Dalla res al bene – Il problema della salvaguardia e della conservazione


 Quando nel 1964 la Commissione Franceschini affrontò e diede una definizione al concetto di bene risolse uno di quei problemi che hanno accompagnato la storia del patrimonio culturale italiano e quindi della stessa nazione nei secoli.

Se la definizione che un oggetto d’arte è innanzitutto un oggetto aveva spianato un percorso certo e sostanzialmente aveva classificato la storia dell’arte come storia di cose, tuttavia aveva lasciato insoluti alcuni dilemmi: quali erano gli oggetti che avevano valore d’arte, se i quadri le sculture o gli stessi monumenti e che valore avevano quegli oggetti d’oro d’argento, di tessuti preziosi, i libri e gli antichi codici che riempivano le dimore di antichi principi e gli arredi di tante chiese? Questo per quel che riguardava il valore artistico, in diretta conseguenza la definizione giuridica altrettanto importante quando ci si poneva il controllo del patrimonio artistico e culturale italiano sempre vittima di spoliazioni esportazioni spesso clandestine o di vere e proprie razzie.

Leggi che impedivano l’esportazione di beni artistici dalle più importanti città d’arte italiane erano state promosse sin dal XVI e XVII sec., ma sarà proprio all’indomani dell’unificazione dello stato italiano che tale problema si imporrà con grande evidenza.

Senza stare a ripercorrere la storia legislativa della nozione di patrimonio artistico sinteticamente riportiamo che sin dal ‘700 ci si pose il problema tra conservazione reale e conservazione legale, che nell’800 lo sforzo maggiore per la definiz. di bene lo fecero letterati come Cattaneo e storici dell’arte come Cavalcaselle infine nel ‘900 Longhi e Argan portarono avanti il concetto di monumento e quello di cosa d’arte che in sostanza sono i termini giuridici che ricompaiono nella legge del 1939.

Sulla definizione di cosa d’arte si è già detto aggiungiamo soltanto che con tale definizione si pose attenzione soprattutto su materiale che stava alla base dell’oggetto e questo assumerà grande importanza soprattutto quando si affronterà il problema dei restauri e ci si incamminerà sul campo minato che riguarda l’uso di materiali di sintesi rispetto a quelli originari.

Per quel che riguarda invece il concetto di monumento si apre un vero e proprio problema: quello di far rientrare nella definizione soltanto le emergenze, artistiche e architettoniche. Sarà un capitolo che accompagnerà decisamente la storia del ventennio fascista e farà registrare quegli sciagurati sventramenti di nuclei storici e urbanistici, a Roma come a Milano, Genova e Brescia, proprio per la politica di far emergere il grande monumento sacrificando ad un apparato scenografico tutto il tessuto storico-urbanistico che lo circondava. Un esempio su tutti Via della Conciliazione a Roma con l’emergenza della Basilica di S. Pietro.

Con i lavori della Commissione Franceschini si arrivò ad una definizione che ridava alla cosa d’arte il ruolo di testimonianza di civiltà. Si definirono due dimensioni, quella giuridica e sociale. perchè il patrimonio culturale italiano se è vero che doveva essere tutelato da leggi, è anche vero che necessitava di una tutela e manutenzione ordinaria che soltanto una coscienza sociale del bene artistico poteva determinare. In realtà tale problema dell’identità di patrimonio artistico e culturale con il luogo era apparso in tutta la sua evidenza già alla fine dell’800 quando il Governo Crispi ordinando un grande censimento delle opere d’arte su tutto il territorio nazionale aveva registrato non solo l’urgenza di una catalogazione più appropriata ma anche aveva annotato uno stato di emarginazione dell’arte rispetto al luogo. La comunità sociale spesso era completamente ignara del proprio patrimonio artistico e quindi culturale e di conseguenza i beni culturali erano ignorati e vivevano in una condizione di emarginazione.

Sarà nel 1902 quando anche in Italia viene varata una legge sulla tutela del patrimonio culturale che si comincerà ad affacciare il problema di dare non solo una sistemazione teorico/giuridica ai Beni culturali ma anche un contenuto sociale questo per avvicinare tale patrimonio alla società con la consapevolezza che l’intera Italia in realtà costituiva un bacino artistico e culturale.

Problemi che vennero affrontati proprio con i lavori della Commissione Franceschini e con quella definizione di testimonianza di civiltà che da un lato dava gli strumenti per avvallare un concetto giuridico e dall’altro restituiva alla società il proprio patrimonio. Inoltre con tale definizione si spazzava il campo dalle dispute per l’attribuzione del valore artistico ad un oggetto. Non più soltanto i valori formali facevano di un oggetto un opera d’arte, ma anche il proprio valore di testimonianza di civiltà. In pratica patrimonio diventava la stupefacente emergenza monumentale come l’architettura rurale testimonianza della vita contadina e per questo di una certa civiltà. Con tale ottica venivano tutelati non soltanto i grandi palazzi e le più importanti chiese, ma anche quel tessuto urbano e storico che attestava la vita di una comunità attraverso i secoli. Oltre il discorso urbanistico e architettonico rientravano anche i beni artistici, le testimonianze archivistiche, librarie, etnologiche, archeologiche e paletnologiche ed in più i parchi ed i giardini.

Insomma tutto quello che attestava la storia di una comunità, anche le scoperte scientifiche. Lungo questa linea potrebbe tracciarsi l’evoluzione del museo da luogo delle meraviglie – la wunderkammer ottocentesca- a luogo ibernato e emarginato dalla società alla speranza di renderlo luogo di ricerca e conservazione – inevitabile- di tutti quegli oggetti , dalle statue ai quadri fino ai libri agli strumenti della scienza alle mappe che attestano le varie fasi della città- che hanno fatto la storia delle nostre civiltà.

 

Il problema della tutela giuridica del patrimonio culturale risale al ‘500 e ‘600 con angolazioni diverse rispetto ai giorni nostri. Mentre in passato la tutela si limitava a porre un limite, peraltro incerto, all’esportazione di opere d’arte dal nostro paese , ai giorni nostri a tale problema che non è stato risolto del tutto se ne è aggiunto un altro, quello di conservare gli oggetti d’arte presenti in ogni luogo del paese, dalla corruzione dovuta agli agenti atmosferici, al degrado, alla consunzione dei materiali.

Data una definizione al concetto di bene culturale sono emerse una serie di urgenze:

-la conoscenza del patrimonio, quindi documentazione e catalogazione

– restauro ripristino e manutenzione

– organizzazione di enti centrali e periferici atti ad operare sul territorio.

Quest’ultimo punto è al centro di un dibattito che si svolge sin dai primi decenni del secolo. Infatti l’unità nazionale ha rischiato di cancellare quell’organizzazione di controllo locale che invece esisteva quando vi erano gli stati preunitari. L’amministrazione artistica si è dibattuta sin dal 1923 sul ruolo e soprattutto sull’autonomia che gli enti amministrativi periferici dovessero avere rispetto al governo centrale.

Si è passati da forme di accentuata autonomia che ha rischiato di favorire l’evolversi di localismi spesso vittime di politiche speculative o campanilistiche, per arrivare a forme di accentramento esasperato che hanno finito per favorire politiche di parziale recupero del patrimonio culturale nazionale. I rapporti tra centro e periferia hanno rappresentato il dibattito più acceso e le figure dei sovrintendenti nel corso di questi decenni hanno subito diverse accezioni.

Negli intenti il Sovrintendente dovrebbe rappresentare un funzionario dello stato che coerentemente con le politiche di quest’ultimo operi da tecnico -ossia conoscitore dei beni culturali- e da amministratore – in grado di rendere operativo ogni intervento avanzando domande formali al governo centrale-. Naturalmente alla figura del sovrintendente se ne devono aggiungere altre, tra tecniche e amministrative, che lo possano coadiuvare. Detto questo va visto quello che in realtà è stato il rapporto tra centro e periferie e quello che è stato il ruolo assunto in questi anni dalla figura del sovrintendente.

Già alla morte di Cavour si attenuò la politica del liberismo e si accentuò la centralizzazione – in quel caso si ebbe la piemontizzazione del paese- e lo stesso avvenne nel 1923 quando venne posta sotto censura ogni forma di autonomia periferica che si è protratta per tutto il ventennio fascista . Conseguenza di questo accentramento è stata la perdita di ogni potere di intervento da parte dei sovrintendenti e la loro stessa figura da essere tecnico/amministrativa ha finito per essere soltanto quella di un burocrate.

Mancando un intervento diretto e consapevole sul territorio ne hanno risentito i beni culturali, spesso abbandonati o addirittura non riconosciuti, vittime delle grande emergenze monumentali che accentravano l’attenzione nelle grandi capitali e di pratiche burocratiche che ne affogavano ogni tipo di intervento.

Il centralismo amministrativo in realtà ha rivelato soltanto immobilismo delle istituzione accentuando quelle divisioni fra organi come Sovrintendenze, Università, Musei che ha finito per paralizzare ogni tentativo di tutela e salvaguardia a cominciare dalla stessa catalogazione.

Le denunce della Commissione Franceschini e finalmente l’Istituzione nel 1975 di un Ministero dei beni culturali ha definitivamente riconosciuto la funzionalità degli organi periferici e soprattutto ha rivolto maggiore attenzione all’integrazione fra questi. In realtà sebbene il sovrintendente sulla carta avrebbe riacquistato la funzione tecnica oltre a quella amministrativa, all’atto pratico le sovrintendenze rimangono affogate tra la pratiche di natura burocratica e lo stesso personale appare inadeguato. Impiegati assunti come custodi che svolgono mansioni per le quali non sono competenti, personale tecnico che scarseggia senza poi parlare di tecnici veri e propri – cronica mancanza di architetti, storici dell’arte suddivisi in modo ineguale in tutta la penisola…- fattori che hanno segnato la difficile agilità di un organo che avrebbe nelle intenzioni dovuto avere un rapporto continuo con il territorio.

Oggi si parla di delegare poteri di intervento alle Regioni, Province e soprattutto Comuni, dunque una maggiore particolarità di intervento, che sarebbe anche condivisibile a patto che si mantengano presupposti di specializzazione tecnica e integrazione con le direttive centrali, uniche in grado di garantire una vera e propria politica culturale, e non soltanto interventi dettati dall’urgenza.

 

Per scaricare i volumi della Commissione Franceschini

 

http://www.bianchibandinelli.it/libri/libri_1967comm.htm

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