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Che Templum che fa

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Se si potesse alzare l’indice e puntarlo verso qualcuno sarebbe probabilmente Umberto Eco il facinoroso colpevole di cotanta fama di templari e templarismo nell’Italia della fine degli anni ’80.

E’ facile accostare a Eco ed al suo ‘Pendolo di Foucault’ una buona parte di quelle correnti di pensiero, ma anche di ottimi affari commerciali, che i cavalieri dell’ordine del tempio suscitarono di là da venire.

Come capita sempre quando si parla di geniali intellettuali prendersela con Umberto Eco e con quella grande capacità di essere un Girmi culturale che lui tra pochi possedeva significa in qualche modo non solo ripercorrere vicende, aspetti della storia, del comune intendere, ma anche ripercorrere itinerari culturali e bibliografici illuminanti prima ancora che illuminati.

Le occasioni in questo senso non mancano, l’ultima mi è stata offerta da un incontro sulla vera o presunta presenza dei Templari in alcuni siti pugliesi che si intitolava provocatoriamente ‘Che Templum che fa’.

Ripartire dal Pendolo di Foucault significa cercare un itinerario nell’universo di Eco fatto di Templari, Rosa Croce, Illuminati, Abulafia, Diotallevi, Setta degli Assassini. Significa anche comprendere l’idea della storia e delle distorsioni della storia che lo studioso conosceva benissimo e lo aveva scritto molto chiaramente nella prefazione al libro di Paul Arnold ‘Storia dei Rosa Croce’.

I Rosa Croce erano una confraternita che fece la sua apparizione agli inizi del ‘600 con due manifesti uno chiamato Fama del 1614 e l’altro chiamato Confessio del 1615. Gli autori rimasero ovviamente ignoti. Da quel momento in poi furono in tanti, anzi tantissimi a proclamarsi rosa crociani. Ma proprio qui avviene il magico mistero dei Rosa Croce. Dal momento stesso dell’apparizione dei manifesti, sono in tanti a confermare l’esistenza della confraternita e sostengono anche di esserne parte o di volerne far parte. Ma qui nasce il paradosso: un gruppo segreto che afferma di non esistere con i suoi ispiratori che sono anch’essi ignoti, contraddice chiunque vi si identifichi, affermi di esserne parte, lo sveli in qualche modo. Chiunque si proclami membro di una qualche confraternita rosacrociana  evidentemente ne determina la sua non appartenenza ed anche la fallacità di quella stessa confraternita.

I Rosa Croce non si sa chi siano: storicamente sono citati soltanto in quei due manifesti, quelli sì reali, dei quali si afferma la non conoscenza né degli autori né di quelli che ne fanno parte. A questo punto Umberto Eco commenta ‘dal punto di vista dello storico la questione apparirebbe assai semplice. E’ un fatto documentato l’esistenza dei manifesti Rosa-Croce, mentre è materia di illazione sia la loro attribuzione sia la persuasione che essi parlassero di una confraternita realmente esistente. Sfortunatamente nel modo comune di rileggere la storia avvengono delle strane illusioni ottiche’.

Rileggere Eco è assai interessante quando si guarda a molti degli esiti che il fascino di tali confraternite e soprattutto il fascino dei loro padri ispiratori, ossia gli ordini che nel lontano e spesso buio medioevo avessero esercitato su questi personaggi Illuminati, in una sorta di gioco delle parti che Eco riusciva a ben dirigere verso i propri obiettivi mentre invece chi ne ha raccolto le suggestioni spesso ha mescolato senza averne mai compreso a fondo il senso: quello della speculazione di pensiero.

Templari e templaristi hanno invaso una buona fetta di architetture, sculture, pitture del patrimonio storico artistico con molte illusioni ottiche, spesso simboli, richiami, riflessioni ammiccanti e spesso frutto di illazioni che tocca altrettanto spesso andare a smentire, con le conseguenti polemiche e spesso ironiche considerazioni sul senso della storia. E della storia dell’arte.

Ed è proprio di questo che ho voluto parlare nell’incontro ‘Che Templum che fa’ di come il linguaggio dei segni sia molto più esposto alle possibili interpretazioni e forzature della storia documentaria. Un tentativo che si avvale di segni a volte convenzionali tra i lapicidi, altre volte di oggetti scolpiti che riproducono iconografie a loro volta riprese da schemata utilizzati nelle miniature e realizzati in contesti monastici. Per non parlare della pittura dei templari a cui ho dedicato specifici post in questo stesso blog.

Parlare di tutti coloro che intendono svelare il mistero diventa un esercizio remunerativo sotto l’aspetto dell’attenzione nelle pubbliche conferenze, ma spesso piuttosto sterile nel campo della ricerca.

Interessante è invece ripercorrere alcune tappe bibliografiche nelle quali l’attenzione degli studi sull’arte Crociata maturata nel Mediterraneo ed in Puglia tra XI e XIII secolo sia stata artefice di scoperte, ma anche forzature, non illazioni.

Occorrerebbe partire da un saggio importantissimo di G. Bresc Bautier, Les possessions des eglise de Terre Sainte en Italie du Sud (Pouille, Calabre, Sicile) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle I giornate di studi Normanno-Svevi, 1973, forse un caposaldo per chi avesse voluto indagare sulla diffusione degli insediamenti degli Ordini di Terrasanta in Puglia. Un testo che non poteva non richiamare a studi di più ampia portata che ponevano in relazione gran parte dei territori che si affacciavano sul Mediterraneo. A questo riguardo vorrei citare J. Prawer, Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme, 1982, Buchtal, Art of the Mediterranean World, 1983, Deschamps, Terrasanta Romanica, 1991, Pringle, The churches of the Crusader Kingdom. A corpus, 1993   e Folda, The art of Crusaders in the Holy Land 1089-1187. Questi  costituiscono dei capisaldi di un’indagine scientifica che per  anni ha fortemente inciso e puntato l’attenzione sull’Arte del Mediterraneo e sulla circolazione di correnti artistiche, pittoriche e modelli architettonici veicolati attraverso l’ampio fenomeno delle Crociate da un lato e delle congiunture politiche sociali e soprattutto economiche dall’altro.

Kurt Weitzmann in questo senso è uno dei primi ispiratori di tali indagini, il suo testo Icon painting in the Crusader Kingdom, pubblicato nei Dumbarton Oaks Papers nel  1967, quando lo studioso sollevava la questione dello ‘stile levantino crociato’ proponendo un filone di indagine, soprattutto nella pittura, che dalle Icone sinaitiche ai manoscritti, procedesse attraverso il Mediterraneo , Cipro e l’Italia Meridionale. Questo indubbiamente costituiva un impulso non indifferente considerando la statura dello studioso ed il prestigio della rivista sulla quale questo studio venne pubblicato. Come spesso accade tali indagini hanno aperto il campo a notevolissimi studi scientifici ed altrettanto notevoli cantonate come è anche giusto che accada quando si fa ricerca. Il rischio più grande era trovare ad ogni costo quello che si stava cercando. Ed una delle cose che si sono sempre cercate con una certa ostinazione è stato il contributo artistico e architettonico che gli ordini monastici di Terrasanta diedero all’arte dei Paesi del Mediterraneo.

Pitture templari, simboli degli Ospitalieri, modelli architettonici dei castelli di Terrasanta, sculture che riproducono battaglie con gli infedeli, hanno costituito il terreno di scontri e di ricerche spesso affannose, a volte i risultati sono stati esaltanti, altre volte non si è accettato l’errore, l’incongruenza. E questo ancora oggi è il retaggio che molti studi si portano dietro, peggio ancora quando questi studi vengono ripresi in modo arbitrario da ‘studiosi’ poco inclini alla ricerca e più propensi allo scoop. Si è già detto i Templari vendono, ma anche questa cosa qui Eco l’aveva capita più di venti anni fa e poi Eco era Eco gli altri sono stati epigoni e così anche i prezzi finiscono per abbassarsi e l’affare sfuma.

Taranto 2016: l’Università toglie il disturbo?

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Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione dalla Segreteria Studenti del corso di Scienze della Comunicazione con sede a Taranto per far parte dell’ultima commissione di laurea del corso. Devo essere sincero non me la sono sentita, non ho risposto, ho preferito chiudere il mio rapporto, seppur da docente a contratto a Taranto, con l’ultimo mio appello del 18 febbraio.

La chiusura di quel corso si conosceva da due anni fa, ho tenuto negli ultimi anni due insegnamenti che riguardavano gli iscritti del 2012 e che svolgevano il mio esame di ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’ inerente al corso di Scienze della Comunicazione e dell’Animazione Socio Culturale, per il terzo anno di corso.

Quell’insegnamento l’ho progettato io stesso alcuni anni fa, quando a Taranto si unificò Scienze della Formazione e Scienze della Comunicazione in un unico corso di laurea e pensai che sarebbe stato opportuno presentare un esame sui Beni Culturali di quel territorio in base ad alcune riflessioni:

– spesso il territorio di Taranto è stato oggetto di importanti studi ed interessi scientifici prevalentemente dal punto di vista dell’Archeologia Classica e della Magna Grecia oppure dell’Habitat Rupestre;

– altrettanto spesso Taranto è stata considerata una città con una prospettiva culturale fortemente condizionata dalle ingombranti presenze dell’Ilva, dell’Eni, del polo industriale, ma anche dell’Arsenale della Marina e del Porto;

– quasi a contrastare tale situazione e tali pregiudizi l’Università degli Studi di Bari aveva aperto un corso di studi e addirittura aveva trasferito la sede dei corsi di Scienze della Formazione e Comunicazione dal rione Tamburi, nella città vecchi,a nella Caserma Rossarol, ex convento di S. Francesco, interamente ristrutturata.

Considerando questi aspetti mi sembrò allora opportuno pensare ad un programma d’esame che considerasse la città di Taranto, i suoi Beni Culturali, la sua storia come un dialogo continuo che arrivasse sino ai nostri giorni. Un dialogo spesso tragico, contraddittorio, ma comunque espressione di una pulsione economica e sociale che ha caratterizzato da sempre questa città.

Studiando, ho imparato un po’ a conoscerla, Taranto. Ho letto e proposto libri come ‘Il museo negato’ di Cosimo D’Angela, ‘Invisibili’ di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, ho proposto letture di Vera von Falkenhausen sulla Taranto bizantina e normanna, di Pina Belli D’Elia sul Duomo di Taranto, ho stretto collaborazioni con Associazioni Culturali locali, guide, archeologi per andare alla scoperta degli ipogei della città di Taranto, per visitare chiese e monasteri dai destini contraddittori e spesso non accessibili al pubblico. Ho cercato di stimolare gli studenti a produrre materiali (alcuni dei quali ho pubblicato sul sito www.pugliaindifesa.org) per accostarsi ai Beni culturali, ma più in generale alla cultura della loro città e del loro territorio. Ho cercato di coniugare le vicende di Taranto a ciò che autori come Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky dicevano a proposito del valore e del fondamento della cultura.

Ho insomma obbedito a quella mia personale idea di slancio culturale, maturato in anni di studio e di ricerca tesi alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale. Un percorso d’esame che avevo io stesso allestito e del quale ne sono sempre andato fiero. Sapevo che tutto questo avrebbe avuto vita breve, appena ho cominciato i corsi, sapevo che ne avrei tenuti soltanto due e che tutto sarebbe finito.

Al di là della speranza che tutto ciò non fosse sottratto ad una città e ad una popolazione che di cultura, conoscenza, impegno civico, ne ha bisogno, non ho mai pensato di cercare i motivi, i giochi politici, gli affari, le negligenze forse anche le colpe che hanno dapprima offerto una sia pur limitata speranza di fondare una università a Taranto, con sedi addirittura nel suo centro storico, e poi l’hanno con altrettanta sagacia abbandonata al proprio destino.

Oggi dunque sarebbe il giorno delle recriminazioni, le mie, che tuttavia sarebbero personali e quindi relative alla condizione di docente a contratto che si trova a non avere un insegnamento sul quale aveva molto puntato, ma anche e soprattutto degli studenti e dell’intera città.

Ci sarebbe molto da recriminare, ma le recriminazioni e il dito puntato su qualcuno o qualcosa non aiutano. Ciò che è accaduto in questi anni a Taranto, alla sua idea di Università, alle difficoltà, a quelle stesse negligenze, sono invece un materiale abbastanza corposo su cui riflettere e studiare.

Inutile nascondere che l’Università sia nata per interessi, spesso manovre politiche legate al mondo accademico. Interessi forse anche mal gestiti che non hanno saputo far bene i conti con un tessuto economico e politico della città critico da sempre e che hanno finito per assolvere ad un compito limitato nel tempo e destinato ad estinguersi. D’altra parte sarebbe un destino comune a quello dell’Istituto Musicale Giovanni Paisiello e di altre iniziative che avrebbero dovuto animare la vita culturale della città e soprattutto del suo centro storico. Taranto in questi anni ha dovuto fare i conti con la crisi di una delle maggiori industrie siderurgiche italiane e questo, non lo si può nascondere, avrà pure condizionato lo sviluppo della sua crescita universitaria e culturale. Questo è proprio il punto dal quale partiva il mio corso: la fittissima relazione tra industria, città e cultura della/nella città. Un punto che ritenevo essenziale e che ancora oggi, credo, sia uno dei nodi per comprendere la realtà tarantina.

L’analisi di tutto ciò non è roba da poco: è qualcosa che riguarda la storia, i beni culturali, il paesaggio, l’archeologia, la società di questo territorio. E’ qualcosa che non è mai stato condotto in modo corretto, aggiungerei onesto, ma mi autocensuro.

Chi lo può fare?

Certo oggi alcuni corsi universitari non ci sono più, come Scienze della Comunicazione, altri stanno per estinguersi come Beni Culturali, soprattutto rischia di non avere più slancio quel recupero sociale che era partito dal centro storico nel quale gli studenti erano tornati a far sentire le loro voci e ad animare locali e palazzi. Taranto oggi si trova alle prese con una crisi ambientale, alla quale se ne sono aggiunte almeno altre due: quella economica e quella socio-culturale. La chiusura di un corso universitario, di un istituto musicale significa tutto questo e significa anche il ritorno della gioventù a salire su un treno per Bari o per chissà dove, in ogni caso ad abbandonare il proprio territorio.

Sembrerebbe una storia già vista per questa città: un’opportunità di riscatto purtroppo crollata proprio nel momento in cui i suoi giovani, gli studenti avrebbero avuto maggior bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto a quei metal/mezzadri di cui parlava Tobagi.

Dinanzi a tutto ciò c’è tuttavia un’altra realtà che andrebbe considerata: il MaRTA. E’ il secondo luogo della cultura in Puglia per visitatori, dopo Castel del Monte, è un Museo Nazionale e costituisce un centro di studio e di cultura, per la sua natura istituzionale, ma anche per la sua storia e per la storia che vi è contenuta ed esposta.

Con la nomina dei nuovi direttori il MaRTA ha assunto la prospettiva di centro propulsore della cultura nella città e, credo, che negli intenti ci sia non soltanto quello di movimentare le esposizioni e di creare eventi, ma probabilmente anche la volontà per un maggiore impegno sotto il profilo socio-culturale. In questo senso la mia proposta è quella di farne un centro di studio, di formazione, di comunicazione non solo per l’archeologia ed i beni culturali, ma per la città, per i suoi rapporti con il territorio ed il paesaggio.

A Taranto attualmente il MaRTA costituisce una delle realtà sulle quali più si vuole investire ed allora cosa ci sarebbe di male se un Museo potesse diventare scuola, università, centro di cultura? Credo che non sia questa soltanto una prospettiva, ma una sensata proposta con la quale sopperire all’emorragia di cultura, di studenti, di ambiente sociale che sta dissanguando una città che pur se fra le sue contraddizioni, negligenze, interessi particolari conserva un patrimonio vivo, che ancora oggi, come ieri e come sempre reclama un ruolo nella storia regionale e nazionale.

 

 

La necessaria teoria del falso simile

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Il falso simile non esiste ancora, ma reclama le sue ragioni. Basti intenderlo come l’antitesi del vero simile per giustificarne l’esistenza, ma ciò non riuscirebbe ad eluderne lo scopo e la sua stessa necessità.

Se non fosse che personalmente vedo molti esempi di falso simile che girano nei vari campi arati della cultura e della religione, della politica e dell’economia.

Ma partiamo dalla sua stessa definizione. Un falso potrebbe essere simile a qualcosa che falso non è, quindi a qualcosa di vero, ma dichiarandosi come un falso commetterebbe il capitale errore di appartenere alla verità. Beninteso, alla propria verità.

Un falso è vero in quanto ammette la propria pregiudiziale falsità e quindi a cosa mai potrebbe essere simile?

Per evitare di rimanere in un pericoloso giro di parole sarebbe opportuno fornire quelli che, a mio parere possano identificarsi come esempi di falso simile.

Forse il più importante di tutti è il cosiddetto ‘inganno’ delle Teste di Modigliani che tutti conosciamo: le false teste realizzate da un gruppo di bravi buontemponi che qualche decennio fa trassero in inganno tutti, ma proprio tutti proponendosi come reperti recuperati casualmente nei fossi medicei di Livorno ed attribuite all’artista Modigliani. Il falso tenne banco, poi svelò la propria identità, ma per comprovarlo gli artisti/burloni dovettero riprodurre sotto gli occhi di tutti le teste per dimostrare la verità del loro stesso falso.

Immaginate se una cosa simile accadesse per la Sindone: un giorno si presenta un tizio dal XIV secolo e dice sono stato io e si mette sotto una telecamera e riproduce la Sindone. Sarebbe il trionfo del falso simile, ma non potrebbe mai avvenire tutto ciò, perché la Sindone è un falso simile, ma è uno ‘storico’ falso simile.

Piuttosto potrebbe succedere un’altra cosa: che tutti quelli che per anni hanno discusso, pontificato, scritto scientificamente e storicamente, ad un certo punto ammettessero di aver compiuto il gesto sacrilego del falso simile. Cioè: sì è vero abbiamo presentato una falsità simile alla sua stessa ‘falsa’ immagine, ma non lo abbiamo fatto per scherzare lo abbiamo fatto per davvero.

Il falso simile si cucirebbe addosso una bella casacca di credibilità, si può fare, il falso giustifica i mezzi, il simile li redime.

Bella storia sarebbe….

Pensate un po’ Michelangelo coperto di brache, un falso simile quasi proiettato nel futuro, lui stesso progetta le brache che all’occorrenza potrebbero coprire le nudità oscene per visitatori particolarmente inclini a fedi un po’ bigotte. Michelangelo comunque ha fatto di peggio: ha dichiarato, per davvero, di aver ‘giocato’ d’astuzia e di interessi per la Tomba di Giulio II. Anni e anni al libro paga del papato per un’opera mai terminata che poi alla fine lui chiama ‘la maledizione della sepoltura’. Un falso simile d’autore.

Un’altra volta è pure successo che il Governo Italiano abbia acquistato per alcuni milioni di euro un falso simile Crocifisso di Michelangelo. Ma questa volta il falso simile non era stato preparato dall’artista, ma da nessuno, era un falso per sbaglio fatto in buona fede (?) per ignoranza di qualcuno e tracontante interesse di qualcun altro.

E’ importante a questo punto soffermarsi su quello prima accennato , la storia ed il falso simile.

Eh già perché la storia delle volte viene messa in minoranza dalle tante versioni verosimili di un fatto, di un luogo o di un personaggio, tanto da esserne schiacciata ridotta a sottilissima trama. Allora la storia si arma degli stessi strumenti del verosimile e va a combattere facendo del falso simile il suo cavallo di battaglia, o il suo salvagente.

Umberto Eco, a mio parere, è il più bravo a diffondere il falso simile: lo ha fatto con il ‘Nome della Rosa’ ed i libri maledetti, con il ‘Pendolo di Foucault’ ed i Templari, alla fine ha deciso di buttare giù la maschera ed ha raccolto tutti i falso simili di storia in un libro che si chiama ‘Storia delle terre e dei luoghi leggendari’.

Ma queste operazioni non le ha fatte soltanto lui. Pensate a quanto è stato scritto sui templari o sul Graal, a quanto falso simile ci sia in giro su Caravaggio, ma anche sugli affreschi di Giotto.

Gli storici dell’arte non sono stati da meno: Federico Zeri un giorno scrisse un libro che si chiamava ‘Confesso che ho sbagliato’. Lui, che era un attribuzionista e profondo conoscitore d’arte, con quella confessione, che possiamo dirlo ha tutti gli ingredienti del falso simile, sbancò al botteghino. Prima di lui, forse in modo meno sfacciato lo aveva fatto Roberto Longhi, altro grande conoscitore d’arte, ma non privo dell’arte della comunicazione.

Perché per fare il falso simile occorre saperlo comunicare. E questo ne fa una palestra per pochi, capaci, intenditori.

Per carità qui non voglio giudicare quanto sia giusto o non giusto usare il falso simile, né tanto meno dire chi lo usa meglio di chi, oppure ‘svelare’ tutti i falso simili sparsi nella cultura e ahinoi nelle religioni.

Voglio soltanto perorare la causa della necessaria esistenza del falso simile e riconoscerne la legittimità. Giusta, doverosa, un po’ bislacca.

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Sappiamo davvero tutto sulla Xylella?

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L’unico albero che cresce a Itaca è l’olivo. Ma due anni fa esso è stato colpito da una malattia, e tutti i tentativi fatti per rimediarvi sono rimasti inefficaci. La corteccia e le foglie dell’olivo malato diventano nerastre e diffondono un odore ripugnante; l’albero continua a fiorire, ma i pochi frutti che produce restano striminziti e cadono prima di maturare. Finora il male è limitato a un certo numero di alberi e si crede che non sia contagioso; però il numero degli alberi malati aumenta.

(Heinrich Schliemann, La scoperta di Troia)

 

Queste sono le parole che Schliemann annotò nel suo diario subito dopo il suo ritorno dal viaggio compiuto nell’autunno del 1868 e poi ripreso nel suo stesso libro intitolato Itaca, il Peloponneso e Troia.

Potrebbe essere una citazione fine a se stessa se non fosse che tale notazione rimanda inesorabilmente a quanto sta accadendo in Puglia a proposito della Xylella Fastidiosa.

Da un breve ricerca si apprende che tale malattia abbia un’area di origine probabilmente in America Meridionale e che soltanto in tempi recenti si sia diffusa in Europa.

Secondo una letteratura scientifica questa epidemia pare che sia diffusa su parecchi alberi da frutto e alberi come l’oleandro mentre viene annotata una scarsissima conoscenza di questi tratti epidemiologici relativi all’albero di ulivo.

Senza avere molte competenze in questo settore, ma ricorrendo ad una letteratura ‘classica’ sembra davvero interessante mettere in relazione le notizie riportate da Schliemann con quanto sta accadendo in questi anni in Puglia, anche perché tutto ciò potrebbe tornare utile alle ricerche condotte, al di là delle polemiche, per cercare di conoscere meglio questo flagello che purtroppo sta seminando la morte e la distruzione degli ulivi pugliesi: un patrimonio culturale oltre che una cospicua fetta della produzione economica della nostra regione, così come lo era per l’isola di Itaca, l’isola di Omero.

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L’oltre adriatico tra gli ulivi di Puglia

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Spesso per descrivere viaggi ed itinerari si finisce a parlare di luoghi, di cose viste o vedere , di fotografie di una specie di vacanza.

Altre volte invece un itinerario può portare alla scoperta di persone e personaggi della storia, che fanno di un luogo una memoria, lontana nel tempo.

E’ questo il caso di Balsignano un luogo che andrebbe consigliato come tappa di un itinerario nella Terra di Bari per tante ragioni, ma è anche un luogo che propone un viaggio attraverso i personaggi che ne hanno determinato la storia soprattutto nel medioevo.

A Balsignano un personaggio spesso citato ma fino a poco tempo fa poco conosciuto anche dagli storici, nella seconda metà del ‘200 divenne protagonista di una storia che legò il casale nel territorio di  Modugno ad un’area diffusa che sovrastava i confini della Puglia e si estendeva sino alle coste dell’Albania, quella terra luogo di conquiste prima da parte degli Svevi e poi degli Angioini: il nome di questo personaggio era Giacomo da Balsignano.

Costui fu al centro di una intricata vicenda, come ha ultimamente accertato lo storico Francesco Violante, che legò la Puglia all’Oriente Balcanico e dalmatino da un lato e la dinastia sveva a quella di Carlo I d’Angiò.

Personaggio principale di tutta questa vicenda fu Filippo Chinardo, uno dei favoriti di Federico II, cipriota, che ricevette dal sovrano i feudi di Auricarro e Palo.  In seguito Filippo ebbe i feudi di Conversano , Turi, Rutigliano, fu feudatario di Terlizzi, castellano di Bari e signore di Acquaviva, amministrò per conto di Manfredi alcuni domini in Epiro come Corfù, Valona, Durazzo, Butrinto , Canina e Berat in un periodo compreso tra il 1247 ed il 1254 e fino alla sua morte avvenuta nel 1266. Devoto e fedelissimo di Manfredi, Filippo Chinardo aveva di fatto ostacolato la politica di Carlo I d’Angiò di estendere i domini angioini in Epiro e sulla costa orientale. Alla sua morte dunque il sovrano francese tirò un sospiro di sollievo che, tuttavia durò molto poco dal momento che si ritrovò sulla sua strada un devoto vassallo di Filippo Chinardo, appunto Giacomo da Balsignano, già castellano di Valona e Kanina e strenuo difensore dell’asse filo svevo.

Ora perché si chiami Giacomo da Balsignano non è chiarito dai documenti, quasi tutti contenuti nei Registri della Cancelleria Angioina; forse Balsignano era il suo luogo di nascita, forse ne era feudatario e da lì la derivazione del nome, fatto sta che Giacomo diventò una figura centrale nelle politiche angioine della seconda metà del ‘200 relative all’area adriatica.

Sarebbe impossibile raccontare episodi della sua vita in forma di romanzo perché inevitabilmente si cadrebbe nell’errore o nella forzatura della storia, che invece è fatta di documenti e di rapporti diplomatici. Infatti Carlo I nel 1269 assediò Gallipoli facendo prigionieri i baroni filo svevi ribelli, tra questi vi era il fratello di Giacomo, Filippo. Quest’ultimo diviene mezzo di scambio nei rapporti tra Carlo I e Giacomo: la libertà di Filippo in cambio di Valona, castello e avamposto della costa albanese dell’Epiro. La trattativa, condotta spesso da Carlo I in persona con Giacomo, durerà almeno quattro anni dal 1269 al 1274. Giacomo oltre alla libertà del fratello avrebbe garanzie di mantenere i propri possedimenti in Puglia ed in Italia meridionale, nonché alcuni possedimenti in Epiro ed anche la concessione per i figli del Chinardo di costruire una fortezza proprio nel territorio di Valona.

Ma le promesse del sovrano dovranno attendere soprattutto che la controffensiva dell’esercito bizantino convinca Giacomo ad abbandonare finalmente Valona e ritirarsi da ricco e potente feudatario a Balsignano, dove tuttavia morirà poco dopo.

Insomma sembra ci sarebbero tutti gli elementi per una fiction medievale che ha al centro dei propri interessi un casale nelle campagne di Modugno e l’Albania, una storia che sembrava già essere annunciata in un documento di circa trecento anni prima quando si diceva che proprio a Balsignano esisteva un piccolo castello (castellutzo) appartenuto a gente dalmata (de ipsi dalmatini), dalmati da identificarsi come più generiche etnie di oltre adriatico, quindi anche albanesi o epiroti. Una storia che dopo molti secoli si è ripetuta tragicamente con gli sbarchi degli anni ’90 che ci hanno fatto comprendere quanto sia stretto il legame fra le nostre terre e quell’oltremare così vicino…

Se Giacomo da Balsignano fosse stato un fedele vassallo della corrente filosveva che si contrapponeva all’avanzata dell’angioino Carlo I, dopo quasi mezzo secolo l’intero casale si ritrovò al centro di un’altra e ben più sanguinosa  vicenda: quella che vide contrapposti i rami unghere-durazzeschi e quelli francesi-napoletani della stessa dinastia angioina. Ancora una volta Balsignano è schierato dalla parte ‘orientale’ ossia da quella del ramo durazzesco della dinastia.

Domenico da Gravina, notaio e cronista d’eccezione di questa complicatissima e cruenta lotta dinastica che interessa la Puglia, ma anche la Campania, per un arco cronologico di oltre cinque anni, dal 1349 al 1354, meriterebbe di per sé un itinerario in base a quanto descritto nel suo lavoro. Tuttavia in questa occasione occorrerebbe rivolgere l’attenzione sul casale affidato a due nuntii o caporales, Simoncello e Iaconus Angelus, posti a controllo e difesa delle strutture di un insediamento che veniva ritenuto difficile da espugnare.

Eppure in un momento di distrazione degli ungheresi e dei due nuntii,  le truppe filo francesi, guidate dal terribile arcivescovo di Bari Bartolomeo Carafa, conquistano il pur ben difeso casale di Balsignano con l’inganno e riescono a far prigionieri i due nuntii ai quali spetterà un punizione esemplare e terribile al tempo stesso: verranno loro amputate le mani.

A quel punto l’arcivescovo Carafa affiderà la gestione del casale a tale Macciotto di Carbonara il quale pensa a far insediare nel castello il fratello già abate di S. Vito di Polignano, tale Guglielmo e con lui una decina di uomini poco raccomandabili, insomma una cricca di delinquenti benedetti dalla diocesi barese.

E questo sarà un momento tra i più cupi della vita del casale e dei suoi abitanti quasi peggiore di quello vissuto alla fine del ‘200 quando Balsignano venne affidato a Ruggero della Marra, signore barlettano che fece di tutto per farsi odiare dagli abitanti di Balsignano sino al 1311 anno della sua morte.

Ma è meglio non divagare  e tornare alle vicende di metà ‘300 che vedono ancora il casale al centro di una contesa che, come spesso accade, rimane nascosta all’ombra del più importante ed esteso conflitto della dinastia angioina. In questo caso i ruoli dei contendenti vengono recitati da Bartolomeo Carafa e suoi seguaci contro il protontino Franco de Carofilio che cerca disperatamente di opporsi alla volontà filo angioina dell’arcivescovo e nel frattempo fortifica il casale e con l’aiuto degli abitanti di Balsignano chiede un bonus sul contratto d’affitto di Balsignano ai monaci di Aversa che sin dal XII secolo erano stati i proprietari di Balsignano.

La storia poi continuerà a lungo con altri censuari, fittavoli, feudatari di Balsignano, che continueranno a tenere le sorti del casale attraverso altri episodi belli come la guerra franco-spagnola dei primi del ‘500.

Ma questa è ormai la storia, mentre il nostro vuole essere un itinerario che lega indissolubilmente un insediamento ubicato nelle campagne baresi a fatti e personaggi che ricuciono le distanze con un oltre adriatico perlopiù durazzesco e albanese, spesso sotteso nelle notizie delle fonti ma che sembra voler riemergere prepotentemente ogni volta che ci si addentra nelle vicende di questi uomini.

Giacomo da Balsignano, Simoncello e Jaconus Angelus, sembrano essere i protagonisti spesso dimenticati di una vicenda che non si può ricostruire oltre le parole citate dalle fonti per non incorrere nella tentazione di farne un racconto poco vero, ma che sembra seguire quel filo conduttore che partiva dalla notizia del X secolo quando a Balsignano era citato un ‘castellutzo de ipsi dalmatini’, gente che veniva da oltre adriatico, gente che apparteneva a quella cultura mediterranea che teneva le proprie radici saldamente radicate nella terra di Bari.

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Itinerari contromano

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Accade spesso a chi nella scuola organizza gite e viaggi di istruzione di seguire itinerari che vadano a coniugare la bellezza con il patrimonio culturale della nostra penisola.

Si delineano in questo modo itinerari spesso definiti ‘classici’ sulla base anche della vicinanza/lontananza dei posti, ma anche dell’interesse di luoghi e monumenti integrandoli ai programmi curriculari ed extracurriculari trattati nell’anno scolastico o in quelli precedenti.

Vengono così scelti, tra gli altri, luoghi come la Toscana, l’Umbria, Venezia, l’area vesuviana con la visita agli scavi di Pompei ed Ercolano. Vi è un programma dettagliato che quasi sempre presuppone anche una minima preparazione degli studenti, fatta in classe, sui luoghi da visitare ed in più una puntuale organizzazione di visite guidate per meglio comprendere caratteri storici di monumenti ed affreschi, dinamiche di musei o case di artisti e letterati, percorsi naturalistici illustrati per poter conoscere meglio le caratteristiche del territorio oggetto della visita.

Tutto questo dovrebbe essere finalizzato a produrre un interesse da parte degli studenti che poi venga esaudito durante la visita che per questo motivo si chiama ‘di istruzione’.

In questi anni ho visto nell’ordine:

  • Ragazzi ‘stravolti’ da itinerari che si trasformano in ‘via crucis’ considerando la loro lunghezza e complessità;
  • Ragazzi completamente disinteressati a ciò che sta loro davanti, nonostante gli sforzi di guide con tanto di auricolari e microfoni;
  • Un calderone di spiegazioni spesso difficoltose su elementi che ricadono su competenze di storia dell’arte, nella maggior parte dei casi, di archeologia, anche qui in buona parte, di scienze applicate, in qualche caso, di storia, in qualche caso, di letteratura italiana, in pochissimi casi, di scienze, anche qui in pochissimi casi;
  • Una volta mi è anche capitato di vedere un monaco francescano ad Assisi che spiegava la delicatezza degli affreschi lì presenti puntando loro contro un piccolo laser per indicare meglio lacune e distacchi…il bello è che non lo faceva soltanto lui, ma nella Basilica tutte le guide ne erano dotate;
  • Un’altra volta sono finito nella Casa di Leopardi e si era tutti in fila, attenti a non toccare, neanche per sbaglio i tomi della biblioteca, da ammirare con disperatissimo sguardo;
  • Infine alla Reggia di Caserta guardando, audio muniti, sale su sale con la difficoltà di distinguerle l’una dall’altra, condite da un’aneddotica altrettanto ricca ma francamente difficile da ricordare.

In tutti questi casi il mio sentimento è sempre stato quello di una sconfitta, ragazzi stanchissimi, spesso poco attenti, fattori di distrazione esterne preponderanti, sguardi spesso rassegnati di volenterose guide ed altrettanto volenterosi docenti.

Da qualche parte c’è un errore ed effettivamente, a pensarci bene, se ne potrebbe stilare una lista di grandi errori a cominciare dagli itinerari per poi finire alle nozioni forzatamente infuse ai ragazzi ed a quelle fornite in un ipotetico periodo preparatorio al viaggio di istruzione.

Io l’ho fatto, ho modificato spesso gli itinerari, gli obiettivi, la preparazione e, qualche volta, ho anche cercato di scegliere le guide più adatte. Se pensate che tutto ciò abbia prodotto risultati positivi vi sbagliate di grosso così come io stesso mi sbagliavo. Addirittura ad un certo punto ho anche pensato che quei ragazzi non si meritavano un percorso che magari attraversava i paesaggi più belli dell’Italia, li portava nelle chiese più preziose e nei musei più ricchi del nostro paese per avere in cambio soltanto quell’aria annoiata e stanca di chi non vede l’ora di tornare sull’autobus o in albergo per ‘far casino’ coi propri compagni.

Finchè un giorno ho notato una cosa: ero al Louvre e quindi non in Italia ed ho visto un numero esorbitante di turisti tutti davanti alla ‘Monna Lisa – la Gioconda’ di Leonardo, gente che si accalcava dinanzi alle cortine contenitive alla disperata ricerca di una foto da scattare (lì all’epoca era ancora vietato fotografare quindi sarebbe meglio dire di una foto da rubare) a qualunque costo, rovesciando bottiglie di acqua minerale, schiacciando piedi e sandali, protendendo braccia e camicie sudate. Uno spettacolo, soprattutto osservare poi la dispersione di quella folla stanca che dopo aver ‘rapito’ la propria di Gioconda a seconda dei casi attraversava il grande Museo più o meno interessatamente alla ricerca infine di un punto ristoro, di un bar o di una toilette. Sembravano i nostri ragazzi, soltanto cresciuti.

Naturalmente ad osservare da tale punto di vista, queste scene si ripetevano sempre, nelle visite degli scavi di Pompei, così come agli Uffizi e in ogni luogo. Quei ragazzi eravamo tutti noi spesso incuranti della nostra stessa cultura.

Mi venivano spesso in mente le parole attribuite a Federico Zeri quando voleva impedire che tutte quelle masse maleodoranti di turisti affollassero un luogo sacro come la Cappella Sistina. Mi sono ricordato anche delle parole di Salvatore Settis quando parla di Venezia come un feticcio riprodotto in ogni parte del mondo e dello stress che subisce quasi ogni giorno quella città sotto il ‘peso’ di milioni di visitatori che ne ‘calpestano’ le calli, riempiono di rifiuti e cartacce le piazze più belle, tutti alla ricerca di quell’immagine di una città/ideale della pubblicità e del marketing che sarebbe meglio vederla dal ponte di una grande nave da Crociera che l’attraversa dalla laguna alla Giudecca passando davanti a S. Marco (‘Se Venezia Muore’). Mi sono anche venute alla mente alcune recenti pagine scritte da Francesco Erbani su Pompei, quando ricorda dei passi di enormi quantità di turisti che percorrono via dell’Abbondanza e di guide e accompagnatori che si affannano a descrivere una realtà così complessa che non è visitabile per circa due terzi e che propone casi emblematici di gestione e valorizzazione dei beni culturali del nostro territorio.

Mi sono venute in mente tante cose e soprattutto ha cominciato a frullare nella mia testa la possibilità di condurre i ragazzi in uno di questi luoghi, fermarsi in un punto che fosse panoramico tanto da poter osservare cosa ‘fanno gli altri’, quelli che protendono macchine fotografiche o telefonini su ogni muro, quelli che semplicemente con i telefonini ci giocano o chattano disinteressandosi completamente a qualsiasi cosa, quelli che, come è pure accaduto di recente, per colpa di un telefonino e di molta distrazione rischiano di distruggere quadri e opere d’arte, quelli che semplicemente lamentano stanchezza,  fame sete e ogni legittima scusa per fuggire da tali torture. Sarebbe divertente. Farebbe pensare e molto. I ragazzi probabilmente comincerebbero a criticare i turisti, ma alla fine vedrebbero lo specchio di se stessi, così come io ho spesso rivisto me stesso, quando sono andato a rubare il mio feticcio dell’arte, quando ho guardato con sufficienza le Madonne di Giotto, Cimabue e Duccio nella prima sala degli Uffizi e non mi sono mai girato a guardare lo splendido Crocifisso alle mie spalle (identificato con un numero 434 ma probabilmente attribuibile a Coppo di Marcovaldo o a qualcuno a lui molto vicino). Quando anch’io sono andato a Pompei e francamente non ci ho capito molto, ho soltanto annotato sul mio personale taccuino di viaggio il disagio di visitare un sito così importante immerso in una realtà quasi completamente stravolta, dove sembravano dominare più che i muri dell’antica città le campane del Santuario.

Ho riso anch’io di quei turisti ‘culturali’ che leggevano le guide del Touring cercando affannosamente quadri e dipinti in un museo e poi altrettanto affannosamente i caratteri e l’importanza degli stessi. Ma poi, dopo un po’ ho smesso di ridere e di criticare ed ho guardato i miei ragazzi in gita mentre sedevano sulla Fontana maggiore di Perugia, in barba alla bottega di Giovanni e Nicola Pisano ed alla grandezza della scultura italiana del XIII secolo. Avrei dovuto dire qualcosa, avrei dovuto parlar loro di tutto questo e non sono riuscito a farlo e questo è un fallimento.

Ma il successo non sta nell’indottrinare, ma nel risvegliare le curiosità e le emozioni e per far questo occorre fermarsi su un poggio, riprendere fiato e rifare gli itinerari, ma questa volta all’incontrario. Per riuscire a scoprire che il brutto dell’Italia abita nello stesso luogo dove sta il bello e che se uno semplicemente si fermasse un momento senza la necessità di rubare una foto feticcio, un ricordo da bancarella se ne accorgerebbe e quel luogo diventerebbe un po’ più suo che è poi la condizione fondamentale di ogni visita di istruzione: andiamo a vedere ciò che ci appartiene, le stanze ed i giardini di una casa memorabile che abbiamo comunque ereditato e sarebbe bene cominciare anche a rispettare.

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Il necessario? castello immaginario

1 commento


Se voi chiedete ad un bambino come si immagina un castello, lui vi risponderà che in un castello ci sono alte torri, un ponte levatoio attraverso il quale si supera un fossato pieno d’acqua e animali feroci, le insegne di un conte o di un barone. All’interno del castello ci sono grandi sale arredate con dipinti, opere d’arte, quadri, tendaggi, camini enormi.

Se andate su un qualsiasi manuale di storia delle scuole medie e vi soffermate a guardare le pagine dedicate alla vita nel medioevo troverete un castello che domina un piccolo borgo. Il castello è circondato da un fossato pieno d’acqua, è dotato di un ponte levatoio, alte torri dalle quali controllare il territorio circostante.

Quando un turista porta la sua famiglia in visita ad un castello non si aspetta di trovare altro che un ponte levatoio, un fossato, alte torri ecc. ecc.

Per non parlare del cinema da quello a fumetti a quello di fanta-storia come nella saga dello ‘Hobbit’, ma anche quelli che derivano dalla saga di ‘Artù’, dove i castelli sono su erti monti, con torri altissime che attirano fulmini dal cielo.

L’immaginario trova forse nei castelli medievali il terreno più fertile perchè le immagini prendano il sopravvento sulla realtà favolistica e/o romanzata. Sin qui sarebbe tutto bene, il problema è che spesso l’immaginario prende il sopravvento spesso e volentieri anche sulla storia.

L’immagine del castello medievale feticcio immaginifico campeggia molto spesso sui libri di storia insieme alla famigerata piramide feudale. Così anche nelle visite guidate molto spesso le guide raschiano il fondo delle storie ‘misteriose’ e ‘storicamente’ verosimili per cercare di coinvolgere turisti e visitatori. Insomma il binomio castello medievale / mistero e avventura della storia è un classico della divulgazione che, per carità, troverebbe nobili origini se dovessimo pensare al capolavoro di H. Walpole ‘Il Castello di Otranto’.

Così l’immaginario letterario fa da base all’immaginario collettivo e spesso l’immaginario collettivo si trasforma in immaginario culturale, mandando un po’ in campana la storia dei documenti e la vicenda dei castelli.

In Puglia esiste un castello che costituisce un caso emblematico in tal senso Castel del Monte. L’immaginario collettivo lo vuole costruito da Federico II e pensato non come un castello ma come un edificio misterioso la cui destinazione non sarebbe ancora chiara. Molti dicono che non si tratti di un castello, perchè pur avendo otto torri, neanche tanto alte per la verità, non ci sarebbe il ponte levatoio ed il fossato. Castel del Monte è protagonista di libri, studi, trasmissioni televisive, anche produzioni cinematografiche, un immaginario nobilitato anche dalla citazione di U. Eco nel ‘Nome della Rosa’ che appunto immagina la Biblioteca dell’abbazia, dove si svolge l’intera vicenda, con le forme ispirate proprio dal Castello pugliese. E poi riferimenti all’immancabile Sacro Graal, ai templari…insomma ci sta materiale per tutti i gusti.

Il problema dell’immaginario è appunto quello di superare la realtà. Per questo il visitatore ed il turista spesso al termine della visita al Castello rimangono un po’ delusi per non aver trovato tutte quelle tracce, visibili, ma anche invisibili, che possano giustificare il proprio immaginario, nonostante lo sforzo di guide sempre meglio addestrate ad additare sculture, iscrizioni, spesso anche scoli delle acque reflue per poter suggellare i più intriganti passaggi romanzeschi e misteriosi dell’immaginario popolare.

Naturalmente ci sono casi dove sull’immaginario collettivo si sono costruiti parchi storici e tematici che della storia hanno tenuto un conto piuttosto esiguo a volte inesistente. E questo accade in Italia, ma anche e soprattutto all’estero, dove  Francia e Inghilterra diventano importanti punti di riferimento in questo senso.

Quello che colpisce è come l’immaginario popolare e collettivo abbia ad un certo punto preso il posto della divulgazione e formazione culturale. L’idea del castello medievale che domina il borgo perlopiù rurale diventa una storia/feticcio che pian piano ha preso il sopravvento sulle notizie storiche, ma anche sui resti dei castelli medievali.

L’idea è stata quella di ‘realizzare’ pian piano castelli in grado di rispondere alle esigenze dell’immaginario collettivo un po’ come avvenne a Torino nel 1911, in occasione dell’Esposizione Universale, quando fu costruito un intero borgo medievale ‘ Il Valentino’ con tanto di castello.  Il ‘Valentino’ sarebbe la giusta traduzione di quell’immaginario, ma sembra quasi che quell’immaginario diventi una necessaria realtà quando si parla di castelli e di borghi medievali ai turisti e, ahimè, anche agli studenti. Sembra che l’ideale romantico e neogotico di oltre un secolo fa faccia fatica a tramontare. Il turista, lo studente di scuola media ha bisogno dell’immaginario per sovrapporre la propria esperienza cinematografica e fiabesca alla storia, e fa niente se per questo motivo la storia viene stravolta.

La necessità e a volte la pretesa dell’immaginario può diventare quasi patologica, una scelta che diventa irrinunciabile non soltanto a scapito della storia, ma addirittura al posto di questa. Perchè un altro immaginario collettivo è che la storia sia ‘pesantemente’ scritta solo sui libri, che le sue notizie siano spesso intraducibili se cucite addosso ai monumenti, mentre la letteratura, la fiaba, l’immaginario appunto, ci sta molto meglio.

E questo determina anche delle scelte e degli itinerari: per esempio a Castel del Monte ci vanno quasi mezzo milione di visitatori all’anno, mentre sui castelli arroccati dell’Alta Murgia (Garagnone) o della Basilicata (Monte Serico e tanti altri) il numero diminuisce drammaticamente. Eppure su quei castelli si compie un miracolo e cioè quello del fascino della storia e della natura. Ma ormai se non trovo un fossato ed un mistero del paesaggio dello sperone di roccia sul quale affiorano i resti di un diroccato castello normanno non me ne faccio nulla. E poi è vero che nei film i castelli sono sui monti, ma nella realtà si fa fatica a salirci. Meglio rimanere al livello del mare meglio arrivarci in macchina.

Qual è il confine entro il quale l’immaginario possa essere tollerato? E quando la storia, non per riscatto, ma per semplice correttezza, potrà riprendersi il proprio ruolo?

A queste domande non ci si dovrebbe arrivare mai…l’immaginario dovrebbe rimanere nell’immaginario così come accade al Valentino di Torino, un po’ tutti sanno che è finto, così anche la storia dovrebbe rimanere tale e dai libri dovrebbero scomparire certe immagini e certe piccole allusioni.

Il rischio è che l’immaginario sia diventato una necessità non per sfuggire alla storia, della quale molto spesso al turista importa non tantissimo, quanto di fuggire dalla realtà: il castello turrito misterioso e medievale non combatte contro la storia scritta nei libri, ma contro l’attuale immagine delle città, di quelle che hanno volutamente cancellato il fascino del loro passato per far posto ad aree urbanizzate sempre un po’ più squallide.

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