Scrissi d’arte.L’Italia dei Capolavori


 

Il giudizio dopo il restauro

A proposito della conservazione del patrimonio artistico italiano.

Alcuni mesi fa, ben prima che crollasse la domus dei gladiatori di Pompei, qualcuno in accordo con il luminare ministro Bondi lanciò un disperato grido di allarme sullo stato di conservazione degli affreschi della Cappella Sistina e su quel capolavoro che è il Giudizio Universale di Michelangelo…

Si spiegava che quel grande pezzo della cultura italiana era stato messo a rischio proprio dall’amore che il popolo italiano e quello internazionale nutrivano per Michelangelo. Milioni di visitatori che alitano sul Cristo Giudice, che alzano i loro olezzi estivi e ascellari per indicare la Creazione divina sulla volta, non potevano fare che male…Una sorta di leit motiv neanche tanto originale visto che molti anni prima Federico Zeri aveva affermato che la tracotanza di un popolo bue non doveva essere ammessa con così gran quantità a godere dei più alti capolavori dell’arte italiana se non correndo il rischio di fare ammalare tali opere…

Peccato che le parole di Zeri, in fondo condivi bili perché pronunciate da uomo di cultura, siano state riprese da altri uomini che della tracotante cultura del Maestro mostravano soltanto una certa tracotante ignoranza, come poi gli ultimi fatti pompeiani hanno dimostrato.

In realtà neanche Zeri annunciava alcune riflessioni importanti se non determinanti relative ai restauri degli affreschi michelangioleschi, realizzati a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso su commissione dello Stato Vaticano e finanziati dalla Nippon Television Corporation la quale ne aveva avuto in cambio tutti i diritti di riproduzione.

Da quei restauri era venuto alla luce un altro Michelangelo. Quello che la maggior parte di noi avevano visto e studiato nei libri di storia dell’Arte, terribile, oscuro e quasi tenebroso, pareva rinascere in un’esplosione di colori, in quella che fu chiamata una ‘ardente pirotecnia coloristica’. Insomma non avevamo capito mai nulla di Michelangelo finchè questo non venne svelato ed era tutt’altro da quello che per anni e forse per secoli avevamo visto….

il Giudizio prima del restauro

Come era potuto succedere.

I restauratori, quelli ricchi finanziati dalla televisione giapponese, avevano fatto due importanti scoperte:

1)      Molte parti degli affreschi erano state ricoperte, probabilmente a cavallo fra ‘600 e ‘700 da colle applicate a secco sugli affreschi

2)      Queste colle si potevano togliere con un potente solvente chiamato AB57 prima di allora applicato soltanto sui marmi.

Quelle colle, trattate al pari di fastidiosi bagarozzi davano ombra agli affreschi di Michelangelo, li rendevano di toni tenui, quasi oscuri, imprigionando la grande qualità dei colori del Maestro…In più quelle stesse colle, fratturandosi o squamandosi finivano per portarsi via anche i colori ad affresco. Allora che si intervenga! Che si faccia chiarezza! Ma nessuno in quegli anni si domandò, o meglio volle domandarsi, ma non può essere che  quelle parti a secco fossero state applicate dallo stesso Michelangelo????

ATTENTATO, Mai il maestro avrebbe fatto ricorso a simili espedienti, per ritoccare e smussare i toni delle sue opere.

Eppure nessuno dei critici a Michelangelo quasi contemporanei, né Ascanio Condivi, né tantomeno Vasari avevano mai fatto cenno alle grandi qualità cromatiche degli affreschi del Maestro. Anzi Michelangelo per le sue qualità coloristiche veniva contrapposto a Tiziano. Come non si erano accorti della Sistina tutta colorata come una torta di compleanno?

Anzi a guardarli bene gli affreschi presentavano ombre di nerofumo (applicato a secco) che davano plasticità e vita a quei figuri sia sulla volta che sul giudizio. Ma quando mai Michelangelo avrebbe potuto pensare una cosa simile….Eppur lo fece, anzi come lui lo aveva fatto Masaccio nella Cappella Brancacci a Firenze (anche questo restaurato e restituito a nuovo splendore) e forse anche Cimabue quando applicò a secco la biacca ad Assisi. Insomma i ritocchi a secco erano una consuetudine proprio per sottolineare le ombre ed i chiaroscuri e non far apparire i colori a fresco così squillanti…Ma non solo ,le colle impedivano la disgregazione della stessa pellicola pittorica…..

Ma tutto ciò non fu preso in considerazione e si tolse quest’orrendo velo da tutti gli affreschi del Maestro… e lo si fece con quel solvente l’AB 57 buono già per i marmi e ‘quindi’ anche per gli affreschi.

Non voglio entrare nelle conseguenze tecniche di tutto ciò leggetevi J. Beck ‘Restauri. Capolavori & Affari’ se volete ma una cosa è importante sottolineare….quegli affreschi senza le colle e le velature intanto non sono più come Michelangelo li aveva pensati ed inoltre sono maggiormente esposti a tutte le avversità, dal microclima, agli olezzi virali degli spettatori, all’umidità ed alla condensa e via dicenda…

Quindi non erano in pericolo soltanto quattro mesi fa, ma da almeno vent’anni ed il bello è che non si può fare più nulla…il destino forse è segnato…..

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3 pensieri su “Scrissi d’arte.L’Italia dei Capolavori

  1. Purtroppo sono le stesse conclusioni a cui sono arrivata anch’io.
    Bisogna che la gente sappia, bisogna che a chi è coinvolto nel mondo dell’arte gli importi qualcosa della trascurabile Cappella Sistina!
    Non sono forse evidenti, oltre alla difficile questione della tecnica a nero-fumo, anche le perdite a secco? https://docs.google.com/file/d/1dhxmaaGibzqElmxVF06W7pZqYQSYtAOYflMRPmzaaT_9UQm2Z5imb2R6HjP8/edit?pli=1
    Consiglio anche la lettura di Alessandro Conti, Michelangelo e la pittura a fresco.

  2. Il pezzo è, chiaramente, condivisibile e sottoscrivibile. Tuttavia cade inevitabilmente vittima del molto (nero)fumo che i fautori del restauro gettarono negli occhi dei critici: il colorismo. Il punto non è questo. Poi che la macchina del tempo non è ancora stata inventata, nessuno di noi viventi ha mai potuto vedere con i suoi veri occhi la vera Sistina come Michelangelo l’affrescò: quella che il tempo ci ha consegnato a cinque secoli di distanza era lurida e offuscata da interventi di manutenzione sempre discutibili, quella che il ‘glorioso restauro’ ci ha reso è una deturpazione dell’opera. Ma come si fa a dire che è una deturpazione? Lo si può facilmente vedere con i proprio veri occhi, come giustamente diceva il mai troppo compiamento Beck, paragonando i soggetti pre e post restauro. Tralasciando i pentimenti vari spazzati via dai solventi, ciò che è palesemente stato asportato è un intero ‘layer’ (strato) di lavorazione di ombreggiatura plastica e sfumante del colore. Ciò che noi oggi vediamo è un ‘underlayer’ dei lavori michelangioleschi. I panneggi, talvolta le espressioni e le muscolature, ma soprattutto le ombre nitide delle volumetrie delle figure sul fondale sono state asportate. Gli occhi sanguinano e il cuore piange dinanzi a un simile scempio, ed è orribile che tutto sia stato ottenebrato sotto il minestrone critico del colorismo e delle fonti. Un orrendo teatrino che, nelle menti di coloro che leggono l’arte e la sua storia nei libri piuttosto che nella veridicità sensibile delle opere stesse, è stato sufficiente a deformare la realtà palese: Michelangelo lavorava a fresco e completava a secco. I diversi soggetti restaurati mostrano un livello di deprivazione variabile, e questo prova che il ricorso della finitura a secco era semplicemente funzione di quanto il tempo di asciugatura dell’intonaco non permetteva di completare, di giornata in giornata, a buon fresco. L’opera è stata devastata in modo irreversibile. Non che non fosse sporca, non che non meritasse pulitura. Ma se prima si poteva sperare in future tecnologie che ne permettessero una pulitura non distruttiva, ora non abbiamo che le macerie. E la tristezza dell’irreversibilità dell’opera d’ignoranza, di cecità e di furore scientista nei nostri cuori. Se anche se ne recuperasse coscienza e se ne facesse monito per i posteri, il delitto sarebbe comunque troppo grande per tollerarsi. Non smetterò di piangerlo.

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