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Rotte Murgiane

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Non è mai facile tradurre un’idea in qualcosa di concreto, tanto più quando i mezzi che hai a disposizione sono esigui, al limite del famigerato ‘costo zero’. Nonostante ciò il coraggio di moltissime persone coinvolte, interessate, pronte a metterci del loro per portare avanti in questi quattro anni l’idea di un sito come http://www.pugliaindifesa.org costituisce una di quelle medaglie delle quali tutti siamo orgogliosi.

Ne sono orgogliosi i fondatori e responsabili, ma anche i collaboratori, coloro che in molte occasioni hanno cercato e trovato una voce, uno spazio nel quale riportare le proprie riflessioni, conoscenze, segnalazioni.

Sin da principio Puglia In-Difesa ha cercato una linea che si ponesse nel mezzo tra la denuncia giornalistica e lo studio specialistico nel campo della tutela del patrimonio e salvaguardia dei beni culturali. Una scelta che ha significato anche cercare un linguaggio ed una comunicazione in grado di distinguersi, ma anche di connotarsi in modo originale oltre che suscitare interesse.

Durante tutti questi anni il sito è diventato un luogo familiare per molti, per tutti coloro che non proponevano soltanto denunce, ma anche informazioni, notizie, approfondimenti. Una banca dati che non disdegnava approfondimenti e rigori scientifici eludendo approcci superficiali così come ridondanti ricerche scientifiche e specialistiche.

Nonostante i buoni risultati riscontrati sul web, l’interesse di molti lettori interessati alle proposte del sito, Puglia In-Difesa ha sempre cercato di migliorarsi e di cercare nuove risorse per proporre ulteriori fonti di informazioni. Vanno intese in questo senso le inchieste giornalistiche http://www.pugliaindifesa.org/repubblica.html oppure i servizi televisivi https://www.youtube.com/watch?v=zrOtk11KkHk  ma anche le iniziative, gli incontri, il coinvolgimento di un numero sempre crescente di autori che hanno arricchito il sito di tanti articoli e contributi.

Ora con l’uscita di ‘Rotte Murgiane’, il primo volume cartaceo di Puglia In-Difesa, l’offerta di questa iniziativa si arricchisce di un altro, importante, progetto: quello di tradursi dal mondo digitale a quello concreto e cartaceo, che si sostanzia su uno scaffale di una libreria e trova anche il proprio spazio in una biblioteca.

Il libro ed i contributi degli autori non perdono il carattere comunicativo adottato nel sito: saggi rigorosi, ma tradotti in un linguaggio semplice ed immediato. Piccole inchieste che non vogliono cavalcare l’onda della notizia giornalistica, ma fornire indicazioni di storia e di cultura per circostanziare e definire i motivi propri della tutela e della salvaguardia di monumenti e paesaggi.

‘Rotte Murgiane’ sono itinerari inusuali, spesso all’ombra di mete turistiche di grande richiamo; sono percorsi accidentati attraverso centri abitati, territori, tradizioni e cattive pratiche di tutela.

Itinerari e percorsi proposti per conoscere, ma anche per riflettere su alcuni aspetti architettonici, storici e artistici, sociali che connotano in modo radicale il territorio della Murgia.

Questo l’indice del volume:

Michele D’Elia, La chiesa rupestre del Peccato Originale. Cronaca di un restauro
Dino Borri, Risorse, futuri e strategie di ambiente paesaggio in alta Murgia

Franco dell’Aquila, Andria rupestre 
Rosalinda Romanelli, Alcune note sulla decorazionepittorica della chiesa rupestre di Santa Croce ad Andria. Il culto della Passione
Luisa Derosa, Immagini ‘antiche’ e ‘culti moderni’: il caso della Madonna dei Miracoli di Andria

Pasquale Cordasco, 38 miglia da Castel del Monte 

Maurizio Triggiani, Nelle pieghe della storia: il sito delle Grottelline di Spinazzola 
Vito Ricci, La chiesa di San Vito di Corato e i rapporti con gli ordini religioso-militari. Ipotesi e certezze storiche 
Giulia Perrino, Gli affreschi medievali della chiesa matrice di Santa Maria Assunta a Binetto
Sergio Chiaffarata, La Murgia sconosciuta. Dalla prima guerra mondiale alla guerra fredda

Grazie all’impegno della Casa Editrice Edipuglia il volume è inserito nella collana ‘Le vie Maestre’ ed ha un costo di 12 euro.

 

Il coraggio dello storico dell’arte

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Tutto nasce dalla mia partecipazione al Concorsone per i Beni Culturali. Alla preselezione a quiz di fine luglio a Roma. I numeri dicevano  che dei duemila e passa iscritti, la maggior parte anche presenti ne sarebbero passati 200 per poi arrivare ai 40 che effettivamente vinceranno il concorso e saranno immessi negli Uffici del Ministero e delle Soprintendenze.

Ancora… i numeri del concorsone dicono che dei 500 funzionari selezionati per il MiBACT tra architetti, archeologi, restauratori, comunicatori, bibliotecari… agli storici dell’arte è stata riservata una percentuale sostanzialmente bassa di posti messi a disposizione, in ogni caso una percentuale, dal momento che negli ultimi decenni di posti messi a concorso per questa categoria non se ne vedevano almeno dalla fine degli anni ’90.

Tutto questo ha portato a Roma un popolo, comune anche alle altre categorie, costituito da età le più diverse, con una comune formazione specialistica, se non di più, che in tutti questi anni ha mescolato generazioni diverse anche queste accomunate da una sorta di rassegnata speranza di un posto fisso da giocarsi tra Ministero dei Beni Culturali, Scuola, Università. Sbocchi in ogni caso sempre più strozzati da esiguità di posti a disposizione e prove sempre più severe al limite di un equilibrismo nozionistico e culturale da più parti anche contestato.

Sin qui le considerazioni possono anche essere comuni con le altre categorie ma ciò che induce a questa riflessione specifica sul ruolo della storia dell’arte parte da altro.

L’esigua presenza degli storici dell’arte nell’ambito delle Soprintendenze e degli organi del Ministero ha raggiunto in questi anni dei minimi storici che sembrano accordarsi con le politiche di formazione perseguite nei corsi di studi scolastici ed universitari. Tagli e riduzione di ore sono, almeno da un decennio, la costante che caratterizza questa area e che si traduce anche con una significativa riduzione di percorsi di dottorato, ma soprattutto, con le difficoltà crescenti ed a volte insormontabili che le Scuole di Specializzazione di Storia dell’Arte hanno incontrato in questi anni.

Il quadro che qui si traccia è complesso e rischia sempre soluzioni, accuse, sin troppo semplici e scontate. C’è da mettere in conto l’idea che in alcuni settori come quelli delle Soprintendenze ci sia la necessità di professionalità ‘più tecniche’, ci sarebbe poi da stabilire il rapporto a volte più che collaborativo, direi conflittuale, con gli architetti e gli archeologi, che si è creato in questi anni. E così via si potrebbe anche continuare a lungo, con ragioni contestabili, ma anche condivisibili.

Tuttavia l’impressione che personalmente ho avuto in quel giorno romano di fine luglio è stata quella della perdita di identità dello storico dell’arte. Duemila candidati (ma sono certo che di quelli con le carte in regola per iscriversi al concorso ce ne sarebbero stati di più) che rappresentavano una categoria ormai non più omogenea, suddivisa tra chi aveva un piede nella organizzazione di eventi, nella musealizzazione, nella ricerca scientifica, nelle attività laboratoriali scolastiche, nelle varie forme di comunicazione.

Una diversificazione che in teoria dovrebbe far bene all’intera categoria, se avesse avuto in questi anni una forma univoca ed anche pensata. Ma da chi?

I percorsi formativi sono a mio parere la versa risorsa mancata per dare identità a questa categoria. Epigoni di generazioni di grandi maestri che, bisogna riconoscerlo, hanno costituito per lungo tempo circoli chiusi e poco disposti al dialogo, ciò che col tempo è rimasto degli storici dell’arte è un atteggiamento spesso elitario, a volte addirittura spocchioso o, al peggio, svenduto. Esauriti i grandi del passato sono succedute generazioni più attente a riservarsi il proprio orticello piuttosto che dare aperture e dignità alla categoria, a rinnovare se possibile, a fornire nuovi strumenti disciplinari. Cosa che invece è puntualmente accaduta per l’archeologia, l’architettura, il restauro. La storia dell’arte ha finito per vivere in isolamento nei processi formativi accademici ed anche con la risorsa dei corsi sui beni culturali non è riuscita a fornire strumenti e ricerche utili alle nuove e perentorie esigenze. Il dazio di queste negligenze o, direi anche, cecità lo pagano tutti coloro che hanno deciso di formarsi su questa materia. La scarsa capacità di guardare lontano da parte dei ‘maestri’ si è presto tradotta in una ghigliottina che ha tagliato ore di insegnamento della materia nelle scuole, impoverimento di corsi accademici, ma anche di insegnamenti universitari, esclusione parziale o pressocchè totale dagli organi ministeriali e dalle soprintendenze. Ciò che rimane sono i 40 posti messi a disposizione dal concorso del MiBACT e poco altro.

E questo fa male. Non tanto per le opportunità negate alle risorse umane e generazionali, che pure pesano e parecchio in questo discorso, ma anche e soprattutto per le potenzialità che la materia e la categoria sono in grado di offrire.

La rigenerazione della storia dell’arte avrebbe motivo di ripartire ovviamente ammettendo le proprie carenze, maturate in questi anni, ma anche portando la ricerca un po’ più avanti, stringendo collaborazioni con altre discipline non soltanto per interesse, ma con la consapevolezza di poter offrire un contributo, uno sguardo differente sulle cose.

Per spiegare meglio tutto ciò più che dare delle risposte porrei delle domande:

  • a cosa serve uno storico dell’arte su un cantiere di Restauro?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nell’ambito di una ricostruzione come quella di zone terremotate?
  • a cosa serve uno storico dell’arte quando ci si pone il problema della salvaguardia e della tutela del paesaggio?
  • a cosa serve uno storico dell’arte nei percorsi non soltanto di formazione, ma anche di comunicazione?

E di domande come queste se ne potrebbero trovare altre, anzi sarebbe il caso di trovarne molte altre. Ritengo che questa possa essere una base di ricerca, ma anche un’offerta formativa per le generazioni prossime che abbiano ancora il coraggio di intraprendere questa strada per la quale indubbiamente ci vuole coraggio, non soltanto tra i più giovani, ma anche tra coloro che adesso hanno un ruolo: quello di non far morire questa materia, in silenzio, senza avere risposte da dare, ma nemmeno domande da rivolgersi.

Ah per la cronaca non ho superato la selezione a quiz!

 

 

Che Templum che fa

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Se si potesse alzare l’indice e puntarlo verso qualcuno sarebbe probabilmente Umberto Eco il facinoroso colpevole di cotanta fama di templari e templarismo nell’Italia della fine degli anni ’80.

E’ facile accostare a Eco ed al suo ‘Pendolo di Foucault’ una buona parte di quelle correnti di pensiero, ma anche di ottimi affari commerciali, che i cavalieri dell’ordine del tempio suscitarono di là da venire.

Come capita sempre quando si parla di geniali intellettuali prendersela con Umberto Eco e con quella grande capacità di essere un Girmi culturale che lui tra pochi possedeva significa in qualche modo non solo ripercorrere vicende, aspetti della storia, del comune intendere, ma anche ripercorrere itinerari culturali e bibliografici illuminanti prima ancora che illuminati.

Le occasioni in questo senso non mancano, l’ultima mi è stata offerta da un incontro sulla vera o presunta presenza dei Templari in alcuni siti pugliesi che si intitolava provocatoriamente ‘Che Templum che fa’.

Ripartire dal Pendolo di Foucault significa cercare un itinerario nell’universo di Eco fatto di Templari, Rosa Croce, Illuminati, Abulafia, Diotallevi, Setta degli Assassini. Significa anche comprendere l’idea della storia e delle distorsioni della storia che lo studioso conosceva benissimo e lo aveva scritto molto chiaramente nella prefazione al libro di Paul Arnold ‘Storia dei Rosa Croce’.

I Rosa Croce erano una confraternita che fece la sua apparizione agli inizi del ‘600 con due manifesti uno chiamato Fama del 1614 e l’altro chiamato Confessio del 1615. Gli autori rimasero ovviamente ignoti. Da quel momento in poi furono in tanti, anzi tantissimi a proclamarsi rosa crociani. Ma proprio qui avviene il magico mistero dei Rosa Croce. Dal momento stesso dell’apparizione dei manifesti, sono in tanti a confermare l’esistenza della confraternita e sostengono anche di esserne parte o di volerne far parte. Ma qui nasce il paradosso: un gruppo segreto che afferma di non esistere con i suoi ispiratori che sono anch’essi ignoti, contraddice chiunque vi si identifichi, affermi di esserne parte, lo sveli in qualche modo. Chiunque si proclami membro di una qualche confraternita rosacrociana  evidentemente ne determina la sua non appartenenza ed anche la fallacità di quella stessa confraternita.

I Rosa Croce non si sa chi siano: storicamente sono citati soltanto in quei due manifesti, quelli sì reali, dei quali si afferma la non conoscenza né degli autori né di quelli che ne fanno parte. A questo punto Umberto Eco commenta ‘dal punto di vista dello storico la questione apparirebbe assai semplice. E’ un fatto documentato l’esistenza dei manifesti Rosa-Croce, mentre è materia di illazione sia la loro attribuzione sia la persuasione che essi parlassero di una confraternita realmente esistente. Sfortunatamente nel modo comune di rileggere la storia avvengono delle strane illusioni ottiche’.

Rileggere Eco è assai interessante quando si guarda a molti degli esiti che il fascino di tali confraternite e soprattutto il fascino dei loro padri ispiratori, ossia gli ordini che nel lontano e spesso buio medioevo avessero esercitato su questi personaggi Illuminati, in una sorta di gioco delle parti che Eco riusciva a ben dirigere verso i propri obiettivi mentre invece chi ne ha raccolto le suggestioni spesso ha mescolato senza averne mai compreso a fondo il senso: quello della speculazione di pensiero.

Templari e templaristi hanno invaso una buona fetta di architetture, sculture, pitture del patrimonio storico artistico con molte illusioni ottiche, spesso simboli, richiami, riflessioni ammiccanti e spesso frutto di illazioni che tocca altrettanto spesso andare a smentire, con le conseguenti polemiche e spesso ironiche considerazioni sul senso della storia. E della storia dell’arte.

Ed è proprio di questo che ho voluto parlare nell’incontro ‘Che Templum che fa’ di come il linguaggio dei segni sia molto più esposto alle possibili interpretazioni e forzature della storia documentaria. Un tentativo che si avvale di segni a volte convenzionali tra i lapicidi, altre volte di oggetti scolpiti che riproducono iconografie a loro volta riprese da schemata utilizzati nelle miniature e realizzati in contesti monastici. Per non parlare della pittura dei templari a cui ho dedicato specifici post in questo stesso blog.

Parlare di tutti coloro che intendono svelare il mistero diventa un esercizio remunerativo sotto l’aspetto dell’attenzione nelle pubbliche conferenze, ma spesso piuttosto sterile nel campo della ricerca.

Interessante è invece ripercorrere alcune tappe bibliografiche nelle quali l’attenzione degli studi sull’arte Crociata maturata nel Mediterraneo ed in Puglia tra XI e XIII secolo sia stata artefice di scoperte, ma anche forzature, non illazioni.

Occorrerebbe partire da un saggio importantissimo di G. Bresc Bautier, Les possessions des eglise de Terre Sainte en Italie du Sud (Pouille, Calabre, Sicile) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle I giornate di studi Normanno-Svevi, 1973, forse un caposaldo per chi avesse voluto indagare sulla diffusione degli insediamenti degli Ordini di Terrasanta in Puglia. Un testo che non poteva non richiamare a studi di più ampia portata che ponevano in relazione gran parte dei territori che si affacciavano sul Mediterraneo. A questo riguardo vorrei citare J. Prawer, Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme, 1982, Buchtal, Art of the Mediterranean World, 1983, Deschamps, Terrasanta Romanica, 1991, Pringle, The churches of the Crusader Kingdom. A corpus, 1993   e Folda, The art of Crusaders in the Holy Land 1089-1187. Questi  costituiscono dei capisaldi di un’indagine scientifica che per  anni ha fortemente inciso e puntato l’attenzione sull’Arte del Mediterraneo e sulla circolazione di correnti artistiche, pittoriche e modelli architettonici veicolati attraverso l’ampio fenomeno delle Crociate da un lato e delle congiunture politiche sociali e soprattutto economiche dall’altro.

Kurt Weitzmann in questo senso è uno dei primi ispiratori di tali indagini, il suo testo Icon painting in the Crusader Kingdom, pubblicato nei Dumbarton Oaks Papers nel  1967, quando lo studioso sollevava la questione dello ‘stile levantino crociato’ proponendo un filone di indagine, soprattutto nella pittura, che dalle Icone sinaitiche ai manoscritti, procedesse attraverso il Mediterraneo , Cipro e l’Italia Meridionale. Questo indubbiamente costituiva un impulso non indifferente considerando la statura dello studioso ed il prestigio della rivista sulla quale questo studio venne pubblicato. Come spesso accade tali indagini hanno aperto il campo a notevolissimi studi scientifici ed altrettanto notevoli cantonate come è anche giusto che accada quando si fa ricerca. Il rischio più grande era trovare ad ogni costo quello che si stava cercando. Ed una delle cose che si sono sempre cercate con una certa ostinazione è stato il contributo artistico e architettonico che gli ordini monastici di Terrasanta diedero all’arte dei Paesi del Mediterraneo.

Pitture templari, simboli degli Ospitalieri, modelli architettonici dei castelli di Terrasanta, sculture che riproducono battaglie con gli infedeli, hanno costituito il terreno di scontri e di ricerche spesso affannose, a volte i risultati sono stati esaltanti, altre volte non si è accettato l’errore, l’incongruenza. E questo ancora oggi è il retaggio che molti studi si portano dietro, peggio ancora quando questi studi vengono ripresi in modo arbitrario da ‘studiosi’ poco inclini alla ricerca e più propensi allo scoop. Si è già detto i Templari vendono, ma anche questa cosa qui Eco l’aveva capita più di venti anni fa e poi Eco era Eco gli altri sono stati epigoni e così anche i prezzi finiscono per abbassarsi e l’affare sfuma.

Taranto 2016: l’Università toglie il disturbo?

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Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione dalla Segreteria Studenti del corso di Scienze della Comunicazione con sede a Taranto per far parte dell’ultima commissione di laurea del corso. Devo essere sincero non me la sono sentita, non ho risposto, ho preferito chiudere il mio rapporto, seppur da docente a contratto a Taranto, con l’ultimo mio appello del 18 febbraio.

La chiusura di quel corso si conosceva da due anni fa, ho tenuto negli ultimi anni due insegnamenti che riguardavano gli iscritti del 2012 e che svolgevano il mio esame di ‘Conservazione e Tutela dei Beni Culturali del territorio’ inerente al corso di Scienze della Comunicazione e dell’Animazione Socio Culturale, per il terzo anno di corso.

Quell’insegnamento l’ho progettato io stesso alcuni anni fa, quando a Taranto si unificò Scienze della Formazione e Scienze della Comunicazione in un unico corso di laurea e pensai che sarebbe stato opportuno presentare un esame sui Beni Culturali di quel territorio in base ad alcune riflessioni:

– spesso il territorio di Taranto è stato oggetto di importanti studi ed interessi scientifici prevalentemente dal punto di vista dell’Archeologia Classica e della Magna Grecia oppure dell’Habitat Rupestre;

– altrettanto spesso Taranto è stata considerata una città con una prospettiva culturale fortemente condizionata dalle ingombranti presenze dell’Ilva, dell’Eni, del polo industriale, ma anche dell’Arsenale della Marina e del Porto;

– quasi a contrastare tale situazione e tali pregiudizi l’Università degli Studi di Bari aveva aperto un corso di studi e addirittura aveva trasferito la sede dei corsi di Scienze della Formazione e Comunicazione dal rione Tamburi, nella città vecchi,a nella Caserma Rossarol, ex convento di S. Francesco, interamente ristrutturata.

Considerando questi aspetti mi sembrò allora opportuno pensare ad un programma d’esame che considerasse la città di Taranto, i suoi Beni Culturali, la sua storia come un dialogo continuo che arrivasse sino ai nostri giorni. Un dialogo spesso tragico, contraddittorio, ma comunque espressione di una pulsione economica e sociale che ha caratterizzato da sempre questa città.

Studiando, ho imparato un po’ a conoscerla, Taranto. Ho letto e proposto libri come ‘Il museo negato’ di Cosimo D’Angela, ‘Invisibili’ di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, ho proposto letture di Vera von Falkenhausen sulla Taranto bizantina e normanna, di Pina Belli D’Elia sul Duomo di Taranto, ho stretto collaborazioni con Associazioni Culturali locali, guide, archeologi per andare alla scoperta degli ipogei della città di Taranto, per visitare chiese e monasteri dai destini contraddittori e spesso non accessibili al pubblico. Ho cercato di stimolare gli studenti a produrre materiali (alcuni dei quali ho pubblicato sul sito www.pugliaindifesa.org) per accostarsi ai Beni culturali, ma più in generale alla cultura della loro città e del loro territorio. Ho cercato di coniugare le vicende di Taranto a ciò che autori come Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky dicevano a proposito del valore e del fondamento della cultura.

Ho insomma obbedito a quella mia personale idea di slancio culturale, maturato in anni di studio e di ricerca tesi alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale. Un percorso d’esame che avevo io stesso allestito e del quale ne sono sempre andato fiero. Sapevo che tutto questo avrebbe avuto vita breve, appena ho cominciato i corsi, sapevo che ne avrei tenuti soltanto due e che tutto sarebbe finito.

Al di là della speranza che tutto ciò non fosse sottratto ad una città e ad una popolazione che di cultura, conoscenza, impegno civico, ne ha bisogno, non ho mai pensato di cercare i motivi, i giochi politici, gli affari, le negligenze forse anche le colpe che hanno dapprima offerto una sia pur limitata speranza di fondare una università a Taranto, con sedi addirittura nel suo centro storico, e poi l’hanno con altrettanta sagacia abbandonata al proprio destino.

Oggi dunque sarebbe il giorno delle recriminazioni, le mie, che tuttavia sarebbero personali e quindi relative alla condizione di docente a contratto che si trova a non avere un insegnamento sul quale aveva molto puntato, ma anche e soprattutto degli studenti e dell’intera città.

Ci sarebbe molto da recriminare, ma le recriminazioni e il dito puntato su qualcuno o qualcosa non aiutano. Ciò che è accaduto in questi anni a Taranto, alla sua idea di Università, alle difficoltà, a quelle stesse negligenze, sono invece un materiale abbastanza corposo su cui riflettere e studiare.

Inutile nascondere che l’Università sia nata per interessi, spesso manovre politiche legate al mondo accademico. Interessi forse anche mal gestiti che non hanno saputo far bene i conti con un tessuto economico e politico della città critico da sempre e che hanno finito per assolvere ad un compito limitato nel tempo e destinato ad estinguersi. D’altra parte sarebbe un destino comune a quello dell’Istituto Musicale Giovanni Paisiello e di altre iniziative che avrebbero dovuto animare la vita culturale della città e soprattutto del suo centro storico. Taranto in questi anni ha dovuto fare i conti con la crisi di una delle maggiori industrie siderurgiche italiane e questo, non lo si può nascondere, avrà pure condizionato lo sviluppo della sua crescita universitaria e culturale. Questo è proprio il punto dal quale partiva il mio corso: la fittissima relazione tra industria, città e cultura della/nella città. Un punto che ritenevo essenziale e che ancora oggi, credo, sia uno dei nodi per comprendere la realtà tarantina.

L’analisi di tutto ciò non è roba da poco: è qualcosa che riguarda la storia, i beni culturali, il paesaggio, l’archeologia, la società di questo territorio. E’ qualcosa che non è mai stato condotto in modo corretto, aggiungerei onesto, ma mi autocensuro.

Chi lo può fare?

Certo oggi alcuni corsi universitari non ci sono più, come Scienze della Comunicazione, altri stanno per estinguersi come Beni Culturali, soprattutto rischia di non avere più slancio quel recupero sociale che era partito dal centro storico nel quale gli studenti erano tornati a far sentire le loro voci e ad animare locali e palazzi. Taranto oggi si trova alle prese con una crisi ambientale, alla quale se ne sono aggiunte almeno altre due: quella economica e quella socio-culturale. La chiusura di un corso universitario, di un istituto musicale significa tutto questo e significa anche il ritorno della gioventù a salire su un treno per Bari o per chissà dove, in ogni caso ad abbandonare il proprio territorio.

Sembrerebbe una storia già vista per questa città: un’opportunità di riscatto purtroppo crollata proprio nel momento in cui i suoi giovani, gli studenti avrebbero avuto maggior bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto a quei metal/mezzadri di cui parlava Tobagi.

Dinanzi a tutto ciò c’è tuttavia un’altra realtà che andrebbe considerata: il MaRTA. E’ il secondo luogo della cultura in Puglia per visitatori, dopo Castel del Monte, è un Museo Nazionale e costituisce un centro di studio e di cultura, per la sua natura istituzionale, ma anche per la sua storia e per la storia che vi è contenuta ed esposta.

Con la nomina dei nuovi direttori il MaRTA ha assunto la prospettiva di centro propulsore della cultura nella città e, credo, che negli intenti ci sia non soltanto quello di movimentare le esposizioni e di creare eventi, ma probabilmente anche la volontà per un maggiore impegno sotto il profilo socio-culturale. In questo senso la mia proposta è quella di farne un centro di studio, di formazione, di comunicazione non solo per l’archeologia ed i beni culturali, ma per la città, per i suoi rapporti con il territorio ed il paesaggio.

A Taranto attualmente il MaRTA costituisce una delle realtà sulle quali più si vuole investire ed allora cosa ci sarebbe di male se un Museo potesse diventare scuola, università, centro di cultura? Credo che non sia questa soltanto una prospettiva, ma una sensata proposta con la quale sopperire all’emorragia di cultura, di studenti, di ambiente sociale che sta dissanguando una città che pur se fra le sue contraddizioni, negligenze, interessi particolari conserva un patrimonio vivo, che ancora oggi, come ieri e come sempre reclama un ruolo nella storia regionale e nazionale.

 

 

La necessaria teoria del falso simile

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Il falso simile non esiste ancora, ma reclama le sue ragioni. Basti intenderlo come l’antitesi del vero simile per giustificarne l’esistenza, ma ciò non riuscirebbe ad eluderne lo scopo e la sua stessa necessità.

Se non fosse che personalmente vedo molti esempi di falso simile che girano nei vari campi arati della cultura e della religione, della politica e dell’economia.

Ma partiamo dalla sua stessa definizione. Un falso potrebbe essere simile a qualcosa che falso non è, quindi a qualcosa di vero, ma dichiarandosi come un falso commetterebbe il capitale errore di appartenere alla verità. Beninteso, alla propria verità.

Un falso è vero in quanto ammette la propria pregiudiziale falsità e quindi a cosa mai potrebbe essere simile?

Per evitare di rimanere in un pericoloso giro di parole sarebbe opportuno fornire quelli che, a mio parere possano identificarsi come esempi di falso simile.

Forse il più importante di tutti è il cosiddetto ‘inganno’ delle Teste di Modigliani che tutti conosciamo: le false teste realizzate da un gruppo di bravi buontemponi che qualche decennio fa trassero in inganno tutti, ma proprio tutti proponendosi come reperti recuperati casualmente nei fossi medicei di Livorno ed attribuite all’artista Modigliani. Il falso tenne banco, poi svelò la propria identità, ma per comprovarlo gli artisti/burloni dovettero riprodurre sotto gli occhi di tutti le teste per dimostrare la verità del loro stesso falso.

Immaginate se una cosa simile accadesse per la Sindone: un giorno si presenta un tizio dal XIV secolo e dice sono stato io e si mette sotto una telecamera e riproduce la Sindone. Sarebbe il trionfo del falso simile, ma non potrebbe mai avvenire tutto ciò, perché la Sindone è un falso simile, ma è uno ‘storico’ falso simile.

Piuttosto potrebbe succedere un’altra cosa: che tutti quelli che per anni hanno discusso, pontificato, scritto scientificamente e storicamente, ad un certo punto ammettessero di aver compiuto il gesto sacrilego del falso simile. Cioè: sì è vero abbiamo presentato una falsità simile alla sua stessa ‘falsa’ immagine, ma non lo abbiamo fatto per scherzare lo abbiamo fatto per davvero.

Il falso simile si cucirebbe addosso una bella casacca di credibilità, si può fare, il falso giustifica i mezzi, il simile li redime.

Bella storia sarebbe….

Pensate un po’ Michelangelo coperto di brache, un falso simile quasi proiettato nel futuro, lui stesso progetta le brache che all’occorrenza potrebbero coprire le nudità oscene per visitatori particolarmente inclini a fedi un po’ bigotte. Michelangelo comunque ha fatto di peggio: ha dichiarato, per davvero, di aver ‘giocato’ d’astuzia e di interessi per la Tomba di Giulio II. Anni e anni al libro paga del papato per un’opera mai terminata che poi alla fine lui chiama ‘la maledizione della sepoltura’. Un falso simile d’autore.

Un’altra volta è pure successo che il Governo Italiano abbia acquistato per alcuni milioni di euro un falso simile Crocifisso di Michelangelo. Ma questa volta il falso simile non era stato preparato dall’artista, ma da nessuno, era un falso per sbaglio fatto in buona fede (?) per ignoranza di qualcuno e tracontante interesse di qualcun altro.

E’ importante a questo punto soffermarsi su quello prima accennato , la storia ed il falso simile.

Eh già perché la storia delle volte viene messa in minoranza dalle tante versioni verosimili di un fatto, di un luogo o di un personaggio, tanto da esserne schiacciata ridotta a sottilissima trama. Allora la storia si arma degli stessi strumenti del verosimile e va a combattere facendo del falso simile il suo cavallo di battaglia, o il suo salvagente.

Umberto Eco, a mio parere, è il più bravo a diffondere il falso simile: lo ha fatto con il ‘Nome della Rosa’ ed i libri maledetti, con il ‘Pendolo di Foucault’ ed i Templari, alla fine ha deciso di buttare giù la maschera ed ha raccolto tutti i falso simili di storia in un libro che si chiama ‘Storia delle terre e dei luoghi leggendari’.

Ma queste operazioni non le ha fatte soltanto lui. Pensate a quanto è stato scritto sui templari o sul Graal, a quanto falso simile ci sia in giro su Caravaggio, ma anche sugli affreschi di Giotto.

Gli storici dell’arte non sono stati da meno: Federico Zeri un giorno scrisse un libro che si chiamava ‘Confesso che ho sbagliato’. Lui, che era un attribuzionista e profondo conoscitore d’arte, con quella confessione, che possiamo dirlo ha tutti gli ingredienti del falso simile, sbancò al botteghino. Prima di lui, forse in modo meno sfacciato lo aveva fatto Roberto Longhi, altro grande conoscitore d’arte, ma non privo dell’arte della comunicazione.

Perché per fare il falso simile occorre saperlo comunicare. E questo ne fa una palestra per pochi, capaci, intenditori.

Per carità qui non voglio giudicare quanto sia giusto o non giusto usare il falso simile, né tanto meno dire chi lo usa meglio di chi, oppure ‘svelare’ tutti i falso simili sparsi nella cultura e ahinoi nelle religioni.

Voglio soltanto perorare la causa della necessaria esistenza del falso simile e riconoscerne la legittimità. Giusta, doverosa, un po’ bislacca.

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Sappiamo davvero tutto sulla Xylella?

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L’unico albero che cresce a Itaca è l’olivo. Ma due anni fa esso è stato colpito da una malattia, e tutti i tentativi fatti per rimediarvi sono rimasti inefficaci. La corteccia e le foglie dell’olivo malato diventano nerastre e diffondono un odore ripugnante; l’albero continua a fiorire, ma i pochi frutti che produce restano striminziti e cadono prima di maturare. Finora il male è limitato a un certo numero di alberi e si crede che non sia contagioso; però il numero degli alberi malati aumenta.

(Heinrich Schliemann, La scoperta di Troia)

 

Queste sono le parole che Schliemann annotò nel suo diario subito dopo il suo ritorno dal viaggio compiuto nell’autunno del 1868 e poi ripreso nel suo stesso libro intitolato Itaca, il Peloponneso e Troia.

Potrebbe essere una citazione fine a se stessa se non fosse che tale notazione rimanda inesorabilmente a quanto sta accadendo in Puglia a proposito della Xylella Fastidiosa.

Da un breve ricerca si apprende che tale malattia abbia un’area di origine probabilmente in America Meridionale e che soltanto in tempi recenti si sia diffusa in Europa.

Secondo una letteratura scientifica questa epidemia pare che sia diffusa su parecchi alberi da frutto e alberi come l’oleandro mentre viene annotata una scarsissima conoscenza di questi tratti epidemiologici relativi all’albero di ulivo.

Senza avere molte competenze in questo settore, ma ricorrendo ad una letteratura ‘classica’ sembra davvero interessante mettere in relazione le notizie riportate da Schliemann con quanto sta accadendo in questi anni in Puglia, anche perché tutto ciò potrebbe tornare utile alle ricerche condotte, al di là delle polemiche, per cercare di conoscere meglio questo flagello che purtroppo sta seminando la morte e la distruzione degli ulivi pugliesi: un patrimonio culturale oltre che una cospicua fetta della produzione economica della nostra regione, così come lo era per l’isola di Itaca, l’isola di Omero.

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L’oltre adriatico tra gli ulivi di Puglia

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Spesso per descrivere viaggi ed itinerari si finisce a parlare di luoghi, di cose viste o vedere , di fotografie di una specie di vacanza.

Altre volte invece un itinerario può portare alla scoperta di persone e personaggi della storia, che fanno di un luogo una memoria, lontana nel tempo.

E’ questo il caso di Balsignano un luogo che andrebbe consigliato come tappa di un itinerario nella Terra di Bari per tante ragioni, ma è anche un luogo che propone un viaggio attraverso i personaggi che ne hanno determinato la storia soprattutto nel medioevo.

A Balsignano un personaggio spesso citato ma fino a poco tempo fa poco conosciuto anche dagli storici, nella seconda metà del ‘200 divenne protagonista di una storia che legò il casale nel territorio di  Modugno ad un’area diffusa che sovrastava i confini della Puglia e si estendeva sino alle coste dell’Albania, quella terra luogo di conquiste prima da parte degli Svevi e poi degli Angioini: il nome di questo personaggio era Giacomo da Balsignano.

Costui fu al centro di una intricata vicenda, come ha ultimamente accertato lo storico Francesco Violante, che legò la Puglia all’Oriente Balcanico e dalmatino da un lato e la dinastia sveva a quella di Carlo I d’Angiò.

Personaggio principale di tutta questa vicenda fu Filippo Chinardo, uno dei favoriti di Federico II, cipriota, che ricevette dal sovrano i feudi di Auricarro e Palo.  In seguito Filippo ebbe i feudi di Conversano , Turi, Rutigliano, fu feudatario di Terlizzi, castellano di Bari e signore di Acquaviva, amministrò per conto di Manfredi alcuni domini in Epiro come Corfù, Valona, Durazzo, Butrinto , Canina e Berat in un periodo compreso tra il 1247 ed il 1254 e fino alla sua morte avvenuta nel 1266. Devoto e fedelissimo di Manfredi, Filippo Chinardo aveva di fatto ostacolato la politica di Carlo I d’Angiò di estendere i domini angioini in Epiro e sulla costa orientale. Alla sua morte dunque il sovrano francese tirò un sospiro di sollievo che, tuttavia durò molto poco dal momento che si ritrovò sulla sua strada un devoto vassallo di Filippo Chinardo, appunto Giacomo da Balsignano, già castellano di Valona e Kanina e strenuo difensore dell’asse filo svevo.

Ora perché si chiami Giacomo da Balsignano non è chiarito dai documenti, quasi tutti contenuti nei Registri della Cancelleria Angioina; forse Balsignano era il suo luogo di nascita, forse ne era feudatario e da lì la derivazione del nome, fatto sta che Giacomo diventò una figura centrale nelle politiche angioine della seconda metà del ‘200 relative all’area adriatica.

Sarebbe impossibile raccontare episodi della sua vita in forma di romanzo perché inevitabilmente si cadrebbe nell’errore o nella forzatura della storia, che invece è fatta di documenti e di rapporti diplomatici. Infatti Carlo I nel 1269 assediò Gallipoli facendo prigionieri i baroni filo svevi ribelli, tra questi vi era il fratello di Giacomo, Filippo. Quest’ultimo diviene mezzo di scambio nei rapporti tra Carlo I e Giacomo: la libertà di Filippo in cambio di Valona, castello e avamposto della costa albanese dell’Epiro. La trattativa, condotta spesso da Carlo I in persona con Giacomo, durerà almeno quattro anni dal 1269 al 1274. Giacomo oltre alla libertà del fratello avrebbe garanzie di mantenere i propri possedimenti in Puglia ed in Italia meridionale, nonché alcuni possedimenti in Epiro ed anche la concessione per i figli del Chinardo di costruire una fortezza proprio nel territorio di Valona.

Ma le promesse del sovrano dovranno attendere soprattutto che la controffensiva dell’esercito bizantino convinca Giacomo ad abbandonare finalmente Valona e ritirarsi da ricco e potente feudatario a Balsignano, dove tuttavia morirà poco dopo.

Insomma sembra ci sarebbero tutti gli elementi per una fiction medievale che ha al centro dei propri interessi un casale nelle campagne di Modugno e l’Albania, una storia che sembrava già essere annunciata in un documento di circa trecento anni prima quando si diceva che proprio a Balsignano esisteva un piccolo castello (castellutzo) appartenuto a gente dalmata (de ipsi dalmatini), dalmati da identificarsi come più generiche etnie di oltre adriatico, quindi anche albanesi o epiroti. Una storia che dopo molti secoli si è ripetuta tragicamente con gli sbarchi degli anni ’90 che ci hanno fatto comprendere quanto sia stretto il legame fra le nostre terre e quell’oltremare così vicino…

Se Giacomo da Balsignano fosse stato un fedele vassallo della corrente filosveva che si contrapponeva all’avanzata dell’angioino Carlo I, dopo quasi mezzo secolo l’intero casale si ritrovò al centro di un’altra e ben più sanguinosa  vicenda: quella che vide contrapposti i rami unghere-durazzeschi e quelli francesi-napoletani della stessa dinastia angioina. Ancora una volta Balsignano è schierato dalla parte ‘orientale’ ossia da quella del ramo durazzesco della dinastia.

Domenico da Gravina, notaio e cronista d’eccezione di questa complicatissima e cruenta lotta dinastica che interessa la Puglia, ma anche la Campania, per un arco cronologico di oltre cinque anni, dal 1349 al 1354, meriterebbe di per sé un itinerario in base a quanto descritto nel suo lavoro. Tuttavia in questa occasione occorrerebbe rivolgere l’attenzione sul casale affidato a due nuntii o caporales, Simoncello e Iaconus Angelus, posti a controllo e difesa delle strutture di un insediamento che veniva ritenuto difficile da espugnare.

Eppure in un momento di distrazione degli ungheresi e dei due nuntii,  le truppe filo francesi, guidate dal terribile arcivescovo di Bari Bartolomeo Carafa, conquistano il pur ben difeso casale di Balsignano con l’inganno e riescono a far prigionieri i due nuntii ai quali spetterà un punizione esemplare e terribile al tempo stesso: verranno loro amputate le mani.

A quel punto l’arcivescovo Carafa affiderà la gestione del casale a tale Macciotto di Carbonara il quale pensa a far insediare nel castello il fratello già abate di S. Vito di Polignano, tale Guglielmo e con lui una decina di uomini poco raccomandabili, insomma una cricca di delinquenti benedetti dalla diocesi barese.

E questo sarà un momento tra i più cupi della vita del casale e dei suoi abitanti quasi peggiore di quello vissuto alla fine del ‘200 quando Balsignano venne affidato a Ruggero della Marra, signore barlettano che fece di tutto per farsi odiare dagli abitanti di Balsignano sino al 1311 anno della sua morte.

Ma è meglio non divagare  e tornare alle vicende di metà ‘300 che vedono ancora il casale al centro di una contesa che, come spesso accade, rimane nascosta all’ombra del più importante ed esteso conflitto della dinastia angioina. In questo caso i ruoli dei contendenti vengono recitati da Bartolomeo Carafa e suoi seguaci contro il protontino Franco de Carofilio che cerca disperatamente di opporsi alla volontà filo angioina dell’arcivescovo e nel frattempo fortifica il casale e con l’aiuto degli abitanti di Balsignano chiede un bonus sul contratto d’affitto di Balsignano ai monaci di Aversa che sin dal XII secolo erano stati i proprietari di Balsignano.

La storia poi continuerà a lungo con altri censuari, fittavoli, feudatari di Balsignano, che continueranno a tenere le sorti del casale attraverso altri episodi belli come la guerra franco-spagnola dei primi del ‘500.

Ma questa è ormai la storia, mentre il nostro vuole essere un itinerario che lega indissolubilmente un insediamento ubicato nelle campagne baresi a fatti e personaggi che ricuciono le distanze con un oltre adriatico perlopiù durazzesco e albanese, spesso sotteso nelle notizie delle fonti ma che sembra voler riemergere prepotentemente ogni volta che ci si addentra nelle vicende di questi uomini.

Giacomo da Balsignano, Simoncello e Jaconus Angelus, sembrano essere i protagonisti spesso dimenticati di una vicenda che non si può ricostruire oltre le parole citate dalle fonti per non incorrere nella tentazione di farne un racconto poco vero, ma che sembra seguire quel filo conduttore che partiva dalla notizia del X secolo quando a Balsignano era citato un ‘castellutzo de ipsi dalmatini’, gente che veniva da oltre adriatico, gente che apparteneva a quella cultura mediterranea che teneva le proprie radici saldamente radicate nella terra di Bari.

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