Il sito del Garagnone: il castello ed il suo territorio


 

Parlare di un insediamento come quello del Garagnone in una occasione come questa per me ha un significato essenziale che mi permette nel breve tempo che ho a disposizione di affrontare due punti di discussione assolutamente imprescindibili

–        le vicende di questo insediamento dal punto di vista storico e monumentale (con particolare riferimento a quanto riportato dal Chronicon di Domenico da Gravina

–        ricondurre le vicende storiche e le testimonianze monumentali al rapporto con il territorio ed in particolare con il paesaggio dell’Alta Murgia

 

Come avrete modo di vedere spesso, anzi quasi sempre tali punti di vista finiscono per intrecciarsi.

 

Domenico da Gravina nel suo puntuale resoconto relativo alle vicende del conflitto di metà Trecento tra le fazioni filofrancesi e filodurazzesche del casato angioino fa riferimento almeno in quattro occasioni al Castello del Garagnone.

In tutte queste occasioni l’insediamento costituisce un nodo importante posto a poca distanza da alcuni importanti luoghi strategici (importanti anche in un contesto bellico come quello descritto dal nostro cronista) come il castrum di Santa Maria de Monte (Castel del Monte), le civitates di Gravina ed Altamura, i collegamenti viari che portavano verso la Basilicata.

 

Che questo sito fosse al centro di un importante sistema di comunicazioni tra insediamenti fortificati e spazi territoriali estremamente battuti come quelli che mettevano in comunicazione le terre pugliesi con la Basilicata, Domenico da Gravina non fa che ribadirlo dal momento che molto prima del XIV secolo il sito era significativamente frequentato sin dall’età normanna – senza prendere in considerazione le testimonianze di età romana che proprio da quelle parti identificavano la statio di Silvium-.

 

Non è casuale che tale insediamento posto in una posizione strategica come ebbe a dire già E. Bertaux quando sul finire dell’800 scrisse un saggio su ‘Napoli Nobilissima’ che riguardava i Monumenti medievali nella regione del Vulture e poi, più recentemente Raffaele Licinio che sottolinea tale posizione in quel sistema castellare che sin dall’XI secolo caratterizzava tale territorio al confine tra Puglia e Basilicata, ma soprattutto a metà strada tra il castrum di S. Maria de Monte e Gravina. Non è questa la sede per riproporre le vicende storiche e le testimonianze documentarie che accompagnano tale fondazione dall’età normanna in poi che potete facilmente rintracciare negli scritti del prof Licinio.(ed un mio contributo di qualche anno fa pubblicato su ‘Studi Bitontini’).

 

Accanto ad una abbastanza cospicua documentazione storica il Garagnone annovera importanti testimonianze documentarie che fanno riferimento al rapporto che ebbe, sempre a partire dal medioevo, con il suo territorio…e non soltanto per la sua posizione. Infatti nei documenti riportati nei Registri della Cancelleria Angioina il Garagnone viene citato non soltanto come domus, ma anche come universitas, ossia un centro di dimensioni maggiori, sicuramente dedito alla produzione agricola, evidentemente da non ubicare entro le mura del castello, ma posti all’esterno di questo e da questo protetto. Un centro con una comunità ben identificata sottoposta, come sempre accade in questi casi (è storia vecchia), a dazi e tassazioni da parte dei sovrani, in questo caso angioini. D’altra parte già sotto Federico II l’attenzione per questo insediamento evidenziava come non potesse trattarsi soltanto di una fortificazione, ma di qualcosa di più importante, se lo stesso imperatore svevo lo inserì all’interno dello Statutum de reparatione castrorum, tra il 1241 ed il 1246, affidandone l’onore e, in questo caso, l’onere economico alla stessa comunità ivi residente nonché agli uomini di Valenzano ed Auricarro (feudo quest’ultimo assegnato dallo svevo all’architetto cipriota Filippo Chinardo).

 

Personalmente ho incontrato il Garagnone per la prima volta cercando i possedimenti degli ordini monastico-cavallereschi ed in particolare dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme (gli Ospitalieri per intenderci) che secondo alcune fonti ed alcuni studi avrebbero amministrato la domus almeno dal XII secolo (dal 1197) e sino all’Inchiesta di Papa Gregorio XI del 1373, approfondita da Raffaele Iorio per gli Studi Melitensi, che ponevano al centro della discussione, ancora una volta, non soltanto l’appartenenza all’Ordine, ma il cospicuo patrimonio fatto di terre e produzioni agricole.

 

Eppure a guardarli oggi i resti del Garagnone sembrano appartenere soprattutto ad una rocca fortificata più che ad una domus o addirittura ad una universitas al centro di una intensa attività produttiva. Certo inerpicandosi sulla collina e superando ciò che resta della cortina muraria si possono ancora scorgere i resti di ambienti usati come centimuli per la raccolta di viveri e prodotti della terra…ma ciò che si legge e che si vede sulla rocca non sembra giustificare il ruolo di centro agricolo produttivo. E’ un aspetto sul quale storici, archeologi e storici dell’arte ci ragionano da parecchio tempo sottolineando come ciò che oggi vediamo sia quanto rimane di un sistema insediativo più complesso che personalmente ipotizzerei come insediamento rurale sparso e fortemente connotato dal rapporto con il territorio non soltanto da un punto di vista legato alla produzione agricola, ma anche da quello della pastorizia e dell’allevamento.

 

Un territorio che di suo presenta aspetti molto interessanti e fortemente caratterizzati dall’attività antropica. E’ quanto emerge da uno studio molto approfondito sul Patrimonio geologico della Puglia frutto dell’indagine di un gruppo di lavoro della SIGEA (Società italiana di Geologia Ambientale) che a proposito del sito del Garagnone individua una complessa situazione geomorfologica che caratterizza il sito di Monte Castello e La Rocca, sul quale è ubicato il castello ancora visibile. Si tratta di una propaggine dell’Altopiano carsico murgiano caratterizzato da rocce calcarenitiche di Altamura. Tali configurazioni geomorfologiche propongono particolari contesti che vengono fortemente coinvolti nell’attività degli uomini. Si pensi ad esempio di come le mura del castello si vadano a fondere con le rocce calcarenitiche dell’Altura di riferimento, ma non sono assolutamente da trascurare i complessi di grotte nelle brecce calcarenitiche dove sono stati rintracciati interventi dell’uomo soprattutto nell’ampliamento di alcuni di questi antri anche se non sembrano apparire ulteriori segni della presenza umana.

 

L’identificazione di un centro o comunque di un sistema insediativo dominato dalla Rocca del Garagnone rimane un aspetto ancora da approfondire almeno per quel che riguarda il Medioevo. Tuttavia basta volgere lo sguardo all’età Moderna per farsi un quadro abbastanza credibile anche per le età precedenti. La presenza di Masserie in tutto il territorio dell’Alta Murgia con particolare riferimento alla Masseria Melodia con jazzo che sorge proprio ai piedi della Rocca del Garagnone inquadra molto bene questa prospettiva. E proprio a partire dalla fine del Seicento ci sono le prime descrizioni del Feudo del Garagnone ( si parla di un Apprezzo del Feudo del Garagnone del 1695 conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli) e poi successivamente della Relazione dell’architetto Carlo Giuseppe Gimma al Regio Procuratore Generale presso la corte di appello di Altamura e Commissario del Re per la divisione del Demanio del 1811 conservata presso l’Archivio di Stato di Bari. In entrambi i documenti si parla di una cappella che era stata peraltro annotata anche nelle Cedulae Taxationis di Vendola alla metà del Trecento, anche se nei documenti moderni rimane alquanto incerta l’ubicazione di tale edificio che infine nell’agrimensura del 1821 conservata sempre presso l’Archivio di Stato di Bari (Pianta della Masseria e Pezza del sig. Don Paolo Fondi di Cerignola che possiede sul feudo del Garagnone titolato in questo anno 1821), viene posta proprio sulla sommità dell’altura della Rocca.

 

Insomma una situazione dinamica che porterebbe a discutere di vari aspetti di natura archeologica, storica e storico/artistica che si sviluppa in un considerevole arco cronologico. Il sito, preferisco per molte ragioni chiamarlo così, del Garagnone offre molteplici punti di riflessione e presupposti a ricerche interdisciplinari che certamente porterebbero a risultati di grande interesse scientifico e culturale.

 

In questa sede, tuttavia ciò, che mi interessa delineare è il sistema antropico e paesaggistico all’interno del quale inquadrare il sito del Garagnone e per farlo vorrei richiamare un lavoro di equipe condotto dal Politecnico di Bari-Dipartimento di Architettura e Urbanistica coordinato da Dino Borri redatto nel 2002. Si trattava di un Report finale di ‘Studi per un piano di Area dell’Alta Murgia’ commissionato da Regione Puglia e Provincia di Bari.

Uno studio ben articolato che poneva nella sua prima parte l’analisi delle specie animali e vegetali presenti su tutto il territorio dell’Alta Murgia che, come specificato nelle pagine introduttive, costituiva una delle aree maggiormente interessate alla coltivazione e soprattutto alla pastorizia, tanto da aver sacrificato a queste attività ‘storiche’, estensioni boschive e paesaggi selvatici. Tutt’oggi la zona che più ci interessa, ossia la Rocca del Garagnone, presenta sotto il profilo paesaggistico un territorio dominato da una ‘pseudo steppa’, all’interno del quale si riconoscono alcune specie vegetali spontanee come gli asfodeli, piante che prediligono crescere su base di roccia calcarenitica incidendo fortemente sugli elementi coesivi delle rocce stesse. Tale caratteristica vegetativa trova, sempre nello studio succitato, una più alta concentrazione proprio nell’area del Garagnone. Un ambiente che sotto il profilo faunistico si distingue come area di riproduzione di alcuni uccelli come il Lanario, Calandra, Calandrella, Passero Solitario, Monachella e Corvo Imperiale. Il rapporto, che qui non sto a ripercorrere se non negli aspetti più generali, sottolinea dunque il particolare valore ambientale che assume nell’equilibrio morfologico e geografico di due regione come la Puglia e la Basilicata. Un valore che non è soltanto rilevabile nel nostro tempo, ma che è stato da sempre caratteristica di questo territorio. Un ambiente che il geografo francese Damageon ebbe a definire ‘paradossale’, perchè estremamente legato all’attività ed alla presenza dell’uomo che inevitabilmente lo avrebbe modificato. Infatti gli aspetti legati all’agricoltura ed alla pastorizia dell’Alta Murgia segnano indelebilmente il territorio sin dall’età romana, medievale e moderne e, purtroppo sono il presupposto di quanto oggi, con maggior impatto questo territorio subisce. L’insediamento rurale in questa area è definito ‘pesante’, le stesse costruzioni per i contadini, per le stalle degli animali e per i depositi dei prodotti, sono costruiti non in legno e fango bensì in pietra, inoltre tutto il territorio è caratterizzato da possessi microfondiari che intervengono in modo significativo nei flussi di produzione e sfruttamento del territorio. E tale fenomeno storicizzato ha pesanti conseguenze sull’ambiente attuale. Ma ha anche importanti ricadute su quelle che sono le testimonianze architettoniche e, direi monumentali, presenti in questo territorio. Il sistema massariale, non ben testimoniato in età normanna, dall’età federiciana in poi diviene qui palinsesto cospicuo e rappresentativo. Importanti riferimenti in tal senso si hanno nella Consitutio sive encyclica super massariis curiae procurandi et provide regendis e successivamente nello Statutum massariarium e questi sono soltanto alcuni esempi che rientrano nel periodo medievale ai quali seguirono ulteriori importanti testimonianze documentarie per tutta l’età moderna. Centinaia sono le masserie di varie epoche individuate nel territorio dell’Alta Murgia, masserie fortificate, masserie con torre, masserie con jazzi…e tutto questo connota e definisce il paesaggio ed il territorio. Tali architetture forniscono ulteriormente dati significativi sulle tecniche di costruzione e sugli sviluppi degli insediamenti ed il loro censimento diventa uno spaccato importante della vita e della società ivi presente attraverso varie fasi storiche.

In questo senso l’insediamento del Garagnone costituisce uno tra gli esempi più significativi, nonché tra i più intriganti, per leggere le trasformazioni non soltanto del sito, ma dell’intero territorio tra il Medioevo e l’Età Moderna.

 

Infatti tali riflessioni costituiscono i necessari presupposti per poter indagare da un punto di vista multidisciplinare tale insediamento riuscendo a ribadire un concetto ben sintetizzato da Gian Pietro Brogiolo. ‘Se si accetta il principio che non solo i monumenti eccezionali, ma l’insieme dei paesaggi antropici hanno un valore storico e se si conviene che gli strumenti teorico metodologici di conoscenza necessari solo quelli dell’archeologia globale (o della complessità), il sistema attuale di tutela risulta del tutto inadeguato, sia per costruire conoscenza sia per salvaguardare un patrimonio diffuso. La conoscenza può essere raggiunta solo attraverso un policentrismo, nel quale più attori operino senza vincoli, non solo, come propone Carandini, nelle fasi dell’archeologia preventiva, ma anche in quelle successive dell’emergenza che va delegata, almeno in parte, alle Università e agli Enti locali. Per quanto concerne la tutela, gli strumenti del vincolo puntiforme, predisposti dal Ministero, non hanno permesso di salvaguardare il nostro patrimonio dei beni culturali. Vanno integrati nei piani paesistici, alla cui realizzazione dovrebbero concorrere, secondo il Codice dei beni culturali, lo Stato, gli Enti locali e le Università.

Un percorso, questo, che, al di là della legislazione che ne indica la strada, è tutto da

costruire attraverso nuove mentalità (da parte di tutti) e sperimentazioni locali.’

 

Ecco perchè questa mia -spero condivisa- relazione non propone un intervento di restauro del castello del Garagnone, bensì una riflessione rivolta alla tutela dell’insediamento e di tutto il territorio del quale fa parte. E ciò che maggiormente mi ha stimolato in questa particolare riflessione è stata la presenza concreta dell’Ente Parco dell’Alta Murgia a questo incontro, il cui impegno e la cui stessa natura istituzionale e formale, mi auguro possa scongiurare, in futuro, le scelte di intervento alle quali siamo sin troppo abituati ossia quelle che si connotano per la spettacolarizzazione del restauro e della tutela, quelle che attendono ricadute unicamente dal cosiddetto turismo o peggio ancora dal turismo culturale, senza approfondire aspetti legati alla cultura ed alla società entro la quale un bene come quello dell’insediamento del Garagnone inesorabilmente si incardina…….

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2 pensieri su “Il sito del Garagnone: il castello ed il suo territorio

  1. come arrivarci? se si trova sulla strada Bari – Minervino, a quale altezza? Si vede la sommità dalla strada? quale ltra indicazione serve?

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