BENI CULTURALI: Leggi e Storia della tutela


Conservazione e salvaguardia -lettera presunta di Raffaello a Leone X- dal XV sec.

Conservare implica il luogo dell’oggetto, la sua collocazione. Si ha sempre a che fare con oggetti perchè la storia dell’arte è imprescindibilmente storia di cose. I materiali della storia dell’arte rappresentano la storia sulla quale agiamo.

 

Nozione e patrimonio: leggi che ne rivelano l’attenzione già dal ‘500 e ‘600

Scrittori d’arte fra XVI e XVIII secolo infine l’invenzione del Museo come luogo del paragone. Le leggi sono l’espressione  del sociale e dell’utile pubblico inteso come atteggiamento produttivo – patrimonio e mobilità sociale, scuola e beni culturali, turismo e ambiente-. Disciplina e metodi di conservazione dei materiali senza che questi debbano rischiare di arretrare nell’oscurità dell’idea o della storicizzazione. Questo grazie al Museo che va sempre inteso come strumento principale di una disciplina conservativa e tutelante

 

Legislazione in Italia: dalla legge pontificia del 1820 il governo italiano ci mise oltre 40 anni ad emanare una legge-quadro sulla tutela nel 1860. Nel 1866 esistevano confuse e caotiche leggi eversive e soppressive e il traffico incontrollato è quotidiano quanto ai tempi delle soppressioni napoleoniche.. Quando nel 1890 sotto il Governo Crispi venne fatto un grande censimento ci si trovò dinanzi ad una diffusa condizione di emarginazione, cioè essere alieni, ossia l’indifferenza degli abitanti nei confronti del luogo. Si tentò una ricostruzione della linea dell’identità della comunità nei confronti del luogo e quindi del patrimonio le penne di artisti e letterati come L.A. Muratori si scagliarono a favore del blocco delle collezioni che si rivelò legge parlamentare nel 1870. Lungo questa linea si affacciò il problema della rivalutazione delle bellezze naturali e del paesaggio, che andava ad opporsi alle grandi speculazioni immobiliari – il caso di Roma- come si evince da testi specialistici come quelli di Cavalcaselle (1863-1870) e che si riveleranno decisive nel piano speciale per Napoli del 1885. Leggi di tutela verrano emendate poi nel 1888 – bocciata- e nel 1902 per allinearsi a leggi europee già emendate nella metà dell’800. Ci si rende conto dell’alta storicizzazione e stratificazione del territorio italiano e della sempre crescente difficoltà di intervenire su tutto il patrimonio per la perdita delle tradizioni artigianali che nel corso del ‘900 lasceranno il posto agli interventi a carattere industriale.

 

L’applicazione di queste leggi presupponevano una specificità di conoscenza tecnica come era avvenuto nel caso del rapporto di Raffaello a Leone X, una sorta di esecutivo e tecnico per la tutela e la conservazione che poteva essere affidato solo ai maestri d’arte. Inoltre propri nel 1821 con l’Editto Pacca, si pose una solida premessa per l’intervento tecnico che inevitabilmente doveva essere decentrato. Quindi il ruolo del ministero, ma anche delle Soprintendenze. Dilemma che si riduceva al rapporto fra centralismo e autonomie, risolto, alla morte di Cavour, con la piemontesizzazione del paese. La Giovane Italia ebbe uno spaesamento politico e culturale prima che tecnico e scientifico. Si cercò di spingere l’attenzione per il patrimonio dall’orizzonte intellettuale a quello sociale, quindi più che autonomia locale si può parlare di patrimonio della società borghese. Ai primi del ‘900 si sposta ancora l’asse dalla voce dei cittadini alla delega dove si impone con veemenza la figura del sovrintendente.. Negli anni ’20 e ’30 si passa dalla tutela alla mediocre conservazione fino ad arrivare al 1939 con la fondazione dell’istituto Centrale del Restauro. Alla fine della guerra e del fascismo si aspetterà fino agli anni ’60 per intendere definitivamente come il patrimonio culturale faccia letteralmente parte integrante del paese.

 

Restauro e tutela. Il restauro è intervento tecnologico spesso di risanamento, di ripristino, è soggetto a speculazione – i restauri stupefacenti, che precedono molto spesso quelli meno vistosi e d’urgenza-. Inoltre non presuppone una politica programmatica ma obbedisce all’urgenza. La tutela è la manutenzione quotidiana che tende all’estinzione del lavoro di restauro (Ruskin), manutenzione preventiva e tempestiva.

 

Come si interviene. Cultura del luogo/scienza della città. Conoscenza storica e conoscenza dei materiali. Lavorare con nuovi materiali di sintesi su unicità espressive. “Ciò che interessa non è l’opera ma il procedimento” (P.Valery). Quindi conoscere per conservare e catalogare per restaurare. Particolare attenzione all’ambiente ed al territorio e quindi ruolo fondamentale del Museo come sede degli archetipi e della chiesa come cantiere della coonservazione e del lavoro artistico. Ruolo della letteratura pittoresca rapporto tra letteratura e città e letteratura e paesaggio culturale ed artistico

Città-urbanistica di sostituzione e demolizione a partire dal 1880. Restauro monumentale da una parte e demolizione incontrollata dall’altra. Nell’urbanistica e nell’architettura si realizza l’antico dissidio fra tecnica e cultura, quando invece le materie tecniche divengono indispensabili per la disciplina conservativa.

 

COMMISSIONE FRANCESCHINI 1964-66

Commissione di indagine per la tutela del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio

– tutela valorizzazione e recupero sono temi già presenti nel dopoguerra

– dalla tutela di “cosa d’arte” la Commissione passa a quella della “testimonianza di civiltà”, non solo dunque oggetti materiali ma anche doocumenti perduranti nella vita di un popolo

– doveri dei  poteri pubblici nei riguardi della protezione delle testimonianze del passato. Priorità dell’interesse pubblico sul privato

– prevenzione di esportazioni e importazioni nonchè cessioni illecite di materiali archeologici. Nel 1964 l’Unesco alla Conf. Gen. di Parigi elaborava una Raccomandazione sulle misure da prendere in questo senso che si trasformava in Convenzione nel 1970.

Dalla Comm. Franc. emerge la “natura giuridica” del bene culturale, la res intesa come “testimonianza materiale” di cultura. Si individuano 5 categorie di beni:

– beni archeologici

– beni artistici e storici

– beni ambientali

– beni archivistici

– beni librari

Problematico il passaggio dalla “res” al “bene” che presuppone un criterio valutativo nonchè aumento dell’interesse pubblico che determinerebbe la conservazione e la fruizione del bene Quindi ogni oggetto d’arte diviene bene “per effetto” della dichiarazione, ma così se ne perderebbe il valore universale di testimonianza materiale. Dunque bene giuridic in base alla graduazione dell’interesse pubblico, ma l’assunzione “al pubblico” ha comportato l’uso del bene culturale a uffici pubblici, carceri, sovrintendenze, ecc. Quindi soltanto la “funzione sociale” riesce a dare una spiegazione unitaria al regime differenziato dei “beni” culturali.

 

Proposte di riforma:

ARGAN: i Beni culturali anche se appartenenti ai privati sono patrimonio dello Stato. Per la tutela dei beni la Costituzione prevedeva un decentramento alle regioni, un dec. scientifico oltre che amministrativo già legge 1089 del 1939, ma non c’è mai stato coordinamento per le attività decentrate. Per i Beni C. occorre una politica interna rivolta alla loro salvaguardia ed una politica estera rivolta alla restituzione di opere d’arte esportate in contravvenzione alle leggi.

Luoghi istituzionali come l’Ufficio Centrale per il catalogo e la documentazione e l’Istituto centrale di Restauro svuotati dal Ministero di personale specializzato e mezzi di intervento, hanno favorito l’affermarsi di interventi di imprese e neomecenatismo con il rischio di speculazione sui B.C – es. i restauri come interventi di prestigio l’Olivetti e “L’ultima cena” di Masaccio-, difficile rapporto tra pubblico e privato. Tale difficile rapporto ha cme conseguenza la dispersione del patrimonio nel mercato.

Altro capitolo riguarda i Musei intesi come magazzini o tuttalpiù come attrazione turistiche Ritorno alla vitalità dell’organismo, quindi mostre

Altro problema la dispersione del patrimonio minore, arredi di chiese e veri e propri preziosi antichi che per vie umbratili sono passate ad arredare alcune case private problema che mette in luce l’inadeguatezza non soltanto di ogni intervento di tutela, ma anche di valore sociale e civile per la salvaguardia del patrimonio artistico

 

 

P.Spadolini

Cooperazione interdisciplinare per raggiungere una visione di sintesi. Dialoogo tra diverse specializzazioni, architetti, urbanisti, ingegneri, sociologi, economisti. Tale dialettica deve essere sviluppata già in campo universitario per raccordare e reintegrare i saperi.

 

– 1984 accordo fra Stato e Chiesa che riprende un Concordato lateranense già del 1929 nel quale si prescriveva che la gestione ordinaria e straordinaria dei beni appartenenti a qualsiasi istituto ecclesiastico doveva aver luogo sotto la vigilanza ed il controllo delle competenti autorità della chiesa, anche se lo Stato ha il diritto/dovere di curare la conservazione del patrimonio culturale. Con il nuovo concordato si è ratificato la collaborazione tra le due comunità per la tutela del patrimonio storico e artistico.

 

20 anni dalla Commissione Franceschini problemi che non si sono ancora risolti e nuovi problemi:

– conoscenza imperfetta, non è ancora definita la nozione di B.C. Il processo informativo è ancora parziale, non si è ancora assolto l’imperativo enunciato dalla Commissione “ogni atto amministrativo deve essere preceduto e determinato da un atto conoscitivo”.

– depauperamento, già denunciato dalla Commissione sembra inarrestabile, caratterizzato da transazioni illegali e furti, sebbene sia stato messo un freno alle esportazioni clandestine.

– deterioramento progressivo, determinato dal degrado che elimina la manutenzione continua. (incuria, vandalismo e abbandono)

– uso improprio  determinato da mostre inopportune, parcheggi selvaggi in piazze monumentali e più comunemente stravolgimenti d’uso dei luoghi monumentali.

– inaccessibilità, che contrasta con il pubblico godimento assicurato dalla Franceschini (usi militari, gestioni inadeguate, assenza personale di custodia e sistemi di sicurezza)

– deturpazione dell’ambiente già indicato dalla Commissione (grandi impianti industriali, grossi interventi infrastrutturali – i viadotti- lo stravolgimento delle identità urbane

 

L’esplosione della domanda di beni culturali ha comportato un consumo di massa spesso caotico e causa di notevoli problemi nella gestione del patrimonio. Un intensificarsi di presenze turistiche nelle città d’arte ed un’emarginazione di altre aree ugualmente ricche, ma con meno “feticci d’arte”. Inoltre tale dirompente interesse per l’arte ha prodotto nuove forme di mecenatismo che se da un lato hanno contribuito al recupero di patrimoni culturali, dall’altro rischiano di dettare le regole basandosi unicamente su criteri di “ritorno d’immagine” e di mercato, in pratica accentrando l’attenzione sempre sugli stessi luoghi e accentuando l’emarginazione delle “periferie”.

Inoltre in questi anni l’inquinamento dell’ambiente ha avuto ripercussioni anche sul patrimonio culturale (degrado da polluzione, vulnerabilità sismica, alluvioni) Per tutelare i beni in questi anni il solo vincolo indiretto previsto dalla legge 1089 del 1939 non basta più occorre una “tutela attiva”. Questa tuttavia presenta alcuni rischi come il manifestarsi di restauri troppo disinvolti (si restaura troppo e male), una modernizzazione impropria di alcune aree, interventi urbani assai discutibili. Da ciò si deduce come il concetto di bene cult. si è andato evolvendosi e non sempre la conoscenza del patrimnio che ci circonda è adeguata

 

Beni Archeologici

Tutela archelogica = tutela ambientale. Il luogo che viene aggredito dalla costruzione di nuove strutture o infrastrutture che cancellan tracce di civiltà passate; es. Castel di Decima dove l’allargamento della via Pontina richiava di cancellare i resti di una delle più significative necropoli del VI sec. a.C o prendiamo anche Bari, la costruzione dello stadio S.Nicola e gli ipogei che hanno rischiato la distruzione e che, sebbene risparmiati sono stati abbandonati all’incuria.

Parchi Archeologici, stanziamenti per il restauro e la tutela dei Fori Romani, ma anche degli scavi di Pompei.

Archeologia dell’oggetto = recupero, spesso anche clandestino del “bene” archeologico, l’oggetto, poi conservato in modo privato o rivenduto a enti stranieri, quindi fatto emigrare senza alcuna attenzione per la salvaguardia del patrimonio. Qund è andata bene gli “oggetti” recuperati da scavi forsennati sono stati accastati in stanze di musei e lì giacciono ancora dopo anni. Intorno a tali testimonianze non si è scritto nemmeno un catalogo, allestita una mstra organizzato un museo. A Bari addirittura è chiuso il Museo Archeologico che conservava tangibili testimonianza della Magna Grecia in Puglia.

Archeologia scientifica; risalta il metodo, la testimonianza è data anche dalla rilevazione stratigrafica del sito, quindi tutto è rimandato all coonoscenza, alla ricostruzione di un periodo storico e culturale.

Archeologia; di quali luoghi e di quali periodi. Per anni l’archeologia ha focalizzato la propria attenzione su luoghi legati al passato classico grecoo, romano, etrusco, ricchissimo di testimonianze ma non esclusivo per quel che riguarda la sedimentazione stratigrafica di culture presenti nella nostra storia. Molto di medievale si è perso e quel che è peggio si è scavato tanto ed in modo così forsennato – sempre per cercare più l’ “oggetto” archeologico che la testimonianza da non prevedere, salvo alcune lampanti eccezzioni, Musei della città.

 

Beni artistici e storici

Ai tempi della Franceschini “salvare il salvabile” anche perchè la tutela ed il restauro dell’enorme patrimonio storico-artistico italiano richiedeva enormi capitali che in quel periodo, nonostante il boom lo Stato non poteva disporre. Allora gli interventi preventivati furono quello di incominciare una vasta operazione di catalogazione e di cercare di salvaguardare con un minimo di manutenzione ordinaria i beni che era possibile tutelare.

Oggi è cambiato un po’ questo panorama: la catalogazione, almeno per quel che riguarda la quantità dei beni catalogati è soddisfacente, inoltre mentre ai tempi della Franceschini il patrimonio d’arte aveva sempre una conoscenza ed un carattere elitario oggi appare come non più marginale anzi come un intervento che coinvolge più o meno direttamente la massa. Infine altro punto di grande importanza il varo della legge 512 – che permette di usufruire di sgravi fiscali per chi investe sui beni culturali- che ha permesso l’intervento di enti anche privati nel campo della salvaguardia del patrimonio storico-artistico – grossi istituti bancari che hanno sovvenzionato importanti interventi- e che oggi lancia nuove prospettive soprattutto con l’apertura dei mercati internazionali

Elementi che ancora oggi preoccupano pe la salvaguardia del patrimonio sono perlopiù legate al consumo di massa ed alla conseguenziale cultura di massa del patrimonio che rendoono luoghi come gli Uffizi sovraffollati e pinacoteche e musei di provincia pressocchè deserti, nonchè il degrado che attacca il patrimonio, soprattutto quei capolavori esposti, non “protetti”. Infine appunto sui criteri di restauro – Opificio delle Pietre Dure e Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione-  e sul reale impiego di manodopera specializzata.

 

Beni Ambientali e Architettonici

Spesso si è fatta confusione, privilegiando l’emergenza del monumento e dimenticando il contesto, storico, artistico e topografico di questo. Esempi riguardano i progetti di epoca fascista a Roma che prevedevano lo sventramento di vaste aree urbane di epoca rinascimentale per pter isolare l’emergenza moonumentale presente ed esaltarla. Quindi il recupero del bene architettonico parte sempre da una “indagine” ed è seguito da un “progetto” che non snaturi, nè stravolga gli equilibri storici presenti nell’area dove vi è “anche” l’emergenza monumentale. Questo è evidente nelle Norme per l’edilizia residenziale, ma anche nella Carta di Venezia e nella Carte di Atene che regolano gli interventi nelle aree urbane dal passato storico.

Interventi di restauro o interventi di conservazione, manutenzione ordinaria e rispetto dei materiali e dell forme delle emergenze monumentali, ma anche contestuali  ambientali ed architettoniche.

Proposte di intervento:

-riaffermare la priorità assoluta dell’interesse scientifico

– migliore raccordo tra Stato ed enti locali

– azione tecnico-scientifico integrata delle diverse sovrintendenze sui monumenti o complessi monumentali

– affermazione delle emergenze nel tessuto dei centri antichi

– istituire la prassi del cantiere di studio e conoscenza

– favorire la formazione di manodopera specializzata

– peculiarità degli interventi di conservazione e restauro.

 

Centri storici

Rientra nell’evoluzione sociale che va dall’industrializzazione del XIX sec. (1902 prima legge sulla conservazione dei monumenti e degli oggetti di antichità e d’arte) alla ricostruzine del dopoguerra (legge 1497 del 1939 che parla di complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale)., all’abbandono di alcune attività del primario a favore del grande impulso industriale. Attività che modificano il volto degli insediamenti urbani e creano il contrasto tra vecchio e nuovo. Dove quest’ultimo risponde alle esigenze di servizi e comunicazioni della società industriale mentre il vecchio non soltanto si trova in una posizione isolata, ma denuncia delle carenze strutturali e di difficile e costoso recupero. Il vecchio negli anni del dopoguerra e fino alla Commissione Franceschini è isolato rappresenta il luogo della marginalità -vedi il borgo antico di Bari-.

La costruzione di interi quartieri per la nuova edilizia popolare tendono a deportare gli abitanti residenti nei malsani edifici del “centro storico”.

Dagli anni ’80 la presa di coscienza urbanistico-architettnica cerca di reintegrare il dialogo della realtà urbana fra vecchio e nuovo.

A ciò contribuisce anche la cessata emergenza di case per poter ospitare la comunità urbana che adesso dispone di edifici mderni e può dedicarsi al concetto del recupero del centro storico.

Finalmente si comincia a parlare non più di emergenze monumentali, ma di piani del tessuto urbano più antico. Anche l’attenzione delle commissioni di indagine hanno un taglio ambientale con grande attenzione al “paesaggio urbano”

Per quel che riguarda il paesaggi vi sono due linee di indagine: quella del paesaggi più attenta alla soggettività del carattere intrinseco dei luoghi, alla loro specificità

quella sui quadri ambientali che prcede per immagini quadro, dotate di un certo livello di astrazione.

Appunto finale la contemporanea acquisizione del centro storico inteso come oggetto d’arte posseduto come espressione di alto livello economico e sociale.

 

 

Musei e Gallerie

Nei primi 20 anni successivi ai resoconti della Comm. Franceschini si è parlato moltissimo del ruolo dei musei. Non inteso come luogo polveroso ed elitario, ma come luogo innanzitutto di tutela e conservazione e poi di studio, educazione, promozione e divulgazione del patrimonio artistico e culturale.

Tutela e conservazione di opere significa innzanzitutto impedirne la “fuga” verso luoghi che non siano adatti alla loro conservazione – come succede per op. d’arte che vanno ad abbellire uffici pubblici -, come è accaduto per gran parte delle op. del Muse di Brera. Inoltre all’interno del Museo ricavare organi di studio, conservazione ed anche documentazione del patrimonio conservato. A tutt’ggi solo l’Opificio a Firemze e l’Istituto Centrale per il Restauro si occupano di ciò, mentre per quel che riguarda la documentazione o l’informazione si fa ricorso alla “costruzione” di mostre, come è accaduto per i “Farnese” al Museo di Capodimonte a Napoli, per poter far avvicinare i cittadini al Museo. E questo introduce un altro importante ruolo, quello didattico e culturale del Museo. Avvicinare spettatori, ma anche educare gli studenti a frequentare un luogo d’arte, far scaturire la curiosità di guardare l’arte e la cultura, rendere la galleria o il museo un luogo piacevole dotato di infrastrutture che permettano di considerarlo anche un posto dove trascorrere il tempo libero.

Per quanto riguarda l’organizzazione delle sale di un museo e l’esposizione delle op. d’arte rimane un campo aperto ad ogni suggerimento, ad es. quanto è avvenuto a Capodimonte dove sono stati accostate in una mostra op. classiche a capolavori d’arte moderna e contemporanea. O ancora le polemiche che riguardano le politiche di allestimento ed ampliamento dei Grandi Uffizi.

Ciò che emerge è lo sforzo che vien fatto, ma che ancora occorre fare di rendere massimamente fruibili le esposizioni museali ricorrendo anche alle tecnologie più avanzate (come i computer che offrono spiegazioni quanto mai complete sulle op. esposte in ogni sala del Grand Louvre).

Problema del personale, spesso non si dispone non soltanto del personale specializzato, ma neanche di un’adeguata sorveglianza e quindi esclusi i grandi musei eccessivamente frequentati il resto langue in una sorta di impaludamento.

 

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