Arte e comunicazione


Esiste un modo per ‘comunicare’ le cose ed i fatti dell’arte?

Esiste un linguaggio meno scontato di quello riportato nelle dichiarazioni ufficiali, nei progetti, nei sistemi della didattica attuali che si rivolga ai cittadini con l’intento di formarli in modo appropriato ed onesto e metterli nelle condizioni di condividere il patrimonio culturale italiano?

E’ di sicuro una sfida questa cominciata ormai da molto tempo e, secondo me, non ancora vinta. Sono molteplici le cause di questo prolungarsi della partita: ci metterei una forte tentazione specialistica che a volte affiora anche nelle migliori delle intenzioni, altre volte al contrario la tentazione di raccontare ed inventare che prende la mano, di sicuro i motivi meno nobili che hanno protratto questa sfida sono quelli legati agli interessi particolari, politici o professionali che siano.

Facciamo un esempio: la pittura di Bisanzio o bizantina. Ne siamo pieni, così pieni che sembra quasi che, quando non sappiamo più cosa dire, affermiamo con aria seria, beh queste pitture sono di certo di matrice bizantina. Queste icone, poi, non possono che essere bizantine. Sin qui tutto bene, ma provate un po’ a spiegare in giro cosa significhi pittura bizantina, a quale periodo appartenga ed anche a quali luoghi vada riferita.

Sino a qualche tempo fa un testo di riferimento in tal senso consisteva in un solido mattone di oltre 600 pagine scritto da Lazarev, tante pagine per spiegare un titolo facile facile: ‘La pittura Bizantina’. Non solo, a quest’esimio studioso se ne aggiungevano altri esimi o meglio esimi di lui dai nomi come Grabar, Weitzmann, Kitzinger e molti altri. Questo lungo e doveroso elenco alcune volte vien fatto anche da alcune guide turistiche (tra le più preparate) e sortisce strani effetti sulle espressioni di chi magari sta guardando un’icona o un affresco. L’affannarsi di chi spiega in realtà non contribuisce al diradarsi delle facce a punto interrogativo, ma tutti quei nomi finiscono per rientrare nel giudizio sulla guida, o sul professore, ‘bravo quello lì conosceva autori difficili e sconosciuti’, ma certo poco funzionali….ed invece quei nomi sarebbero funzionali perché quando uno casca a spiegare la Pittura Bizantina dovrebbe premettere ‘signori ci stiamo addentrando in un vero casino…’e questi nomi che sembrano venir fuori soltanto per fare scena sono soltanto alcuni che dalla Russia agli States (in una sorta di par condicio planetaria) hanno tentato di dare una spiegazione.

Parliamo di due aspetti che riguardano la pittura Bizantina: se può definirsi pittura dai caratteri orientali, e poi delle icone.

  1. Bisanzio, poi Costantinopoli, è l’attuale Istanbul, Turchia, quindi Oriente. La pittura bizantina prende il nome da quella città, quindi sarebbe una pittura orientale, tra l’altro si diffonde in Grecia, poi nella Penisola Balcanica, arrivando sino alle chiese ortodosse della Russia. Beh a questo punto è di certo una pittura orientale anche se poi di pittura bizantina si parla anche in Italia, lungo la fascia adriatica, da Venezia alla Puglia e poi anche giù in Sicilia. Ecco questo è un punto di vista errato secondo me: se la pittura bizantina è orientale o occidentale non dipende da ‘dove’ si diffonde ma da ‘perché’ si diffonde in modo così ampio. E la risposta sta nel fatto che Bisanzio è una capitale dell’Impero Romano, capitale di quello orientale sino alla deposizione di Romolo Augustolo in Occidente, poi unica capitale dell’Impero. Insomma nel fatidico 476, ma vi posso assicurare anche prima, la corte di Costantinopoli è un vero luogo privilegiato, per la politica e per la cultura e quindi per la pittura. E quella che viene realizzata a Costantinopoli è la pittura dell’impero, la pittura bizantina si diffonde perché proviene dalla capitale del ‘vecchio’ impero romano, che non è che ‘crolla’, ma sopravvive sino al XV secolo nella parte orientale, mentre invece si contamina in occidente. Ora se le cose cambiano in modo repentino in occidente e se questa ‘caduta’ così terrificante ci sia stata davvero è una bella storia che un altro dal nome strano e composto ha raccontato (Ward Perkins) e che qui non sto tanto a riprendere. Però è una bella storia che finisce con questa affermazione che vale la pena di citare ‘Prima della caduta di Roma i Romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre e senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera’. Bel termine sicumera sta per sicurezza, ed in questo caso anche stoltezza forse.

Insomma adesso fate voi se Bisanzio e pittura bizantina indica un modo per definire una pittura orientale oppure un modo di espressione che rivendica la nobiltà di un impero attraverso i secoli, le culture…. Per me vale la seconda e con la seconda si spiegano anche tante altre cose.

  1. Per esempio una cultura così importante non poteva, come da canovaccio o romanzo d’autore o cronaca se preferite, non essere ad un certo punto messa in crisi. Oggi oltre la Turchia lo Stato Islamico minaccia popoli e opere d’arte, ma nell’VIII secolo la distruzione di ogni raffigurazione sacra venne decretata non da uomini di differenti religioni ma da cristiani ortodossi che con Leone III l’Isaurico, introdussero l’iconoclastia termine difficile che significa distruzione delle immagini sacre. Il perché ha una spiegazione elementare: non si potevano adorare e pregare immagini che raffigurassero Dio, Gesù, Madonna perché questo era considerato sacrilegio, in quanto le immagini venivano paragonate un po’ ai simboli, ai feticci e non alla realtà. Interessante fu la conseguenza di tutto ciò. Innumerevoli quadri, mosaici affreschi vennero distrutti, e non per niente si chiama furia iconoclasta. Una delle chiese più belle di Costantinopoli, la S . Sofia venne quasi del tutto privata di affreschi e mosaici. Ma gli iconoclasti cercavano soprattutto quei quadretti sacri, detti icone, dove spesso era raffigurata la Vergine con il Bambino per distruggerli. E qui viene fuori una bella storia: mezza e più che mezza inventata ma assai diffusa. Chi salvò questi quadri dalla furia degli iconoclasti? Parecchi scritti perlopiù di scrittori del ‘700 e dell’800 riportano quasi come una cantilena l’intervento per così dire eroico dei ‘monaci basiliani’ che a rischio della propria vita imbarcarono un certo numero di icone dai lidi orientali e le portarono fino in occidente, dove della furia iconoclasta pare importasse ben poco a parecchi. Fu così che tantissime icone approdarono in Italia, in Puglia e fino a Roma. Tantissimi furono i santuari provvisti di icone della vergine, salvate dai Basiliani, e assai spesso custodite nelle grotte, e poi casualmente ritrovate. Basta farsi un giro per santuari ed una guida ve ne parlerà, un libretto ricorderà queste vicende che ormai si ripetono come una cantilena popolare. Che poi i monaci basiliani….chi sono? Chi ha studiato una certa cultura che ha a che fare con le grotte e che per questo si chiama rupestre ammette che i monaci di San Basilio fossero perlopiù monaci eremiti che preferivano vivere in solitudine e che per questo motivo si rifugiassero in grotte ed anfratti e lì custodivano tali icone. Ma i conti non tornano e, se tornano, tornano poco. Le icone scampate dalla distruzione in Oriente, in Occidente divennero dei modelli sui quali vennero realizzate altre icone quasi tutte raffiguravano le Vergine con il Bambino e divennero arredo per le chiese e le Cattedrali. E si sa che i modelli sono una cosa importante, veicolo di cultura ed in questo caso di devozione. Ed allora bisognava salvare queste icone e soprattutto salvare tutta l’arte e la pittura bizantina chè non poteva mica diventare aniconica, termine difficile che significa senza immagine. E tutto venne salvato proprio da una riflessione sulle parole. Ci pensarono molto, ci pensarono quelli che oggi chiameremmo anche filosofi, come Paolo Damasceno e tutto si risolse in un concilio a Nicea, il secondo dei grandi concili della cristianità che si svolsero a Nicea. Vi dicevo si giocò sulle parole: icona deriva dal greco είκον che significherebbe immagine, ma anche specchio ed eccola lì la soluzione, le icone erano specchi nei quali si rifletteva l’immagine del divino. Allora via libera, alla devozione, all’arte ed alla cultura bizantina.

004 roma odighitria pantheon

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2 pensieri su “Arte e comunicazione

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