L’osceno nell’arte medievale


Spesso l’idea sulla produzione artistica medievale non sembra contemplare la componente esplicitamente sessuale nelle figurazioni scultoree e pittoriche. Di certo esiste una evidente frattura sulla licenziosità di molte pitture e raffigurazioni di età classica, con la produzione maturata a cominciare dall’età cristiana. Questo è un dato di fatto che, tuttavia non può essere innalzato al pregiudizio che nell’arte cristiana medievale non ci fossero riproduzioni di atti osceni, organi sessuali maschili e femminili che potessero campeggiare su prospetti, colonne e capitelli delle grandi chiese.

Non ci spiegheremmo altrimenti una buona fetta più che della tradizione, della cultura cristiana e medievale che, come spesso accade, giunge al suo culmine nelle terzine di Dante soprattutto nell’Inferno quando descrive Lucifero e i dannati che vengono sodomizzati dai diavoli e i tre più grandi traditori che ignudi riempiono le fauci del signore degli Inferi.

Non comprenderemmo appieno Dante, ma neanche i grandi Giudizi Finali che campeggiano sin dall’XI e XII secolo su molte chiese romaniche e non ci spiegheremmo la crudezza, o se si vuole l’oscenità, delle rappresentazioni infernali di Coppo di Marcovaldo nel Battistero di Firenze, ma neanche le stesse raffigurazioni di Giotto alla Cappella degli Scrovegni.

 

 

 

 

 

 

 

Dannati oscenamente nudi che mostrano il lato più diabolico del loro peccato ossia l’oscenità:

“Per l’argine sinistro volta dienno

ma prima avea ciascun la lingua stretta

coi denti, verso lor duca, per cenno:

ed elli avea del cul fatto trombetta” (Inf. Canto XXI, 136-139)

Quest’ultima è la vera cifra dell’arte medievale: l’osceno il mostruoso che molto dopo Derridà avrebbe decodificato in un pensiero estetico e filosofico nel Medioevo risiedeva non nel mostrare atti sessuali e corpi nudi, ma denunciando la diabolica nudità delle pene e le conseguenze del peccato. Ecco perchè la sodomia negli antri infernali, ecco la descrizione ‘carnevalesca’ dei demoni danteschi, ecco come spiegare alcune immagini scolpite nelle chiese romaniche. Ad esempio le catene del diavolo che hanno origine proprio dall’ano del demone in un capitello di Aulnay e che finiscono per legare i peccati ed i loro peccatori. L’atto delle feci diventa il grottesco, e quindi, osceno paradigma che vuole tutto ciò che è demoniaco ‘demonizzato’ in modo grossolano e perfino grottesco. Così possono anche spiegarsi gli organi sessuali fortemente accentuati presenti nei capitelli di S. Martino di Fromista dove si riconoscono il suonatore di liuto che ostenta il suo sesso e la donna-vulva. Tali figure non propongono nulla di sensuale e di licenzioso, sono espressioni crude ispirate alcune volte a filosofie orientali ed immagini ancestrali indiane. Si riscontra spesso come l’esagerata ostentazione degli orifizi, come l’ano o la vulva, sia associata all’origine del peccato oppure al baratro degli inferi. Così l’immagine dell’organo femminile viene ad intendersi come la bocca dell’Inferno figurativamente associata alla bocca della vulva, e la stessa immagine dantesca degli inferi, convenzionalmente identificata come un imbuto non sarebbe assai simile all’immagine della sessualità femminile? Ecco come nel Medioevo il diabolico diventa osceno e grottesco e non è un caso che molte di queste raffigurazioni siano ubicate proprio in quelle chiese, francesi e inglesi prevalentemente, situate lungo i percorsi del pellegrinaggio, quasi un monito ai viaggiatori di viaggiare verso la Fede, nonostante i rischi di perdersi nelle tentazioni diaboliche. Ma il grottesco raggiunge il suo apice, e direi anche il proprio moderno compromesso, a Santiago de Compostella, luogo simbolo del pellegrinaggio, dove sulla porta de las Platerias è raffigurata una figura femminile, questa volta sensuale con i lunghi capelli, ma vestita di una veste logora che tiene in grembo un teschio. Sarebbe stata identificata come un’adultera con in mano il teschio del proprio amante, ma altre interpretazioni rimandano ad Eva ‘signora della morte’. La sensualità del male è dunque oscena ma tremendamente sensuale quando l’uomo la rifiuta. Si passa così dalla donna-peccato, spesso tradotta in rospo, che è immagine demoniaca, alla sensualità tentatrice della donna in quanto Lussuria raffigurata per esempio nel portale di Moissac. Tale immagine, con tutte quelle riferite alla tentazione della Genesi, sino ai rilievi di Wiligelmo a Modena, sembrano costituire un punto di vista fortemente legato ai vizi di Avidità e Lussuria presentati nella Bibbia, ma dai quali lo stesso Dante per certi versi si allontana. Infatti quando il poeta nel girone dei lussuriosi parla di Paolo e Francesca così si esprime: ‘Amor ch’a nullo amato amar perdona,

 mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona

Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense’ (Inferno canto V)

Qui la tentazione, la lussuria, ed anche il peccato, sono sì condannati secondo la biblica pena, ma sembra pian piano affermarsi non più l’osceno ed il grottesco dell’atto sessuale, quanto la disperazione di una inevitabile condanna che pesa e commuove più che far inorridire. Ed è così che anche le Veneri, le Sirene e le Ninfe delle sculture medievali e soprattutto la Eva del portale occidentale di Chartres di una bellezza ancora accentuata e contorta sembrano tuttavia assumere l’aspetto di una nudità non più tanto pericolosa, quanto sottomessa. E così che il nudo si libera, almeno in parte, dal senso del peccato demoniaco, accetta la propria condanna e seduce non più soltanto per lussuria, ma pian piano per bellezza, sottomissione ed accettazione del potere divino. La ‘libertà’ così, nuda, accetta la propria colpa e così si libera dell’osceno…..ma ormai anche il Medioevo va terminando.

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