Ripensare Norcia


Nonostante tutto Norcia non è morta.

Ci sono le ferite, anche gravi, del terremoto, ci sono ancora mille problemi, ci sono collegamenti difficili, ma la città che ho visitato non è una città agonizzante.

Sono i turisti che la rendono  vivace e non i cantieri che sembrano ancora fermi: soltanto i ponteggi ad assicurare gli edifici più lesionati, le transenne a proteggere, più che le persone, le pietre che sono venute giù e che un domani potrebbero essere riutilizzate.

Non è facile arrivare a Norcia, si fa un percorso difficile, duro anche da digerire, una delle strade che ti ci porta passa attraverso la zona del Tronto, con tantissimi paesini che adesso sembrano vedette sbriciolate di una valle fortemente alterata. Senza parlare di norcia 7Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto che dalle immagini dei TG si materializzano all’improvviso lungo la statale, anzi sembra che si smaterializzino per quanto sono devastate.

Il viaggio verso Norcia è un percorso di grande riflessione che parte da tutto quello che si è detto e che abbiamo ascoltato, da quella cronaca spesso ridondante, alle grandi manovre politiche, amministrative e finanziarie, alle polemiche ed al coraggio, all’operosità di quanti ancora oggi, con mezzi pesanti, scavatrici e gru, si arrampicano su quei declivi incerti per cercare di mettere in sicurezza tutto quello che si può.

A tutto questo rumore si alterna il silenzio, quello di queste valli maestose e ferite, dei paesi ormai quasi spopolati, dei campi che alacremente vengono di nuovo coltivati.

norcia 3Ed è così che si comincia a riflettere e pensare, fino ad arrivare alle porte di Norcia che ti accolgono con le transenne che proteggono i conci delle mura, le Porte sorrette dai ponteggi e infine la Basilica di San Benedetto, con la facciata incapsulata dall’acciaio ed il fianco sbriciolato come una ferita ancora aperta.

Non tutti quelli che ci arrivano hanno il coraggio e la forza di guardare, d’altra parte quando le ferite sanguinano fanno parecchia impressione.

Eppure qui la riflessione sulla ricostruzione è già partita. Grazie al vescovo di Norcia ed a Stefano Boeri a fine giugno/ inizi luglio un grande incontro laboratoriale ha avuto al centro la discussione relativa alla ricostruzione. Non solo una necessità, ma anche un’occasione per realizzare qualcosa che valga la pena di visitare. Un’azione di cultura degna del passato che si va a ricostruire, proteggere, ripensare.

E’ stato lanciato anche un concorso di idee, per architetti, urbanisti, specialisti e storici per ripensare Norcia e le aree del terremoto (http://www.laboratorioperlaricostruzione.it/ ) . Un’operazione bella, degna, che si spera possa davvero essere portata a termine e non rimanere soltanto nei dibattiti ed arenarsi dinanzi alla burocrazia amministrativa o, peggio ancora, dinanzi agli interessi di qualsiasi forma e fazione.

D’altra parte l’esempio e gli errori commessi a L’Aquila abitano a pochi chilometri da qui, dovrebbero insegnare o per lo meno aiutare a non ricascare nelle trame di chi, senza scrupoli, ci vede solo il proprio interesse.

Per il momento, tuttavia, le riflessioni rimangono pensieri e ciò che appare sono i ponteggi che assicurano la ‘vita artificiale’ delle cose, ma che lasciano una sorta di domanda piena di angoscia rivolta al futuro.

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Per una storia liquida


Se esiste una società liquida che traduce quanto teorizzato dal sociologo Zygmunt Bauman dove ‘l’esperienza individuale e le relazioni sociali (sono) segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente in modo vacillante e incerto, fluido e volatile’ e dove si sviluppa una sorta di paura dei cambiamenti sociali e tecnologici,  non vedo perchè non dovrebbe esistere una storia ed un’arte liquida o per meglio dire una ricerca liquida della storia e dell’arte.

Mi spiego meglio: fino a qualche decina di anni fa, la ricerca storica era perlopiù divisa tra la comunicazione mediatica che avveniva in programmi -nicchia (vedi Piero e Alberto Angela e qualche documentario prodotto dalla Rai o da qualche pionieristico canale radio televisivo) mentre dall’altro esisteva il mondo scientifico che veicolava conoscenze e ricerche in un ambito prevalentemente chiuso tra aule di Università, luoghi deputati, convegni scientifici e articoli spesso ad uso quasi esclusivo di specialisti. Questo è durato fin quando non si sono affacciati alla ribalta due fenomeni: internet e la condivisione delle conoscenze, che ha offerto la possibilità di cambiare enormemente le forme della comunicazione.

E’ inutile negare che almeno da una ventina di anni, con l’aumento considerevole dell’offerta di documentari sui canali satellitari e poi digitali, si sia verificato un estremo stravolgimento della comunicazione di materie come la storia ed anche l’arte. A questo fanno da corollario le possibilità di indagine offerte dai nuovi strumenti tecnologici. Ricostruzioni, riprese ad alta definizione, uso di droni accompagnati da una crescita esponenziale di programmi destinati ad un pubblico sempre più diversificato,  hanno profondamente modificato il modo di percepire , oltre che di raccontare, la storia e la stessa arte. Siamo giunti ad elaborare teorie legate allo story telling ed alla sua efficacia nella divulgazione, ma anche nella didattica di molte materie e discipline. La rete ed internet hanno poi fatto il resto.

In questo senso sono importanti le riflessioni di Antonio Brusa, negli studi offerti a Raffaele Licinio, di recentissima pubblicazione, raccolte nel saggio dal titolo ‘Internet e la rete degli stereotipi sul Medioevo‘.

L’aumento esponenziale dell’informazione, della cultura condivisa e non sempre verificata, ha prodotto un approccio ‘liquido’ alla storia ed all’arte. La conoscenza, la ricerca si decompone e si ricompone in un processo che rischia di sfuggire di mano alla maggior parte di coloro che si approcciano alla conoscenza senza avere alle spalle una consolidata esperienza scientifica e si ricompone in un frullato nel quale informazioni, stereotipi, bufale e racconti si mescolano senza un ordine apparente, generando da un lato confusione e dall’altro una sorta di paura, terrore direi, da parte di alcuni se non di molti.

Ora, è inutile negarlo, Castel del Monte è un caso emblematico in questo senso.

Dalle interpretazioni astrologiche, a quelle simboliche, a quelle sulla sua funzione, il castello in tutti questi anni è diventato un riferimento costante in libri, trasmissioni, interpretazioni sempre in bilico tra lo stereotipo, la bufala e la grande scoperta. Per questo cercherò di essere banale, di non annunciare scoperte e spiegazioni illuminanti, ma non mi sottrarrò ai processi di decomposizione e ricomposizione propri di un approccio liquido alla storia, anzi nel mio caso alla storia dell’arte al tempo di Federico II.

Dall’immagine del Castello riprodotta sulla moneta da 1 cent. alla costituzione di iniziative, associazioni, rievocazioni, progetti che riportano il nome di Federico si ha l’impressione che un elemento spesso inteso come legante e identificativo di una regione meridionale estesa, abbia rischiato di diventare un feticcio, oltre che uno stereotipo.

cat 2Tutto questo è abbastanza noto e discusso, molto spesso frutto di scelte, anche mirate, o facilmente associate ad eventi di altra natura. Non sto qui a ricordare come nel 1994 venne celebrato l’ottavo centenario della nascita di Federico II con almeno tre mostre a lui dedicate e quello fu un anno assai particolare che coincideva con una nuova e importante stagione politica italiana caratterizzata dalla figura politica di Berlusconi, ma soprattutto dalla definitiva affermazione di una nuova forma di comunicazione politica e sociale filtrata attraverso la televisione. Ci si è sempre chiesti se il titolo della mostra barese ‘Federico II: immagine e potere’ e di quella romana ‘Federico II e l’Italia’ non fossero stati in qualche modo ispirati da tutto quello che stava accadendo o che stava per accadere di lì a poco.

Se lo stereotipo significa nella linguistica un’espressione fissata in una determinata forma e ripetuta meccanicamente e quasi banalizzata, quindi un luogo comune (da Treccani), applicandolo alle espressioni d’arte e di storia lo stereotipo potrebbe anche essere inteso come un ‘modello convenzionale’. Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi.

Non sarebbe da escludere che lo stesso imperatore abbia utilizzato modelli convenzionali, ossia costanti e riprodotti costantemente, tesi perlopiù a presentare un’immagine simbolica della propria potenza. In questo senso un parametro di riferimento non poteva essere che il mondo classico e l’effige dell’imperatore romano così come appare nella moneta Augustale. Ma Federico II non sembra tuttavia voler dimenticare la dimensione offerta dal proprio contesto storico e culturale. Il sovrano che si diletta nella caccia, il mecenate che favorisce una cultura cortese e che si cimenta lui stesso nella scrittura. E’ evidente che l’ambiente e la corte di Federico II sia stata qualcosa che abbia travalicato l’idea di un circolo chiuso limitato a differenti espressioni culturali, come la sola Scuola Siciliana per esempio, ma abbia amore_1costituito qualcosa di più ‘fluido’ in grado di legare discipline, artisti, luoghi e naturalmente messaggi sempre più complessi.

Di tale complessità che naturalmente non poteva soltanto limitarsi agli aspetti artistici e culturali, ma si allineava alle esigenze politiche ed alle disponibilità finanziarie, spesso riusciamo a coglierne soltanto alcuni aspetti specifici, separati gli uni dagli altri e non siamo ancora in grado di tracciarne una visione di insieme.

Al contrario, molto spesso le visioni d’insieme distraggono dall’analisi di aspetti specifici ed importanti. Come per esempio quello legato alle ‘forme’ dell’architettura e nel nostro caso specifico sulla forma di Castel del Monte. E’ superfluo in questa sede rimandare a tutte le dispute derivate dalla forma di questo castello e della continua e spesso estenuante ricerca di dare significato a questa forma.

La forma, tuttavia, è un risultato empirico di soluzioni architettoniche e costruttive particolari che maturano nel ‘200 non soltanto nella corte di Federico II, ma in un ambito più esteso che coinvolge magistri, tagliatori di pietre, che segnarono il volto di un territorio e che attingevano da un più vasto panorama mediterraneo ed europeo: insomma quello che si chiamava il maturo Romanico e che, al tempo della costruzione di Castel del Monte annunciava già il Gotico.

Questo in generale, nel particolare vanno invece annotati alcuni aspetti, ad esempio la soluzione per le coperture delle sale trapezoidali del castello, a loro volta frutto di una divisione degli spazi cellulari determinati dal progetto finale. Realizzare una volta in pietra adattandola ad un trapezio costituisce una importante sfida risolta con una soluzione abbastanza ardita: cioè quella di impostare una volta a crociera sul quadrato ricavato dalla disposizione dei pilastri addossati alla parete, al centro, e poi realizzare una volta a botte irregolare direi, per gli spazi rimanenti del trapezio. Una soluzione che, lo voglio ricordare, non è soltanto geometrica, ma soprattutto costruttiva, realizzata con le pietre e per questo di natura non assolutamente regolare, così come non è assolutamente regolare tutto l’impianto del castello così come è stato dimostrato dai rilievi effettuati anni fa dai tedeschi dell’Università di Heidelberg e di Kalrsruhe.

1nCredo sia scontato notare come tali aspetti, che pure negli studi scientifici hanno avuto importanti conseguenze, siano stati spesso fagocitati dall’immagine simbolica del castello. Una forma di banalizzazione? In molti casi sicuramente anche se dobbiamo a tale riguardo ricordare U.Eco che nel ‘Nome della Rosa’ immagina la biblioteca del monastero così vicina alla forma del castello (benchè diversa) innescando così un processo i cui sviluppi tutti conosciamo.

Castel del Monte è indubbiamente il risultato di un processo di conoscenze costruttive e architettoniche maturate, come si suol dire, alla corte di Federico II. Più volte sono state proposte relazioni significative con il Palatium di Lucera, ma anche con il Palazzo o castello di Gravina (del quale si è occupato recentemente Massimiliano Ambruoso autore qualche anno fa del volume ‘Castel del Monte manuale storico di sopravvivenza‘ per l’editore Caratteri Mobili al quale rinvio).

planimetria_originaria_maniaceMa non solo, si sono cercate soluzioni e influenze anche con l’architettura orientale, Dorothee Sacks aveva proposto più di un confronto con le residenze Ommayadi e poi con i castelli siciliani come Castel Ursino e Castel Maniace a Siracusa. Sono cose studiate e conosciute da chiunque si sia occupato dell’architettura medievale e dei contesti storici e artistici che coinvolsero il Mezzogiorno d’Italia tra il XII ed il XIII secolo.

Quello che, tuttavia, conosciamo ancora molto poco è il cantiere: inteso come struttura fisica e culturale nel quale venivano scambiate conoscenze ed esperienze, dove si muovevano costruttori, lapicidi, scultori e tante altre figure, ahinoi spesso ignorate dalle fonti storiche. E’ noto che non si conosca il nome dell’architetto che abbia progettato Castel del Monte, alcuni parlerebbero del toscano Fuccio che Vasari aveva citato nelle Vite come un fedele di Federico II, probabilmente autore del castrum di Gravina. Una di quelle figure misteriose e probabilmente inventate come ha recentemente detto Cadei (M. Ambruoso negli studi offerti a R. Licinio).

Altri nomi di architetti dell’epoca sono i maestri d’oltralpe Pietro d’Angicourt e Giovanni di Toul che però operarono durante il periodo angioino e che poco ebbero a che fare con Castel del Monte. In questo elenco non dovrebbe mancare anche Filippo Chinardo di origini cipriote, uno degli architetti più interessanti nel periodo qui preso in considerazione.

testa_laureata2Si sa che gli elenchi creano suggestioni e spesso anche confusioni. Abbiamo poche idee rispetto al cantiere, se non per alcune miniature che servono soprattutto a darci una visione generale dei cantieri medievali. Eppure il cantiere di Castel del Monte è esistito e le sue tracce dovevano essere ancora ben visibili tra la fine dell’800 e gli inizi del secolo successivo. Quando B. Molajoli ebbe modo di recarsi al castello trovando quel frammento ormai famosissimo conservato nella Pinacoteca di Bari. Molajoli scrisse poi una Guida a Castel del Monte pubblicata nel 1940 interessante per quanto riuscì a vedere in un castello ancora non restaurato.

‘Alla fine dell’800 e ancora negli anni ’30 del nostro secolo la terra ammucchiata intorno allo zoccolo dell’edificio, i cumuli di detriti che ingombravano gli ambienti interni, restituivano in abbondanza ceramica, brani di intarsi, frammenti di colonnine e sculture’ (Calò Mariani). Prima di lui Haseloff aveva avuto modo di attraversare la collina che porta al castello e non è escluso che qui ci fossero tanti materiali, da quelli lavorati ma non posti in opera nel cantiere a quelli abbandonati anche nelle sale del castello.

Il rapporto tra il cantiere e i ritrovamenti sarebbe stato strettissimo, ma  temo che questo tipo di indagine sia stata non ancora del tutto affrontata, se non per alcuni aspetti.

barlettaAd esempio rimane importante la battuta di P. Claussen a proposito dell’Immagine dell’imperatore vera o presunta lui affermava ‘La colpa è da imputarsi agli archeologi classici (…) Ogni testa scolpita, che essi non desiderano tenere nei loro depositi viene girata agli storici dell’arte munita dell’etichetta Federico II’.

Effettivamente ci sono innumerevoli busti e testi attribuiti all’imperatore, dalla testa di Mainz, al busto di Barletta sino al cavaliere di Bamberga. Tutto questo ha rinvigorito soprattutto la ricerca della ‘vera’ immagine di Federico II, il ritratto, comportando così dei problemi legati soprattutto al riconoscimento del volto e dell’aspetto o dall’altra parte dell’immagine simbolica del suo ruolo.

Questa traccia di ricerca evidentemente intrigante ha un po’ oscurato l’indagine sulle correnti stilistiche che hanno caratterizzato autori ed opere (certe) legate ai cantieri federiciani.

I nomi sono straconosciuti si va da Alfano da Termoli a Pellegrino da Salerno, da Petrus de Apulia (forse il padre di Nicola) a Nicola di Bartolomeo (attivo a Ravello), ai pugliesi Bartolomeo da Foggia a Nicolaus (Bitonto lastra) e Gualtiero (Bitonto ciborio) sino a Nicola de Apulia da identificare con Nicola Pisano.

Questi nomi che riemergono dai documenti, dalle analisi e dagli studi scientifici traducono un ambiente, legato in questo caso alla scultura, di grandissima vivacità che gravitava intorno alla figura o alla corte, se preferite di Federico II. Un fermento culturale complesso che la studiosa tedesca A. Middeldorf Kosegarten aveva sintetizzato come ‘arte franca’ intesa come un linguaggio che riuniva influenze classiche, orientali e caratteri occidentali a cavallo fra il Romanico ed il Gotico.

18601617_1739235706093333_518247174_nDifficile riuscire a farsi largo in tale complicatissima selva di suggestioni, anche se a guardare alcuni elementi ornamentali presenti proprio a Castel del Monte non si può negare come alcuni capitelli a crochet, alcune chiavi di volta, alcune mensole presenti nelle torri rimandino ad un linguaggio intriso di influenze derivate dalle suggestioni del Gotico presente nei cantieri dei monaci cistercensi, dove il mostruoso, il gargoyle, lo sberleffo faceva capolino tra le righe dell’austera lezione di Bernardo da Chiaravalle.

Quei volti che emergono da Castel del Monte e soprattutto da pisano 2Lagopesole parlano un linguaggio ancora più complesso: quello che dall’ultima stagione del romanico traghetta l’arte e la tradizione verso il Gotico. Ed in questo interprete eccezionale è proprio Nicola Pisano con le sue teste mensole del Duomo di Siena con la sua bottega.

Se tutto questo prendesse origine dal cantiere di Castel del Monte non possiamo dirlo con certezza, ci mancano i documenti, ma altresì possiamo affermare come Castel del Monte sia stato un crocevia fortemente innervato da quella cultura del maturo ‘200 che poi avrebbe segnato il passo all’arte successiva. Non abbiamo certezza nemmeno su quanto fosse maturato e di quanto fosse stata promotrice l’arte della corte di Federico II, certo giocò un ruolo di primo piano così come la Scuola Siciliana lo giocò in letteratura prima dell’affermarsi della tradizione toscana. Sono due percorsi, questi che andrebbero visti parallelamente con l’ambizione di tracciarne anche ulteriori relazioni.

Sono suggerimenti per linee di ricerca soltanto in parte battute e poi spesso nascoste dal più fluido affermarsi di alcuni stereotipi.

Ma ancora una volta attenti a scagliarsi sugli stereotipi come prodotto dell’attuale visione della storia e dell’arte.

Abbiamo detto come lo stesso Federico adottasse modelli convenzionali ai suoi tempi e non possiamo tralasciare come l’idea di un medioevo fantastico e direi eclettico dominasse la scena degli inizi del ‘900, non soltanto negli studi, ma anche negli interventi di restauro e della comunicazione di quel periodo.

cdm 900 1Le immagini suggestive ed abbastanza inquietanti del castello alla fine dell’800 e durante i primi interventi di restauro sembrano contrastare con l’attuale aspetto levigato, cristallino delle sue pietre che oggi dominano la Murgia caratterizzando inequivocabilmente il territorio.

Ma voglio ricordarvi alcune ipotesi restitutive del castello presentate proprio in occasione dell’Esposizione Universale del 1911quando si pensò di collocare Castel del Monte su una collina interamente fortificata (una sorta di Ziqqurat) e lo si immaginò dotato all’interno di elementi architettonici ed ornamentali ormai scomparsi.1911

Credo che questi siano stati i primi passi verso quella tendenza alla traduzione simbolica e spesso immaginifica di Castel del Monte della quale conosciamo sin troppo bene gli sviluppi. E di quanto sia stato importante quel periodo di restauri e di restituzione di un romanico confezionato per l’occasione è testimonianza un convegno che si è svolto proprio in questi giorni a Roma (26-27 maggio 2017) dal titolo significativo ‘Il Medioevo ritrovato’ dove gli interventi di P. Belli D’Elia e di Luisa Derosa sulla Puglia trattano proprio di questi argomenti.

Tutto  sta a significare come di fatto ci si trovi dinanzi ad uno studio della storia e dell’arte perfettamente in linea con la nostra liquida società, ma tutto questo non è un’operazione della nostra epoca (per quanto i nostri strumenti tecnologici ne abbiano fornito un’accelerazione enorme) ma sono germi presenti da tantissimo tempo nell’uso e nell’interpretazione dell’arte. Segni che nulla hanno a che fare con il simbolico e l’immaginifico, ma che consentono di tracciare linee di ricerca ancora poco battute ma estremamente interessanti.

Torcello, in fondo alla laguna


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Torcello è un posto magico che sta in fondo alla laguna.

Ci sono arrivato in un giorno di dicembre navigando tra le nuvole basse e la foschia che avvolge Venezia quando è inverno e così, se fosse possibile, la isola dal mondo.

Appena sbarchi dall’ultima ‘barca gialla’ che da Burano ti porta a Torcello hai l’impressione di aver messo piede in un altro tempo. Poche case si affacciano tra i canali, si sentono appena la voci di quei pochi che restano nei pressi dell’unico bar aperto e di quegli altri che montano le bancarelle che sanno ancora d’estate. Ma qui ormai fa buio presto alle quattro e mezza si comincia già a mettere tutto via per tornare, per abbandonare l’isoletta di Torcello.

Mi raccontano che i residenti sono meno di una decina e dalle battute della barista devono anche essere piuttosto anziani, gli altri che, per sbaglio o per mestiere, capitano qui vengono dalle isole vicine o da Venezia. Ma basta superare la curva del canale, il ponticello, per vedere profilarsi il grande campanile della Basilica dell’Assunta, un gioiello dell’arte romanica e medievale, una figurina da manuale che sembra spuntare maestosa in mezzo ai campi, ai gatti, alla foschia dei canali. Ed in quel momento cominci ad avere l’impressione che Torcello abbia un suo tempo, una sua storia che, come mi spiega il custode del Museo si ferma intorno al 1500 quando l’isoletta viene un po’  alla volta abbandonata, forse anche dimenticata, rimangono poche case, pochi abitanti, attratti dalla vitalità delle isole di Burano, Murano e soprattutto di Venezia.

 

Storia antica quella di Venezia e di Torcello, anzi di Altino e Rivoalto le due località che si avvicendarono nell’antichità contendendosi, si fa per dire, il primato sulla Laguna. Altino era la fondazione più antica di Torcello, qui fu realizzata una vera e propria città romana, le antiche vie consolari, la via Annia e la via Claudia Augusta da qui passavano favorite da attraversamenti pedonali e canali navigabili della Laguna. Qui vi era un Teatro, un foro, una Basilica, le Terme così come è ben documentato dalle indagini in termografia e dalle ricostruzioni riprodotte all’interno del piccolo, ma ben organizzato Museo Archeologico. Un insediamento che dura sino all’età paleocristiana, poi già a partire dal Medioevo la centralità del isola si sviluppa nell’area dove ancora oggi sorge la Basilica dell’Assunta e la chiesa di S. Fosca e pian piano Altino di ‘inabissa’ sotto le acque della laguna, ma soprattutto sotto i campi coltivati. Torcello rimane un posto che comunque riveste una grandissima importanza ancora nel XII e XIII secolo, a testimoniarlo sono i mosaici della Basilica, stupendi, di grande raffinatezza, nonostante i pesanti interventi di restauro avvenuti nell’800. Si respira un’aria culturale immensa che va dalle esperienze dalmate a quelle bizantine, adriatiche, occidentali ed orientali. Il ‘Giudizio Universale’ che campeggia sulla controfacciata della Basilica vale da solo la visita a Torcello, anche se qui non si potrebbe fotografare, un ordine perentorio che ‘ce lo dicono dai piani alti del Ministero’ mi dicono i custodi,  più preoccupati dall’orario che dalla mia macchina fotografica per la verità. Perchè a Torcello la vita sembra avere una scadenza, quando è inverno, che coincide con il calar del sole, si fa per dire. Nessuno di quelli che incontro vive qui, vanno tutti via come ad un certo punto è accaduto che da Altino/Torcello molti si siano spostati a Rivoalto/Venezia, lasciando un’isola incantata, dimora di pochi, pochissimi, con i gatti a sorvegliare le statue antiche sistemate davanti alla Basilica ed al Museo. Andando via prima di imbarcarmi si legge un cartello corroso dalla salsedine che dice di lavori di manutenzione e salvaguardia dell’ecosistema naturale della Laguna. Lavori che, tuttavia, non impediscono al visitatore di accedere all’area monumentale della Basilica e degli allestimenti museali. E così mi viene in mente di come in realtà a Torcello esista una vita che risuona nei versi dei gabbiani, nei rumori della vegetazione, nel calmo movimento dell’acqua nei canali. Una vita delicata, delicatissima, così come lo sono le tessere di quei mosaici, un ‘monumento’ dell’arte medievale che sono andato a cercare perchè spesso mi capita di voler entrare nelle figurine dei manuali ed andare a trovare quelle fotografie e altrettanto spesso mi capita di percepire delle storie che difficilmente un manuale di storia dell’arte riuscirebbe a tradurre.

Così è accaduto a Torcello nel cuore di una Laguna che a maggior ragione va protetta, tutelata, amata.

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Rotte Murgiane


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Non è mai facile tradurre un’idea in qualcosa di concreto, tanto più quando i mezzi che hai a disposizione sono esigui, al limite del famigerato ‘costo zero’. Nonostante ciò il coraggio di moltissime persone coinvolte, interessate, pronte a metterci del loro per portare avanti in questi quattro anni l’idea di un sito come http://www.pugliaindifesa.org costituisce una di quelle medaglie delle quali tutti siamo orgogliosi.

Ne sono orgogliosi i fondatori e responsabili, ma anche i collaboratori, coloro che in molte occasioni hanno cercato e trovato una voce, uno spazio nel quale riportare le proprie riflessioni, conoscenze, segnalazioni.

Sin da principio Puglia In-Difesa ha cercato una linea che si ponesse nel mezzo tra la denuncia giornalistica e lo studio specialistico nel campo della tutela del patrimonio e salvaguardia dei beni culturali. Una scelta che ha significato anche cercare un linguaggio ed una comunicazione in grado di distinguersi, ma anche di connotarsi in modo originale oltre che suscitare interesse.

Durante tutti questi anni il sito è diventato un luogo familiare per molti, per tutti coloro che non proponevano soltanto denunce, ma anche informazioni, notizie, approfondimenti. Una banca dati che non disdegnava approfondimenti e rigori scientifici eludendo approcci superficiali così come ridondanti ricerche scientifiche e specialistiche.

Nonostante i buoni risultati riscontrati sul web, l’interesse di molti lettori interessati alle proposte del sito, Puglia In-Difesa ha sempre cercato di migliorarsi e di cercare nuove risorse per proporre ulteriori fonti di informazioni. Vanno intese in questo senso le inchieste giornalistiche http://www.pugliaindifesa.org/repubblica.html oppure i servizi televisivi https://www.youtube.com/watch?v=zrOtk11KkHk  ma anche le iniziative, gli incontri, il coinvolgimento di un numero sempre crescente di autori che hanno arricchito il sito di tanti articoli e contributi.

Ora con l’uscita di ‘Rotte Murgiane’, il primo volume cartaceo di Puglia In-Difesa, l’offerta di questa iniziativa si arricchisce di un altro, importante, progetto: quello di tradursi dal mondo digitale a quello concreto e cartaceo, che si sostanzia su uno scaffale di una libreria e trova anche il proprio spazio in una biblioteca.

Il libro ed i contributi degli autori non perdono il carattere comunicativo adottato nel sito: saggi rigorosi, ma tradotti in un linguaggio semplice ed immediato. Piccole inchieste che non vogliono cavalcare l’onda della notizia giornalistica, ma fornire indicazioni di storia e di cultura per circostanziare e definire i motivi propri della tutela e della salvaguardia di monumenti e paesaggi.

‘Rotte Murgiane’ sono itinerari inusuali, spesso all’ombra di mete turistiche di grande richiamo; sono percorsi accidentati attraverso centri abitati, territori, tradizioni e cattive pratiche di tutela.

Itinerari e percorsi proposti per conoscere, ma anche per riflettere su alcuni aspetti architettonici, storici e artistici, sociali che connotano in modo radicale il territorio della Murgia.

Questo l’indice del volume:

Michele D’Elia, La chiesa rupestre del Peccato Originale. Cronaca di un restauro
Dino Borri, Risorse, futuri e strategie di ambiente paesaggio in alta Murgia

Franco dell’Aquila, Andria rupestre 
Rosalinda Romanelli, Alcune note sulla decorazionepittorica della chiesa rupestre di Santa Croce ad Andria. Il culto della Passione
Luisa Derosa, Immagini ‘antiche’ e ‘culti moderni’: il caso della Madonna dei Miracoli di Andria

Pasquale Cordasco, 38 miglia da Castel del Monte 

Maurizio Triggiani, Nelle pieghe della storia: il sito delle Grottelline di Spinazzola 
Vito Ricci, La chiesa di San Vito di Corato e i rapporti con gli ordini religioso-militari. Ipotesi e certezze storiche 
Giulia Perrino, Gli affreschi medievali della chiesa matrice di Santa Maria Assunta a Binetto
Sergio Chiaffarata, La Murgia sconosciuta. Dalla prima guerra mondiale alla guerra fredda

Grazie all’impegno della Casa Editrice Edipuglia il volume è inserito nella collana ‘Le vie Maestre’ ed ha un costo di 12 euro.

 

Il coraggio dello storico dell’arte


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Tutto nasce dalla mia partecipazione al Concorsone per i Beni Culturali. Alla preselezione a quiz di fine luglio a Roma. I numeri dicevano  che dei duemila e passa iscritti, la maggior parte anche presenti ne sarebbero passati 200 per poi arrivare ai 40 che effettivamente vinceranno il concorso e saranno immessi negli Uffici del Ministero e delle Soprintendenze.

Ancora… i numeri del concorsone dicono che dei 500 funzionari selezionati per il MiBACT tra architetti, archeologi, restauratori, comunicatori, bibliotecari… agli storici dell’arte è stata riservata una percentuale sostanzialmente bassa di posti messi a disposizione, in ogni caso una percentuale, dal momento che negli ultimi decenni di posti messi a concorso per questa categoria non se ne vedevano almeno dalla fine degli anni ’90.

Tutto questo ha portato a Roma un popolo, comune anche alle altre categorie, costituito da età le più diverse, con una comune formazione specialistica, se non di più, che in tutti questi anni ha mescolato generazioni diverse anche queste accomunate da una sorta di rassegnata speranza di un posto fisso da giocarsi tra Ministero dei Beni Culturali, Scuola, Università. Sbocchi in ogni caso sempre più strozzati da esiguità di posti a disposizione e prove sempre più severe al limite di un equilibrismo nozionistico e culturale da più parti anche contestato.

Sin qui le considerazioni possono anche essere comuni con le altre categorie ma ciò che induce a questa riflessione specifica sul ruolo della storia dell’arte parte da altro.

L’esigua presenza degli storici dell’arte nell’ambito delle Soprintendenze e degli organi del Ministero ha raggiunto in questi anni dei minimi storici che sembrano accordarsi con le politiche di formazione perseguite nei corsi di studi scolastici ed universitari. Tagli e riduzione di ore sono, almeno da un decennio, la costante che caratterizza questa area e che si traduce anche con una significativa riduzione di percorsi di dottorato, ma soprattutto, con le difficoltà crescenti ed a volte insormontabili che le Scuole di Specializzazione di Storia dell’Arte hanno incontrato in questi anni.

Il quadro che qui si traccia è complesso e rischia sempre soluzioni, accuse, sin troppo semplici e scontate. C’è da mettere in conto l’idea che in alcuni settori come quelli delle Soprintendenze ci sia la necessità di professionalità ‘più tecniche’, ci sarebbe poi da stabilire il rapporto a volte più che collaborativo, direi conflittuale, con gli architetti e gli archeologi, che si è creato in questi anni. E così via si potrebbe anche continuare a lungo, con ragioni contestabili, ma anche condivisibili.

Tuttavia l’impressione che personalmente ho avuto in quel giorno romano di fine luglio è stata quella della perdita di identità dello storico dell’arte. Duemila candidati (ma sono certo che di quelli con le carte in regola per iscriversi al concorso ce ne sarebbero stati di più) che rappresentavano una categoria ormai non più omogenea, suddivisa tra chi aveva un piede nella organizzazione di eventi, nella musealizzazione, nella ricerca scientifica, nelle attività laboratoriali scolastiche, nelle varie forme di comunicazione.

Una diversificazione che in teoria dovrebbe far bene all’intera categoria, se avesse avuto in questi anni una forma univoca ed anche pensata. Ma da chi?

I percorsi formativi sono a mio parere la versa risorsa mancata per dare identità a questa categoria. Epigoni di generazioni di grandi maestri che, bisogna riconoscerlo, hanno costituito per lungo tempo circoli chiusi e poco disposti al dialogo, ciò che col tempo è rimasto degli storici dell’arte è un atteggiamento spesso elitario, a volte addirittura spocchioso o, al peggio, svenduto. Esauriti i grandi del passato sono succedute generazioni più attente a riservarsi il proprio orticello piuttosto che dare aperture e dignità alla categoria, a rinnovare se possibile, a fornire nuovi strumenti disciplinari. Cosa che invece è puntualmente accaduta per l’archeologia, l’architettura, il restauro. La storia dell’arte ha finito per vivere in isolamento nei processi formativi accademici ed anche con la risorsa dei corsi sui beni culturali non è riuscita a fornire strumenti e ricerche utili alle nuove e perentorie esigenze. Il dazio di queste negligenze o, direi anche, cecità lo pagano tutti coloro che hanno deciso di formarsi su questa materia. La scarsa capacità di guardare lontano da parte dei ‘maestri’ si è presto tradotta in una ghigliottina che ha tagliato ore di insegnamento della materia nelle scuole, impoverimento di corsi accademici, ma anche di insegnamenti universitari, esclusione parziale o pressocchè totale dagli organi ministeriali e dalle soprintendenze. Ciò che rimane sono i 40 posti messi a disposizione dal concorso del MiBACT e poco altro.

E questo fa male. Non tanto per le opportunità negate alle risorse umane e generazionali, che pure pesano e parecchio in questo discorso, ma anche e soprattutto per le potenzialità che la materia e la categoria sono in grado di offrire.

La rigenerazione della storia dell’arte avrebbe motivo di ripartire ovviamente ammettendo le proprie carenze, maturate in questi anni, ma anche portando la ricerca un po’ più avanti, stringendo collaborazioni con altre discipline non soltanto per interesse, ma con la consapevolezza di poter offrire un contributo, uno sguardo differente sulle cose.

Per spiegare meglio tutto ciò più che dare delle risposte porrei delle domande:

  • a cosa serve uno storico dell’arte su un cantiere di Restauro?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nell’ambito di una ricostruzione come quella di zone terremotate?
  • a cosa serve uno storico dell’arte quando ci si pone il problema della salvaguardia e della tutela del paesaggio?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nei percorsi non soltanto di formazione, ma anche di comunicazione?

E di domande come queste se ne potrebbero trovare altre, anzi sarebbe il caso di trovarne molte altre. Ritengo che questa possa essere una base di ricerca, ma anche un’offerta formativa per le generazioni prossime che abbiano ancora il coraggio di intraprendere questa strada per la quale indubbiamente ci vuole coraggio, non soltanto tra i più giovani, ma anche tra coloro che adesso hanno un ruolo: quello di non far morire questa materia, in silenzio, senza avere risposte da dare, ma nemmeno domande da rivolgersi.

Ah per la cronaca non ho superato la selezione a quiz!

 

 

Che Templum che fa


templum

Se si potesse alzare l’indice e puntarlo verso qualcuno sarebbe probabilmente Umberto Eco il facinoroso colpevole di cotanta fama di templari e templarismo nell’Italia della fine degli anni ’80.

E’ facile accostare a Eco ed al suo ‘Pendolo di Foucault’ una buona parte di quelle correnti di pensiero, ma anche di ottimi affari commerciali, che i cavalieri dell’ordine del tempio suscitarono di là da venire.

Come capita sempre quando si parla di geniali intellettuali prendersela con Umberto Eco e con quella grande capacità di essere un Girmi culturale che lui tra pochi possedeva significa in qualche modo non solo ripercorrere vicende, aspetti della storia, del comune intendere, ma anche ripercorrere itinerari culturali e bibliografici illuminanti prima ancora che illuminati.

Le occasioni in questo senso non mancano, l’ultima mi è stata offerta da un incontro sulla vera o presunta presenza dei Templari in alcuni siti pugliesi che si intitolava provocatoriamente ‘Che Templum che fa’.

Ripartire dal Pendolo di Foucault significa cercare un itinerario nell’universo di Eco fatto di Templari, Rosa Croce, Illuminati, Abulafia, Diotallevi, Setta degli Assassini. Significa anche comprendere l’idea della storia e delle distorsioni della storia che lo studioso conosceva benissimo e lo aveva scritto molto chiaramente nella prefazione al libro di Paul Arnold ‘Storia dei Rosa Croce’.

I Rosa Croce erano una confraternita che fece la sua apparizione agli inizi del ‘600 con due manifesti uno chiamato Fama del 1614 e l’altro chiamato Confessio del 1615. Gli autori rimasero ovviamente ignoti. Da quel momento in poi furono in tanti, anzi tantissimi a proclamarsi rosa crociani. Ma proprio qui avviene il magico mistero dei Rosa Croce. Dal momento stesso dell’apparizione dei manifesti, sono in tanti a confermare l’esistenza della confraternita e sostengono anche di esserne parte o di volerne far parte. Ma qui nasce il paradosso: un gruppo segreto che afferma di non esistere con i suoi ispiratori che sono anch’essi ignoti, contraddice chiunque vi si identifichi, affermi di esserne parte, lo sveli in qualche modo. Chiunque si proclami membro di una qualche confraternita rosacrociana  evidentemente ne determina la sua non appartenenza ed anche la fallacità di quella stessa confraternita.

I Rosa Croce non si sa chi siano: storicamente sono citati soltanto in quei due manifesti, quelli sì reali, dei quali si afferma la non conoscenza né degli autori né di quelli che ne fanno parte. A questo punto Umberto Eco commenta ‘dal punto di vista dello storico la questione apparirebbe assai semplice. E’ un fatto documentato l’esistenza dei manifesti Rosa-Croce, mentre è materia di illazione sia la loro attribuzione sia la persuasione che essi parlassero di una confraternita realmente esistente. Sfortunatamente nel modo comune di rileggere la storia avvengono delle strane illusioni ottiche’.

Rileggere Eco è assai interessante quando si guarda a molti degli esiti che il fascino di tali confraternite e soprattutto il fascino dei loro padri ispiratori, ossia gli ordini che nel lontano e spesso buio medioevo avessero esercitato su questi personaggi Illuminati, in una sorta di gioco delle parti che Eco riusciva a ben dirigere verso i propri obiettivi mentre invece chi ne ha raccolto le suggestioni spesso ha mescolato senza averne mai compreso a fondo il senso: quello della speculazione di pensiero.

Templari e templaristi hanno invaso una buona fetta di architetture, sculture, pitture del patrimonio storico artistico con molte illusioni ottiche, spesso simboli, richiami, riflessioni ammiccanti e spesso frutto di illazioni che tocca altrettanto spesso andare a smentire, con le conseguenti polemiche e spesso ironiche considerazioni sul senso della storia. E della storia dell’arte.

Ed è proprio di questo che ho voluto parlare nell’incontro ‘Che Templum che fa’ di come il linguaggio dei segni sia molto più esposto alle possibili interpretazioni e forzature della storia documentaria. Un tentativo che si avvale di segni a volte convenzionali tra i lapicidi, altre volte di oggetti scolpiti che riproducono iconografie a loro volta riprese da schemata utilizzati nelle miniature e realizzati in contesti monastici. Per non parlare della pittura dei templari a cui ho dedicato specifici post in questo stesso blog.

Parlare di tutti coloro che intendono svelare il mistero diventa un esercizio remunerativo sotto l’aspetto dell’attenzione nelle pubbliche conferenze, ma spesso piuttosto sterile nel campo della ricerca.

Interessante è invece ripercorrere alcune tappe bibliografiche nelle quali l’attenzione degli studi sull’arte Crociata maturata nel Mediterraneo ed in Puglia tra XI e XIII secolo sia stata artefice di scoperte, ma anche forzature, non illazioni.

Occorrerebbe partire da un saggio importantissimo di G. Bresc Bautier, Les possessions des eglise de Terre Sainte en Italie du Sud (Pouille, Calabre, Sicile) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle I giornate di studi Normanno-Svevi, 1973, forse un caposaldo per chi avesse voluto indagare sulla diffusione degli insediamenti degli Ordini di Terrasanta in Puglia. Un testo che non poteva non richiamare a studi di più ampia portata che ponevano in relazione gran parte dei territori che si affacciavano sul Mediterraneo. A questo riguardo vorrei citare J. Prawer, Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme, 1982, Buchtal, Art of the Mediterranean World, 1983, Deschamps, Terrasanta Romanica, 1991, Pringle, The churches of the Crusader Kingdom. A corpus, 1993   e Folda, The art of Crusaders in the Holy Land 1089-1187. Questi  costituiscono dei capisaldi di un’indagine scientifica che per  anni ha fortemente inciso e puntato l’attenzione sull’Arte del Mediterraneo e sulla circolazione di correnti artistiche, pittoriche e modelli architettonici veicolati attraverso l’ampio fenomeno delle Crociate da un lato e delle congiunture politiche sociali e soprattutto economiche dall’altro.

Kurt Weitzmann in questo senso è uno dei primi ispiratori di tali indagini, il suo testo Icon painting in the Crusader Kingdom, pubblicato nei Dumbarton Oaks Papers nel  1967, quando lo studioso sollevava la questione dello ‘stile levantino crociato’ proponendo un filone di indagine, soprattutto nella pittura, che dalle Icone sinaitiche ai manoscritti, procedesse attraverso il Mediterraneo , Cipro e l’Italia Meridionale. Questo indubbiamente costituiva un impulso non indifferente considerando la statura dello studioso ed il prestigio della rivista sulla quale questo studio venne pubblicato. Come spesso accade tali indagini hanno aperto il campo a notevolissimi studi scientifici ed altrettanto notevoli cantonate come è anche giusto che accada quando si fa ricerca. Il rischio più grande era trovare ad ogni costo quello che si stava cercando. Ed una delle cose che si sono sempre cercate con una certa ostinazione è stato il contributo artistico e architettonico che gli ordini monastici di Terrasanta diedero all’arte dei Paesi del Mediterraneo.

Pitture templari, simboli degli Ospitalieri, modelli architettonici dei castelli di Terrasanta, sculture che riproducono battaglie con gli infedeli, hanno costituito il terreno di scontri e di ricerche spesso affannose, a volte i risultati sono stati esaltanti, altre volte non si è accettato l’errore, l’incongruenza. E questo ancora oggi è il retaggio che molti studi si portano dietro, peggio ancora quando questi studi vengono ripresi in modo arbitrario da ‘studiosi’ poco inclini alla ricerca e più propensi allo scoop. Si è già detto i Templari vendono, ma anche questa cosa qui Eco l’aveva capita più di venti anni fa e poi Eco era Eco gli altri sono stati epigoni e così anche i prezzi finiscono per abbassarsi e l’affare sfuma.

Taranto 2016: l’Università toglie il disturbo?


univ taranto

 

Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione dalla Segreteria Studenti del corso di Scienze della Comunicazione con sede a Taranto per far parte dell’ultima commissione di laurea del corso. Devo essere sincero non me la sono sentita, non ho risposto, ho preferito chiudere il mio rapporto, seppur da docente a contratto a Taranto, con l’ultimo mio appello del 18 febbraio.

La chiusura di quel corso si conosceva da due anni fa, ho tenuto negli ultimi anni due insegnamenti che riguardavano gli iscritti del 2012 e che svolgevano il mio esame di ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’ inerente al corso di Scienze della Comunicazione e dell’Animazione Socio Culturale, per il terzo anno di corso.

Quell’insegnamento l’ho progettato io stesso alcuni anni fa, quando a Taranto si unificò Scienze della Formazione e Scienze della Comunicazione in un unico corso di laurea e pensai che sarebbe stato opportuno presentare un esame sui Beni Culturali di quel territorio in base ad alcune riflessioni:

– spesso il territorio di Taranto è stato oggetto di importanti studi ed interessi scientifici prevalentemente dal punto di vista dell’Archeologia Classica e della Magna Grecia oppure dell’Habitat Rupestre;

– altrettanto spesso Taranto è stata considerata una città con una prospettiva culturale fortemente condizionata dalle ingombranti presenze dell’Ilva, dell’Eni, del polo industriale, ma anche dell’Arsenale della Marina e del Porto;

– quasi a contrastare tale situazione e tali pregiudizi l’Università degli Studi di Bari aveva aperto un corso di studi e addirittura aveva trasferito la sede dei corsi di Scienze della Formazione e Comunicazione dal rione Tamburi, nella città vecchi,a nella Caserma Rossarol, ex convento di S. Francesco, interamente ristrutturata.

Considerando questi aspetti mi sembrò allora opportuno pensare ad un programma d’esame che considerasse la città di Taranto, i suoi Beni Culturali, la sua storia come un dialogo continuo che arrivasse sino ai nostri giorni. Un dialogo spesso tragico, contraddittorio, ma comunque espressione di una pulsione economica e sociale che ha caratterizzato da sempre questa città.

Studiando, ho imparato un po’ a conoscerla, Taranto. Ho letto e proposto libri come ‘Il museo negato’ di Cosimo D’Angela, ‘Invisibili’ di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, ho proposto letture di Vera von Falkenhausen sulla Taranto bizantina e normanna, di Pina Belli D’Elia sul Duomo di Taranto, ho stretto collaborazioni con Associazioni Culturali locali, guide, archeologi per andare alla scoperta degli ipogei della città di Taranto, per visitare chiese e monasteri dai destini contraddittori e spesso non accessibili al pubblico. Ho cercato di stimolare gli studenti a produrre materiali (alcuni dei quali ho pubblicato sul sito www.pugliaindifesa.org) per accostarsi ai Beni culturali, ma più in generale alla cultura della loro città e del loro territorio. Ho cercato di coniugare le vicende di Taranto a ciò che autori come Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky dicevano a proposito del valore e del fondamento della cultura.

Ho insomma obbedito a quella mia personale idea di slancio culturale, maturato in anni di studio e di ricerca tesi alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale. Un percorso d’esame che avevo io stesso allestito e del quale ne sono sempre andato fiero. Sapevo che tutto questo avrebbe avuto vita breve, appena ho cominciato i corsi, sapevo che ne avrei tenuti soltanto due e che tutto sarebbe finito.

Al di là della speranza che tutto ciò non fosse sottratto ad una città e ad una popolazione che di cultura, conoscenza, impegno civico, ne ha bisogno, non ho mai pensato di cercare i motivi, i giochi politici, gli affari, le negligenze forse anche le colpe che hanno dapprima offerto una sia pur limitata speranza di fondare una università a Taranto, con sedi addirittura nel suo centro storico, e poi l’hanno con altrettanta sagacia abbandonata al proprio destino.

Oggi dunque sarebbe il giorno delle recriminazioni, le mie, che tuttavia sarebbero personali e quindi relative alla condizione di docente a contratto che si trova a non avere un insegnamento sul quale aveva molto puntato, ma anche e soprattutto degli studenti e dell’intera città.

Ci sarebbe molto da recriminare, ma le recriminazioni e il dito puntato su qualcuno o qualcosa non aiutano. Ciò che è accaduto in questi anni a Taranto, alla sua idea di Università, alle difficoltà, a quelle stesse negligenze, sono invece un materiale abbastanza corposo su cui riflettere e studiare.

Inutile nascondere che l’Università sia nata per interessi, spesso manovre politiche legate al mondo accademico. Interessi forse anche mal gestiti che non hanno saputo far bene i conti con un tessuto economico e politico della città critico da sempre e che hanno finito per assolvere ad un compito limitato nel tempo e destinato ad estinguersi. D’altra parte sarebbe un destino comune a quello dell’Istituto Musicale Giovanni Paisiello e di altre iniziative che avrebbero dovuto animare la vita culturale della città e soprattutto del suo centro storico. Taranto in questi anni ha dovuto fare i conti con la crisi di una delle maggiori industrie siderurgiche italiane e questo, non lo si può nascondere, avrà pure condizionato lo sviluppo della sua crescita universitaria e culturale. Questo è proprio il punto dal quale partiva il mio corso: la fittissima relazione tra industria, città e cultura della/nella città. Un punto che ritenevo essenziale e che ancora oggi, credo, sia uno dei nodi per comprendere la realtà tarantina.

L’analisi di tutto ciò non è roba da poco: è qualcosa che riguarda la storia, i beni culturali, il paesaggio, l’archeologia, la società di questo territorio. E’ qualcosa che non è mai stato condotto in modo corretto, aggiungerei onesto, ma mi autocensuro.

Chi lo può fare?

Certo oggi alcuni corsi universitari non ci sono più, come Scienze della Comunicazione, altri stanno per estinguersi come Beni Culturali, soprattutto rischia di non avere più slancio quel recupero sociale che era partito dal centro storico nel quale gli studenti erano tornati a far sentire le loro voci e ad animare locali e palazzi. Taranto oggi si trova alle prese con una crisi ambientale, alla quale se ne sono aggiunte almeno altre due: quella economica e quella socio-culturale. La chiusura di un corso universitario, di un istituto musicale significa tutto questo e significa anche il ritorno della gioventù a salire su un treno per Bari o per chissà dove, in ogni caso ad abbandonare il proprio territorio.

Sembrerebbe una storia già vista per questa città: un’opportunità di riscatto purtroppo crollata proprio nel momento in cui i suoi giovani, gli studenti avrebbero avuto maggior bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto a quei metal/mezzadri di cui parlava Tobagi.

Dinanzi a tutto ciò c’è tuttavia un’altra realtà che andrebbe considerata: il MaRTA. E’ il secondo luogo della cultura in Puglia per visitatori, dopo Castel del Monte, è un Museo Nazionale e costituisce un centro di studio e di cultura, per la sua natura istituzionale, ma anche per la sua storia e per la storia che vi è contenuta ed esposta.

Con la nomina dei nuovi direttori il MaRTA ha assunto la prospettiva di centro propulsore della cultura nella città e, credo, che negli intenti ci sia non soltanto quello di movimentare le esposizioni e di creare eventi, ma probabilmente anche la volontà per un maggiore impegno sotto il profilo socio-culturale. In questo senso la mia proposta è quella di farne un centro di studio, di formazione, di comunicazione non solo per l’archeologia ed i beni culturali, ma per la città, per i suoi rapporti con il territorio ed il paesaggio.

A Taranto attualmente il MaRTA costituisce una delle realtà sulle quali più si vuole investire ed allora cosa ci sarebbe di male se un Museo potesse diventare scuola, università, centro di cultura? Credo che non sia questa soltanto una prospettiva, ma una sensata proposta con la quale sopperire all’emorragia di cultura, di studenti, di ambiente sociale che sta dissanguando una città che pur se fra le sue contraddizioni, negligenze, interessi particolari conserva un patrimonio vivo, che ancora oggi, come ieri e come sempre reclama un ruolo nella storia regionale e nazionale.