L’arte del costruire nel Medioevo


Arte del Costruire nel Medioevo

Considerare  le tecniche di edificazione nel Medioevo (XI-XIV secolo) vuol dire tracciare un profilo di civiltà mettendo in relazione realtà storiche, artistiche, scientifiche contestualizzandole.

La difficoltà maggiore è ovviamente quella di proporre una sintesi e cercare di fare un discorso unico che abbracci tante realtà che, nei fatti, risultano essere estremamente diversificate tra loro. Sarà dunque bene avere sempre presente due considerazioni: noi andiamo a dissodare un campo, quello dell’arte edilizia che non  può in alcun modo essere rapportabile ai modi ed alle tecniche odierne; che gli esempi proposti tenderanno a riunificare esperienze diverse tra loro, se è vero che nel Medioevo si costruiva in modo differente a seconda che ci si trovasse in Italia Settentrionale o Meridionale o al Centro o in Francia o in Inghilterra, che fosse il 1080 o il 1150 o addirittura il 1200. Da queste banali, seppur necessarie, premesse  parte il tentativo di vedere cosa c’è oltre la facciata di una Cattedrale romanico o gotica, oltre la mole imponente di un castello o di una semplice casa di abitazione. Costruire è un lavoro che diventa espressione d’arte quanto più la portata dell’edificio da realizzare è importante, quanto più lustro possa dare alle istituzioni – che solitamente in questi secoli possono ridursi a istituzioni ecclesiastiche o politico/militari – quanto maggiori siano i fondi offerti dalla committenza.

I committenti sono coloro che finanziano la realizzazione della fabbrica, non soltanto in termini economici, ma anche per quel che riguarda l’approvvigionamento dei materiali e di tutto quello che serve alla fabbrica. Quindi committenti sono i grandi esponenti del clero, gli abati i vescovi, oppure i grandi signori, i principi.

Una volta diremmo ‘varato’ il progetto di edificare un edificio di grande portata si apre il cantiere. Qui operavano coloro che materialmente avrebbero realizzato l’edificio: le maestranze. Tra queste possiamo individuare alcune figure importanti prima fra tutte quella dell’architetto, definizione che appare molto tardi, ma che comunque designa colui che prepara la pianta dell’edificio, stabilendone il preventivo, dirigendone i lavori e sorvegliando il personale in contatto costante con il committente. Non è da escludere che spesso gli stessi abati ricoprissero il ruolo di maestri d’opera  come accade per l’abate Suger  che per Saint Denis espose lui stesso il piano dell’opera alla vigilia della costruzione, inoltre si occupoò di carpentieri e strumenti in modo da edificare e decorare interni, facciate e finestre curando i particolari della cripta fino al sommo delle volte.

In questa miniatura conservata nella Cattedrale di Modena (XIII sec,) vediamo l’architetto Lanfranco che dirige i lavori accanto a lui semplici operai intenti a scavare le fondamenta e a trasportare il materiale mentre altre figure sono intente a disporre le pietre, questi ultimi sono identificati come artifices.

Per offrire un quadro sintetico di coloro che operavano in un cantiere medievale possiamo dire che ci fossero:

architectus, tale qualifica presente fino all’XI secolo, si perde tra XII e XIII secolo per riapparire dal XIV secolo in poi;

artifex: con questo termine viene spesso indicato Lanfranco edificatore del Duomo di Modena;

artifices: sono spesso rappresentati nell’atto di disporre gli elementi costruttivi di un muro, quali le pietre ed i laterizi

operarius: sarebbe il manovale;

lathomus: il tagliatore delle pietre, aveva un ruolo tecnico-progettuale;

maczonerius: colui che ‘faceva i mattoni’

tallapetra: nel 1150 Stefano tallapetra, maestro lapicida, è da intendere come un piccolo imprenditore artigianale.

In Puglia nel periodo normanno-svevo si rintracciano alcune firme dei maestri d’arte muraria, come i maestri comancini presenti nella Basilica di S. Nicola, Ansaldo e Taddeo, o quelli che metto la firma al castello di Bari, Melis da Stigliano, Minerrus da Canusia e Ismahel –episodio analogo a Bitonto dove sull’antico ciborio della Cattedrale vengono ricordati, senza nome, i ruoli dell’architetto ideatore ed esecutore dell’opera. E’ possibile inoltre rintracciare altri tipi di firme legate soprattutto a sigle ed emblemi.

Nell’Italia meridionale viene da distinguere il ruolo del committente da quello dell’architetto, anche se talvolta le due funzioni coincidevano nella figura del sovrano. Compare spesso la figura di un tecnico ad alta specializzazione al quale vengono affidati compiti direzionali e di responsabilità come per Chinardus . Si afferma così la figura del magister e poi del prothomagister e del prepositus (gli esempi più noti sono quelli di Riccardo da Foggia e Pietro d’Angicourt). Costoro avevano tutte le responsabilità del cantiere e avevano l’obbligo della permanenza sul luogo del lavoro. Costoro fungevano da controllori specializzati che, attraverso una forma gerarchicamente piramidale risaliva fino alla corte.

I più grandi interpreti della conoscenza, che nella maggior parte dei casi nel Medioevo è empirica, dell’arte del costruire erano dunque impegnati nelle grandi cattedrali Lanfranco a Modena, il magister Matteo è ricordato per la realizzazione di Santigo de Compostella. Le più grandi innovazioni avevano risonanza poi in varie zone e questo era dovuto non soltanto alla circolazione dei modelli quanto alle stesse conoscenze dei magistri che spesso si spostavano prima di apprendere i ‘segreti’ del mestiere e poi per poter trovare lavoro. L’integrazione tra le conoscenze specifiche delle maestranze e le trasmissioni del sapere erano presenti in comunità che non sempre erano necessariamente ampie. Le tradizioni conoscitive così potevano integrarsi con gli apporti dei modelli (piante disegni, nuove soluzioni, esperienze esterne) con la realizzazione di alcune varianti (di qui le successive distinzioni fra stili diversi es, Romanico e Gotico)

La catena operativa:

estrazione del materiale: tale definizione presuppone che si stia parlando di materiale lapideo, mentre va detto che nel Medioevo mancando materiali moderni quali il cemento, oltre la pietra gli edifici si costruivano con laterizi preparati mescolando argilla e leganti, poi cotti nei grandi forni di pietra. Tornando alle pietre consideriamo le cave di estrazione che potevano essere:

              

  ad anfiteatro: di solito per giacimenti che affioravano sui rilievi;

 

 

a fossa: nelle zone pianeggianti

 

 

 

 a galleria: per estrarre materiali pregiati che all’esterno affioravano solo in minima parte

 

 

 

a pozzo: sistema che penetrava in profondità dove era individuato il giacimento. Si scavava una camera che si allargava sempre più finchè il giacimento veniva esaurito oppure si verificava un pericolo di crollo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tipi di estrazione tradizionale erano due:

si faceva franare una porzione di parete rocciosa per eliminare cercando di non distruggere i frammenti detritici e i grandi blocchi lapidei

il distacco controllato, roccia tagliata a mano si effettuava soprattutto sulla roccia tenera come il tufo o il travertino, ma anche su roccia dura o semidura come l’ardesia, calcari e marmi. Si preparavano due piani ortogonali che formavano le due facce del blocco da staccare mentre poi si procedeva con l’uso del piccone a punta o con la mazzetta o scalpello. Il taglio orizzontale si eseguiva sostenendo il blocco in punta con i ceppi di legno e forzando con in cunei per favorirne il distacco. Questo avveniva per ribaltamento o per varata.

Gli strumenti per la lavorazione delle pietre: mazze, mazzuolo di ferro dolce per scalpellare, maglio, martelli a due punte, mazza a testa concava per squadrare, testa per sbozzare gli spigoli, martello a taglio dritto per le pietre tenere, martello a taglio dentellato per pietre  più dure, martello a taglio misto, martellina, bocciarda a testa piana, bocciarda a testa convessa. Accanto a questi vi erano gli strumenti per affinare la lavorazione, come la subbia a punta fine o grossa, lo scalpello, scalpelli a taglio stretto e largo, calcagnolo, gradina, ugnetto, gorbia o ferro tondo per conferire alla superficie a vista un aspetto gradevole e realizzare paramenti in assetto regolare e piani di contatto più possibile levigati. Quindi le pietre dopo essere state estratte e ridotte alle dimensioni richieste venivano rifinite ai piedi del cantiere.

La posa in opera questo tipo di lavoro consisteva nel sistemare il materiale secondo i criteri delineati nel progetto iniziale tenendo conto dei caratteri del materiale stesso, del pregio del manufatto finale e di alcuni criteri scientifici basati più che altro sull’esperienza empirica. Le murature, in questo caso si parla di murature in pietra, potevano essere realizzate disponendo i conci in modo tale che aderissero l’un l’altro senza utilizzare leganti (comunemente indicati come malta). In tal caso di parla di muri a secco. Per far questo le pietre dovevano essere preparate in modo tale che le superfici a diretto contatto tra loro non fossero lisce e levigate, ma presentassero facce che, sebbene aderissero perfettamente tra loro, offrissero un certo attrito per consolidare l’intera costruzione. Quindi facce rifinite con alcuni strumenti quali scalpelli e regoli. Per realizzare questo tipo di  muratura per edifici di una certa imponenza era assolutamente necessario riporre attenzione sul tipo di pietra utilizzato che non doveva essere né troppo duro –avrebbe offerto difficoltà di lavorazione alla sbozzo e avrebbe rischiato di rompersi- né troppo morbido – si sarebbe sbriciolato- e per questo uno dei materiali privilegiati era proprio quello che comunemente si definisce calcare. Enorme importanza rivestiva anche il modo in cui venivano sistemati i blocchi di pietra così lavorati che dovevano essere disposti mantenendo orizzontale il piano di giacitura originario (cioè quello in cava), inoltre i pezzi dovevano avere una forma parallelepipeda e disposti con con la lunghezza maggiore della larghezza in modo da formare una continua base di appoggio rettangolare. Una muratura più comune era quella formata con i letti di malta che fungevano non proprio da legante, in quanto i cosiddetti letti non avevano grande spessore e quindi più che legare colmavano gli eventuali interstizi tra i blocchi lapidei. Quando si verificava la disposizione di materiali diversi (ciotoli, materiali di riporto) si parla di muratura grezza o mista. Infine lo spessore murario, che diventava essenziale in rapporto alle dimensioni dell’edificio, poteva essere pieno, cioè ottenuto con lo stesso spessore dei conci oppure a sacco, cioè tra i due spessori murari si individuava un vuoto riempito da materiali di risulta.

Caratteri architettonici degli edifici: i modelli. Uno dei più grossi problemi per l’architettura medievale era costituito dalla realizzazione delle volte. Vi erano tre tipi fondamentali di volte: a botte, a vela, a crociera. Il sistema di costruzione di una volta a botte senza l’uso della centina era il seguente: si innalzavano i quattro muri di sostegno, poi i muratori cominciavano il lavoro alle due estremità dello spazio da coprire, disponendo i mattoni radialmente, ma tenendoli sempre leggermente inclinati dal centro verso l’esterno in modo da impedirne la caduta. Quando le due parti della costruzione arrivavano a congiungersi nel mezzo, lo spazio cuneiforme che si formava veniva colmato con un tassello di laterizio, che fissava l’intera volta in posizione. Le volte a vela e a crociera venivano innalzate  su spazi delimitati da quattro archi. Nel primo caso i mattoni si disponevano secondo un’inclinazione gradualmente crescente, formando prima i pennacchi che producevano la base circolare della volta e poi procedendo verso l’alto sino a raggiungere la chiave. Nella volta a crociera i mattoni si disponevano parallelamente all’estradosso degli archi, lungo la linea sulla quale si congiungevano agli angoli dello spazio da coprire, essi formavano naturalmente uno spigolo, che tendeva a scomparire avvicinandosi alla chiave. Gli spazi morti sopra l’imposta delle volte erano spesso riempiti con anfore di argilla per ridurre il peso della muratura. La cupola che di solito costituiva il coronamento delle chiese bizantine, come pure di altri tipi di edifici, era costruita in base allo stesso principio della volta a vela, cioè poggiava su pennacchi. La differenza tra i due sistemi era che mentre nella volta a vela i pennacchi e la calotta formavano una superficie sferica continua, questo non avveniva nella cupola che aveva un raggio minore rispetto ai pennacchi sottostanti.

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5 pensieri su “L’arte del costruire nel Medioevo

  1. Alla cortese attenzione dell’autore. Vorrei esprimere i miei complimenti per i contenuti e chiedere se posso usare alcune immagini e parte del contenuto in una sintesi per ragazzi: sto preparando dei pannelli a carattere didattico sul Medio Evo e le modalità di costruzione. Grazie.

  2. Salve, il suo articolo mi è piaciuto molto, avrei una domanda se possibile, conosce i crediti della prima immagine di cantiere medievale che ha utilizzato?
    Grazie

  3. Pingback: VITA NEL MEDIOEVO | bilifrankfurt

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