Università e Beni Comuni


 

 

DSCN9762Un tempo, e neanche tanto tempo fa, l’Università non era soltanto un luogo di formazione, ma anche e soprattutto un progetto urbano e culturale.

L’università significava anche recupero e restituzione di beni comuni ai cittadini e si richiamava a principi e decreti tra i più nobili della nostra Costituzione. E’ il caso di Bari, nella città vecchia, quando in S. Teresa dei Maschi un intero isolato con le sue pertinenze venne affidato in gestione ad un importante dipartimento, quello di Studi Classici e Cristiani, che in quei luoghi, un tempo appartenenti ad un pezzo di storia medievale e moderna della città, avrebbe formato archeologi, storici, storici dell’arte.

La storia di quei luoghi faceva parte di un progetto urbano più vasto che, con i pro e i contro tipici di queste iniziative, ha portato al recupero dell’intera città vecchia avvenuto a cavallo degli anni ’90. Ma era una storia cominciata molto prima, quando sul finire degli anni ’70 un gruppo di ragazzi che facevano arte, cinema e teatro avevano preso, per conto dell’Università, proprio quegli edifici da poco restaurati e restituiti alla città per realizzare degli spazi destinati alla cultura.

Cultura in una zona di frontiera, una zona da anni quasi dimenticata, isolata dalla città moderna che invece faceva del quartiere murattiano il proprio centro, identificando il centro storico con quello commerciale.

Quel lungo cammino, che gli urbanisti conoscono benissimo, era cominciato tanto tempo prima con i ‘piani urbanistici’ di difficile realizzazione che tendevano a ‘far incontrare’ il nucleo storico con la città. Un cammino che stava alla base di ogni intervento di restauro e tutela del borgo antico di Bari e costituiva altresì una vera e propria sfida sociale. Un po’ come aveva fatto Eugenio Barba con il suo teatro antropologico nel Salento, un po’ come la stessa Università di Bari avrebbe fatto nel 2011 a Taranto riscattando un edificio nel centro storico e degradato di quella città, la ex Caserma Rossarol, per riappropriarsene.

Un’operazione degna della Cultura con le lettere, tutte maiuscole, che oggi rischia di naufragare. Quella che si chiama spending review ha fortemente colpito l’Ateneo barese che gravita fra crisi economiche serissime e deboli segnali di ripresa, non in grado tuttavia di assicurare il mantenimento proprio di alcuni edifici, come quelli siti nel centro storico. Si parla di un necessario passaggio di consegne dall’Università a… (a chi?) forse il Demanio di una serie di edifici, come quelli di S. Teresa dei Maschi a Bari ed anche dell’ex Caserma Rossarol a Taranto.

Si comincerà, forse, da un gruppo di caseggiati, noti come Isolato 45, ubicati di fronte alla storica sede del Dipartimento di Studi Classici e Cristiani la quale conserva le testimonianze medievali  del ‘palmitello seu  strada di S. Gregorio de li Falconi’ dove poi i Carmelitani Scalzi avrebbero costruito la chiesa ed il convento di S. Teresa dei Maschi del quale questi edifici costituivano i locali di pertinenza. Inoltre l’isolato 45 si affaccia su uno dei pochi ‘giardini pensili’ della città, la Domus Milella, offrendone uno scorcio memorabile. Ancora questo stesso isolato confina con una cosiddetta Torretta medievale che determina il nome dell’attuale strada, la quale oggi in forma di torre era, nel Medioevo, un porta che affacciava sulla strada che collegava Bari a Ceglie e torretta internoche probabilmente si intitolava a S. Barbara.

Si comincerà da questi punti e via via tutto quanto, prima o poi, verrà lasciato dall’Università che nella politica dell’Austerity di questi anni non può sostenere il peso anche economico di continuare a occupare questi luoghi. Occupare e presidiare, direi, dal momento che è noto come spesso i centri storici siano stati, soprattutto nelle nostre città, il luogo dove da subito il degrado ha mostrato le sue ombre, da un punto di vista sociale e poi urbano. Ed il degrado è figlio dell’assenza della cultura. A proposito di ciò con l’isolato 45 avrà termine anche un piccolo e prezioso scrigno di cultura: la biblioteca che Pina Belli D’Elia qualche anno fa aveva donato proprio al Dipartimento di Studi Classici e Cristiani. Sono ivi contenuti migliaia di testi di storia dell’arte nonché materiale raccolto in anni di ricerca non soltanto da Pina Belli, ma anche da Michele D’Elia, già direttore dell’Istituto Centrale di Restauro. Certo la Biblioteca non verrà abbandonata, forse troverà altri luoghi anche meglio attrezzati per essere fruita ed utilizzata, non è la Biblioteca che andrà perduta, di certo verrà tutelata e per quanto possibile preservata. Chi ci perde in tutto ciò è la città, perché questo è un passo indietro della cultura nei confronti dei suoi cittadini. Succederà a Bari e probabilmente anche a Taranto perdendo così un patrimonio di sforzi e di cultura che è stato realizzato con grande fatica negli ultimi trent’anni e che costituisce un esempio di come il restauro e la tutela debba passare per una gestione del patrimonio solida e illuminata. Ma è proprio questo il problema che attanaglia la cultura non solo a Bari e in Puglia, ma a livello nazionale: una gestione che oggi sembra essere unicamente manageriale e forse un po’ cieca dal punto di vista culturale.

Proprio in questi giorni Salvatore Settis su Repubblica afferma  ‘Circola nei palazzi del potere la stolta ipotesi che un manager vale per principio più di uno storico dell’arte’ e guarda caso è proprio una biblioteca di storia dell’arte a segnare il travaglio di un piccolo, grande fallimento…

Un fallimento che un città, un’Università, un’intera società non dovrebbe permettere.

 

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