nuova pianificazione urbanistica prevedeva: l’edificazione di un Borgo Nuovo nella zona ad est, separato dall’Acropoli Magno Greca da un istmo che ben presto sarebbe diventato un canale navigabile, infine tutta l’area in questione che si affacciava sul Mar Piccolo sarebbe stata utilizzata come Arsenale della Marina.

Un progetto che, come è facile intuire, avrebbe considerevolmente sconvolto l’assetto urbanistico della città, anzi, delle città più antiche, dalle testimonianze magno greche a quelle romane.

Un assetto antico del quale tuttavia non si aveva una vera e propria consapevolezza, dal momento che mancava una attendibile pianta topografica della città antica.

Mancava, ma non se ne sentiva effettivamente la mancanza. Infatti in tale contesto erano proliferati importanti interessi, come quelli dei grandi costruttori che in questa espansione avevano visto l’opportunità di grossi guadagni, al punto da acquistare ampi lotti di terreni sui quali poter costruire nuovi edifici. E naturalmente il diritto di proprietà si estendeva non soltanto ai suoli, ma anche a tutto quello che il suolo restituiva, oggetti, terrecotte, argenti, epigrafi, tombe che venivano puntualmente depredate e finivano per arricchire le casse dei costruttori che in quanto proprietari dei terreni si ritenevano automaticamente proprietari anche di tutto ciò.

Un nome su tutti era quello del costruttore Cacace, sagace imprenditore del settore, proprietario della maggior parte dei suoli di Taranto e di conseguenza mercante di oggetti d’arte.

Al suo fianco antiquari, azzeccagarbugli di ogni genere, personaggi degni delle commedie dell’arte e dei romanzi di appendice come Vito Panzera, mercante o trafficante di oggetti d’arte, ignorante o meglio ignorantissimo un ‘Lenone antiquario’ come poi si fece definire.

Un contesto degno di quelli costruiti ad arte dai giornalisti d’inchiesta per portare alla luce la forte preponderanza dell’illegalità dinanzi ad una sorta di impotenza dello Stato.

Uno stato appena nato, ma occorre precisare, non del tutto assente. Fiorelli che alla fine del secolo era Direttore Generale delle Antichità, preoccupato dalla forte emorragia di opere d’arte provenienti da Taranto e smerciate sulle più importanti piazza antiquarie, da Napoli a Roma, decide di inviare nella cittadina jonica un ispettore agli scavi ed alle opere d’arte. E lo individua nella figura di Luigi Viola.

Si trattava di un professore di Lettere che aveva vinto una borsa di Studio alle Antichità bandita dal Ministero e da quel momento era cominciata la sua collaborazione con lo Stato Italiano e con l’archeologia. Lasciando da parte ogni riferimento o amara riflessione su come fossero tempi davvero diversi quelli quando un semplice professore potesse diventare un funzionario del Ministero, occorre precisare che Viola aveva dimostrato grande interesse per l’archeologia in generale, ma soprattutto per la grande archeologia classica. Per questo motivo Taranto costituiva per lui un trampolino di lancio per poter approdare a piazze ben più nobili, Napoli, Roma, ma anche la Calabria Magno Greca, nella quale aveva condotto un viaggio esplorativo proprio con Lenormant.

A Luigi Viola, Fiorelli, d’accordo con Lenormant chiedevano tre cose soprattutto: un’attenta visione degli scavi in corso da riportare in una rivista ministeriale dal titolo ‘Notizie degli Scavi di Antichità’, la redazione di una pianta topografica della Taranto Antica, mettere un freno a quell’emorragia di opere d’arte e contestualmente acquisirle per lo Stato Italiano e predisporre un luogo adatto alla loro conservazione, insomma realizzare un Museo Archeologico della città di Taranto.

Non era un compito facile e perdipiù Viola inizialmente sembra non averlo accolto con molto entusiasmo. Difficoltà di ogni genere gli si ponevano dinanzi, i rapporti con i costruttori ed i mercanti del posto inizialmente non erano dei migliori, gli scavi erano tantissimi e tante anche le emergenze archeologiche, difficile riuscire a star dietro a tale complessità con tempi così ristretti, interessi così grandi e mezzi così limitati. Viola chiedeva spesso aiuto al ministero, almeno per cercare di avere supporti logistici, ma anche economici per fronteggiare tale situazione, ma Fiorelli, che pure si adoperava per riuscire ad acquisire notizie e materiali, non sempre riusciva a coprire tutte le esigenze, e così si continuava a combattere una battaglia ed a perderne mille, con la speranza di non compromettere l’intera guerra. Un po’ come avviene anche oggi quando si parla di Beni Culturali.

Ciò che maggiormente scoraggiava era l’impossibilità di comprendere un percorso che potesse identificare i tracciati della città più antica, riuscire a mettere in ordine i rinvenimenti e le preziose testimonianze che pure gli scavi restituivano e delle quali pian piano il Viola veniva anche informato.

L’impotenza non aveva scoraggiato lo studioso che grazie alla rivista riusciva a pubblicare un po’ di quel materiale che riusciva a salvare, a reperire ed anche parzialmente  a studiare. Poco rispetto a tutto quello che scompariva, ma comunque qualcosa, e non mancavano le incoraggianti parole di Fiorelli.

Certo si era ancora molto lontani dalla realizzazione di una Carta Topografica della città alla quale Viola voleva allegare una vera e propria Storia della Città: insomma uno di quei cavalieri che volevano compiere l’impresa.

I rapporti con Fiorelli, il viaggio in Calabria con Lenormant, sembravano premiare il duro lavoro compiuto ed anche le energie profuse nel mantenere contatti con i costruttori e nel cercare di studiare e soprattutto trovare un luogo idoneo per poter allestire un degno Museo Archeologico a Taranto.

D’altra parte le operazioni di scavo del Borgo Nuovo avevano portato alla luce nuovi importantissimi reperti nelle zone di S. Lucia, sul Mar Piccolo, e Montedoro. Si parlava di ruderi antichi dei quali nessuno era in grado di stenderne un rilievo o una planimetria, ma Viola li descriveva nei suoi consueti rapporti e ciò bastava, al contrario i reperti rinvenuti andavano nelle mani e nelle tasche dei proprietari terrieri come Molco ed il solito Cacace. Lo stato cercava di intromettersi per evitare che tali oggetti prendessero le strade del mercato antiquario e con Molco qualche volta ci si riuscì senza evitare, tuttavia, interventi ben decisi sino a mettere mano ‘alle rivoltelle’.

Sul fronte Museo anche lì la partita era cominciata e gli interessi erano altissimi, da un lato l’onorevole Pietro d’Ayala Valva favorevole all’intervento dello Stato ed all’istituzione del Museo, dall’altro come sempre Cacace e l’avvocato Lo Re che aveva grossi interessi nel campo antiquario. Non che d’Ayala Valva non ne avesse, tuttavia, la sua villa a Taranto era già un piccolo, importante museo dell’Antica città. Nel frattempo tutto quello che si riusciva a recuperare finiva in una sorta di stanza adibita a deposito dell’Ufficio Scavi senza alcun ordine, né criterio di catalogazione. E Viola? Lui intanto continuava ad inseguire proprietari terrieri e mercanti che svendevano tesori tarantini come ad esempio Colucci e Liuzzi possessori di  pezzi unici che lo Stato e Viola non erano in grado di comprare.

Così andavano le cose a Taranto nel 1879 e non migliorarono negli anni seguenti sinchè negli anni ’80 sino al 1883 l’archeologo aveva destinato a deposito una stanza dell’Ufficio Scavi, ma tutto ciò non poteva essere di alcun aiuto alla conservazione del patrimonio tarantino. Occorreva istituire un Museo e trovare una sede adeguata. Ne nacque un’esigenza che non poteva essere più sottaciuta. Viola individuò nel convento di S. Pasquale, un immobile della chiesa dismesso ed acquisito dal Municipio, e in una delibera del 2 febbraio del 1884 lo stesso Municipio deliberò che quel convento diventasse la sede dell’Ufficio degli Scavi, di un deposito e di un Museo. Delibera fatta, ma chi si sarebbe accollato le spese di risistemazione degli edifici e di ristrutturazione per la realizzazione effettiva del Museo. Il progetto ricadde nelle sabbie mobili, ma fu qui che accadde una sorta di colpo di scena….

Nel 1885 Luigi Viola sposò la figlia del costruttore Cacace.

E’ chiaro che questo evento segnò una linea spartiacque non soltanto nella vita di Viola, ma anche nelle vicende che interessarono la costituzione di un Museo a Taranto e la stessa Archeologia della città.

Quell’archeologo inviato nella città dei traffici antiquari non solo era riuscito ad avere un dialogo con uno dei più sagaci proprietari terrieri, ma dal dialogo era passato a qualcosa in più, era diventato suo genero. Ora Viola poteva sostenere anche che da questo matrimonio ne avrebbe guadagnato la salvaguardia del patrimonio storico e archeologico della città, ma non poteva non esserci il sospetto che fosse proprio Viola, l’uomo dello Stato, ad aver saltato il fosso ed essersi imparentato con quel mondo di trafficanti.

E questo cambiamento nella vita e nell’etica di Viola sembro essere confermato qualche anno più tardi nel 1889 quando si presentò candidato sindaco della città.

Naturalmente Viola a questo punto più che un uomo di stato era divenuto un uomo potente e l’elezione a sindaco suggellò questa sua escalation. Naturalmente un salto del genere nascondeva forti interessi privati che coincidevano con i traffici dello stesso Cacace.

Una situazione ai limiti dell’illegalità ed infatti neanche un paio di anni dopo la Giunta Comunale fu sciolta per incapacità e illeciti amministrativi.

Da qui per Luigi Viola comincia una inesorabile parabola che lo porterà ad essere ‘forzatamente’ allontanato dalla città di Taranto e destinato prima a Napoli nel 1891 e fino al 1894, quando tornò brevemente a Taranto in un momento assai propizio, ossia in occasione del rinvenimento della Lex Municipii Tarentini un’iscrizione che, tradotta, avrebbe costituito un tassello imprescindibile per codificare la storia romana della città.

Viola si offrì di tradurla e per questo chiese un anno di congedo, anche se a dirla tutta, tale richiesta rispondeva più ad un ultimo, disperato tentativo di farsi riassegnare a Taranto come Ispettore Archeologo che altro. Impresa disperata anche perché al Ministero non c’era più Fiorelli ormai cieco ed in pensione a tutelarlo e il nuovo ispettore Paolo Orsi, inviato a Taranto potè constatare quanto Cacace ed il suo entourage avessero nuociuto a Taranto ed all’archeologia della città, puntando il dito su un episodio emblematico, la villa di Cacace a Crispiano, costruita con marmi e arredata con oggetti rinvenienti dai siti archeologici della città.

Ormai lo stato doveva confrontarsi con Cacace e quel modo di operare che avevano fatto di Taranto una città depredata della sua storia data in pasto al miglior offerente. E quel confronto non poteva che partire dall’allontanamento del Viola da Taranto. Dopo l’anno sabbatico venne gli vennero proposte improbabili destinazioni a Bologna e poi a Cividale, con un chiaro disegno ministeriale, a quel punto Viola andò in pensione e smise di fare l’archeologo tra il 1895 e l’anno successivo, proprio mentre a Taranto venivano scoperte le Thermae Pentascinenses, uno dei più importanti luoghi della Taranto antica con tanto di mosaici e rinvenimenti.

Orsi riportava tutto nelle Notizie dagli Scavi e sembrava che già qualche costruttore locale cominciasse a collaborare sul serio come lo stesso Cacace. Ma si era ancora tanto lontani dal raggiungere risultati significativi e le collaborazioni si arrestavano dinanzi al rinvenimento di oggetti preziosi, come gli argenti. Cacace aveva rinvenuto nei pressi della chiesa di S. Francesco alcuni vasi in argento dorato, una pisside, un kantharos ed un thymiaterion d’argento. Pezzi di grande importanza e pregiati. Come sempre lo Stato cercò, attraverso i suoi uomini di impedire che gli argenti prendessero altre strade, ma come sempre il maggior punto di disaccordo tra Cacace e lo Stato erano i soldi, e fu così che gli oggetti vennero venduti ai banchieri Rotschild per l’esorbitante cifra di 104.000 Lire. Pare che Cacace abbia poi devoluto la somma in beneficenza così come i Rotschild alcuni anni dopo donarono gli argenti al Louvre.

Poco prima lo stesso Paolo Orsi aveva potuto constatare lo strapotere di Cacace e di Vito Panzera, il ‘Lenone antiquario’, quando altri oggetti preziosi erano finiti nei Musei di Trieste per le vie dell’antiquariato semi clandestino con l’impotenza degli enti istituzionali a far confluire tali ricchezza nel Museo di Taranto. Ma tant’è che anche un altro piatto/coppa d’argento venne ceduto per 200 Lire, prezzo molto più modesto all’archeologo Mayer che se lo portò così al Museo di Bari dal quale venne poi ‘misteriosamente’ trafugato.

Sembrano storie da feuilleton, ma sono queste le vicende che ruotano attorno al Museo Archeologico di Taranto, alla sua costituzione, alla stessa conoscenza dell’antica storia della città.

Se qualcuno stenta a crederci il consiglio è: andate al Louvre, o andate al British Museum di Londra, guardate le stanze dedicate alla ceramica Apula e guardate le provenienze, molte sono ‘ignote’ altre ‘area tarantina’, altre ‘Taranto’ e poi date uno sguardo anche al periodo di rinvenimento. Così tanto per mettere in fila i pezzi di questo mosaico.

E Luigi Viola? Pare che dopo il suo ‘forzato’ prepensionamento ante litteram si fosse ritirato, guarda un po’, proprio a Taranto in una Masseria che aveva comprato in periferia della città in Contrada Solito. Ed in questa tenuta nel 1899 in modo del tutto casuale aveva rinvenuto una chiesa ipogeica che inizialmente aveva scambiato per l’insediamento di S. Maria in Muriavetere, ma che poi verrà identificata come la cripta del Redentore, ancora oggi visitabile in via Terni a Taranto.

Un crepuscolo graduale e forse anche dignitoso, Mommsen gli riconoscerà apprezzamenti per la decifrazione della lex Municipii Tarentini, anche se la sua figura sarà per sempre segnata e legata al cosiddetto  ‘lato oscuro’ della cultura tarantina, quella dello sfruttamento delle ricchezze svendute e smerciate al mercato antiquario. Luigi Viola aveva disatteso il grande progetto di cui aveva avuto modo di far parte: ricostruire la Storia Antica di Taranto e garantirne un Museo Archeologico importantissimo. Ma è anche vero che venne catapultato con troppa inesperienza in un contesto assai complesso dove c’erano forti interessi, molti illegali è vero, ma anche una sorta di atteggiamento non limpidissimo del giovane stato Italiano. In fondo la mancanza di soldi per far fronte agli acquisti più significativi, la mancanza di autorità per fermare gli scavi più disastrosi non erano imputabili a Viola soltanto così come le grandi committenze come quelle dell’Arsenale e del Canale Navigabile non erano forse realizzate su progetti non solo dell’Autorità Municipale, ma anche della Marina Militare.

Insomma interessi privati, ambivalenze dello stato, con in mezzo Luigi Viola figura di certo ambigua e contraddittoria come ebbe a scrivere anche il figlio Cesare Giulio nel suo romanzo intitolato non a caso ‘Pater’. La verità è che la figura di quest’uomo così come annota nelle conclusioni all’ottimo libro ‘Il Museo negato’ anche Cosimo D’Angela non può essere giudicata senza contestualizzarla nel clima politico, economico e culturale della Taranto di fine ‘800. Un clima che ha inciso profondamente nella città novecentesca e ne ha sempre condizionato le vicende, basti pensare che il Museo Archeologico venne inaugurato nel 1906 alla presenza del re Vittorio Emanuele III, ma l’epopea non finì mica così. Il Museo ha seguito le peripezie della città tra chiusure, parziali aperture e tutt’oggi non è visitabile interamente, anche se nelle sue stanze esistono lezioni importantissime per chi voglia capire qualcosa in più non solo di Taranto, o di archeologia, ma soprattutto di salvaguardia e tutela dei Beni Culturali in Italia in oltre due secoli di storia.

Università e Beni Comuni


 

 

DSCN9762Un tempo, e neanche tanto tempo fa, l’Università non era soltanto un luogo di formazione, ma anche e soprattutto un progetto urbano e culturale.

L’università significava anche recupero e restituzione di beni comuni ai cittadini e si richiamava a principi e decreti tra i più nobili della nostra Costituzione. E’ il caso di Bari, nella città vecchia, quando in S. Teresa dei Maschi un intero isolato con le sue pertinenze venne affidato in gestione ad un importante dipartimento, quello di Studi Classici e Cristiani, che in quei luoghi, un tempo appartenenti ad un pezzo di storia medievale e moderna della città, avrebbe formato archeologi, storici, storici dell’arte.

La storia di quei luoghi faceva parte di un progetto urbano più vasto che, con i pro e i contro tipici di queste iniziative, ha portato al recupero dell’intera città vecchia avvenuto a cavallo degli anni ’90. Ma era una storia cominciata molto prima, quando sul finire degli anni ’70 un gruppo di ragazzi che facevano arte, cinema e teatro avevano preso, per conto dell’Università, proprio quegli edifici da poco restaurati e restituiti alla città per realizzare degli spazi destinati alla cultura.

Cultura in una zona di frontiera, una zona da anni quasi dimenticata, isolata dalla città moderna che invece faceva del quartiere murattiano il proprio centro, identificando il centro storico con quello commerciale.

Quel lungo cammino, che gli urbanisti conoscono benissimo, era cominciato tanto tempo prima con i ‘piani urbanistici’ di difficile realizzazione che tendevano a ‘far incontrare’ il nucleo storico con la città. Un cammino che stava alla base di ogni intervento di restauro e tutela del borgo antico di Bari e costituiva altresì una vera e propria sfida sociale. Un po’ come aveva fatto Eugenio Barba con il suo teatro antropologico nel Salento, un po’ come la stessa Università di Bari avrebbe fatto nel 2011 a Taranto riscattando un edificio nel centro storico e degradato di quella città, la ex Caserma Rossarol, per riappropriarsene.

Un’operazione degna della Cultura con le lettere, tutte maiuscole, che oggi rischia di naufragare. Quella che si chiama spending review ha fortemente colpito l’Ateneo barese che gravita fra crisi economiche serissime e deboli segnali di ripresa, non in grado tuttavia di assicurare il mantenimento proprio di alcuni edifici, come quelli siti nel centro storico. Si parla di un necessario passaggio di consegne dall’Università a… (a chi?) forse il Demanio di una serie di edifici, come quelli di S. Teresa dei Maschi a Bari ed anche dell’ex Caserma Rossarol a Taranto.

Si comincerà, forse, da un gruppo di caseggiati, noti come Isolato 45, ubicati di fronte alla storica sede del Dipartimento di Studi Classici e Cristiani la quale conserva le testimonianze medievali  del ‘palmitello seu  strada di S. Gregorio de li Falconi’ dove poi i Carmelitani Scalzi avrebbero costruito la chiesa ed il convento di S. Teresa dei Maschi del quale questi edifici costituivano i locali di pertinenza. Inoltre l’isolato 45 si affaccia su uno dei pochi ‘giardini pensili’ della città, la Domus Milella, offrendone uno scorcio memorabile. Ancora questo stesso isolato confina con una cosiddetta Torretta medievale che determina il nome dell’attuale strada, la quale oggi in forma di torre era, nel Medioevo, un porta che affacciava sulla strada che collegava Bari a Ceglie e torretta internoche probabilmente si intitolava a S. Barbara.

Si comincerà da questi punti e via via tutto quanto, prima o poi, verrà lasciato dall’Università che nella politica dell’Austerity di questi anni non può sostenere il peso anche economico di continuare a occupare questi luoghi. Occupare e presidiare, direi, dal momento che è noto come spesso i centri storici siano stati, soprattutto nelle nostre città, il luogo dove da subito il degrado ha mostrato le sue ombre, da un punto di vista sociale e poi urbano. Ed il degrado è figlio dell’assenza della cultura. A proposito di ciò con l’isolato 45 avrà termine anche un piccolo e prezioso scrigno di cultura: la biblioteca che Pina Belli D’Elia qualche anno fa aveva donato proprio al Dipartimento di Studi Classici e Cristiani. Sono ivi contenuti migliaia di testi di storia dell’arte nonché materiale raccolto in anni di ricerca non soltanto da Pina Belli, ma anche da Michele D’Elia, già direttore dell’Istituto Centrale di Restauro. Certo la Biblioteca non verrà abbandonata, forse troverà altri luoghi anche meglio attrezzati per essere fruita ed utilizzata, non è la Biblioteca che andrà perduta, di certo verrà tutelata e per quanto possibile preservata. Chi ci perde in tutto ciò è la città, perché questo è un passo indietro della cultura nei confronti dei suoi cittadini. Succederà a Bari e probabilmente anche a Taranto perdendo così un patrimonio di sforzi e di cultura che è stato realizzato con grande fatica negli ultimi trent’anni e che costituisce un esempio di come il restauro e la tutela debba passare per una gestione del patrimonio solida e illuminata. Ma è proprio questo il problema che attanaglia la cultura non solo a Bari e in Puglia, ma a livello nazionale: una gestione che oggi sembra essere unicamente manageriale e forse un po’ cieca dal punto di vista culturale.

Proprio in questi giorni Salvatore Settis su Repubblica afferma  ‘Circola nei palazzi del potere la stolta ipotesi che un manager vale per principio più di uno storico dell’arte’ e guarda caso è proprio una biblioteca di storia dell’arte a segnare il travaglio di un piccolo, grande fallimento…

Un fallimento che un città, un’Università, un’intera società non dovrebbe permettere.

 

Storici dell’arte


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Quando un Ministro dei Beni Culturali arriva a vagliare l’idea di estromettere i Soprintendenti dai Grandi Musei italiani e di sostituirli con Direttori esterni (addizionati dalla qualifica anche di manager) ed anche di unificare le Soprintendenze tra Patrimonio Artistico e Architettonico (perché tanto sono tutte pressocchè inutili) significa non che si sta consumando una forma di negazione della storia dell’arte in Italia, ma che si è giunti alla fine di un processo di oblio di questo settore cominciato ormai anni fa.

Non si tratta, come spesso dicono i media, di un ammodernamento o meglio di sostituire  architetti e funzionari o anche archeologi agli storici dell’arte, piuttosto si tratta di rivendicare un ruolo del tutto marginale di questi ultimi per l’organizzazione, la gestione e la tutela del patrimonio artistico italiano.

E la spiegazione avviene proprio dall’uso che si fa delle parole come patrimonio, giacimento culturale, sfruttamento del patrimonio, gestione delle risorse culturali. Parole che in questi anni hanno affollato non solo i discorsi di politici, media, imprenditori, ma soprattutto disegni di legge, provvedimenti, fino a curricula e percorsi formativi allestiti da università e scuole.

Non quindi una rivoluzione, ma un lungo processo che ha portato ad una marginalizzazione giustificata della storia dell’arte. E’ vero che gli storici dell’arte per anni sono stati parecchio antipatici, spesso volutamente distaccati dal mondo dei comuni mortali, a metà strada fra la letteratura ed i salotti preziosi, con un linguaggio ai più incomprensibile, ma comunque ascoltato, anzi, rispettato. Tutto ciò non ha giovato alla categoria, di certo quando i grandi interpreti della materia da Longhi in poi hanno abdicato ai loro eredi ed infine ai loro epigoni tutto questo castello ha finito quasi per implodere, facendo della storia dell’arte una materia un po’ chic, da salotto buono, e quindi una materia che l’Italia non poteva permettersi.

Sono stati anche quegli stessi epigoni della storia dell’arte ad accettare tanti e forse troppi compromessi: dalla discussione dei curricula universitari di formazione, all’assoluto immobilismo delle Amministrazioni locali e nazionali dinanzi allo scempio perpetrato nei confronti dei beni culturali, sino alla paralisi di concorsi pubblici destinati a ‘storici dell’arte’ negli organi della Pubblica Amministrazione, dalle Soprintendenze ai Musei Nazionali e locali.

Tutto questo costituisce indubbiamente una colpa, che ha di volta in volta privilegiato, architetti, archeologici, oggi manager culturali e operatori del turismo culturale.

Ma tutto questo non può essere considerato a carico di una categoria che almeno negli ultimi vent’anni ha dovuto combattere per non scomparire e lo ha fatto con le proposte e le competenze che poteva spendere, sicuramente accettando compromessi indigesti, sicuramente formando in ambito accademico generazioni poco preparate a ‘conoscere’ prima ancora di gestire il patrimonio italiano, ma di certo operando in regime di necessità, emergenza, spesso anche di malcelato disprezzo della categoria.

Ora i Musei non sono specifico luogo di appartenenza degli storici dell’arte, così come non lo sono i corsi di Beni Culturali e gli Uffici delle Soprintendenze, ma la domanda è si può fare a meno degli storici dell’arte nei Musei, negli insegnamenti dei corsi di Beni Culturali, nelle Soprintendenze?

E se la risposta fosse no, perché questa categoria dovrebbe ancora una volta accettare compromessi considerando parole come gestione del patrimonio, ottimizzazione dei giacimenti museali, marketing culturale?

Perché questo è quanto è accaduto in questi anni, la stessa marginalizzazione della categoria ‘storico dell’arte’ deriva dalla centralità di questi temi.

Addirittura qualche anno fa Walter Veltroni fece rientrare tra i Beni Culturali il Cinema e da quel momento molta parte degli assessori ai Beni Culturali delle Amministrazioni Locali provengono dal Cinema e promuovono in varie regioni, proprio come la Puglia, il Cinema. Questo non sarebbe un atto così scandaloso se fosse equilibrato da una altrettanto attenta politica di salvaguardia dei beni culturali, dei monumenti o dei Musei. Invece è proprio in questi settori che la voce degli storici dell’arte si è fatta sempre meno impetuosa sino a diventare un flebile lamento che oggi appare nei trafiletti di giornale o su qualche iniziativa di solidarietà della rete.

Ma la domanda è hanno perso gli storici dell’arte? Non soltanto loro molti dei quali sono stati anche complici di questo processo, ha perso la storia dell’arte dell’Italia.

Un Museo come gli Uffizi di Firenze, la Galleria dell’Accademia, la Galleria Borghese, il Cenacolo Vinciano è esso stesso un bene culturale che va tutelato e quindi conosciuto, non sfruttato.

Eppure tutto questo sembra oggi ridursi alla solita guerra tra poveri: architetti contro storici dell’arte, archeologi contro architetti, storici dell’arte contro archeologici.

Perché si continua a parlare di professionalità nascondendo l’evidenza della nostra stessa storia e così facendo si esaltano professionalità altre spesso legate ad altre tradizioni, purtroppo meno nobili, ma altrettanto utopistiche come quelle dei manager della cultura spesso figli proprio di quei corsi di marketing culturale avviati ormai alcuni anni fa, voluti per rimodernare i processi culturali italiani svecchiando quell’idea della cultura basata sulla conoscenza fine a se stessa e dimenticando che questo paese ha una cultura tale che invece ‘può bastare a se stessa’.

 

Ma tant’è…….