Idee di Patrimonio


verybello

Ci si occupa molto spesso di Patrimonio in Italia.

Negli ultimi anni, anzi, occuparsi di questo aspetto, il più delle volte legato ai Beni Culturali, ha avuto buoni risultati in termini di riflessioni pratiche e teoriche legate alla tutela e salvaguardia dei beni culturali del nostro Paese.

Ne sono stati interpreti su tutti Salvatore Settis, Tomaso Montanari, Paolo Maddalena, con loro si sono alzate, a volte in modo anche contradditorio, voci politiche ed accademiche, tecniche e legislative. Anche noi in questo stesso blog abbiamo dedicato delle pagine alla legislazione, alla salvaguardia, alla tutela dei Beni Culturali, abbiamo anche denunciato alcuni episodi come quello della sorte dell’Isoltato 49 dell’Università degli Studi di Bari, abbiamo integrato queste notizie con gli articoli e le segnalazioni presenti sul sito che gestiamo www.pugliaindifesa.org .

In tutti questi casi si parla di Patrimonio sostanzialmente mettendo in evidenza due aspetti fondamentali: l’idea, legata addirittura alla Costituzione, del Patrimonio come eredità dei nostri Padri che tocca accudire e difendere, l’altra idea ossia quella di Patrimonio inteso come valore patrimoniale, peggio ancora mercificazione, dell’enorme eredità artistica e culturale dell’Italia.

E’ un adagio che va avanti ormai da molti anni, si potrebbe addirittura datare intorno al 2002 quando il Governo decise di valorizzare, nel senso di dare un valore al nostro patrimonio artistico, di conseguenza Salvatore Settis pubblicò l’omonimo libro nel quale si ponevano le basi per la strenua e articolata difesa e denuncia rispetto a quello che la politica intendeva fare del nostro stesso passato o, se preferite, del nostro tesoro.

Sono passati oltre dieci anni e la battaglia ha infuriato manifestandosi con alcuni scontri aperti fatti di denunce e querele, altri scontri meno diretti passati attraverso libri, interviste, articoli di giornali, ma anche provvedimenti legislativi, decreti come l’ultimo conosciuto come ‘Sblocca Italia’.

Se dovessi parlare di tutto questo avrei ad oggi una nutritissima bibliografia fatta di libri spesso riconducibili proprio a Settis e Montanari, un cospicuo numero di articoli giornalistici da quelli de ‘Il fatto Quotidiano’, a quelli di ‘Repubblica’ sino a quelli de ‘Il sole 24 ore’, infine un buon numero di interventi in trasmissioni televisive da alcuni reportage di ‘Report’ e ‘Presa Diretta’ sino alla serie di ‘Petrolio’, trasmissione prodotta sempre dalla RAI.

Un intricatissimo percorso che porterebbe all’intreccio di affari, politica, salvaguardia o non salvaguardia dei Beni Culturali e soprattutto del paesaggio molto spesso ridotti a cartoline o slogan, un marketing che non rinnega la propria maliconia quando viene sacrificato sull’altare del profitto e della valorizzazione.

Tutto abbastanza noto tanto che oggi si possa addirittura covare un irrispettoso sospetto che tali dispute in fondo convengano, in termini di notorietà, ma anche di profitto un po’ a tutti, a quelli che speculano e anche a quelli che difendono che nel frattempo speculano in interventi, notorietà ed anche indagini e articoli ‘pagati’ su questi temi.

Non è un caso che soprattutto negli ultimi dieci anni molti sono stati ideati e realizzati innumerevoli corsi universitari sui Beni Culturali. Facoltà di Lettere, ma anche facoltà scientifiche hanno puntato sulla tutela e sulla salvaguardia del patrimonio artistico e culturale. Corsi specialistici che hanno avuto come obiettivo quello di formare tecnici, ma anche semplici addetti alla tutela dei Beni Culturali. Corsi che spesso hanno riscosso un discreto successo sistemandosi su un binario parallelo o integrativo ai curricula universitari più classici di lettere o addirittura divenendo propedeutici per eventuali successive specializzazioni universitarie, master, o Scuole di Restauro.

Difficile stabilire quanti studenti abbiano in questi anni frequentato spesso con passione e profitto questi corsi, migliaia probabilmente in tutta Italia, altrettanto difficile stabilire con precisione l’economia di ricerca e di finanziamenti interuniversitari ed europei che tali soluzioni didattiche e curriculari abbiano determinato. Più facile analizzare a distanza, appunto di oltre dieci anni, quelli che sono stati i risultati di tali ‘visioni’ di economia accademica e progettuale.

La grossa crisi economica, ma anche di risultati e di numeri, che ha colpito le Università italiane negli ultimissimi anni, ha rivelato, tra le altre cose, come la maggior parte di quei corsi sui Beni Culturali possano essere diventati piuttosto ingombranti anche alla luce di quanta sinergia con il mondo dell’impiego e più in generale del lavoro abbiano saputo esprimere in tempi di crisi.

In tal modo i tecnici sono un po’ per volta diventati esperti, poi conoscitori, poi ancora divulgatori e via così adeguandosi alle sigle che di volta in volta richiedeva il mercato per la verità sempre più avaro di possibilità. Si è lavorato su progetti, poi su iniziative e cooperative, poi ancora su piccole aziende basate su filoni e brand spesso turistici piuttosto che conoscitivi e culturali.

Insomma un’incalzante corsa ad adeguarsi che oggi sembra ormai essersi rivelata piuttosto fallimentare.

Sono proprio le stesse Università a rivelarlo: molti di questi corsi quando non vengono soppressi sopravvivono stancamente, con un numero ormai poco significativo di iscritti ed una motivazione di fondo che riesce soltanto a schernirsi dietro i discorsi che riguardano la crisi globale e quella particolare di ogni istituto accademico.

Al contrario emergono alcune punte come quelle di coloro che ce l’hanno fatta a raggiungere un posto negli uffici tecnici dei comuni, o addirittura in quelli delle soprintendenze, o meglio ancora nelle Università, spesso con formule di precariato quasi mai con formule di contratti a tempo indeterminato. Basterebbe osservare questo aspetto, formularne alcuni calcoli statistici per rendersi conto di quanto le politiche di didattica sui Beni Culturali di questi ultimi dieci o vent’anni al massimo siano stati efficaci. E non credo che il conto finale sia esaltante, soprattutto riguardo le esigenze o almeno le aspettative di quanti si siano impegnati da studenti in questo senso.

Come appare evidente da queste brevi note i Beni Culturali, i Monumenti, le Opere d’Arte, in questi casi rimangono in disparte, spesso viste come un obiettivo, a volte come una chimera da raggiungere, altre volte sono lo sfondo, la quinta , dove si svolgono molte delle scene di tale rappresentazione che spesso assume forme drammatiche altre volte da commedia. Fatto sta che ragionando, leggendo informandosi, insegnando, lavorandoci, a volte, sui beni culturali, e considerando tali situazioni c’è da porsi un quesito che mi sembra diventi sempre più stringente: quanto ed in quale misura i beni culturali abbiano bisogno di reale salvaguardia e quanto invece siano le strutture quali università, politica, progetti ad avere bisogno dei Beni Culturali. Ed in questo scontro, spesso dai tratti titanici, le vittime sarebbero tutti coloro che in questi anni hanno frequentato corsi e specializzazioni e che oggi gravitano nelle maglie di una crisi che continua a divorare i monumenti ed a invocare l’intervento di specialismi a basso prezzo?

Dunque quel Patrimonio da tutelare di cui si parlava prima siamo proprio sicuri che si identifichi ancora con le pietre ed i monumenti e non con le persone che per anni hanno studiato e che oggi sono valutate o svalutate come preferite come pezzi da rottamare?

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