Itinerari contromano


Accade spesso a chi nella scuola organizza gite e viaggi di istruzione di seguire itinerari che vadano a coniugare la bellezza con il patrimonio culturale della nostra penisola.

Si delineano in questo modo itinerari spesso definiti ‘classici’ sulla base anche della vicinanza/lontananza dei posti, ma anche dell’interesse di luoghi e monumenti integrandoli ai programmi curriculari ed extracurriculari trattati nell’anno scolastico o in quelli precedenti.

Vengono così scelti, tra gli altri, luoghi come la Toscana, l’Umbria, Venezia, l’area vesuviana con la visita agli scavi di Pompei ed Ercolano. Vi è un programma dettagliato che quasi sempre presuppone anche una minima preparazione degli studenti, fatta in classe, sui luoghi da visitare ed in più una puntuale organizzazione di visite guidate per meglio comprendere caratteri storici di monumenti ed affreschi, dinamiche di musei o case di artisti e letterati, percorsi naturalistici illustrati per poter conoscere meglio le caratteristiche del territorio oggetto della visita.

Tutto questo dovrebbe essere finalizzato a produrre un interesse da parte degli studenti che poi venga esaudito durante la visita che per questo motivo si chiama ‘di istruzione’.

In questi anni ho visto nell’ordine:

  • Ragazzi ‘stravolti’ da itinerari che si trasformano in ‘via crucis’ considerando la loro lunghezza e complessità;
  • Ragazzi completamente disinteressati a ciò che sta loro davanti, nonostante gli sforzi di guide con tanto di auricolari e microfoni;
  • Un calderone di spiegazioni spesso difficoltose su elementi che ricadono su competenze di storia dell’arte, nella maggior parte dei casi, di archeologia, anche qui in buona parte, di scienze applicate, in qualche caso, di storia, in qualche caso, di letteratura italiana, in pochissimi casi, di scienze, anche qui in pochissimi casi;
  • Una volta mi è anche capitato di vedere un monaco francescano ad Assisi che spiegava la delicatezza degli affreschi lì presenti puntando loro contro un piccolo laser per indicare meglio lacune e distacchi…il bello è che non lo faceva soltanto lui, ma nella Basilica tutte le guide ne erano dotate;
  • Un’altra volta sono finito nella Casa di Leopardi e si era tutti in fila, attenti a non toccare, neanche per sbaglio i tomi della biblioteca, da ammirare con disperatissimo sguardo;
  • Infine alla Reggia di Caserta guardando, audio muniti, sale su sale con la difficoltà di distinguerle l’una dall’altra, condite da un’aneddotica altrettanto ricca ma francamente difficile da ricordare.

In tutti questi casi il mio sentimento è sempre stato quello di una sconfitta, ragazzi stanchissimi, spesso poco attenti, fattori di distrazione esterne preponderanti, sguardi spesso rassegnati di volenterose guide ed altrettanto volenterosi docenti.

Da qualche parte c’è un errore ed effettivamente, a pensarci bene, se ne potrebbe stilare una lista di grandi errori a cominciare dagli itinerari per poi finire alle nozioni forzatamente infuse ai ragazzi ed a quelle fornite in un ipotetico periodo preparatorio al viaggio di istruzione.

Io l’ho fatto, ho modificato spesso gli itinerari, gli obiettivi, la preparazione e, qualche volta, ho anche cercato di scegliere le guide più adatte. Se pensate che tutto ciò abbia prodotto risultati positivi vi sbagliate di grosso così come io stesso mi sbagliavo. Addirittura ad un certo punto ho anche pensato che quei ragazzi non si meritavano un percorso che magari attraversava i paesaggi più belli dell’Italia, li portava nelle chiese più preziose e nei musei più ricchi del nostro paese per avere in cambio soltanto quell’aria annoiata e stanca di chi non vede l’ora di tornare sull’autobus o in albergo per ‘far casino’ coi propri compagni.

Finchè un giorno ho notato una cosa: ero al Louvre e quindi non in Italia ed ho visto un numero esorbitante di turisti tutti davanti alla ‘Monna Lisa – la Gioconda’ di Leonardo, gente che si accalcava dinanzi alle cortine contenitive alla disperata ricerca di una foto da scattare (lì all’epoca era ancora vietato fotografare quindi sarebbe meglio dire di una foto da rubare) a qualunque costo, rovesciando bottiglie di acqua minerale, schiacciando piedi e sandali, protendendo braccia e camicie sudate. Uno spettacolo, soprattutto osservare poi la dispersione di quella folla stanca che dopo aver ‘rapito’ la propria di Gioconda a seconda dei casi attraversava il grande Museo più o meno interessatamente alla ricerca infine di un punto ristoro, di un bar o di una toilette. Sembravano i nostri ragazzi, soltanto cresciuti.

Naturalmente ad osservare da tale punto di vista, queste scene si ripetevano sempre, nelle visite degli scavi di Pompei, così come agli Uffizi e in ogni luogo. Quei ragazzi eravamo tutti noi spesso incuranti della nostra stessa cultura.

Mi venivano spesso in mente le parole attribuite a Federico Zeri quando voleva impedire che tutte quelle masse maleodoranti di turisti affollassero un luogo sacro come la Cappella Sistina. Mi sono ricordato anche delle parole di Salvatore Settis quando parla di Venezia come un feticcio riprodotto in ogni parte del mondo e dello stress che subisce quasi ogni giorno quella città sotto il ‘peso’ di milioni di visitatori che ne ‘calpestano’ le calli, riempiono di rifiuti e cartacce le piazze più belle, tutti alla ricerca di quell’immagine di una città/ideale della pubblicità e del marketing che sarebbe meglio vederla dal ponte di una grande nave da Crociera che l’attraversa dalla laguna alla Giudecca passando davanti a S. Marco (‘Se Venezia Muore’). Mi sono anche venute alla mente alcune recenti pagine scritte da Francesco Erbani su Pompei, quando ricorda dei passi di enormi quantità di turisti che percorrono via dell’Abbondanza e di guide e accompagnatori che si affannano a descrivere una realtà così complessa che non è visitabile per circa due terzi e che propone casi emblematici di gestione e valorizzazione dei beni culturali del nostro territorio.

Mi sono venute in mente tante cose e soprattutto ha cominciato a frullare nella mia testa la possibilità di condurre i ragazzi in uno di questi luoghi, fermarsi in un punto che fosse panoramico tanto da poter osservare cosa ‘fanno gli altri’, quelli che protendono macchine fotografiche o telefonini su ogni muro, quelli che semplicemente con i telefonini ci giocano o chattano disinteressandosi completamente a qualsiasi cosa, quelli che, come è pure accaduto di recente, per colpa di un telefonino e di molta distrazione rischiano di distruggere quadri e opere d’arte, quelli che semplicemente lamentano stanchezza,  fame sete e ogni legittima scusa per fuggire da tali torture. Sarebbe divertente. Farebbe pensare e molto. I ragazzi probabilmente comincerebbero a criticare i turisti, ma alla fine vedrebbero lo specchio di se stessi, così come io ho spesso rivisto me stesso, quando sono andato a rubare il mio feticcio dell’arte, quando ho guardato con sufficienza le Madonne di Giotto, Cimabue e Duccio nella prima sala degli Uffizi e non mi sono mai girato a guardare lo splendido Crocifisso alle mie spalle (identificato con un numero 434 ma probabilmente attribuibile a Coppo di Marcovaldo o a qualcuno a lui molto vicino). Quando anch’io sono andato a Pompei e francamente non ci ho capito molto, ho soltanto annotato sul mio personale taccuino di viaggio il disagio di visitare un sito così importante immerso in una realtà quasi completamente stravolta, dove sembravano dominare più che i muri dell’antica città le campane del Santuario.

Ho riso anch’io di quei turisti ‘culturali’ che leggevano le guide del Touring cercando affannosamente quadri e dipinti in un museo e poi altrettanto affannosamente i caratteri e l’importanza degli stessi. Ma poi, dopo un po’ ho smesso di ridere e di criticare ed ho guardato i miei ragazzi in gita mentre sedevano sulla Fontana maggiore di Perugia, in barba alla bottega di Giovanni e Nicola Pisano ed alla grandezza della scultura italiana del XIII secolo. Avrei dovuto dire qualcosa, avrei dovuto parlar loro di tutto questo e non sono riuscito a farlo e questo è un fallimento.

Ma il successo non sta nell’indottrinare, ma nel risvegliare le curiosità e le emozioni e per far questo occorre fermarsi su un poggio, riprendere fiato e rifare gli itinerari, ma questa volta all’incontrario. Per riuscire a scoprire che il brutto dell’Italia abita nello stesso luogo dove sta il bello e che se uno semplicemente si fermasse un momento senza la necessità di rubare una foto feticcio, un ricordo da bancarella se ne accorgerebbe e quel luogo diventerebbe un po’ più suo che è poi la condizione fondamentale di ogni visita di istruzione: andiamo a vedere ciò che ci appartiene, le stanze ed i giardini di una casa memorabile che abbiamo comunque ereditato e sarebbe bene cominciare anche a rispettare.

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