IL VALORE DELL’ARTE – lezione seconda di storia dell’arte


 “Fatti non foste per viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza”

Se dovessimo interpretare letteralmente la terzina di Dante scopriremmo che il poeta evita in questo passo, ma anche nell’intera sua opera, la parola ‘valore’ ed invece sottolinea il significato umano e letterario di ‘virtù’. In questo specifico caso associando la virtù alla conoscenza. Potrebbe apparire un pretesto sin troppo pedante e più consono alla filologia letteraria e dantesca piuttosto che ad una disquisizione di storia dell’arte. Se non fosse che Dante scrive sul finire del ‘200 in un’epoca fortemente contrassegnata dai grandissimi maestri dell’arte medievale, da Cimabue a Torriti, da Cavallini a Giotto, da Arnolfo di Cambio alla bottega dei Pisano.

Per tutti questi pittori, scultori, intellettuali di quel tempo, Dante ovviamente compreso, oggi ci esprimiamo in modo diverso. Si parla del ‘valore’ dell’opera del poeta, del valore delle opere di questo o quel pittore ed anche di quello scultore.

E valore è una parola che ogni giorno usiamo, spesso in modo eccessivo, per qualsiasi evento, riflessione, pensiero.

L’impressione è che ci si trovi nella società e nell’epoca dei ‘valori’ più che delle virtù.

Un presupposto che aprirebbe il campo a complesse riflessioni in ambito filologico, filosofico e storico, nelle quali al momento non ci addentriamo, mentre lo facciamo per quel che concerne i caratteri artistici e pedagogici dell’arte.

Il termine ‘valore’ nell’arte può portare a due considerazioni a volte legate intrinsecamente tra loro e che altre volte seguono itinerari paralleli se non opposti.

Valore inteso come ‘quanto vale quell’opera d’arte’, valore inteso come relazione tra opere, periodi e produzioni. In parole più spicce valore inteso in senso economico e valore inteso come apporto di cultura se non di civiltà. In entrambi i casi si affaccia alla ribalta una società che è culturalmente abituata a considerare l’opera d’arte come parte di un patrimonio e segno di civiltà. Non è un caso che del ‘valore’ in campo artistico si sia cominciato a parlarne in modo sempre più specialistico a partire dalla fine del ‘700 e poi definitivamente tra ‘800 e ‘900, periodo durante il quale si sono affermate le grandi correnti dell’attribuzionismo da Morelli a Barenson sino a Roberto Longhi.

Storicamente l’attribuzionismo non può che essere inteso come il figlio naturale di una cultura che dalla razionalità alla conoscenza tecnica finiva per pagare inesorabilmente il proprio tributo anche al peso specifico in campo economico e finanziario. In poche parole l’opera d’arte se da un lato rivendicava la grandezza e il patrimonio di un popolo/nazione dall’altro lasciava presagire anche la ricchezza, in termini finanziari, ma anche utilitaristici, di chi la possedeva. Gli stessi attribuzionisti, soprattutto ai tempi di Longhi, Zeri finivano per essere specialisti famelicamente contattati, e pagati anche bene, da banche, antiquari, ricchi possessori di opere d’arte che attraverso un loro giudizio ed una loro attribuzione potevano facilmente quantificare il ‘valore’ del proprio patrimonio.

Tutto questo, è facile capirlo, poteva portare, come in molti casi è accaduto, ad associare il patrimonio artistico al guadagno o comunque alla valorizzazione pecuniaria e finanziaria di opere ed artisti. Alle estreme conseguenze al patrimonio di una città e di una nazione. Se nel primo caso si è sviluppato tra XVIII e XIX secolo un imponente mercato dell’arte, popolato da ricchi signori, ma soprattutto da Enti finanziari, musei e istituzioni che vendevano ed acquistavano opere d’arte per ottemperare a speculazioni finanziarie e, come accade ancora oggi, per trovare sistemi anche per riciclare denaro sporco o raggirare tasse e indagini di Finanza, dall’altro lo stesso patrimonio ha costituito un innegabile tentazione per le ‘politiche’ di stati come l’Italia dove per anni si è parlato di ricchezze strettamente connesse al grande patrimonio artistico. Tra questi due aspetti, ossia la speculazione del privato e quella del Pubblico stato, esiste un sostanziale differenza che val la pena di mettere in evidenza per comprendere gli effetti devastanti che essa ha prodotto. In una logica finanziaria ed economica se un cittadino privato o una banca o un antiquario o anche un museo privato, scopre di possedere un’opera che, grazie ad una seria attribuzione, appartiene a questo o quel pittore di questa o quest’altra epoca, il soggetto privato, non senza qualche difficoltà ed usando importanti accortezze, può ritrovarsi tra le mani un patrimonio del ‘valore’ di tot milioni da poter, volendo, vendere.

Al contrario se uno Stato come l’Italia possiede un patrimonio artistico di inestimabile valore, non può percorrere la strada della compravendita, perché dotata di leggi e di almeno un articolo della sua costituzione che non solo vieta di vendersi il suddetto patrimonio culturale, ma impone di tutelarlo e salvaguardarlo. Gli Italiani dinanzi a tale nobile e inevitabile considerazione che si è tradotta in un articolo della costituzione e in leggi a partire dal 1939 hanno tuttavia considerato importante il ‘valore’ del proprio patrimonio ed in breve tempo hanno anche considerato che se non fosse stata ‘vendibile’ l’opera, poteva facilmente, ed anche remunerativamente, essere ‘venduto’ lo spettacolo che questa stessa offriva in seno al paesaggio (paesi, pievi, città d’arte) che la ospitava e del quale era una figlia naturale.

Non è certo una scoperta richiamare le affermazioni di tanti ministri, premier, ma anche nobili intellettuali e uomini di cultura, che richiamano il cospicuo patrimonio artistico e culturale che l’Italia possiede, paragonandolo al petrolio dei Paesi Arabi ed alle ricchezze di altri Stati, stabilendo così un nesso quasi naturale tra opera d’arte e lo spettacolo che essa offre, anche soltanto alla vista o alla visita. Arte e turismo sono così diventati termini ambivalenti e fortemente connessi al pari di ‘valore’ e soldi con la differenza che nel primo caso si vende l’opera nel secondo lo spettacolo che essa offre.

Peccato che ci siano almeno due controindicazioni: la prima è che il senso di questo spettacolo, traduzione in linguaggio economico/finanziario, l’indotto del turismo fatto di alberghi, vie di comunicazione, folle di visitatori che richiedono ulteriori servizi, come ristoranti e tanto altro, abbiano nel corso di questi anni profondamente modificato il contesto nel quale affondava le proprie radici e riconosceva la propria bellezza la stessa opera d’arte, che oggi, in molti casi, campeggia isolata come un simulacro che ha perduto almeno l’80% del proprio fascino. Tra l’altro il circolo non si è affatto rivelato ‘virtuoso’ alla lunga perché la tutela e la salvaguardia di cotanto patrimonio si è rivelato assai dispendioso, forse sin troppo minacciando anche l’utile del famoso indotto. E così quel ‘valore’ ha rivelato i suoi limiti ed in più ha fatto perdere la propria ‘virtù’ dal momento che il binomio arte-turismo ha portato a ‘conoscere’ molti sistemi di mercato, ma anche a non ‘conoscere’ più così bene l’opera d’arte in senso stretto.

E’ evidente come oggi i grandi conoscitori d’arte e attribuzionisti non siano più paragonabili a quelli del passato e somiglino sempre più a ‘speculatori’, spesso di cultura minore, al soldo di mercanti privi di scrupoli. Questo perché il valore pedagogico dell’arte è risultato svilito troppo schiacciato e vincolato ad esaltarne il ‘valore’ economico o patrimoniale destinando ad un ruolo marginale appunto la conoscenza e facendo spesso passare in secondo piano le virtù di opere ed artisti rispetto al ‘valore’ di quanto da loro prodotto.

Ma tornando alla terzina di Dante personalmente non credo che quegli uomini incitati da Ulisse avrebbero mai deciso di affrontare pericoli ed anche la morte soltanto per denaro, avevano bisogno di due grandi stimoli: quello appunto della virtù e quello di voler conoscere ciò che altri ancora non conoscevano. Questo è ciò che muove gli uomini e questo è ciò che li spinge a fare grandi azioni nonchè opere d’arte……

 

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2 pensieri su “IL VALORE DELL’ARTE – lezione seconda di storia dell’arte

  1. Il termine “attribuzionismo”, pronunciato con accento sprezzante, non ha molto senso, mi scusi.
    Un approccio filologico, basato sull’esame delle proprietà fisiche dell’oggetto-quadro è ancora oggi assolutamente necessario (per quanto si cerchi in ogni modo di dimenticarlo), ed è il punto di partenza per la nascita stessa della disciplina.
    Che poi Zeri e Longhi (ma non Berenson, né Morelli), in cambio di qualche milione di lire, fossero disposti a scrivere qualunque cosa, è un altro discorso…

    • non credo di aver utilizzato il termine attribuzionismo in modo sprezzante, se mai avrò posto l’accento su ‘attribuzionisti’ contemporanei che non reggono il confronto con quelli del passato (in fondo sono cresciuto a Firenze con la guida della prof.ssa Mina Gregori e quindi non potrei mai offendere quel contesto). Conviene con me che oggi i cosiddetti conoscitori operano in condizioni spesso del tutto asservite al mercato molto più di quanto non accadesse in passato. Vale la pena ricordare quanto scrive T. Montanari nel suo libro ‘A cosa serve Michelangelo?’.
      Molto interessante il suo blog

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