Osservazioni a margine del Maestro di Isacco


La reticenza di chiunque si occupi di storia dell’arte di scrivere qualsiasi appunto relativo alla figura del Maestro di Isacco ad Assisi non può che essere giustificata.

Si tratta, infatti, non soltanto di affrontare la vicenda di un gradissimo pittore che nella Basilica francescana lascia soltanto due capolavori (Le storie di Isacco), ma anche di considerare tutti i commenti, le aperture critiche, le ipotesi ed anche le discussioni che in tanti anni sono state al centro dell’attenzione di importanti studiosi e critici d’arte: da Angiola Maria Romanini, a Federico Zeri, da Luciano Bellosi ad Alessandro Tomei.

Occorre, dunque entrarci in punta di piedi, senza pretendere di offrire soluzioni, che sarebbero ancora ipotesi e ricostruzioni forzate, banalmente inutili se non supportate da ulteriori elementi certi, soprattutto in un blog che, tuttavia offre la possibilità di esprimere almeno un punto di vista.

In sintesi la vicenda è così riassunta: esistono nella seconda campata della parete destra di Assisi due affreschi che raffigurano le Storie di Isacco, sono ubicate appena sopra le tre scene giottesche relative all’Approvazione della Regola, alla Visione del Carro ed alla Visione dei Troni. Sconosciuto il nome del pittore che abbia eseguito tali affreschi, ci sono almeno tre grandi correnti di pensiero:

–        che si possa trattare di un pittore di Scuola Romana, Federico Zeri aveva fatto il nome di Cavallini

–        che possa essere il frutto di una collaborazione di bottega nella quale riconoscere anche il giovane Giotto; c’è anche chi ha avanzato l’idea che gli affreschi fossero in realtà realizzati interamente dal giovane Giotto

–        infine la tesi fascinosa e spiazzante di A. M. Romanini che si tratti di una testimonianza (sarebbe unica) vicina ad Arnolfo di Cambio, architetto e scultore cresciuto nella Bottega di Nicola Pisano.

Il periodo durante il quale la decorazione pittorica della Basilica Assisiate la sintetizza A. Tomei ponendola durante i pontificati di Niccolò III (1277-1280) e Niccolò IV (1280-1292), datazione quest’ultima indicata da Bellosi come anno finale per gli affreschi pregiotteschi assisiati, ma dalla quale lo stesso Tomei prende le distanze affermando che  dal 1291 parecchi pittori romani con in testa Torriti dovettero abbandonare il cantiere perché richiamati a Roma dal papa per completare i mosaici di S. Giovanni in Laterano e S. Maria Maggiore. Ed è proprio qui che avviene una cesura, mentre i lavori assisiati erano giunti alla terza campata della parete destra “è evidente che un altro maestro, con un’altra bottega, ha sostituito i romani guidati dal Torriti ed è proprio sull’identificazione di quel maestro che la critica ha maggiormente concentrato l’indagine, senza peraltro raggiungere risultati univoci e lasciando il dibattito ancora apertissimo” dice Tomei. Da qui le due posizioni che vedono in Giotto l’esecutore delle due scene oppure un pittore, probabilmente cresciuto all’ombra di Torriti, ma non identificato da ciò il nome del ‘Maestro di Isacco’. In mezzo la posizione che fu avanzata da Toesca che ipotizzò la mano di Giotto giovane.

In realtà tutte le posizioni vennero scosse quando alcuni anni fa A. M. Romanini vide in alcuni caratteri stilistici delle figure affrescate (in particolare nel volto di Isacco, nelle palpebre, nonché nelle sagome che completano le scene) attinenze con l’arte di Arnolfo di  Cambio che in realtà mai prima di allora era stato tirato in ballo se non come scultore e architetto. Chiaro che il cosiddetto ‘classicismo’ di Arnolfo campeggia anche nelle soluzioni giottesche relative alle scene della Vita del Santo affrescate, più tardi, nella zona inferiore della Basilica, ovvio quindi considerare le scene di Isacco, ma anche il loro autore, colui che precedette ed influenzò il lavoro di Giotto.

Diciamo che la questione si dibatte su questi termini, qui brevemente sintetizzati, ma è ancora lontana da trovare una soluzione.

 

Ciò che propongo qui, adesso, è un percorso che non può che partire da Torriti. Sono evidenti le attinenze stilistiche che soggiacciono alle soluzioni relative ai volti di Isacco ponendolo in relazione con gli affreschi dal pittore romano che illustrano, sempre nella Basilica superiore, le Storie dell’Antico Testamento.

Ma tali caratteri che origini possono avere?

L’opinione diffusa è che siano espressione di quel ‘classicismo’ di matrice romana che nella seconda metà del ‘200 a partire proprio dal pontificato di Niccolò III ebbe la sua massima espressione nei lavori ad affresco e a mosaico della Cappella del S. Sanctorum al Laterano (vedi l’articolo in questo blog). Anche in questo caso si evidenzia accanto alle presenze di Torriti, la mano di un maestro non identificato e chiamato Maestro del Sancta Sanctorum.

Dinanzi a tali incertezze sembra affermarsi un unico punto fermo: Jacopo Torriti.

Di questo pittore si sa che ebbe formazione ‘romana’, ma poche sono le notizie biografiche ed anche il luogo dove nacque è tuttora probabile. Infatti pare che sia nato a Torrita di Siena probabilmente a cavallo della metà del secolo (il ‘200).

Sarebbe questa una coincidenza importante perché, anche al di là, della connotazione schiettamente biografica potrebbe far pensare ad una formazione romana sì, ma non dimentica di alcune suggestione maturate proprio in Toscana, dove già nella seconda metà del secolo, proprio a Siena, Nicola Pisano era intento a realizzare le sue prime opere scultoree identificate nelle mensole superiori del Duomo senese.

E qui nascono le suggestioni, proprio osservando la Testa di Zeus presente tra le mensole del Duomo e il volto di Isacco di Assisi. Tornano molti caratteri, indicatori di stile pur con alcune differenze come il volume della chioma, che, tuttavia, in scultura ha una maggiore possibilità per dimostrare la spazialità tridimensionale. Del resto di Nicola Pisano e delle sue suggestioni si parla nei vari contributi relativi agli affreschi di Isacco ad Assisi. E Nicola fu pur sempre il maestro di Arnolfo di Cambio.

E’ chiaro che in questa sede non si va ad ipotizzare la mano di Nicola ad Assisi (sarebbe oltretutto sbugiardata dalle date), così come non si vuole far riferimento ad Arnolfo. Ma si parla di Torriti e, pur dando per valide le ipotesi che lo vedono ormai lontano da Assisi nel momento in cui vengono affrescate quelle storie di Isacco, non si può escludere che il pittore romano abbia influenzato l’autore di quelle scene.

Ciò che tuttavia preme evidenziare è ancora un’altra cosa. Se Torriti, e quindi il suo successore nella campata destra di Assisi, abbiano dato un contributo essenziale alle influenze culturali maturate ad Assisi tracciando un percorso indubbiamente connotato da un ‘classicismo’ di matrice romana che segna il passo rispetto all’espressionismo cimabuesco e fiorentino si può proprio parlare di ‘classicismo’ soltanto di matrice romana?

Nicola Pisano, e di conseguenza Arnolfo di Cambio, da dove avevano appreso quel modo di dare spazialità a volti e figure a Roma o lo avevano maturato anche altrove.

Per Nicola i confronti rimandano ad una certa tradizione ‘classicista’ rinvenuta non a Roma o in Toscana, ma in Italia meridionale, nelle mensole di castelli quali Lagopesole e Castel del Monte, espressione di una linea culturale che segna la maturità o forse l’ultimo atto di quell’arte cosiddetta ‘franca’ il cui grande committente fu Federico II (Middeldorf-Kosegarten).

Il classicismo dunque non matura soltanto a Roma, forse addirittura diventa un’eredità, che i Papi favorevolmente accolgono, promossa nell’arte di un impero, come quello federiciano. Gli interpreti sono perlopiù sconosciuti, ma quel Nicola Pisano che forse ebbe origini pugliesi, e che più di un’ipotesi danno attivo in Puglia negli anni della sua formazione, non può essere diventato alla metà del ‘200 un modello a cui guardare? Torriti non può averne carpito alcune importanti connotazioni stilistiche?

Se poi il Maestro di Isacco fosse, come in fondo credo, un pittore vicino a Torriti o ai Romani non potrebbe essere un ultimo grande esecutore di quella lezione. Un epigone certo anche perché dopo ci fu Giotto e mi sembra che qui ogni dubbio possa svanire….

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