Storici dell’arte


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Quando un Ministro dei Beni Culturali arriva a vagliare l’idea di estromettere i Soprintendenti dai Grandi Musei italiani e di sostituirli con Direttori esterni (addizionati dalla qualifica anche di manager) ed anche di unificare le Soprintendenze tra Patrimonio Artistico e Architettonico (perché tanto sono tutte pressocchè inutili) significa non che si sta consumando una forma di negazione della storia dell’arte in Italia, ma che si è giunti alla fine di un processo di oblio di questo settore cominciato ormai anni fa.

Non si tratta, come spesso dicono i media, di un ammodernamento o meglio di sostituire  architetti e funzionari o anche archeologi agli storici dell’arte, piuttosto si tratta di rivendicare un ruolo del tutto marginale di questi ultimi per l’organizzazione, la gestione e la tutela del patrimonio artistico italiano.

E la spiegazione avviene proprio dall’uso che si fa delle parole come patrimonio, giacimento culturale, sfruttamento del patrimonio, gestione delle risorse culturali. Parole che in questi anni hanno affollato non solo i discorsi di politici, media, imprenditori, ma soprattutto disegni di legge, provvedimenti, fino a curricula e percorsi formativi allestiti da università e scuole.

Non quindi una rivoluzione, ma un lungo processo che ha portato ad una marginalizzazione giustificata della storia dell’arte. E’ vero che gli storici dell’arte per anni sono stati parecchio antipatici, spesso volutamente distaccati dal mondo dei comuni mortali, a metà strada fra la letteratura ed i salotti preziosi, con un linguaggio ai più incomprensibile, ma comunque ascoltato, anzi, rispettato. Tutto ciò non ha giovato alla categoria, di certo quando i grandi interpreti della materia da Longhi in poi hanno abdicato ai loro eredi ed infine ai loro epigoni tutto questo castello ha finito quasi per implodere, facendo della storia dell’arte una materia un po’ chic, da salotto buono, e quindi una materia che l’Italia non poteva permettersi.

Sono stati anche quegli stessi epigoni della storia dell’arte ad accettare tanti e forse troppi compromessi: dalla discussione dei curricula universitari di formazione, all’assoluto immobilismo delle Amministrazioni locali e nazionali dinanzi allo scempio perpetrato nei confronti dei beni culturali, sino alla paralisi di concorsi pubblici destinati a ‘storici dell’arte’ negli organi della Pubblica Amministrazione, dalle Soprintendenze ai Musei Nazionali e locali.

Tutto questo costituisce indubbiamente una colpa, che ha di volta in volta privilegiato, architetti, archeologici, oggi manager culturali e operatori del turismo culturale.

Ma tutto questo non può essere considerato a carico di una categoria che almeno negli ultimi vent’anni ha dovuto combattere per non scomparire e lo ha fatto con le proposte e le competenze che poteva spendere, sicuramente accettando compromessi indigesti, sicuramente formando in ambito accademico generazioni poco preparate a ‘conoscere’ prima ancora di gestire il patrimonio italiano, ma di certo operando in regime di necessità, emergenza, spesso anche di malcelato disprezzo della categoria.

Ora i Musei non sono specifico luogo di appartenenza degli storici dell’arte, così come non lo sono i corsi di Beni Culturali e gli Uffici delle Soprintendenze, ma la domanda è si può fare a meno degli storici dell’arte nei Musei, negli insegnamenti dei corsi di Beni Culturali, nelle Soprintendenze?

E se la risposta fosse no, perché questa categoria dovrebbe ancora una volta accettare compromessi considerando parole come gestione del patrimonio, ottimizzazione dei giacimenti museali, marketing culturale?

Perché questo è quanto è accaduto in questi anni, la stessa marginalizzazione della categoria ‘storico dell’arte’ deriva dalla centralità di questi temi.

Addirittura qualche anno fa Walter Veltroni fece rientrare tra i Beni Culturali il Cinema e da quel momento molta parte degli assessori ai Beni Culturali delle Amministrazioni Locali provengono dal Cinema e promuovono in varie regioni, proprio come la Puglia, il Cinema. Questo non sarebbe un atto così scandaloso se fosse equilibrato da una altrettanto attenta politica di salvaguardia dei beni culturali, dei monumenti o dei Musei. Invece è proprio in questi settori che la voce degli storici dell’arte si è fatta sempre meno impetuosa sino a diventare un flebile lamento che oggi appare nei trafiletti di giornale o su qualche iniziativa di solidarietà della rete.

Ma la domanda è hanno perso gli storici dell’arte? Non soltanto loro molti dei quali sono stati anche complici di questo processo, ha perso la storia dell’arte dell’Italia.

Un Museo come gli Uffizi di Firenze, la Galleria dell’Accademia, la Galleria Borghese, il Cenacolo Vinciano è esso stesso un bene culturale che va tutelato e quindi conosciuto, non sfruttato.

Eppure tutto questo sembra oggi ridursi alla solita guerra tra poveri: architetti contro storici dell’arte, archeologi contro architetti, storici dell’arte contro archeologici.

Perché si continua a parlare di professionalità nascondendo l’evidenza della nostra stessa storia e così facendo si esaltano professionalità altre spesso legate ad altre tradizioni, purtroppo meno nobili, ma altrettanto utopistiche come quelle dei manager della cultura spesso figli proprio di quei corsi di marketing culturale avviati ormai alcuni anni fa, voluti per rimodernare i processi culturali italiani svecchiando quell’idea della cultura basata sulla conoscenza fine a se stessa e dimenticando che questo paese ha una cultura tale che invece ‘può bastare a se stessa’.

 

Ma tant’è…….

 

 

 

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