Economia e mercato dei beni culturali


 

Questo intervento non sarà accompagnato da immagini.

In generale si sta assistendo ad una personificazione del Mercato, probabilmente non siamo lontani da una sua divinizzazione. ‘Come si può spiegare altrimenti l’insistenza sulla volontà dei mercati, sulle ragioni dei mercati, sulla fiducia dei mercati, sul giudizio dei mercati?’. Se lo domanda Salvatore Settis nel suo ultimo libro ‘Azione Popolare’.

Se il Mercato, o meglio la Persona o addirittura Dio-Mercato, sta segnando in modo indelebile la politica, la società e la stessa economia non è difficile immaginare cosa stia provocando al riguardo dei Beni Comuni, dell’ambiente, del paesaggio, dei Beni Culturali. La prima cosa cui si è portati a pensare è che il Mercato abbia marginalizzato la Cultura, l’abbia messa in gabbia, tagliandole i fondi. Non è così, anzi magari fosse soltanto così!

Negli anni ’80 Gianni De Michelis aveva lanciato un’idea che si concretizzò in una serie di atti relativi ai ‘Giacimenti Culturali’. La cultura, in tutte le sue forme, veniva così equiparata non più soltanto ai beni, comuni e non, ma ad una risorsa, economica e di mercato, così come poteva esserlo un giacimento di petrolio.

Sembrava l’evoluzione di quella formula, coniata alla fine degli anni ’60 dalla Commissione Franceschini, che definiva, l’arte, la storia, la letteratura, le tradizioni popolari, come ‘Beni’ Culturali.

Anche in quel caso il passaggio da Bene a Giacimento non costituì una promozione della Cultura, ma fece imboccare una nuova strada che avrebbe inesorabilmente condotto al concetto di ‘Patrimonio’ Culturale, ossia di un gruzzolo, fatto di arte, letteratura, tradizioni popolari e altro, che si poteva vendere, svendere, promuovere, immettere sul Mercato, insomma un prodotto dalla chiara valenza economica.

Quel processo, avviato ormai trent’anni fa ha raggiunto oggi effetti a volte devastanti altre volte portati al limite del ridicolo. Esistono due autori, il primo è Salvatore Settis, l’altro è Tomaso Montanari, che nei loro lavori hanno più volte messo in risalto le conseguenze di tutto questo. Dalla sistematica ‘distruzione’ di paesaggi, territori, beni artistici e culturali, alla loro vendita, peggio ancora alla loro propaganda. Montanari diceva, nel 2011, che l’arte era diventata una escort di lusso della vita pubblica italiana (‘A cosa serve Michelangelo’), ma non aveva ancora scoperto che ‘La madre di Caravaggio è sempre incinta’ (2012), così come Salvatore Settis nel suo libro ‘Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale’ del 2002 non poteva immaginare quanto accaduto oggi, con un passaggio di natura squisitamente finanziaria che ha fatto di gran parte di quel patrimonio una svendita senza alcun acquirente, anzi con uno soltanto: i grandi Istituti Bancari.

E Montanari sottolinea come sia emblematico che le fantomatiche spoglia di Caravaggio siano oggi custodite nella filiale di Porto Santo Stefano della Cassa di Risparmio di Firenze.

Per sintetizzare da questo punto di vista si evincono due scenari: la s/vendita di un patrimonio paesaggistico e culturale e la sua cartolarizzazione. Oggi sappiamo quanto valgono le Dolomiti (866 294 euro), dichiarate per ‘federalismo demaniale’ proprietà della Regione Veneto, così come la Valle dei Templi di Agrigento della Regione Sicilia. Oggi vediamo i grandi beni come il Colosseo ‘venduti’ a chi ha sovvenzionato il restauro (Della Valle), così come era accaduto agli affreschi della Sistina anni fa con la Nippon TV che ne sovvenzionò i restauri assicurandosi l’esclusiva su ogni immagine di Michelangelo & C.

L’elenco potrebbe continuare a lungo includendo anche le operazioni appoggiate dal Sindaco di Firenze Renzi per il rifacimento della facciata di S. Lorenzo a Firenze e per le indagini a Palazzo Vecchio per rintracciare il dipinto della ‘Battaglia di Anghiari’ di Leonardo. Ma per non far torto a nessuno e citare anche esempi di cartolarizzazione di opere d’arte anche in centri minori va citato anche il ritrovamento in quel di Acerenza (Lucania) di una tavola con l’autoritratto di Leonardo, promosso come di mano dello stesso maestro.

E’ questo non soltanto un elenco di mesti falsi, lontani anni luce dalle famose teste di Modigliani, ma anche un elenco di quanto la promozione di notizie, scoop, eventi, abbia quello strano sapore di pianificazioni ben studiate, con la complicità della stampa e con un fine di promozione  di una località, di un’amministrazione, di una mostra. E il potere della stampa è ben noto in questo campo, si pensi ai disegni di Caravaggio giovane che quest’estate sono stati promossi in E-book nientemeno che da ADN KRONOS.

A questo punto la domanda legittima che lo stesso Montanari si fa è questa: dinanzi a tutto ciò che ruolo hanno storici dell’arte, intellettuali?

Questo introduce almeno altre due conseguenze della promozione e della cartolarizzazione del patrimonio, ossia la promozione e la cartolarizzazione della cultura, dalla scuola all’università.

Più o meno durante gli stessi anni durante i quali si affinava il processo che portò dai Beni Culturali sino ai Giacimenti e infine al Patrimonio Culturale, le istituzioni accademiche e scolastiche si allineavano a tali piani di marketing introducendo insegnamenti e corsi di laurea che partendo dai canonici Beni Culturali, giungevano sino agli Operatori dei Beni Culturali, sino agli Operatori Turistici dei Beni Culturali. Stesso fenomeno riguardava le scuole che istituivano curricula formativi che pian piano si ‘professionalizzavano’ verso il settore turismo e marketing e che per questo attingevano a piene mani dai Beni Culturali. Un sistema che inizialmente scorreva parallelo alla cultura canonica, fatta di insegnamenti di Storia dell’Arte, Archeologia, Architettura, infine vi si sovrapponevano, arrivando a sostituirli del tutto. Non è una scoperta rilevare come siano state tagliate le ore di storia dell’arte nei licei e di come gli insegnamenti universitari ed i corsi di laurea di più recente istituzione abbiano pian piano modificato i nomi dei corsi lasciando magari quella sigla (L-Art o L-Ant) soltanto per valore forse affettivo o forse interessatamente affettivo.

Un’esperienza che ha prodotto alcuni risultati evidenti: una caduta di valore degli stessi contenuti degli insegnamenti, del livello di informazioni fornite agli studenti, degli interessi stessi degli studenti più inclini a conoscere quale professionalità acquisire piuttosto che quali conoscenze, infine una produzione di laureati e diplomati che hanno intasato un settore come quello turistico e culturale. Come per la personificazione del Mercato si è verificata la personificazione di uno dei suoi nipoti: il turista culturale. A lui si sono dedicati studi, ricerche, ma anche interventi concreti con la realizzazione di itinerari, regolarmente provvisti di ristoranti alberghi, relais, perché anche se culturale un turista ha diritto a rilassarsi e mangiar bene. Si è arrivati al punto di far passare una nave da crociera nei canali di Venezia.

Finché tutto questo non è collassato! E il giorno del collasso è stato quello in cui si è pronunciata la fatidica frase ‘Con la cultura non si mangia’. E non perché la frase fosse assolutamente vera e incontestabile, ma perché tutti quelli che l’hanno udita, forti di precarie preparazioni o di coscienze legate a fin troppi compromessi, non hanno saputo controbattere.

Se sei vegetariano in un paese desertico non mangi, così come se pretendi di realizzare un’industria per le trote sulle rive di un laghetto finisci per fallire….sarebbe stata una possibile risposta.

Ma non la migliore.

Guardate una delle cose migliori che esistono ancora sui libri di scuola (sic!) è quella definizione di popolo che sta nei manuali di geografia fa più o meno così: ‘non necessariamente si deve pensare ad un popolo come a tutti quegli esseri umani che sono entro i confini di uno stato o di una regione, bensì a tutti quegli uomini che hanno in comune, storia, cultura, lingua e tradizione’. Altrimenti tutti penserebbero per davvero che gli italiani sono nati dopo il 1861.

Quella storia e quella cultura sta nei nostri monumenti che, molte volte, anzi il più delle volte, diventano preziosi soprattutto per le informazioni sul nostro passato che ci forniscono. Sono stati testimoni di grandi epoche, così come grandi devastazioni, hanno visto chiese e imperi crollare, così come castelli e monasteri essere distrutti, eppure alcuni sono ancora lì e riescono a parlare a chi conosce gli strumenti della storia.

Ed è la storia che ci dice come tutti i mercati e le economie non sono altro che il sintomo di un processo, di distruzione e di rinascite. ‘Giovanni Arrighi ha distinto quattro grandi periodi egemonici : genovese- iberico (secc. XV-XVII), olandese ( secc. XVI-XVIII), britannico (secc. XVIII-XX), e infine americano (fino a oggi). Ciascuno di essi ha una fase terminale caratterizzata da accentuata finanziarizzazione: la febbre che annuncia il tracollo, il passaggio a un’altra egemonia’ (da Settis).

La ‘cultura non si mangia’ è un concetto superato da tempo come si vede ed è anch’esso un’operazione di marketing finanziario foraggiato da chi, speriamo, le ha tentate tutte per far fruttare questo patrimonio ed è riuscito soltanto a dilapidarlo…. già la rivincita della cultura, della storia e dell’arte comincia proprio quando nessuno più la sbatte in prima pagina ed allora piano piano questa comincia a produrre i suoi frutti ed a goderne sono quelli che hanno avuto pazienza oppure soltanto quelli che conoscevano i tempi ed i modi di questa fioritura.

Buona Fortuna

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