Ocra e Rosso: ecco i veri colori del Colosseo


 

Un’operazione che non convince

E’ apparso ieri (09 aprile 2011) sull’edizione on-line di Repubblica questo breve articolo corredato di video nel quale si dava annuncio di una fase preliminare dei ‘colossali’interventi di restauro dei quali sarà oggetto (o vittima?) il Colosseo, realizzati grazie ad un benemerito e ‘cospicuo’ finanziamento da parte di Diego della Valle.

L’articolo in questione suscita diverse perplessità ed induce ad una ‘preliminare’ sfiducia nei confronti di tale operazione.

Ad un primo sguardo appare già il titolo dell’articolo una specie di forzatura farcita da un briciolo di ossimoro. Il travertino è una roccia calcarea, normalmente di colore chiaro che grazie alla presenza di ossidi può presentare sfumature giallognole, ocra a seconda del livello geologico di estrazione e dalla più o meno accentuata presenza di materiali spuri, come appunto gli ossidi o le concrezioni determinate dalla presenza di fossili.

Questo per una puntualizzazione sulla natura geo-mineralogica!!! Ma si sa i giornalisti non sono specialisti, non sono, non amano puntualizzare e invece spesso cercano nel titolo di enfatizzare….Ciò che non c’è. Infatti nel video correlato non si parla di travertino color ocra, bensì di presenza di alcuni colori (il rosso e l’ocra appunto) ‘misteriosamente apparsi durante le semplici operazioni di pulitura di alcuni pilastri, ossia rimuovendo le croste nere e lo sporco sedimentatosi nei secoli. Eppure un tentativo di giustificare il titolo ci doveva pur stare. Così giornalisti, direttore del Colosseo e Restauratori, si sono sforzati di porre un interrogativo ‘misterioso’. Questi colori (?) sono di età romana o dovuti ad eventuali ridipinture inerenti secoli successivi? Ed anche questo rimane un quesito abbastanza contraddittorio, anche perché in questa fase ‘preliminare’ non si riesce, e diciamolo non si può, tentare di spiegare ciò che neanche si è visto e analizzato per bene…

A parte queste brevi note sull’articolo e sul suo contenuto (ci sarebbe anche il discorso delle grappe in bronzo, ma per il momento lasciamo stare) ciò che induce a ‘preliminare’ sfiducia è il senso del messaggio.

Tomaso Montanari di recente ha pubblicato un libro dal titolo ‘A cosa serve Michelangelo?’ edito da Einaudi e relativo al polpettone di appena un anno fa che aveva per oggetto il famigerato ‘Cristo’ di  legno di tiglio attribuito a Michelangelo e acquistato dallo stato italiano per oltre tre milioni di euro. Poi portato in processione dal Ministro Bondi al TG1, in Vaticano ed in varie mostre nella penisola, infine ritenuto un’opera poco convincente e sicuramente non di Michelangelo. Un episodio questo che ha indotto il prof. Montanari a riflettere (devo dire con grande acume) sul senso dell’opera d’arte oggi e quindi sul senso dell’arte stessa.

Arte che da qualche decennio è diventata una parola poco ‘umanistica’ e molto commerciale, a lei si affiancano operazioni  cosiddette di marketing, slogan pubblicitari, cartoline dall’Italia. Non ultima anche la campagna video-pubblicitaria che lo stesso premier ha condotto sulla Nostra Bella Italia, patrimonio di opere d’arte, scrigno prezioso per tutto il mondo.

Salvatore Settis nel suo ultimo lavoro intitolato ‘Paesaggio Costituzine cemento’ riporta i seguenti dati : L’Italia possiede fra il 60 ed il 70% dei beni culturali mondiali (Rapporto Eurispes)

Il 72% del patrimonio culturale in Europa si trova in Italia e ben il 50% di quello mondiale sta nel nostro paese (S. Berlusconi)

L’Italia svetta in cima alle classifiche per il numero di furti d’arte e d’archeologia, siamo primi anche nella lista dei siti UNESCO, ma i 44 siti italiani (su 890) corrispondo solo al 4,9% del nostro patrimonio.

Quantità o qualità?

Notizie che in qualche modo confermano quanto la maggior parte delle affermazioni sul patrimonio culturale italiano abbiano un unico obiettivo, quello di legare l’Arte ad uno slogan pubblicitario, ad un richiamo di natura turistica, ad un effetto ridondante di supermercato del bello.

Ed in questo senso anche i restauri ne sono protagonisti. Restauri come quello del Perseo ripreso da telecamere e seguito in diretta (ma nessuno ha mai detto se quell’intervento fosse necessario), come quello del Giudizio di Michelangelo (dove tutti i colori sono stati svelati togliendo ogni velatura a secco, ma senza domandarsi chi aveva eseguito quelle velature), come quello della Torre di Pisa (che ha per la verità lasciato tutti un po’ male perché i restauratori non hanno raddrizzato la Torre, ma soprattutto hanno detto – ma questo non è stato mai riportato nelle cronache- che la Torre, prima o poi, crollerà), appartengono più ai voli pindarici di certe trasmissioni televisive dove ‘mistero’ e ‘scoperte’ sensazionali sono le parole più usate che alla vera tutela e salvaguardia dell’Arte.

Addirittura qualcuno, poco tempo fa ha anche accennato all’idea di ‘ricostruire’, nel castello di Lucera il ‘vero’ palazzo di Federico, che è detto aveva forma ottagonale (come Castel del Monte guarda un po’) così come lo aveva più o meno descritto un viaggiatore pittoresco del settecento Desprez. Per fortuna l’intervento di uno storico medievale come il prof. Licinio aveva sottolineato che l’idea era frutto di evidenti forzature se non di distorsioni della realtà.

Ma la domanda è questa: perché succede tutto questo? Certo è evidente che le politiche market tare hanno finito per zittire le speculazioni serie e scientifiche.

Ma io non mi fido e dico qualcosa che ogni tanto fa capolino nei discorsi di chi contesta come Licinio: è un po’ strano che restauri e finanziamenti vadano a braccetto sempre sotto una crosta che sa di politica, e non di quella culturale, ma di propaganda politica.

Il castello di Federico II, come il Cristo di Michelangelo, come, ahinoi adesso, il Colosseo. Finanziatori e nuova politica che avanza, sulle macerie della nostra storia, su un monumento che tutti quanti noi conosciamo, sul quale è facile speculare perché fa parte della nostra identità e nessuno di noi vorrebbe mai vederlo dipinto in rosso o ocra.

Allora  ecco perché l’articolo di Repubblica non mi convince, non per le inesattezze dei giornalisti, per l’arrogante pressappochismo del video, per le banalità concentrate in pochi minuti, ma per quello che significa tale campagna, perché dietro quel pezzo e quelle immagini mi sembra di vedere un’operazione di market tara politica e tutto ciò mi indigna e mi chiedo se dopo aver accettato il Giudizio della Sistina colorato come un luna park adesso non  ci stiano provando anche con il Colosseo, a farlo diventare rosso come un ‘lupanare’.

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