Gli affreschi del Camposanto a Pisa


Era stata la peste, la terribile peste del 1348 ad ispirarli, poi fu la guerra, quella del luglio 1944 a minacciarli, quando per tre giorni il Camposanto di Pisa bruciò e quegli affreschi rischiarono di sparire per sempre.

Il grande ciclo del Camposanto di Pisa, quello dove compariva il ‘Trionfo della Morte’ fu salvato grazie ad un intervento audace presentato il 4 ottobre del 1944 ed eseguito a partire dal 1947 lo ‘strappo’ di millecinquecento metri quadrati di affreschi…tanto per non perderli. Lionetto Tintori che ne fu l’artefice dovette rimanere stupefatto quando, strappati gli affreschi, apparvero le sinopie quel velo di calce grassa e rena fine che a dirla con Cennini ‘paia unguento’. La ricchezza formale il tratto deciso, il grande pittore …già ma chi era?

Roberto Longhi ebbe a dire nel 1950 ‘dopo la mia prima intemperanza (durata poco tempo, del resto) nel riferire quel ciclo famosissimo ad un Vitale, in verità troppo progredito oltre i suoi termini naturali, il problema è tuttavia ben vivo e sempre al banco giacchè sulla prevalenza degli aspetti emiliani, anzi bolognesi degli affreschi celeberrimi, vedo convenire persino coloro che amano insistere senza perché sul nome del pisano Traini dal quale non è strada a quei dipinti. Il grande, violento, quasi insolente pittore del Camposanto e delle due figure superstiti in S. Paolo a Ripa d’Arno, non s’incontra altrove in Italia salvo che in due affreschi con una S. Caterina e un S. Giorgio nel Battistero di Parma; ciò che viene ad appoggiare la certezza della sua nazione emiliana; ove questa non fosse, del resto, già dalla palese elusiva evidenza delle cose, dalla vigorità fantastica del racconto in cui a Pisa si trasformano anche i dati della composizione toscana, anzi orcagnesca, sulla quale verso il ’60, gli era stato probabilmente ingiunto di esemplarsi’.

E così non fu.

Forse aveva ragione Venturi a pensare già a Buffalmacco, lontano dall’ambiente emiliano e bolognese come pensava Longhi, riferendosi a Mezza Ratta o a Dalmasio ‘del quale l’ignoto pittore del Camposanto fu certamente un coetaneo e verosimilmente un amico’

Attribuzioni e scambi di opinioni tuttavia non possono scalfire la forza e l’audacia di questi affreschi, così come la forza delle parole longhiane, il critico che anche se sbagliava, riusciva a far vivere le opere con la sua poesia.

Ed allora Buffalmacco sia, l’amico di Boccaccio, di Calandrino e Bruno che con l’aria scanzonata prende a pugni la morte, ne fa un grottesco quasi fiammingo, ma sa anche dare un volto al diavolo ripescandolo da Giotto e guardare avanti ai volti che già odorano di rinascimento. E di rinascimento toscano.

A guardarlo sembra ci sia una sintesi da Andrea di Bonaiuto nel Cappellone degli Spagnoli a S. Maria Novella ad un annuncio botticelliano, dall’arcadia esule di Boccaccio al terribile volto di Satana, orcagnesco, ma perché no anche coppesco.

Pannelli che oggi affiorano come cicatrici di un patrimonio che ha rischiato di andar perduto e mai ci sarebbero state le parole di Longhi, le esclamazioni di Tintori, le giuste interpretazioni di Venturi e di tutti gli altri ed il respiro di un’arte immensa.

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Un pensiero su “Gli affreschi del Camposanto a Pisa

  1. Ola una miɑ amica mi haa ѕharato l’indirizzo ddi questо sifo e sono venuta
    a ѵedere se effettivamente merita. Mi piace considerevolmente.
    L’ho aǥǥiunto tra i preferitі. Stupendo sito e grafica
    spettacoloso!!!

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