Giotto – prima e dopo……


Giotto…prima e dopo

 

Uno degli aspetti più avvincenti dell’arte di Giotto è sicuramente da ricercare nella formazione di una bottega e di relativa scuola di pittori che non solo affianca il grande interprete dell’arte di fine ‘200 e ‘300 ma che condiziona ed riempie i manuali della pittura italiana dello stesso periodo.

Come diceva già P. Toesca il Duecento è segnato da due grandi figure che offuscano l’intero panorama artistico e culturale italiano: Giotto nella pittura e Dante nella letteratura.

Intorno a questi due geni universalmente riconosciuti ruota l’intera tradizione e cultura italiana, attraverso le loro espressioni artistiche si definisce un linguaggio nuovo, si approda ad una condizione ‘‘romanza’ finalmente libera dai lacci delle precedenti culture ed esperienze, mutuate dalle tradizioni bizantine e romane.

Ma è del tutto vero?

Facciamo un passo indietro e guardiamo per un attimo a quanto avveniva nella prima metà del secolo XIII, quando Giotto non era ancora nato o a cavallo di quel secolo quando il giovane pittore muoveva i suoi primi passi.

Grazie a recenti studi che si innestano sulle profetiche parole del Longhi – il Giudizio sul Duecento rimane un riferimento ineludibile così come i commenti sulla Mostra dei Giotteschi fanno ancora oggi molto pensare – oggi abbiamo un panorama più minuzioso sui tempi che anticiparono Giotto e sulle personalità artistiche che, se vogliamo, gli prepararono il terreno. Faccio riferimento soprattutto agli studi condotti da Boskovits e Bellosi a proposito di pittori come Coppo di Marcovaldo, Cimabue e Duccio. Accanto a questi nomi esiste un universo di espressioni artistiche e culturali che muove nella pittura Toscana e trova nei centri di Firenze, Siena, Pistoia, Lucca e in seguito Pisa i luoghi e le opere più significative. Di quell’imperfetto mosaico costituito dai cosiddetti ‘relitti di un naufragio’, come diceva Tartuferi riprendendo Garrison, oggi esistono maggiori approfondimenti. La personalità di un artista come Coppo di Marcovaldo, l’attribuzione a lui di opere originariamente redatte da più vaghi Maestro del S. Francesco Bardi o Maestro di Vico l’Abate, restituiscono un itinerario artistico e culturale che finalmente sgombera il campo dalla tentazione di una generica linea ‘espressionista’ della pittura toscana del ‘200. Coppo è personalità complessa, interprete e per certi versi anticipatore di quelle importanti finestre sull’arte toscana che saranno poi Cimabue e Duccio. Quel Giudizio Finale che campeggia maestoso e così fortemente ‘espressivo’ nel Battistero di S. Giovanni a Firenze ne è uno dei più insigni aspetti accanto ai quali vanno rilevate le più recenti osservazioni e attribuzioni di mosaici della parte superiore della cupola fatte dallo stesso Boscovits (Visti da Vicino, in Arte Cristiana).

Ma pregnanti sono anche le conclusioni su un ampio panorama che riguarda l’arte senese dei tempi di Duccio fatte da Bellosi. La rivitalizzazione di pittori come Guido da Siena, Deotisalvi di Speme, Rinaldo da Siena, Vigoroso da Siena e Guido di Graziano non solo rimandano a meticolose osservazioni sui modelli miniati ai quali si rifà la pittura di questo periodo, non solo aprono il campo a nuove interpretazioni ed ulteriori attribuzioni su quegli affreschi di recente venuti alla luce sotto il duomo senese, ma soprattutto saldano quelli che furono i legami che una grande personalità come quella di Duccio ebbe con la pittura di Coppo e di Cimabue. Soprattutto nei confronti di quest’ultimo Bellosi appunta una arguta considerazione riguardo l’addolcimento della maniera di Cimabue da parte del pittore senese. Rinsaldando così i rapporti o, se vogliamo, le differenze che portarono alla maturazione di Duccio in un contesto pittorico e culturale di grandissima vivacità. Bellosi nel riassumere i più importanti elementi che stanno alla base dell’arte di Duccio non dimentica anche di valutare la ‘spaziosità’ di alcuni impianti architettonici, visibili soprattutto nei troni che non possono non essere ispirati dall’astro nascente di Giotto e che avranno grande eco tra gli stessi seguaci di Duccio.

Insomma il panorama non si presenta più a compartimenti, a categorizzazioni, assume un dinamismo per certi versi assai suggestivo, ma che puntualizza un aspetto molto importante. Duccio, Cimabue, Giotto non sono espressioni a se stanti ma il frutto di un ampio contesto artistico e culturale.

Facile pensare ai luoghi nei quali questo tipo di relazioni si infittiscono: per Duccio e Cimabue si parla di Firenze (1285 Duccio è a S. Maria Novella e qui viene in contatto con l’arte fiorentina e Cimabuesca), per tutto il resto rimane una tappa fondamentale come il Cantiere di Assisi. E’ qui che lavora Cimabue con la sua bottega è qui che Giotto muove i primi passi, ed è sempre qui che raggiunge quella maturità artistica che lo imporrà all’attenzione universale.

Ma Giotto rimane un pittore che si forma in una bottega e che nel momento in cui afferma la sua grande arte provvede a formare una bottega o se volete una scuola tutta sua.

Assisi, poi gli Scrovegni a Padova, infine le cappelle Bardi e Baroncelli a S. Croce sono i punti cardine per individuare il percorso di Giotto, ma soprattutto dei suoi allievi.

Alcuni nomi accompagnano il Maestro già da Padova e a S. Croce sono Bernardo Daddi e Taddeo Gaddi, altri rimangono non meglio precisati maestri come il Maestro delle Vele di Assisi, il Maestro di S. Cecilia, il Maestro di S. Francesco. Ma a Giotto guardano anche alcuni successori di Duccio pernsiamo a Ugolino di Nerio, amico di quello Stefano Fiorentino da sempre conosciuto come ‘scimmia della natura’ e presente nel cantiere della Basilica inferiore di Assisi. Sempre qui incontriamo altri importanti pittori senesi da Simone Martini a Pietro Lorenzetti, grandi personaggi che si caratterizzano per un linguaggio autonomo che allude a Duccio e a Giotto nello stesso tempo e che nel caso di Martini già induce ad ulteriori considerazioni pregna di maniera gotica ed internazionale.

Tornando alle riflessioni sui giotteschi avanzate da R. Longhi conviene porre l’attenzione su quelli che lo storico dell’arte chiamava i ‘giotteschi di fronda’. Erano quelli che formatisi direttamente o indirettamente alla scuola di Giotto, lavorando a S. Croce o in altri centri dove il maestro aveva lasciato testimonianze, come Rimini, Milano, Napoli, Roma, erano poi andati altrove abbandonando la città toscana probabilmente in seguito a quella peste del 1348 ricordata anche dal Boccaccio.

Tra questi Longhi metteva importanti testimoni dell’arte di Giotto, non solo pittori di maniera, ma virtuosi esecutori ed interpreti di quella pittura spaziosa ed unita che poi condizionò l’arte della seconda metà del ‘300. Parliamo dei vari Maso di Banco, Giottino, Stefano Fiorentino, Puccio Capanna, Giovanni da Milano, Giusto de Menabuoi. Anche in questo caso gli studi più recenti hanno allargato il panorama delle attribuzione e quindi dei percorsi storici. Pensiamo a Stefano Fiorentino e Giusto dei Menabuoi soprattutto, alle loro esperienze di Viboldone, Parma, dell’Italia del Nord ed a quel messaggio fatto di variazioni di luci e cromie che ne fanno tra i più interessanti prosecutori di alcuni precetti giotteschi.

Ma l’elenco non finisce qui. Abbiamo detto che tutto quello che Giotto fece in centri che non furono solo Assisi, Firenze, Padova, ebbe grandissma eco nei decenni successivi. Vale la pena considerare alcuni episodi emiliani che si riconnettono a quel Crocifisso dipinto da Giotto a Rimini.

Nomi come Pietro da Rimini, Baronzio segnano l’arte della metà del secolo a Rimini ma anche a Ravenna riconosciuti negli affreschi ormai distrutti della chiesa di S. Maria in Porto Fuori a Ravenna e in quelli di S. Pietro in Sylvis o in quelli dell’Abbazia di Pomposa.

Insomma un patrimonio di conoscenze che non può passare sotto silenzio o sotto l’atroce etichetta di giotteschi tardi o epigoni. Perché da qui prendono poi le mosse altri grandi interpreti che avranno il compito di traghettare l’arte italiana verso le correnti gotiche ed internazionali del ‘400 e per restare in Emilia facciamo a tal proposito i nomi di Vitale degli Equi da Bologna, Dalmasio, Iacopo Avanzi e del ciclo di affreschi di Mezzaratta.

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