L’oltre adriatico tra gli ulivi di Puglia


Spesso per descrivere viaggi ed itinerari si finisce a parlare di luoghi, di cose viste o vedere , di fotografie di una specie di vacanza.

Altre volte invece un itinerario può portare alla scoperta di persone e personaggi della storia, che fanno di un luogo una memoria, lontana nel tempo.

E’ questo il caso di Balsignano un luogo che andrebbe consigliato come tappa di un itinerario nella Terra di Bari per tante ragioni, ma è anche un luogo che propone un viaggio attraverso i personaggi che ne hanno determinato la storia soprattutto nel medioevo.

A Balsignano un personaggio spesso citato ma fino a poco tempo fa poco conosciuto anche dagli storici, nella seconda metà del ‘200 divenne protagonista di una storia che legò il casale nel territorio di  Modugno ad un’area diffusa che sovrastava i confini della Puglia e si estendeva sino alle coste dell’Albania, quella terra luogo di conquiste prima da parte degli Svevi e poi degli Angioini: il nome di questo personaggio era Giacomo da Balsignano.

Costui fu al centro di una intricata vicenda, come ha ultimamente accertato lo storico Francesco Violante, che legò la Puglia all’Oriente Balcanico e dalmatino da un lato e la dinastia sveva a quella di Carlo I d’Angiò.

Personaggio principale di tutta questa vicenda fu Filippo Chinardo, uno dei favoriti di Federico II, cipriota, che ricevette dal sovrano i feudi di Auricarro e Palo.  In seguito Filippo ebbe i feudi di Conversano , Turi, Rutigliano, fu feudatario di Terlizzi, castellano di Bari e signore di Acquaviva, amministrò per conto di Manfredi alcuni domini in Epiro come Corfù, Valona, Durazzo, Butrinto , Canina e Berat in un periodo compreso tra il 1247 ed il 1254 e fino alla sua morte avvenuta nel 1266. Devoto e fedelissimo di Manfredi, Filippo Chinardo aveva di fatto ostacolato la politica di Carlo I d’Angiò di estendere i domini angioini in Epiro e sulla costa orientale. Alla sua morte dunque il sovrano francese tirò un sospiro di sollievo che, tuttavia durò molto poco dal momento che si ritrovò sulla sua strada un devoto vassallo di Filippo Chinardo, appunto Giacomo da Balsignano, già castellano di Valona e Kanina e strenuo difensore dell’asse filo svevo.

Ora perché si chiami Giacomo da Balsignano non è chiarito dai documenti, quasi tutti contenuti nei Registri della Cancelleria Angioina; forse Balsignano era il suo luogo di nascita, forse ne era feudatario e da lì la derivazione del nome, fatto sta che Giacomo diventò una figura centrale nelle politiche angioine della seconda metà del ‘200 relative all’area adriatica.

Sarebbe impossibile raccontare episodi della sua vita in forma di romanzo perché inevitabilmente si cadrebbe nell’errore o nella forzatura della storia, che invece è fatta di documenti e di rapporti diplomatici. Infatti Carlo I nel 1269 assediò Gallipoli facendo prigionieri i baroni filo svevi ribelli, tra questi vi era il fratello di Giacomo, Filippo. Quest’ultimo diviene mezzo di scambio nei rapporti tra Carlo I e Giacomo: la libertà di Filippo in cambio di Valona, castello e avamposto della costa albanese dell’Epiro. La trattativa, condotta spesso da Carlo I in persona con Giacomo, durerà almeno quattro anni dal 1269 al 1274. Giacomo oltre alla libertà del fratello avrebbe garanzie di mantenere i propri possedimenti in Puglia ed in Italia meridionale, nonché alcuni possedimenti in Epiro ed anche la concessione per i figli del Chinardo di costruire una fortezza proprio nel territorio di Valona.

Ma le promesse del sovrano dovranno attendere soprattutto che la controffensiva dell’esercito bizantino convinca Giacomo ad abbandonare finalmente Valona e ritirarsi da ricco e potente feudatario a Balsignano, dove tuttavia morirà poco dopo.

Insomma sembra ci sarebbero tutti gli elementi per una fiction medievale che ha al centro dei propri interessi un casale nelle campagne di Modugno e l’Albania, una storia che sembrava già essere annunciata in un documento di circa trecento anni prima quando si diceva che proprio a Balsignano esisteva un piccolo castello (castellutzo) appartenuto a gente dalmata (de ipsi dalmatini), dalmati da identificarsi come più generiche etnie di oltre adriatico, quindi anche albanesi o epiroti. Una storia che dopo molti secoli si è ripetuta tragicamente con gli sbarchi degli anni ’90 che ci hanno fatto comprendere quanto sia stretto il legame fra le nostre terre e quell’oltremare così vicino…

Se Giacomo da Balsignano fosse stato un fedele vassallo della corrente filosveva che si contrapponeva all’avanzata dell’angioino Carlo I, dopo quasi mezzo secolo l’intero casale si ritrovò al centro di un’altra e ben più sanguinosa  vicenda: quella che vide contrapposti i rami unghere-durazzeschi e quelli francesi-napoletani della stessa dinastia angioina. Ancora una volta Balsignano è schierato dalla parte ‘orientale’ ossia da quella del ramo durazzesco della dinastia.

Domenico da Gravina, notaio e cronista d’eccezione di questa complicatissima e cruenta lotta dinastica che interessa la Puglia, ma anche la Campania, per un arco cronologico di oltre cinque anni, dal 1349 al 1354, meriterebbe di per sé un itinerario in base a quanto descritto nel suo lavoro. Tuttavia in questa occasione occorrerebbe rivolgere l’attenzione sul casale affidato a due nuntii o caporales, Simoncello e Iaconus Angelus, posti a controllo e difesa delle strutture di un insediamento che veniva ritenuto difficile da espugnare.

Eppure in un momento di distrazione degli ungheresi e dei due nuntii,  le truppe filo francesi, guidate dal terribile arcivescovo di Bari Bartolomeo Carafa, conquistano il pur ben difeso casale di Balsignano con l’inganno e riescono a far prigionieri i due nuntii ai quali spetterà un punizione esemplare e terribile al tempo stesso: verranno loro amputate le mani.

A quel punto l’arcivescovo Carafa affiderà la gestione del casale a tale Macciotto di Carbonara il quale pensa a far insediare nel castello il fratello già abate di S. Vito di Polignano, tale Guglielmo e con lui una decina di uomini poco raccomandabili, insomma una cricca di delinquenti benedetti dalla diocesi barese.

E questo sarà un momento tra i più cupi della vita del casale e dei suoi abitanti quasi peggiore di quello vissuto alla fine del ‘200 quando Balsignano venne affidato a Ruggero della Marra, signore barlettano che fece di tutto per farsi odiare dagli abitanti di Balsignano sino al 1311 anno della sua morte.

Ma è meglio non divagare  e tornare alle vicende di metà ‘300 che vedono ancora il casale al centro di una contesa che, come spesso accade, rimane nascosta all’ombra del più importante ed esteso conflitto della dinastia angioina. In questo caso i ruoli dei contendenti vengono recitati da Bartolomeo Carafa e suoi seguaci contro il protontino Franco de Carofilio che cerca disperatamente di opporsi alla volontà filo angioina dell’arcivescovo e nel frattempo fortifica il casale e con l’aiuto degli abitanti di Balsignano chiede un bonus sul contratto d’affitto di Balsignano ai monaci di Aversa che sin dal XII secolo erano stati i proprietari di Balsignano.

La storia poi continuerà a lungo con altri censuari, fittavoli, feudatari di Balsignano, che continueranno a tenere le sorti del casale attraverso altri episodi belli come la guerra franco-spagnola dei primi del ‘500.

Ma questa è ormai la storia, mentre il nostro vuole essere un itinerario che lega indissolubilmente un insediamento ubicato nelle campagne baresi a fatti e personaggi che ricuciono le distanze con un oltre adriatico perlopiù durazzesco e albanese, spesso sotteso nelle notizie delle fonti ma che sembra voler riemergere prepotentemente ogni volta che ci si addentra nelle vicende di questi uomini.

Giacomo da Balsignano, Simoncello e Jaconus Angelus, sembrano essere i protagonisti spesso dimenticati di una vicenda che non si può ricostruire oltre le parole citate dalle fonti per non incorrere nella tentazione di farne un racconto poco vero, ma che sembra seguire quel filo conduttore che partiva dalla notizia del X secolo quando a Balsignano era citato un ‘castellutzo de ipsi dalmatini’, gente che veniva da oltre adriatico, gente che apparteneva a quella cultura mediterranea che teneva le proprie radici saldamente radicate nella terra di Bari.

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