Roma nella seconda metà del ‘200 lezione di M. Boskowits


 E’ questo un periodo in cui la chiesa si riorganizza e lo Stato Pontificio si rafforza con il papato di Nicolò III Orsini e Nicolò IV, quest’ultimo francescano che regnò fra il 1288 ed il 1292 e infine con Bonifacio VIII dal 1295 al 1303.

Di questo periodo ci sono pervenuti i mosaici eseguiti da Cavallini in S. Maria in Trastevere e quelli di S. Maria Maggiore e S. Giovanni in Laterano. Opere dovute al mecenatismo di Bonifacio VIII e Nicolò IV

Tra queste la decorazione della Cappella del Sancta Sanctorum con un ciclo di affreschi eseguito sotto Nicolò III e che per secoli è stato coperto da un rifacimento cinquecentesco che adesso è stato levato. Il Sancta Sanctorum si trova nel Palazzo Patriarchico in Piazza S. Giovanni in Laterano, un palazzo di origine romana che poi è divenuto sede della corte pontificia. Di questa costruzione rimangono le scale che vengono identificate con quelle del Palazzo Pretorio di Gerusalemme. Dalle scale si giunge alla cappella di S. Lorenzo che custodisce un icona del V-VI secolo. La cappella ha un piano quadrato collegata con una scarsella di piccole dimensioni, dove appunto si trova l’icona. Ha una struttura gotica con volta a crociera a due piani, in quello superiore ci sono gli affreschi, mentre in quello inferiore c’è una finta galleria che richiama quella presbiteriale della chiesa superiore di Assisi. Sul pavimento c’è una decorazione cosmatesca “firmata”.

 

Decorazione affrescata che si presenta quasi completamente ripulita dal rifacimento cinquecentesco tranne che per le figure dei santi sopra l’altare.

La volta raffigura i simboli degli evangelisti con i tre animali e l’Angelo di S. Matteo. Toesca già lo collegò a Torriti e Roberto Longhi si domandava se non potesse essere riferito a Cimabue. Tirare fuori il nome di Cimabue poteva significare vedere la linea fiorentina dappertutto anche se un documento attesta l’effettiva presenza di Cimabue a Roma in quegli anni. Dopo la pulitura apparve chiaro come la mano di Cimabue non sia per nulla presente a meno che questi affreschi come ha ipotizzato Bellosi non riflettano alcuni lavori di Cimabue lasciati a Roma. Una pittura che conserva il medievalismo paleologo ma non può essere definita bizantina o bizantineggiante. Il mosaico di S.Maria Maggiore, eseguito 15 anni dopo, ha con questo ciclo di affreschi più di un contatto per la regolarità e freddezza della stesura.

 

-Parete est sopra l’altare con il “Cristo in Trono” e Papa Nicolò III che porta un modellino della cappella. L’artista non sfrutta lo spazio ma usa immagini piccole su fondo rosso pompeiano, quindi volontà di rifarsi ad una tradizione classica- vedi la Sagrestia della Basilica alla tre Fontane, complesso cistercense, con immagini piccole e cornici dipinte su fondo rosso con decorazione classica, motivi assai simili all’ARA PACIS.

 

-Parete sud con “Immagini del Martirio di Pietro e Paolo”, di questi santi si conservano le reliquie in questa cappella.

-Parete ovest, “Storie di S. Stefano”

 

Parete nord, “Storie di S. Nicola” è l’unico santo di cui non ci sono reliquie.

 

Sulla parete sud le immagini hanno uno sfondo urbano in cui è facile riconoscere i riferimenti architettonici a Roma. Nonostante una grande unitarietà del cielo ci sono anche delle plausibili variazioni come la coppia di angeli della parete sud che cambiano per atteggiamento e figurazione iconografica e ciò farebbe supporre l’opera di un artista affiancato da collaboratori. Inoltre quel chiaroscuro così insistito dell’Angelo potrebbe richiamare il Cimabue della Croce di Arezzo (1272),il particolare della Madonna dolente con il volto tagliato e le linee chiaroscurali accentuate.

 

Parete ovest, “Martirio di S. Stefano e Lorenzo” con molte incongruenze architettoniche. Architetture che rappresenterebbero il Palazzo dell’Imperatore, le mura che si collegano con il trono in una criticabile prospettiva. Nel rifacimento cinquecentesco viene creata un’architettura prospetticamente più plausibile ed i volti sono ritoccati ma rimangono sostanzialmente simili.

 

Parete nord con le “Storie di S. Nicola”. L’azione si svolge in uno spazio ampio e gli episodi acquistano consistenza.

 

Chi sono i pittori del Sancta Sanctorum?

La critica, scartati i nomi di Cimabue e Torriti, ha proposto con Bellosi opere da connettere con il frescante del Sancta Sanctorum. Eccone alcune:

Affreschi del Tempio di Romolo, nella chiesa di SS. Cosma e Damiano con le “Storie di Cristo”. Opera collocabile alla metà del secolo con figure più lineari e piatte senza consistenza volumetrica come invece è rilevabile nel Sancta Sanctorum.

-Affresco della chiesa di S. Giovanni e Paolo a Roma datato 1255. Questo tipo di linearismo più piatto e rigido è molto simile al Tempietto di Romolo

-Madonna dell’altar Maggiore dei SS. Cosma e Damiano

 

La pittura del ‘200 in area centro meridionale è alquanto problematica. Il fatto è che mentre a Firenze e a Siena ci sono percorsi artistici ben definiti, a Roma le fonti permetterebbero di immaginare una realtà altrettanto vivace, ma purtroppo manca ancora tale definizione. Noi conosciamo i nomi di Cavallini, Torriti, Rusuti, ma per quel che c’era prima di loro non si sa molto.

 

Altri raffronti di opere con il Sancta Sanctorum:

-Gruppo monolitico di donne nel martirio di S. Pietro con pennellate veloci, la forma è sommaria non molto volumetrica che non si concilia assolutamente con l’artista della Madonna dell’Altar Maggiore dei SS. Cosma e Damiano. Qui le pieghe delle vesti e le lumeggiature sono sottilissime.

-Croce dipinta ora a Baltimora di autore toscano. Acquistata a Roma a fine ‘800. Ha contatti vagamente cimabueschi ma nel taglio delle forme mostra qualche analogia con il frescante del S. Sanctorum anche per il modo di ottenere barba e baffi.

-Affresco di S. Baldina a Roma con forme aspramente tagliate di S. Giovanni e di quel poco che rimane del Cristo. Il modo di tondeggiare la forma ha qualche attinenza con il S. Sanctorum

 

Bellosi nota come i nasi così aquilini e i tratti un po’ all’orientale e la capigliatura così lanosa che richiama Cimabue e la sua età nel S. Sanctorum. Per quanto riguarda i capelli fiammeggianti si potrebbe pensare a Cimabue ad Assisi nel transetto destro “Guarigione miracolo di S. Pietro”. Qui si ritrovano figure di questo genere mentre i brani architettonici sono piuttosto differenti rispetto a Roma. E’ vero che ad Assisi Cimabue affresca dieci anni dopo la datazione del S. Sanctorum.

 

L’asprezza angolosa del panneggio di Roma e poco collegabile con le espressioni cimabuesche mentre è più facile ascriverle ad opere romane come la Maria Incoronata della Basilica delle tre Fontane (Torriti?) o in un contesto più “apparentemente” legato a Bisanzio

 

-Icone di Torriti a Tivoli. E’ stata restaurata venti anni fa e si concluse che si trattava di un falso di epoca moderna. Per Bellosi e lo stesso Boskowits è un originale ed è un dipinto giovanile del Torriti uscito in un clima simile a quello del frescante del S. Sanctorum

-Dipinto della chiesa di S. Saba a Roma. Bellosi lo attribuisce a Torriti. Le figure sono fortemente plastiche e denotano la fredda compostezza che rientra nell’orientamento stilistico del S. Sanctorum.

-Frammento di un affresco di S. Paolo Fuori le Mura che propone un ritratto di Nicolò III. Presenta un linguaggio molto simile al gioco di luce ed ombra con taglia che sono lontani da quelli di Cimabue negli anni ’70. E’ attribuito come un lavoro giovanile di Torriti

-Affreschi nell’atrio di S. Pietro. Fanno parte di un ciclo di storie di Pietro e Paolo e ne rimangono solo due frammenti di qualità pittorica superiore al S. Sanctorum per la gamma cromatica e per il disegno più energico e sicuro. L’autore è lo stesso del S. Pietro in Assisi ed è identificabile con Iacopo Torriti.

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