La febbre di Francesco


La febbre di Francesco

La febbre di Francesco è una febbre quasi eretica.

Francesco si ammalò del vivere del Medioevo, la sua stessa vocazione ebbe aspetti al limite della follia, la febbre fu una cesura reale o voluta dai suoi biografi per pensare una sorta di morte e resurrezione dell’uomo santo.

Ma non fu soltanto questo!!

Francesco in vita si permise parecchie libertà al limite dell’eresia; per esempio la sua pretesa di predicare pur essendo un laico, e che lo stesso facessero i suoi frati, pur essendo laici. Il suo richiamarsi diretto al Vangelo, rifiutando la mediazione della Chiesa, e annullando per così dire tutta la tradizione per tornare tranquillamente ai tempi degli apostoli, puzza troppo di libero esame ante litteram. Qualche volta si arroga privilegi quasi vescovili, quando per esempio recide le chiome a Chiara e alla sua compagna. Nel suo ordine annulla le differenze tra laici e sacerdoti.(Giuseppe Giudice)

Del resto, la Regola gli venne quasi imposta altrimenti quella comunità di laici e suoi seguaci avrebbe avuto lo stesso destino di quei movimenti eretici che in quell’epoca imperversavano.

Ma con Francesco si fece di più

Che la sua canonizzazione fosse inevitabile è abbastanza evidente, ma che comunque si è voluto canonizzare non il personaggio storico, ma una figura simbolica, abbastanza diversa da questo. Così lo si è voluto accreditare come taumaturgo, cosa che non era, (semmai Antonio . . . ) poi si è voluto mettere in evidenza un suo rapporto privilegiato col Cielo, fatto di apparizioni eccetera, ma soprattutto si sono voluti negare o sminuire certi aspetti della sua dottrina, per esempio l’importanza dei laici, il valore del lavoro, il richiamarsi liberamente al Vangelo, tutte cose che riappariranno in tempi diversi, in parte come movimenti ereticali, in parte come  posizioni ortodosse, ma che per affermarsi aspetteranno credo il decimo o il ventesimo millennio. Meraviglia solo una cosa: che la falsificazione consapevole della figura di Francesco sia partita da frati del suo ordine, lui vivo.

Canonizzazione, ma anche la volontà di costruire qualcosa di importante, immenso, irripetibile come la Basilica di Assisi. Volontà già evidente subito dopo: tre anni per la precisione nel 1229 papa Gregorio IX posa la prima pietra per quella che sarà Basilica Santuario e soprattutto Basilica Pontificia. I più grandi talenti vi furono riuniti, le migliori personalità dell’epoca, pittori, maestri vetrai, architetti e scultori…ma sin dall’inizio uno dei problemi era come celebrare proprio lui Francesco. Ci avrebbe pensato Giotto, molti anni dopo, anche perché ci volle del tempo per ‘ricostruire’ la vita del Santo. Non che mancassero testimonianze, ma quelle che c’erano avevano spesso aneliti quasi ereticali e comunque non allineati con le migliori volontà della chiesa e ahinoi del suo stesso ordine. Ci pensò Bonaventura da Bagnoregio il quale non soltanto redasse la ormai famigerata Legenda Maior ma contestualmente provvide a far scomparire alcune biografie del santo.

Tutto nacque quando si scoprirono in dimenticate biblioteche alcune biografie di Francesco, molto più antiche e accreditate dell’unica conosciuta allora, cioè la Legenda Maior di s. Bonaventura. Mi riferisco alle due vite e al Trattato dei miracoli di Tommaso da Celano, alla Leggenda dei tre compagni, cioè Rufino, Angelo e Leone, fedelissimi amici di Francesco, e ad altre opere. La scomparsa di quelle era stata opera dello stesso Bonaventura, che ne aveva ordinato la distruzione, eseguita, con zelo degno di miglior causa, dai francescani, anche col mezzo di saccheggiare le biblioteche altrui. Fu un’operazione condotta con estrema meticolosità e cura: uno dei più grandi “roghi” medievali, che coinvolse centinaia e centinaia di manoscritti, se si pensa che ogni convento francescano – al tempo della prima biografia di Tommaso da Celano erano circa mille e cinquecento– possedeva almeno una Vita del fondatore, che una Legenda compendiata era inserita nel breviario di ogni frate e che in forma ridotta la biografia di Francesco faceva parte dell’arredo liturgico delle chiese non solo minoritiche, per essere cantata nell’ottavario della festa, o almeno nel natalizio. Gregorio IX aveva infatti stabilito che l’anniversario del santo fosse celebrato anche negli altri istituti di perfezione: per fare un esempio, quando Bonaventura diffuse l’ordine di distruzione, i cenobi cistercensi erano circa seicentocinquanta.

La Vita prima fu recuperata soltanto nel 1786; l’edizione critica si basò su pochi manoscritti, una decina in tutto, alcuni incompleti, otto dei quali ritrovati in monasteri cistercensi sfuggiti, perchè lontani, alla caccia francescana. Della Legenda ad usum chori attribuita a Tommaso da Celano è stato ritrovato nel 1934 un unico codice che la riporta integralmente, anche se mancante del prologo; la Vita secunda scoperta nel 1806 è anch’essa conservata soltanto da una decina di codici mentre il Tractatus de Miraculis, recuperato nel 1899, per il quale fu fatale la prossimità nel tempo alla Legenda maior, è rappresentato addirittura da un unico manoscritto: una obliterazione eccezionale, unica nel Medioevo di tale portata. Una volta trovate queste biografie, apparve subito evidente che erano notevolmente differenti tra loro, oltre che da  Bonaventura, per cui si pose la questione di chi fosse stato il vero Francesco. (G. Giudice)

E non poteva essere certo quello affrescato da Giotto: nei fatti, ma anche nelle forme.

‘Giotto spatioso’ mal si confaceva a Francesco, all’uomo, malato e provato dalle sofferenze e dalle privazioni. L’immagine giottesca di Francesco si attesta quasi in contraddizione con le immagini della Tavola Bardi, ma anche e soprattutto con le immagini presenti nella stessa Basilica di Assisi, affrescate da quel Maestro di San Francesco che sembra avere seguito lo stesso destino delle biografie distrutte. Infatti gran parte delle sue opere, situate nella Basilica inferiore, vennero distrutte quando sui muri laterali ove erano ubicate si aprirono le cappelle trecentesche. Di quel primo ciclo rimangono poche opere come la ‘Gloria di Francesco’, il ‘Sogno di Innocenzo III’, la ‘Rinuncia agli averi’ e naturalmente la ‘Predica agli uccelli’. Pittore di eccellente grafismo, il Maestro di San Francesco, riesce a figurare l’immagine del santo, ma soprattutto dell’uomo e attinge così non alla biografia ufficiale di Bonaventura ma più probabilmente a quelle di Tommaso da Celano. Lontano da Giotto, il maestro di San Francesco è il paradigma di una vicenda che meglio non si può spiegare che mettendo a confronto almeno una scena, la ‘Predica agli uccelli’, con quella realizzata da Giotto e contestualmente mettendo a confronto i due scritti quello di Bonaventura da Bagnoregio e quello di Tommaso da Celano relativi allo stesso episodio.

Predica agli uccelli

Bon. P. 907, 1154, ‘

attraversava con un altro frate le paludi di Venezia, trovò una moltitudine di uccelli, che se ne stavano sui rami a cantare. Come li vide, disse al compagno ‘I fratelli uccelli stanno lodando il loro Creatore; perciò andiamo in mezzo a loro a recitare insieme le lodi del Signore e le ore canoniche’. Andarono in mezzo a loro e gli uccelli non si mossero. Poi siccome per il gran garrire, non potevano sentirsi l’un l’altro recitare le ore, il Santo si rivolse agli uccelli e disse ‘Fratelli uccelli smettete di cantare, fino a quando avremo finito di recitare le lodi prescritte’. Quelli tacquero immediatamente e se ne stettero zitti, fin al momento in cui, recitate a bell’agio le ore a terminare debitamente le lodi, il Santo diede la licenza di cantare’…

Cel. P. 458 ‘percorreva la Valle spoletana. Giunto presso Bevagna vide moltissimi uccelli d’ogni specie (…) corse da loro in fretta (…) Vedendo che  lo attendevano li salutò come suo costume. Ma vedendo con grande stupore che non volevano volare via, li esortò  a voler ascoltare la parola di Dio. A queste parole gli uccelli manifestarono il loro gaudio (…) egli andava e veniva in mezzo a loro sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi…’

E per concludere un’ultima nota di Giuseppe Giudice. ‘Un racconto della predica agli uccelli giudicato oggi attendibile è quello contenuto nell’opera di Ruggero di Wendover e illustrata da Matteo Parigino.. Ivi il santo, ottenuto da Innocenzo III il permesso di predicare inizia subito da Roma, ma ottiene ben poca  udienza. Si reca allora fuori delle porte della città e inizia a predicare agli uccelli, non i soliti passeri dei nostri ricordi di bambini,ma uccelli da preda intenti a divorare carcasse. Il fatto, ripetuto per tre giorni, impressionò i romani, che, pentiti della loro condotta, fecero entrare in città l’uomo di Dio con grande venerazione. tenendo presente anche altri testi, tra cui i Fioretti, possiamo arrivare ad una ricostruzione verisimile del fatto Francesco e i suoi, incerti se darsi alla predicazione o alla vita eremitica, passando per la valle di Spoleto, videro questi uccelli, ai quali Francesco rivolse la sua predica. Meravigliato egli stesso della riuscita, prese la cosa come un segno dal cielo e si recò a Roma a chiedere il permesso di predicare. Ottenutolo, e non avendo successo coi romani, di nuovo predicò agli uccelli ottenendo la conversione del clero e del popolo’.

E’ solo un esempio tra i tanti, tantissimi e spesso dimenticati di quella che fu la Febbre di Francesco.

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