La pittura lombarda tra X e XIII secolo


 La Ripresa Ottoniana. La ripresa ottoniana riguarda la produzione di manoscritti e miniature come il Salterio Ambrosiano, il Libro di preghiere di Rodolfo ed il Codice di Ivrea, ma anche la produzione di cicli di affreschi. In quelli di SS. Pietro e Orso ad Aosta il linguaggio classicheggiante, degno della prima fase della rinascita ottoniana venne già annotato da Ferdinando Bologna ‘Colui che trovò l’idea di codeste straordinarie creature alate, condensate in una grave macchia di colore, capace per via d’ombre di una potente verità, fu certamente pittore geniale (…) sappia scrutare liberamente entro la veduta prospettica miracolosamente intatta della colossale greca per scoprirvi certi uccelli quasi palpitanti (…). Può essere accostato all’arte ottoniana”. Davvero uno dei più chiari esempi è dato dagli affreschi di S. Vincenzo a Galliano del 1007 fatti fare da Ariberto d’Intimiano. Qui il Maestro di Galliano in forme di grande originalità riprende formule classiche dell’arte lombarda. Dai riferimenti alle miniature del Magistrum Registri Gregori, con possenti pennellate bianche e lumeggia ture caratterizzanti fino all’evoluzione della maniera bizantina evidenziata dallo stesso Bologna quando dice “qui sembra in corso un processo di svolgimento per il quale il linguaggio pittorico assorba ancor più dei modi bizantini (…) nelle scene con i cavalieri si mescola a tratti di origina miniatoria (scuola di Reichenau). Nella Maiestas Domini dell’abside si assiste quasi ad una trasfigurazione espressionistica, la terribilità visionaria che li fa riconoscere per talune delle più schiette creature del travaglio medievale. E’ un prodotto di lunga elaborazione artistica condotta nei secoli precedenti gravitante sulla Valle Padana – vedi l’Evangeliario Palatino dell’Ambrosiana – . Nelle Storie della vita di S. Vincenzo la falcatura dei gesti e delle azioni filtra e cristallizza la stessa foga realistica dei martiri di S. Vincenzo al Volturno (fine X secolo) qui, però, quello che era empito drammatico, quasi brutale, diventa consunzione lenta, straziante”. Al Maestro di Galliano sono attributi anche gli affreschi di Agliate in Brianza, secondo Vallagussa, il ciclo comprende anche un fregio che corre sulla parete in alto e che raffigura teste di profeti: sebbene molto legato al Maestro di Galliano questa sarebbe opera di un altro Maestro, tra l’altro una personalità molto importante in Lombardia in questo periodo. A lui vengono attribuiti i cicli di Aulogo in Val Chiavenna e soprattutto nell’Abbazia di Novalesa in Val di Susa, dove un ciclo di affreschi datati 1093-1094, riportano un ciclo di Storia DI s. Nicola da Myra – c’è da notare come la realizzazione del ciclo fosse appena successivo al trafugamento delle reliquie del santo da parte dei baresi avvenuto nel 1087 e quindi le storie sono state suggerite dai codici miniati orientali, probabilmente sinaitici, giunti in qualche modo in Lombardia-. A S. Pietro a Civate, si compie il sunto dell’arte lombarda del X secolo. Eseguiti tra 1073-1075, mostrano punti di contatto con Novalesa, ma evidenti riferimenti allo stile del Maestro di Galliano. Bologna parla anche di un “rinvigorirsi di elementi bizantini nella Gerusalemme Celeste si annunciano paesaggi classicistici riferibili al Nicandro ed al Salterio di Parigi. In realtà gli affrescatori di Civate intesero scavalcare la chiusa violenza dell’abside gallianese per accordarsi con il momento più arcaizzante ed abbordabile della navata ed aggiornandolo con il maturo modo miniatorio di Reichenau – riferimento allo Zakkenstyl con in più importanti modulazioni cromatiche-“. A Civate sono riferibili poi gli affreschi presenti a S. Giorgio a Como del 1082 e perfino l’arte miniata proveniente dallo scriptorium dell’Abbazia di Polirone a Mantova che risentirà di tali influenze. XII e XIII secolo: le correnti stilistiche presenti in Lombardia giungono attraverso varie influenze, riferibili alla ‘maniera greca’, bizantina, presente a Venezia, rivista attraverso l’arte padana e venuta a contatto il nord con le influenze di Salisburgo e Ratisbona soprattutto grazie alla diffusione di codici miniati. Nel Palazzo della Ragione di Mantova, gli affreschi riportano scene e frammenti di Madonna in trono tra Santi e Giudizio Finale, datati al 1250 e firmati da un tale Grixopolus Parmensis. Secondo la descrizione fatta da Boskowits del Giudizio Finale su “ fondo azzurro si stagliano i personaggi con energici contorni, i contorni sono lunghi ed ininterrotti, anche se l’artista ha una tendenza a ricercare un volume tridimensionale”. In questo periodo in Lombardia la ‘maniera greca’ tende ad essere superata per via cromatica che con sfumature e luminescenze tende ad ingentilire le forme. Addirittura precedente all’episodio di Mantova quello del Broletto di Milano dove la tecnica degli affreschi è quella di un disegno su pergamena con figure quasi acquerellate o comunque con colori assai leggeri. I disegni sono molto veloci, ma è presente anche vivacità espressiva, i riferimenti a tali nuove tendenze dell’arte lombarda fatte con i Tacuina di Villard de Honnecourt. Contatti con formule ispirate ai manoscritti anche per la Madonna con Bambino datata al 1270-1280 a Galliano che ha più di un contatto con l’Epistolario di Giovanni Gaibana del 1259. A questo periodo anche se la datazione è ancora controversa e Boskowits suggerisce addirittura di retrodatarlo ad un secolo prima, il ciclo di affreschi dell’Aula della Curia di Bergamo, dove è possibile leggere un fregio di animali ed un ciclo cristologico, completato da un Giudizio Universale eda una Ruota della Fortuna. Secondo Boskowits siamo di fronte ad una pittura che si svolge su fondo giallastro e disegni su terra verde, con tracce veloci e assoluta mancanza della terza dimensione che fanno asserire al critico la retrodatazione dell’intero ciclo. La cultura artistica lombarda di questa fine del ‘200 è ancora dibattuta, almeno per quanto riguarda la critica, ad una prosecuzione o ad un allontanamento dalle forme classiche, intese, qui, come riferimenti al termine abusato di ‘bizantino’. Il problema è che la zona presa in esame non può ridursi all’attuale regione padana ed alle zone confinanti del Canton Ticino. Allora diventano chiari i riferimenti proposti da Boskowits tra la chiesa di S. Giovanni della Fossa a Novellara in provincia di Reggio Emilia e l’affresco sulla tomba di Guglielmo de Cottis a S. Ambrogio a Milano, dove ancora si ritrovano gesti solenni, questa volta, però, più vicini ai tagli orientali soprattutto nei tratti fisiognomici. Tratti orientali ben visibili invece nell’Annunciazione di S. Giovanni in Conca sempre a Milano. La svolta di questa vicenda artistica p oresentata a Cremona, con il Maestro di S. Agata e nel ciclo di affreschi della Rocca D’Angera. Il Maestro di S. Agata coniuga i modi dell’arte padana con la conoscenza della ‘nuova maniera’ toscana e di Cimabue, una ‘lingua nuova’, colore intenso e intriso di luce. Il ciclo della Rocca D’Angera è per certi versi riferimento essenziale per l’arte di fine ‘200 in Lombardia e premessa per quello che accadrà in ambito gotico-cortese nel ‘300. In questo ciclo cambiano i soggetti, non più temi religiosi, ma profani, episodi storico-narrativi e tendenze epiche e cavalleresche, che traducono quella che è la nuova politica culturale dei Visconti che prende avvio proprio con la riconquista della Rocca D’Angera nel 1277 con la Battaglia di Desio episodio ripreso nel ciclo di affreschi. Il modo di raccontare, secondo Boskowits, è efficace e si limita all’essenziale, uno stile veloce per un artista che è sicuramente di alto livello e riesce a dare plasticità alle forme grazie al colore, è scomparsa definitivamente la linea di contorno, quindi un allontanamento dalla corrente toscana (?). Eppure si guardi il rapporto spaziale dato dalla siposizione delle spade, non potrebbe essere una anticipazione di quanto farà Paolo Uccello? Inoltre la descrizione delle gesta dei Visconti contrapposta ai segni dello Zodiaco, del Sole e della Luna no potrebbe esser letta come un’anticipazione delle poetiche cortesi del ‘400, vedi Palazzo Schifanoia a Ferrara per esempio? Certo è che la politica viscontea favorisce lo ‘scambio’, mercanti/finanzieri, così anche l’arte risente di tali inclinazioni, si accentuano quelle che erano sempre state le caratteristiche degli stili lombardi, contaminati e nati tra l’Emilia padana e l’oltralpe francese. Nel 1320 la koinè del linguaggio artistico che dal Veneto all’Emilia passe alle terra d’Oltralpe. Testi manoscritti come il Tristan, il Liber Pantheon fanno riferimento agli scriptoria di Parigi, ma rimandano alla tradizione miniata bolognese. Tali connotati finiscono per sfuggire definitivamente alla rigidità romanico/bizantina che invece era ancora possibile ritrovare nell’arte del ‘200.

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