la pinacoteca di bari e la pittura meridionale di età moderna


Uno dei passaggi più emblematici nell’allestimento della Pinacoteca Provinciale fu quello costituito dal patrimonio artistico sei e settecentesco pugliese e meridionale. La ricognizione del ’64 condotta da Michele D’Elia costituiva a livello scientifico il primo passo di un lavoro di ricerca sulla pittura del ‘600 pugliese che lo stesso studioso avrebbe in seguito portato avanti in sede critica (Studi in onore di R. Pane del 1969).

In realtà esso costituiva un innegabile commento a tutto quel filone di studi sul ‘naturalismo’ meridionale, di derivazione caravaggesca, annunciato dagli studi di Longhi, ma soprattutto di Raffaello Causa e Ferdinando Bologna. Una grande pagina di pittura e di arte meridionale, maturata all’ombra della grande capitale napoletana, ma che trovava in Puglia non solo epigoni, ma seguaci ed in alcuni casi protagonisti di questa grande stagione. Un museo come la Pinacoteca non poteva ignorare tale momento, ma anzi ne doveva essere testimone e conservarne un evidente segno.

Anche perché sempre più si evidenziava un ruolo attivo della regione sotto il profilo dei pittori, che non erano più di importazione, e delle grandi committenze, ecclesiastiche e private.

Infatti se ancora sul finire del ‘500 le opere più significative erano state per lo più commissionate ai grandi nomi della scuola veneziana come avevano fatto i Tanzi con Paris Bordone per la loro cappella nella Cattedrale di Bari, o gli Effrem con Tintoretto per la cappella di S. Rocco, o gli stessi preti diocesani con il Veronese per la Cappella di s. Caterina sempre in Cattedrale, o in precedenza altri committenti per i Vivarini e i Bellini. Erano episodi che sicuramente finivano per dare lustro ai monumenti ed alle cappelle dove essi erano conservati, ma che allacciavano sottili fili di correnti culturali senza per questo determinare una vera e propria corrente artistica locale. I rapporti con l’Adriatico, con Venezia come con tutta l’area mediterranea erano da sempre stati assai fitti per tutti i secoli precedenti dal ‘300 in poi ed avevano caratterizzato quelle grandi rotte mediterranee della cultura pugliese già ampiamente indagate in studi specialistici locali e nazionali sui quali appare piuttosto superfluo ritornare.

Con il ‘600 avviene qualcosa di importante. La Mostra dell’Arte in Puglia aveva se non altro operato una accorta catalogazione di una serie di dipinti in parte presenti nelle chiese pugliese, in parte accatastate in depositi, in parte conservate in collezioni private, che costituivano un patrimonio significativo delle correnti artistiche che avevano attraversato il territorio tra la fine del ‘500 e tutto il ‘600. Un patrimonio che culturalmente prendeva le mosse dalla maniera tarda cinquecentesca che annoverava importanti testimonianze in Marco Pino, ma soprattutto Gaspar Hovic, Andrea Bordone e Alonso de Cordoba per poi virare decisamente verso quel naturalismo di impronta caravaggesca che trovava nella scuola napoletana i suoi maggiori esponenti ed una scuola. Si trattava di un capitolo assai importante dell’arte meridionale che traeva costante ispirazione e affermazione in un periodo di grande fermento religioso e culturale. L’età della Controriforma, dell’affermarsi degli ordini riformati come quello dei Teatini, ma anche degli stessi Domenicani e Francescani, instancabili e ricchi committenti. All’ombra di questa complessa vicenda storica e culturale Napoli costituiva una capitale dalle caratteristiche contraddittorie. Oltre cinquecento chiese contate nella città traducevano un clima religioso fortemente intriso di dottrine contro riformate ma chiaramente intrecciate con lo spirito religioso e popolare. A questo si aggiunga la grande lezione caravaggesca che la città aveva avuto all’inizio del ‘600 che non poteva passare inosservata da pittori e artisti. Tale fermento, sagacemente messo a fuoco da un cronista e letterato come il De Dominici trovava affermazione in un primo momento nei seguaci di Caravaggio, da Battistello Caracciolo a Sellitto a Francesco Cozza, sino a Pacecco de Rosa, Andrea Vaccaro, Massimo Stanzione, per poi virare decisamente verso quell’altra importante lezione portata dallo spagnolo Ribera che fece di Napoli la capitale del ‘tremendo impasto’ dal sapore naturalistico. Tale fermento non poteva non avere ricadute nella periferia del regno, come in Puglia, dove non soltanto approdarono alcune importanti opere, come il Battistello Caracciolo di Troia, il Pacecco de Rosa di Bisceglie, Francavilla Fontana, Andrea Vaccaro di Barletta e Vico del Gargano, il Cozza di S. Bernardino di Molfetta, lo Stanzione di Lucera, per fare alcuni nomi, ma dove maturarono esperienze di pittori locali che ebbero Napoli come luogo di formazione artistica e culturale. La presenza in Pinacoteca di opere di Pacecco De Rosa, Andrea Vaccaro e Massimo Stanzione, i primi due concessi da Capodimonte nel 1967 ed il terzo acquistato nel 1974 da Finarte propongono non solo la volontà di attestare un importante passaggio artistico, seppur di ribattito nel Museo Provinciale, ma anche introducono a quella politica di acquisizioni di opere ‘600 e ‘700 portato avanti sin dall’indomani del 1964 e soprattutto con la direzione dell’ente da parte di Pina Belli D’Elia negli  anni tra il 1972 ed il 1986.

Con l’acquisto nel 1981 di una tela attribuita al Maestro Degli Annunci ai Pastori la Pinacoteca si arricchì di una pagina importante e per certi versi affascinante della corrente pittorica meridionale del XVII secolo.

Il Maestro degli annunci ai pastori costituisce un aspetto controverso ed al centro di accesi dibattiti critici relativi alla pittura naturalistica di area napoletana. Direttamente connesso con le vicende caravaggesche prima e successivamente riberiane questo ignoto autore era presente in numerose tele di soggetto analogo conservate ora nel museo napoletano di Capodimonte. L’identificazione di tale artista con lo spagnolo Juan Do non ha risolto un dilemma assai significativo relativo alla pittura di questo periodo. La squisita finezza della pennellata, la definizione dei corpi nello spazio, l’uso della luce e delle velature, fanno di questo pittore un esponente di grande respiro di quelle correnti. Un tocco inequivocabile che quasi si scontra con la mancanza di notizie adatte a rilevarne la identità ed il percorso artistico. Probabilmente la sua fu una apparizione breve sulla scena napoletana, forse morì giovane o soltanto di allontanò dalla capitale per lasciare alcune opere in provincia o semplicemente la sua espressione artistica mutò con gli anni tanto da renderlo irriconoscibile. Sono tante le ipotesi formulate al suo riguardo ed altrettante le smentite. C’è chi ha voluto inizialmente identificarlo con Bartolomeo Bassante o Passante un autore altrettanto avvolto nelle brume letterarie del quale si conoscono una tela dal soggetto analogo conservata al Museo del Prado di Madrid ed  un S. Girolamo conservato nella collezione D’Errico di Matera. Ipotesi anche supportate da alcune indagini portate da esperti e conoscitori come Prohaska e Giuseppe De Vito, ma che si sono sempre fermate dinanzi alla scarsa preponderanza delle testimonianze. Anche in ambito pugliese una suggestione in tale intricata vicenda è arrivata da Michele D’Elia il quale nelle tele di Bovino, di Lizzanello ed Alezio identifica la figura di un ‘Maestro di Bovino’ figura di grande levatura pittorica probabilmente accostabile alle vicende del Maestro dell’Annuncio anche se poi l’oscillazione critica ha finito per abbandonare questo tipo di suggestione, benché abbia riconosciuto nello stile del Maestro di Bovino un tratto riberesco di grande respiro orientandosi probabilmente con le esperienze di Francesco Guarino Giovane.

Accanto a tali quesiti critici e scientifici, tuttavia, il contributo che pittori pugliesi formatisi a Napoli alla scuola del naturalismo del ‘tremendo impasto’ e poi presenti anche nella nostra regione è comunque considerevole. Sempre in Pinacoteca l’acquisto della tela ‘Il filosofo’ attribuito a Francesco Fracanzano contribuisce ad aprire il discorso ad un ambito di sicuro interesse per la pittura di origine pugliese della prima metà del ‘600. Francesco Fracanzano assieme a suo fratello Cesare è uno dei pittori più noti della cerchia del Ribera, sono splendide le pagine del De Dominici con le quali il biografo sintetizzava non solo gli episodi ma lo stile di vita di questi dissoluti artisti pronti di giorno alle risse e attivissimi di notte quando realizzavano le loro tele di soggetto spesso sacro, ma dove le facce dei protagonisti erano ispirate dai bassi napoletani. E questo tratto dei volti così esaltato, quasi grottesco, questa fisiognomica esagerata è la cifra di lettura per un pittore come Francesco Fracanzano. Pittori dai destini incerti, spesso al soldo delle confraternite dei riformati (a Napoli sono importanti le sue opere a S. Gregorio Armeno), molto spesso alla dipendenza di committenti privati presso i quali lasciano molte opere per lo più disperse, tuttavia presenti anche in Puglia dove Francesco è attivo a Taranto, nella cappella di S. Pasquale, e lascia alcune testimonianze anche a Lecce.

La grande scuola pugliese deriva ovviamente dalle adesioni alle correnti maturate a Napoli nell’ambito della bottega di Ribera, ma spesso sceglie percorsi differenti rinunciando agli impasti terribili e tenebrosi del maestro ed ispirandosi a temi e soluzioni che annuiscono a correnti fiamminghe così come emiliane. E’ il caso di Paolo Finoglia cresciuto a Napoli e maturato alle imprese di S. Martino e SS. Severino e Sossio, ma che trova negli anni ’30 del ‘600 piena affermazione presso la nobile casata degli Acquaviva d’Aragona a Conversano. La serie dei dipinti con il tema della Gerusalemme Liberata per il castello di Conversano fanno di Finoglio un pittore attento alle grandi variazioni paesaggistiche. Di sicuro un’apertura ai temi dell’Arcadia che finisce per distaccarsi dalla scuola tenebrosa e fortemente incisa del naturalismo caravaggesco e riberesco. Le sue opere vanno a rappresentare un mondo fatto di temi epici e commemorativi, Finoglio è artista e imprenditore a capo di una vera e propria bottega in grado di prendere commissioni di grande importanza. A Conversano lascia oltre ai dipinti della Gerusalemme al castello, gli affreschi per la dimora dei duchi alcune opere per le monache di S. Benedetto e soprattutto il grande progetto per la decorazione dei SS. Medici. Chiesa che diventa un cantiere per diverse generazioni di pittori che seguono il progetto di Finoglio apportandovi tuttavia diverse ondate di novità. Come avviene per Francesco Guarino cresciuto anche lui a Napoli e poi tornato in Puglia alle dipendenze dei duchi Orsini di Gravina. La pittura di Guarino rispetto a quello di Finoglio mantiene i legami con il naturalismo napoletano anche se vissuto come epigone di quella stagione che ormai del senso della materia e di quella spiccata terribile cifra riberesca ne vedeva il declino così come anche l’allontanamento da Stanzione. Tuttavia la proposta di identificare una sua fase giovanile in quello splendido esempio noto come il Maestro di Bovino la dice lunga sul valore della sua arte così come attestano le testimonianze giunte sino a noi tra le quali va citata la tela in Pinacoteca del ‘Gesù fra i dottori’ poi restituita al museo Pomarici di Gravina.

Al grande cantiere finogliesco dei SS. Medici di Canversano lavorò sino al 1652 anno della sua morte anche Cesare Fracanzano, ultimo grande esponente di quella scuola del naturalismo napoletano. La sua formazione a Napoli si era tuttavia arricchita anche di influenze diverse come quelle più vagamente emiliani di Reni e Domenichino, che non gli impedirono tuttavia di tornare in Puglia a lasciare alcune testimonianze a Barletta, ad Andria oltre che come già detto a Conversano.

Dopo Cesare Fracanzano la metà del ‘600 segna una svolta, l’abbandono prima timido e poi via via più accentuato della cifra del naturalismo e  l’affermarsi di nuove correnti barocche che guardano indubbiamente a Roma così come nelle tendenze emiliane. In puglia si registra l’affermarsi della grande bottega bitontina che trova in Nicola Gliri e Carlo Rosa i più accreditati esponenti e soprattutto gli interpreti di quel volgere del secolo che voleva la trasformazione degli edifici di culto in templi del barocco. Così Carlo Rosa pittore sicuramente non a livello dei suoi predecessori avrà committenze per la realizzazione del soffitto del S. Nicola di Bari, della cripta della Cattedrale di Trani e dell’abside della Cattedrale di Giovinazzo. Gliri invece completerà finalmente il disegno finogliesco dei SS. Medici a Conversano, in Pinacoteca ci rimane una sua tela di soggetto sacro proveniente dalla chiesa di S. Domenico di Bari.

La fine del secolo e gli inizi del ‘700 propongono una importante ventata di novità che cancella definitivamente quella linea naturalista ormai di maniera imponendo una nuova corrente artistica e culturale. Il razionalismo e l’Arcadia trovano importanti riferimenti nelle opere firmate da Luca Giordano e Francesco Solimena. Giordano trovò ampia affermazione proprio a Napoli dove quella che il De Dominici chiamava la ‘dannata libertà di coscienza’ era assunta come nuova ventata ma di natura ereticale. In puglia la sua opera non venne compresa, almeno inizialmente anche se poi finì per risultare un solco all’interno del quale andarono ad inserirsi importanti artisti. Tra questi va citato un pittore di sicuro talento come Paolo De Matteis, attivo a Taranto, a Lecce, nella chiesa di S. Giacomo a Bari e presente in Pinacoteca con la tela dell’Orazione nell’orto. Benchè prenda ispirazione dalla lezione di Giordano De Matteis annuisce al classicismo di Francesco Solimena in direzione rocaille. Su questa linea anche se con differenti soluzioni stilistiche si muove Andrea Miglionico il cui repertorio presente tra Puglia e Basilicata trova importanti riscontri nelle tele presenti in Pinacoteca. Ma saranno soprattutto epigoni quali De Mura e Bonito di quella corrente ormai definitivamente rococò che si muove tra arcadia e classicismo tra Giordano e Solimena le presenze, questa volta di importazione, pugliesi più significative del volgere del settecento. Anche per questi due pittori la presenza in Pinacoteca di alcune tele ribadiscono il forte legame con la storia artistica del territorio del museo. Una storia che sembra preludere all’affermarsi ormai nel ‘700 del più intrigante esponente della cultura artistica tardo barocca e rococò, quel Corrado Giaquinto che con la sua cultura ormai svincolata da ogni legame provinciale anche con Napoli guarderà all’Europa ed alla Francia e riunirà sotto la sua cifra gran parte della pittura pugliese di questi anni fra tutti il salentino Oronzo Tiso.

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