La pittura a Ferrara nel ‘400


L’ “Officina ferrarese”, come Roberto Longhi ha avuto a definirla in un famoso saggio, esprime un episodio artistico di grande suggestione per quanto riguarda le vicende dell’Italia centrosettentrionale e per quello che poi in fondo lega Ferrara a Mantova, Padova Venezia, alle linee gotico-lombarde, alle influenze di Piero della Francesca. All’inizio del ‘400 Ferrara come gran parte dell’Italia settentrionale risentiva della “linea floreale” lezione affermatasi in quel clima gotico che dal Piemonte e dalla Lombardia attraverso gli esempi di Giovanni de’ Grassi, Stefano da Verona, i fratelli Limbourg, per non citare poi Gentile da Fabriano e Pisanello finiva per investire gran parte degli ambienti cortesi. Nonostante ciò l’Emilia attraverso l’opera di alcuni suoi interpreti locali come Giovanni da Modena nel ciclo degli affreschi per S.Petronio a Bologna affermava un proprio linguaggio perlopiù autonomo. A metà del secolo alcuni importanti avvenimenti finiscono per configurare l’ambiente artistico-culturale emiliano e di Ferrara in particolare:

-la presenza nel 1438 di Pisanello a Ferrara che dipinge il S.Girolamo ora a Londra e Jacopo Bellini che dipinge la Madonna con Lionello d’Este.

-il ducato di Lionello D’Este (1441-50) che ridà spessore alla cultura ed all’Università ferrarese ospitando letterati quali Giovanni Aurispa e Stefano Veronese

– la conseguente presenza a Ferrara (1449-50) di artisti quali Mantegna – che dipinge un ritratto per Lionello d’Este- e Piero della Francesca che lavora ad una serie di dipinti ora perduti per il castello

– il rientro a Ferrara intorno a metà secolo di Cosmè Tura cresciuto a Padova alla bottega di Squarcione, ma non indifferente alla grande lezione donatelliana dell’altare del Santo.

La corte ferrarese, dunque a metà del ‘400 si propone come centro di raccolta di quelle che sono le più incisive esperienze dell’arte italiana dalla corrente gotica e cortese, alla purezza della lezione donatelliana, fino agli approcci che da Padova conducono a Venezia, non è casuale la presenza di Mantegna e Bellini. Prendiamo un episodio come quello legato alla realizzazione della Bibbia di Borso d’Este fra il 1455 ed il ’61 eseguita da un gruppo di miniatori tra i quali un tale Taddeo Crivelli da non confondere con Carlo. Un’opera che si accosta ai Libri d’ore o alle miniature dei fratelli Limbourg con un ritardo di circa 40 anni. Eppure quei toni del cielo della notte non soltanto rimandano agli esempi già citati, ma si inseriscono in quella linea gotica che conduce fino agli affreschi con la serie dei Mesi del Castello del Buonconsiglio di Trento eseguiti tra la fine del ‘300 e gli inizi del ‘400. Prendiamo, quasi a voler contraddire quanto finora detto la Pietà di Cosmè Tura datata 1460 -oggi al Museo Correr- e la, purtroppo “invisibile” presenza di Piero negli anni ’50. Tura che concepì le sue opere nel ferro e nel diamante (R.Longhi) è di certo una delle punte dell’arte ferrarese di metà secolo. Proveniente da Padova dove era stato sì a bottega da Squarcione, ma quanto non deve aver guardato al Donatello dell’Altare del Santo, a Ferrara. Il “superorganismo” dei corpi istericamente contorti, quasi sproporzionati, davvero scavati nella pietra sono quelli della Madonna e del Cristo nella Pietà. Il volto enorme rispetto alle braccia ed al corpo con la madre dal volto dolce e massiccio come una Madonna di Masaccio, che gli bacia la mano ferita. E poi lo sfondo il Calvario, una Torre di Babele terribile sulla quale tre croci rimandano al “prima”. Quanto oltre non è dalla distesa linearità, dai perfetti cromatismi di Piero o anche da quelle tarsie lignee di metà secolo firmate da Cristoforo da Lendinara, ma probabilmente eseguite su disegni pierfrancescani?. E così l’altra Pietà sulla cimasa della Pala Roverella ed il S.Giorgio che uccide il drago scolpito nell’acciaio con le briglie rosso sangue, un dato rinnovato nel ciondolo al collo del Bambino e nelle stringhe che reggono la spada di Federico nella Pala di Piero del 1492. E pensare che proprio nel 1460 allo studiolo di Belfiore è attestata la presenza di Tura accanto, probabilmente, a quel Galasso che proprio Longhi fa padre di quell’Autunno ora conservato a Berlino e lo incorona primo allievo ferrarese di Piero. (Il grappolo d’uva imperlato dal sapiente dosaggio della luce). Così l’arte a Ferrara sembra passare indenne attraverso tutte le suggestioni, tutte le scuole, come andrebbero interpretati i Mesi di Schifanoia di Del Cossa? Un ritorno allo spirito gotico delle miniature, ai cicli trecenteschi del Castello di Trento con il ciclo organizzato su tre registri, quello delle divinità, quello dei segni zodiacali e quello della vita di corte di Borso d’Este. Un artista che sembra tra il 1468-70 guardare al clima delle corti umanistiche, ma nello stesso tempo – Pala Griffoni per S.Petronio a Bologna- afferma potentemente un linguaggio pierfrancescano. Ed allora che dire ancora di Ercole de Roberti collaboratore del Cossa nelle predelle della Pala Griffoni e impegnato anche lui a palazzo Schifanoia con il mese di Settembre e nel Trionfo della Lussuria. Guardiamo questo affresco, le membra dei fonditori del ferro scolpite nell’acciaio quasi a riproporre le asprezze di Tura o il letto di cilicio nel quale consumano il loro amore Venere e Marte, o le scimmie venute fuori da un bestiario gotico. Originalità, talento espressivo, ma soprattutto sintesi, sono queste le matrici che fanno dell'”officina ferrarese del ‘400″ un evento non imponente, ma certamente significativo dell’arte italiana. Un evento che si allarga fino all’emilia tutta a Bologna, la Pala di S.Lazzaro di de Roberti (1470-75) un “cubizzare instancabile e minuto” (Longhi). E ancora la pala di S.Maria in Porto a Ravenna dove vengono eliminate le distanze fra trono e paesaggio con il primo che poggia su aeree colonnine sfondando così verso il paesaggio sullo sfondo. E dopo i tre, un periodo di scuola o di maniera con Lorenzo Francia, con il Marmitta, momenti minori, ma non per questo scevri di quell’originalità e, chissà bizzarria, che saranno le matrici di Amico Aspertini e di quella linea della maniera emiliana che coinvolgerà il Correggio e poi il Parmigianino. Espressione di inizio ‘500 Amico Aspertini, si forma a Roma collaborando con Pintoricchio, accostandosi dunque alla scuola “classica” di Raffaello, ma nello stesso tempo indugiando, come facevano spesso i viaggiatori sulla classicità, anzi sulle rovine classiche della Roma antica. Un repertorio che si porterà con sè a Bologna nel 1506 un gusto archeologizzante che ben si accorderà con le influenze che gli vengono osservando la linea dei disegni del Durer. Un connubio che, unito alla fantasia dell’Aspertini lo farà approdare ad un modernissimo gusto anticlassico (Pietà del 1519 a S.Petronio), proprio nel momento in cui a Bologna si affermava quell’Accademia dei fratelli Carracci mentori del più rinnovato classicismo. Ma l’opera dell’Aspertini non va per questo condannata, anzi, come sostiene Longhi inserita senza fatica in quelle che saranno le più avanzate linea anticlassiche di Beccafumi, di Rosso, di Pontormo e se vogliamo rimanere in terra emiliana, anticipazione del Correggio e del Parmigianino.

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